La Legge Ammazza Foreste, spiegata facile

La Legge Ammazza Foreste, spiegata facile

Il Testo Unico per le Filiere Forestali (TUFF), approvato dal Governo Gentiloni nel 2018, si è meritata l’appellativo di Legge Ammazza Foreste per i danni che causa al patrimonio boschivo italiano. Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane nasce in prima battuta per combattere questa legge, che all’epoca dell’approvazione suscitò le fortissime, e purtroppo inascoltate, proteste del mondo scientifico.

La legge mira ad aumentare la produzione di legname ricavata dai boschi italiani, aumentando quindi il taglio di alberi, e arriva persino a prevedere il taglio coatto di boschi privati i cui proprietari vogliono lasciarlo crescere. È una legge con finalità produttive, che non si preoccupa minimamente di conservare l’ecosistema forestale.

Qui ve l’abbiamo riassunta in pochi punti:

  • Il TUFF ripropone per i boschi definizioni ormai superate, mentre andrebbero impiegate quelle della FAO – utilizzate già dagli inizi degli anni 2000 – che garantiscono di poter effettuare statistiche in linea con quanto richiede l’Europa e la FAO stessa e di conseguenza permette di fare confronti accurati. 
  • Fatta eccezione per le aree protette, nel cosiddetto Testo Unico non viene considerata alcuna ipotesi di zonizzazione del patrimonio forestale nazionale, ossia una distinzione tra boschi da destinare alla produzione e quelli che invece devono essere conservati per ragioni ecologiche, paesaggistiche, idrogeologiche, genetiche, culturali, sociali. Un salto indietro di 95 anni: la legge Serpieri del 1923 operava tale distinzione finalizzata alla difesa idrogeologica. Nella vicina Svizzera si discute di almeno 12 tipologie di boschi, ciascuna con destinazione e cure diverse. Inoltre, non vengono presi in considerazione neppure i boschi degradati da restaurare.
    Le attività di carattere produttivo, che per la gestione a ceduo significa destinare la legna alla mera produzione energetica (un uso che dovrebbe diventare residuale, privilegiando altre fonti energetiche realmente sostenibili), possono essere applicate ovunque senza distinzione degli aspetti ecologici, floristici, selvicolturali ed evolutivi. 
  • Il decreto afferma che la conversione a ceduo delle fustaie è sempre vietata; poi però contraddice l’affermazione aprendo a una pletora di eccezioni, nel caso in cui le Regioni decidano il contrario. Alla fine arriva a includere la conversione a ceduo di ogni tipo di utilizzazione forestale, purché si abbia rinnovazione. Praticamente si può ceduare tutto perché prima o poi, anche tra secoli, la rinnovazione delle condizioni iniziali è sempre ipotizzabile!
  • La legge equipara i terreni agricoli in cui non è stata più esercitata attività, e che sono in via di rinaturalizzazione spontanea, a “terreni forestali” che “hanno superato il turno” e quindi debbono essere gestiti attivamente a suon di motosega. Tutto questo anche se si tratta di boschi che si trovano nella fase di colonizzazione da parte di specie pioniere e che si avviano alla fase di maturità. La cosa è scientificamente infondata perché si estende il concetto di “turno” – che dev’essere applicato unicamente alle colture (ad es. ai cedui semplici o matricinati e alle fustaie coetanee che sono create e sostenute dall’uomo) – al bosco che invece cresce ed evolve autonomamente.
  • Vengono definiti “prodotti forestali non legnosi” anche i singoli alberi fuori dal bosco, che misteriosamente non sono ritenuti legnosi (eppure non sono di plastica) e poco importa che il più delle volte caratterizzano il paesaggio in maniera identitaria, come i cipressi o i tassi nei pressi delle abbazie, o le grandi querce isolate.  
  • Viene introdotto, mal interpretando il regolamento U.E. 1307/2013, il concetto di “bosco ceduo a rotazione rapida” (vale a dire sottoposto a tagli più ravvicinati nel tempo), mentre tale definizione andrebbe applicata solo ai terreni agrari con alberi piantati, suscettibili di reversibilità d’uso a fine ciclo. Il “miglioramento” delle condizioni del patrimonio forestale nazionale, per questa legge, consiste solo nelle varie modalità di taglio dello stesso.
  • Tutti i rimboschimenti, anche quelli “storici” eseguiti a fine Ottocento e che quindi fanno ormai parte del patrimonio paesaggistico tradizionale e che hanno maturato una loro configurazione ecologica, che il Testo Unico sostiene di voler preservare, vengono esclusi dalla categoria “bosco” e quindi possono essere eliminati. Parliamo di rimboschimenti effettuati con dispendio di denaro pubblico statale e lo stesso dicasi per quelli eseguiti con finanziamenti dell’Unione Europea.
  • I boschi vengono messi sullo stesso piano produttivo dei terreni agrari, come se fossero sistemi artificiali e non dotati di una propria capacità auto-organizzativa e di una propria ecologia complessa. Si considerano inoltre abbandonati i boschi cedui che non abbiano subito tagli per un periodo superiore alla metà del turno consuetudinario o le fustaie che non abbiano subito diradamenti negli ultimi venti anni. Pertanto, un bosco che per volere del suo legittimo proprietario evolve naturalmente verso forme più complesse e stabili, viene considerato abbandonato. Egualmente viene giudicato abbandonato dalla legge un terreno agricolo non coltivato negli ultimi tre anni. Tale è reputato anche un campo non arato da anni e riconquistato dalla vegetazione spontanea, in particolare forestale: i cosiddetti boschi di neoformazione.
  • Se il proprietario dei boschi abbandonati non provvede direttamente al taglio degli stessi, l’autorità pubblica provvede al recupero “produttivo” agendo in proprio o delegando gli interventi a soggetti terzi come, ad esempio, le cooperative giovanili. Questa disposizione rappresenta, di fatto, un esproprio immotivato nei confronti della natura e della volontà di quei cittadini che intendono conservare il proprio bosco per vederlo crescere, invecchiare, rinnovare spontaneamente e godere della sua bellezza in tutti gli aspetti. 
  • Secondo numerose Associazioni il Testo Unico viola gli artt. 9 e 117 della Costituzione perché ignorando l’aspetto ambientale del patrimonio boschivo, confligge con la tutela costituzionale dell’ambiente e dell’ecosistema. Violerebbe anche l’art. 41 della Costituzione perché l’iniziativa economica “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
  • Si introduce il termine “trasformazione” intesa come “ogni intervento che comporti l’eliminazione della vegetazione arborea e arbustiva”. Viene così liberalizzata, surrettiziamente, la possibilità di cambi di destinazione d’uso del suolo non consentiti dalla normativa vigente.  
  • L’eliminazione del bosco, inoltre, può essere “compensata”. Si fa presente che l’istituto della “compensazione” è utilizzato (ad es. nei pareri di Valutazione dell’Impatto Ambientale) solo quando un’opera risulti assolutamente necessaria, in assenza di alternative praticabili e nonostante l’adozione di tutte le mitigazioni possibili. Non è certo questo il caso della cancellazione di un bosco: trasferendo il concetto agli umani, potremmo dire che quando una persona muore in realtà si è “trasformata”. La legge prevede che la trasformazione del terreno boschivo può essere compensata con altre opere e servizi, inclusi anche con l’apertura di strade e opere simili che vanno a vantaggio delle aziende che operano i tagli. In definitiva, l’eliminazione di un bosco, magari di pregio, può essere compensata con un rimboschimento qualsiasi, anche fisicamente lontano, e non è tutto: la compensazione può risolversi addirittura in un contributo monetario da versare alla regione.  
  • Il decreto demanda alle regioni e alle province autonome la scelta dei soggetti a cui affidare la redazione e l’attuazione dei Piani di Gestione, purché dotati di “comprovata competenza professionale”. Il requisito richiesto per attestare tale competenza è talmente vago da lasciar ipotizzare seri rischi di discrezionalità e abuso: i laureati in Scienze Forestali, specialisti in questo settore, iscritti al proprio Ordine Professionale, potrebbero quindi essere ignorati e i compiti affidati a soggetti più vicini ai saperi dei taglialegna i quali, ottenuto un primo incarico, possono in seguito “comprovare” nel proprio curriculum la “competenza” e candidarsi ad assumere ulteriori incarichi. Stupisce, anche per questo, il sostegno dato a questo decreto dagli Ordini Professionali.
  • Il provvedimento pone ripetutamente l’accento sulla necessità della gestione del patrimonio forestale nazionale attraverso la selvicoltura. Di fatto, per contro, introduce delle scadenze temporali agli interventi che, paradossalmente, sono contrari sia ai criteri della selvicoltura correttamente eseguita sia di quella meramente produttivistica. Si impongono in definitiva limiti che contrastano con la necessità del selvicoltore di adattare le modalità di intervento a quelle che sono le caratteristiche proprie di ciascun popolamento forestale e del contesto in cui questo si è sviluppato. In sostanza, con questa legge la sola attività realmente praticabile su larga scala è la produzione di biomasse per scopi energetici, ossia il taglio del bosco per l’alimentazione delle centrali a biomasse forestali. 
  • Nel Testo Unico manca qualsiasi riferimento alla fauna, alle sue funzioni negli ecosistemi forestali, e alla sua protezione, agli arbusti, alle erbe, ai funghi, ai licheni, alle associazioni vegetali, al complesso della biodiversità, alle funzioni di regolazione, regimazione e qualità delle acque. È un testo affetto dal più incredibile riduzionismo e dalla noncuranza della complessità e stabilità dinamica degli ecosistemi.
Lo spazio e il tempo per le foreste resilienti

Lo spazio e il tempo per le foreste resilienti

Articolo pubblicato su L’Italia Forestale e Montana / Italian Journal of Forest and Mountain Environments 75 (2): 69-81, 2020 © 2020 Accademia Italiana di Scienze Forestali

di ALESSANDRO BOTTACCI

Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Professore a contratto di “Nature Conservation”, School of Biosciences & Veterinary Medicine, Plant  Diversity and Ecosystems Management unit, University of Camerino; via Pontoni, 5 – 62032 Camerino  (MC), Italy

Le foreste sono ormai universalmente considerate come sistemi complessi adattativi. La capacità adattativa di questi ecosistemi è direttamente proporzionale alla loro resistenza, resilienza e adattabilità/plasticità. Questi attributi sono, a loro volta, funzione del grado di biocomplessità (compositiva, strutturale e funzionale/relazionale) raggiunto dal sistema stesso. 

Perchè una foresta possa raggiungere un elevato livello di complessità è necessario che siano assicurati un adeguato spazio fisico tridimensionale e un intervallo di tempo molto lungo. 

Le foreste gestite sono spesso limitate nella superficie (a causa della frammentazione fisica o ecologica) e nell’altezza (a causa di tagli troppo precoci e intensi, che non permettono al piano delle chiome di occupare tutto il biospazio a disposizione); questo le rende più semplificate e quindi meno resilienti. Per quanto riguarda il tempo, frequentemente non si tiene conto della diversità tra tempo dell’Uomo e tempo delle foreste, tentando di accelerarne, in modo innaturale, la crescita e la successione delle fasi strutturali. La velocità è nemica della complessità, specialmente di quella relazionale, sulla quale si basa la capacità  delle foreste di rispondere ai disturbi esterni. 

Il cambiamento globale e le nuove sfide per il futuro del Pianeta richiedono un deciso cambiamento dei criteri e dei metodi di gestione forestale, considerando anche il grande valore degli ecosistemi lasciati alla libera  evoluzione naturale. 

Parole chiave: sistemi complessi adattativi; resilienza; biocomplessità forestale; foreste ad evoluzione naturale; spazio e tempo. 

Citazione: Bottacci A., 2020 – Lo spazio e il temo per le foreste resilienti. L’Italia Forestale e Montana, 75 (2): 69-81. https://doi.org/10.4129/ifm.2020.2.02 

INTRODUZIONE 

La foresta è universalmente considerata un sistema biologico complesso autopoietico adattativo (Ciancio e Nocentini, 1996; Puettmann et al., 2009; Mes sier e Puettmann, 2011; Nocentini, 2011), cioè un sistema capace di autogovernarsi nel tempo attraverso le reciproche interazioni dei suoi componenti e di  adattarsi alla variazione degli input ambientali esterni conservando la propria  funzionalità (Puettman, 2014).

Le foreste seguono un ordine interno naturale, che possiamo definire un  “ordine spontaneo” (Clauser, 2003), secondo il quale si accrescono e si sviluppano per stadi successivi, adattandosi all’ambiente nel quale si trovano. Si tratta  di sistemi interattivi e compositi, costituiti da molti elementi diversi interagenti  tra loro secondo i principi della teoria fisica della Criticità autorganizzata (Piovesan e Schirone, 1995). 

Esse seguono sempre il percorso a minor dispendio energetico complessivo,  passando da strutture più semplici a strutture più complesse, da uno stato metastabile a un altro, in conseguenza di processi innescati da eventi anche di  piccola entità. Questo non avviene in modo totalmente lineare e prevedibile, ma secondo cicli adattativi (crescita, conservazione, collasso e rilascio, riorganizzazione) su diverse scale spaziali e temporali secondo i processi tipici della  Panarchia (Gunderson e Holling, 2002; Allen et al., 2014). 

Non si raggiunge mai un vero e proprio equilibrio ma il sistema si muove sempre sul confine tra disordine (caos, χάος) e ordine (cosmos, κόσμος), per rimanendo nello stadio dinamico della complessità (Messier e Puettmann, 2011).  

La complessità diviene pertanto una condizione necessaria per limitare il rischio di cadere in quelle che Carpenter e Brock (2008) hanno definito “trappola della povertà”, quando il sistema è talmente semplificato da non avere nessuna possibilità di recuperare con le sue sole forze, e “trappola della rigidità”, quando il sistema è totalmente ordinato e diviene pertanto una struttura rigida e statica. In entrambe le condizioni il dinamismo del sistema si blocca. È quindi fondamentale che l’approccio alla gestione degli ecosistemi forestali si basi sui principi della teoria dei sistemi complessi, tenendo conto di tutte le  componenti – e non solo della componente arborea -, delle numerosissime interazioni esistenti tra queste e della capacità di rispondere ai disturbi esterni. Nella gestione forestale la semplificazione non è ammessa. Una visione riduzionistica concettuale è fuorviante e foriera di gravi errori (Ciancio e Nocentini, 1996; 2003; Simard e Durall, 2004). 

Possiamo considerare la complessità di un ecosistema forestale a tre livelli diversi ma necessariamente integrati tra loro: 

Complessità compositiva, legata soprattutto al numero di specie, animali e vegetali, presenti. Questa ricchezza è massima negli ecosistemi forestali intatti e  ne determina il grande valore ambientale (Watson et al., 2018); 

Complessità strutturale, legata alla conformazione fisica della foresta (tipo di  occupazione dello spazio, distribuzione dei volumi, rapporti allometrici delle  componenti, ecc.). La complessità strutturale influisce positivamente su vari  aspetti dell’ecosistema (biodiversità, resilienza, adattabilità, ecc.) (Franklin et  al., 2004; Stiers et al., 2018); 

Complessità relazionale/funzionale, legata alla rete di relazioni tra le varie componenti del sistema e tra di esse e l’ambiente nel quale sono inserite. Possiamo includere in questa complessità anche la varietà di nicchie ecologiche presenti (Sabatini et al., 2010). La complessità relazionale è talmente varia e piena di retroazioni da potersi considerare come la componente più difficilmente misurabile o valutabile di un ecosistema (Mayr, 1988). Essa  può essere anche espressa in termini di posizionamento dei vari componenti organici all’interno della complessa rete trofica. Questo posiziona mento non è casuale, ma segue un ordine preciso, misurato da quella che  viene definita coerenza trofica, che, a sua volta, rende le reti più stabili  (Johnson et al., 2014).  

A questo proposito è importante anche segnalare i fondamentali studi sulla rete di ectomicorrize che, nel suolo, collega gli apparati radicali di una foresta, fungendo da sistema di comunicazione e di scambio di carbonio e di altre sostanze nutritive (Clemmensen et al., 2013). 

Gli studi sulle foreste indisturbate (old growth forests) hanno permesso di comprendere, in modo più preciso e ampio, la biocomplessità naturale, i processi ad essa collegati, nonché i meccanismi che sottendono all’evoluzione dei  sistemi forestali (Faliński, 1986; Faliński, 1988; Blasi et al., 2010; Stiers et al.,  2018). 

Uno dei risultati fondamentali di questi studi è aver compreso la stretta relazione tra biocomplessità e resistenza, resilienza e adattabilità degli ecosistemi  forestali. 

Aldilà delle molte definizioni esistenti, ai fini del presente lavoro ritengo che queste tre caratteristiche possano essere riassunte nel seguente modo:

Resistenza: è la capacità di un ecosistema di mantenere il proprio equilibrio strutturale e funzionale di fronte ad un disturbo esterno. 

Resilienza: è la capacità di recuperare il proprio equilibrio qualora questo venga alterato da un disturbo esterno o anche “la capacità di tollerare disturbi senza collassare in uno stato qualitativamente diverso” (Holling, 1973). 

Adattabilità/plasticità: è la capacità di modificare la propria struttura in conseguenza di un cambiamento ambientale permanente senza perdere la propria funzionalità. 

La stabilità di un ecosistema è strettamente legata alla sua capacità adattativa, a sua volta dipendente della sua biocomplessità (Colwell, 1998; Michener et  al., 2001; Bottacci, 2014; Bottacci, 2018a). Si deve assolutamente tenere conto di questo assunto quando si vogliano conservare e gestire foreste in modo da tutelarne l’evoluzione e la stabilità dinamica. 

Per favorire il raggiungimento e la conservazione di alti livelli di complessità degli ecosistemi forestali, dobbiamo considerare che essa è funzione di due fattori fondamentali: lo spazio ed il tempo (Clauser, 1991). Non tenendo conto di  questi due fattori, come avviene troppo spesso in una selvicoltura a preminente finalità economica, si rischia di alterare in modo sostanziale la foresta, inficiandone il futuro, al solo scopo di massimizzare un ricavo attuale, oltretutto relativamente basso in relazione ai costi ambientali alti, come avviene nel caso della  forma di governo a ceduo (Clauser, 1989).

LO SPAZIO 

Lo spazio è un parametro fondamentale per le foreste. Prima che l’azione  antropica riducesse in modo drastico la superficie forestale del nostro Pianeta,  le foreste occupavano quasi la metà delle terre emerse, formando, in molti casi, estensioni di milioni di ettari senza soluzione di continuità. Ancora oggi questa riduzione non si arresta, continuando ad interessare, in modo drammaticamente preoccupante, anche le foreste primarie intatte (Potapov et al., 2017). Lo spazio è indispensabile perché si possa sviluppare pienamente la complessità sotto forma di mosaico di fasi del ciclo strutturale (rinnovazione, affermazione, esclusione, maturazione, diversificazione, crollo, ecc.). In questo modo, su una adeguata estensione, la foresta può raggiungere e mantenere uno stato nel quale i disturbi, pur presenti, hanno un’influenza limitata sul cambiamento della struttura generale e, anzi, aiutano a mantenere lo stato di complessità. Solo con una adeguata superficie, al di sopra di quella che si può definire la “superficie minima vitale della foresta”, si può avere l’insieme di piccoli e continui cambiamenti che interessano i componenti di quella data fitocenosi e dei suoi vari strati, che costituisco l’articolato processo della fluttuazione,  ampliamente studiato da Faliński nella foresta primeva di Białowieża (Faliński,  1986; Faliński, 1988; Pedrotti, 2007).  

La ricerca dei valori di questo parametro è ancora relativamente scarsa, nonostante si tratti di un argomento molto stimolante e basilare per la conservazione e la gestione delle foreste. 

Harris (1984), nel suo fondamentale testo sulla frammentazione forestale, colloca tra 2 e 20 ha la soglia minima al di sotto della quale il sistema perde di efficienza. 

Uno dei principi fondamentali della Biologia della Conservazione, contenuto nel 3° postulato di Soulé (1986), è il rapporto tra le dimensioni di una comunità e la sua possibilità di sopravvivenza: riducendo la superficie di un popolamento – ed io direi ancora di più il volume da essa occupato – diminuisce la sua vitalità e resilienza (Bellarosa et al., 1991).  

Zacharias e Brandes (1989), citati in Bellarosa et al. (1991), hanno evidenziato una relazione lineare tra la superficie di boschetti isolati del Querco-Fagetea in  Germania e la frequenza delle specie più rare. Questi autori hanno rilevato che,  per avere la saturazione di tutte le specie, comprese le più rare, un popolamento doveva ricoprire una superficie continua non inferiore a 500 ha. 

La riduzione delle superfici forestali, oltretutto, innesca le tipiche problematiche della frammentazione degli habitat (Diamond, 1975; Crooks e Sanjayan,  2006). In caso di superfici ridotte, la percentuale di area marginale (più disturbata) aumenta, rispetto a quella occupata dalla core area, agendo negativamente  sulle varie complessità, specialmente sulla complessità relazionale. 

Per una corretta valutazione dell’influenza dello spazio sulla stabilità degli ecosistemi forestali è fondamentale tenere conto che lo sviluppo strutturale delle foreste non è solo quello bidimensionale della superficie, ma quello tridimensionale del volume. Le foreste, rispetto agli altri ecosistemi terrestri naturali, tendono ad occupare molto più spazio anche in senso verticale, sia verso  l’alto, con le chiome che possono arrivare fino ad oltre cento metri, che nel  sottosuolo, dove le radici si possono approfondire di molti metri (ad es. fino a  7 m di profondità per le radici strutturali delle foreste tropicali) e rappresentare una notevole frazione della biomassa totale (circa il 20%) (Brunner et al., 2004;  Crown, 2005; Galvagni et al., 2006; Lasserre et al., 2006). 

Per questo possiamo affermare che le foreste sono soprattutto strutture verticali. 

A questo proposito forniscono un’utile informazione gli studi sulle strutture forestali basati su un approccio allometrico, nei quali si mostra che  l’occupazione dello spazio tridimensionale non è casuale ma segue un model lo basato sulla legge di potenza, che sottende un comportamento frattale. L’aumento dell’altezza del popolamento (nel caso specifico dell’altezza tipica degli alberi più alti), determina un aumento proporzionale del volume della  foresta per unità di superficie. Al fine di massimizzare l’energia solare utilizzata, le foglie devono riempire quanto più possibile questo volume e lo fanno seguendo proprio una strutturazione frattale sia orizzontale che verticale  (West et al., 2009; Enquist et al., 2009; Simini et al., 2010; Anfodillo et al., 2013;  Sellan et al., 2017). In conseguenza di ciò la produttività di una foresta è funzione anche dello spazio verticale occupato. 

Lo sviluppo della foresta nello spazio verticale, che possiamo anche defi nire “spessore ecologico” o “biospazio”, ha anche un valore ecologico. Esso determina gradienti di microclima che vengono occupati da specie e da comunità di specie differenti, contribuendo così ad aumentare la biocomplessità del sistema (Ishii et al., 2004; Nadkarni, 2010). Già molti anni fa Mac Arthur e  Mac Arthur (1961) avevano evidenziato una relazione positiva tra altezza del  piano delle chiome e ricchezza di specie di uccelli, attribuendola alla presenza di una maggiore disponibilità di nicchie ecologiche. Più recentemente Roll et al. (2015) hanno confermato questa relazione per tutti i vertebrati ed in parti colare per gli anfibi. 

Cazzolla et al. (2017) hanno trovato una correlazione significativa tra la ricchezza di specie di piante vascolari e l’altezza media del piano delle chiome (considerato come indicatore del volume) sia a livello globale che macro climatico. 

L’intervento umano altera questa stratificazione verticale di habitat e riduce la biodiversità del popolamento, soprattutto diminuendo l’altezza del piano delle chiome e semplificandone la struttura (Brokaw e Lent, 1999). Questo suggerisce l’opportunità di una maggiore attenzione al biospazio negli studi ecologici e nella pianificazione e gestione dei siti naturali. Le foreste intatte, infatti, mostrano come un ampio spessore ecologico (biospazio) favorisca la diversità verticale e contribuisca alla biocomplessità totale dell’ecosistema e, di conseguenza , alla sua funzionalità.

IL TEMPO 

Il tempo è stato definito da Clauser (1991) come la quarta dimensione del bosco ed è una dimensione troppo spesso sottovalutata. 

Un approccio semplicistico alle foreste tende a mettere in correlazione il tempo solo con l’incremento di volume degli alberi, dando addirittura un significato colturale di maturità alla culminazione dell’incremento stesso, nelle sue  varie forme (corrente, medio, percentuale), culminazione che invece avviene sempre ad un’età del bosco molto bassa. 

Occorre perciò chiarire che il tempo delle foreste non è il tempo dell’Uomo. Si tratta  di due ordini di grandezza diversi. Considerare i tempi della foresta con il riferimento temporale dell’Uomo è uno degli errori fondamentali che hanno  commesso e commettono molti forestali. 

La lentezza – relativamente ai parametri umani – è la legge per la foresta (Wohlleben, 2016) ed è fondamentale tenerne conto. 

Addirittura è stato evidenziato che proprio le piante ad accrescimento più lento sono quelle destinate a vivere più a lungo (Piovesan et al., 2019a; Piovesan  et al., 2019b) 

Le foreste hanno bisogno di tempo per poter evolvere passando da una fase strutturale all’altra (Leibundgut, 1978), fino allo stadio più evoluto possibile in quel luogo e in quel momento. 

Raggiunto questo stadio le variazioni strutturali sono ancora più lente e indotte da disturbi naturali a bassa intensità (crollo di alberi o gruppi di alberi) o a grande intensità (tempesta di vento, incendio naturale, attacco parassita rio, frana, valanga, ecc.). In entrambi i casi, comunque, con tempi di ritorno,  generalmente, molto lunghi. Questi disturbi sono importanti per la rinnovazione dell’ecosistema e per il mantenimento di una parte della sua complessità  (Yamamoto, 2000). 

Oltretutto la foresta non segue il ciclo vitale dei suoi componenti principali: gli alberi. Questi nascono, crescono, invecchiano e muoiono, rimanendo soggetti alle leggi del tempo, la foresta è invece soggetta “a una agitazione eterna”  (Stevens, 1990 in Motta, 2018). 

Il tempo sottende anche alla biocomplessità strutturale di una foresta. I parametri di altezza e volume sono evidentemente legati al tempo, ma anche lo sviluppo degli apparati radicali o la maturazione sessuale dei singoli componenti. La strutturazione e l’occupazione del biospazio (verticale, orizzontale, sopra e dentro al suolo) sono, come già ricordato, processi fondamentali che la foresta conduce secondo il modello della criticità autorganizzata. Questi processi organizzativi svolgono una funzione sintropica, cioè di bilanciamento della entropia (Schirone, in stampa). Come nel caso dell’entropia (secondo principio della termodinamica), anche la sintropia è funzione del tempo: col trascorrere del tempo, infatti, l’ecosistema aumenta la propria organizzazione funzionale e  strutturale, tendendo spontaneamente verso una condizione metastabile, vicina al punto critico (Solé et al., 2002; Solé e Bascompte, 2006).

Il tempo influisce anche su una componente fondamentale dell’ecosistema forestale: il suolo. Il suolo è il frutto di interazioni tra componente organica, componente inorganica e clima, che a loro volta sono funzione del tempo. Un  suolo forestale, per raggiungere stadi evoluti, richiede molti anni (talvolta secoli). Recenti studi hanno mostrato l’importanza, per la funzionalità e per la produttività degli ecosistemi forestali, della complessa rete di simbiosi che si formano nel suolo tra gli apici radicali delle piante arboree e le ectomicorrize (ECM) (Simard, 2009; 2018; Steidinger et al., 2019). Lo sviluppo di questa rete è legato alla presenza di alberi vetusti (detti alberi madre) e di un suolo evoluto, fattori questi che sono entrambi funzione del tempo e del non disturbo antropico. Un altro importante parametro dell’ecosistema forestale legato all’età del bosco, e quindi al fattore tempo, è la presenza del legno morto (Travaglini et al., 2012). È ormai universalmente riconosciuto il ruolo della necromassa per la conservazione della biodiversità (WWF Switzerland, 2004; Marchetti e Lombardi, 2006). Lasciare alla foresta il tempo per raggiungere le fasi strutturali più avanzate è fondamentale perché si accumuli in modo naturale una massa di legno morto capace di creare nicchie ecologiche tali da incrementare la biocomplessità e, in particolare, la rete trofica. 

CONCLUSIONI 

Da quanto detto appare evidente che vi sia un contrasto stridente tra la fondamentale importanza di concedere spazio e tempo agli ecosistemi forestali e le  azioni, ancora troppo diffuse, di una “selvicoltura attiva” che prescinde spesso dalla conservazione del capitale produttivo e si concentra principalmente, se non esclusivamente, sul prodotto ritraibile in tempi brevi e sulle più ampie superfici possibili (Bottacci, 2018b), prescindendo spesso dall’attuale conoscenza  ecologica e conservazionistica (Chiarucci e Piovesan, 2018). 

Quasi sempre si continua a considerare il bosco non come un sistema complesso autopoietico, ma come un semplice insieme di alberi da utilizzare, insieme incapace di sopravvivere senza l’intervento dell’uomo, del quale non si considerano né le esigenze di spazio né quelle di tempo. 

Come afferma giustamente Pedrotti (2007), il processo di sinantropizzazione delle foreste produce cambiamenti negativi, che portano alla degenerazione (impoverimento senza compromissione della fitocenosi originaria) e anche alla  regressione (forma più grave dove le fitocenosi originarie sono sostituite da fitocenosi meno complesse e a fitomassa minore). 

Olaczek (1974), già molti anni fa, considerava, tra le forme di degenerazione degli ecosistemi forestali, il ringiovanimento (juvenalization), cioè il mantenimento delle fitocenosi agli stadi iniziali a causa dei tagli periodici, che limitavano a  pochi decenni il tempo a disposizione. 

I tagli sono disturbi innaturali che, se si presentano con frequenze accelerate e su superfici ampie, possono innescare questi fenomeni di regressione, costringendo l’ecosistema forestale a permanere nei suoi stadi iniziali, più semplificati e meno stabili. 

La biocomplessità è alterata da tagli intensi e ripetuti a breve distanza (con  cambiamenti repentini nella struttura e composizione del sistema). È noto che negli ecosistemi forestali naturali o con basso disturbo antropico, la biocomplessità è maggiore anche a causa della presenza di molte specie rare e minacciate, quasi del tutto assenti in quelli gestiti (Christensen e Emborg, 1996). 

Anche tenendo conto del ruolo prioritario delle foreste nell’attenuazione del global change, è fondamentale cambiare decisamente i principi di fondo della gestione, tenendo decisamente più in considerazione i parametri che abbiamo discusso nel presente lavoro: lo spazio e il tempo. 

Una selvicoltura per le foreste del futuro dovrà innanzi tutto partire da un assunto, che forse a molti forestali apparirà “eretico”: partendo dal principio che, in generale, gli interventi di taglio rappresentano un disturbo innaturale  per le foreste e che, d’altro canto, l’uomo ha la necessità di avere a disposizione i prodotti legnosi che le foreste forniscono, la corretta selvicoltura dovrà operare in modo da ottenere quanto serve all’uomo, riducendo al minimo il disturbo all’ecosistema forestale, contenendolo cioè entro i limiti della sua capacità resiliente e dando alle foreste lo spazio e il tempo di cui hanno bisogno. 

Per ottenere questo risultato sarà fondamentale, prima di tutto, preservare la  continuità ecologica della foresta; continuità sia in senso spaziale (evitando la frammentazione, fisica ed ecologica, dei popolamenti), sia in senso temporale  (evitando repentini e frequenti cambi strutturali del popolamento stesso). 

Fornendo agli ecosistemi forestali un adeguato spazio (almeno uguale o superiore alla superficie minima vitale) e un tempo indefinito (prescindendo  quindi dalla definizione di turni), si potrà attuare anche una gestione che si può  definire delle alte provvigioni, ottenendo foreste ricche di biomassa. In esse si  potrà ottenere una ripresa importante, pur mantenendo molto basso il tasso di  utilizzazione (parametro che, in qualche modo, può essere indicativo dell’entità  del disturbo arrecato con i prelievi). 

La continuità ecologica e l’intervento antropico nullo o di bassa intensità favoriranno la costituzione di popolamenti sempre più resilienti e quindi, secondo la definizione di selvicoltura data sopra, anche più capaci di supportare e  sopportare una gestione con finalità economiche. 

Come mostrato, lo spazio ed il tempo influiscono positivamente sulla bio complessità delle foreste; questa, a sua volta, è la base della resilienza che le rende stabili (Rist e Moen, 2013). Per cui la moderna gestione forestale non potrà più prescindere da questi due parametri. Di fronte alla riduzione continua delle superfici forestali della Terra (18 milioni di km2 di superficie forestale persi negli  ultimi 8.000 anni) (FAO, 2018), alla loro pericolosa semplificazione e alla minaccia incombente dei cambiamenti climatici, diventa indispensabile liberarsi dalla  visione antropocentrica (pericolosa eredità dell’Illuminismo), che attribuisce all’Uomo una capacità di indirizzo superiore anche a quella della Natura stessa, e imboccare la via di una decisa azione di “conservazione del processo naturale”.

In considerazione del loro grande valore, è ineluttabile fare una scelta radicale di rispetto per gli ecosistemi naturali indisturbati (tra i quali, in primo luogo, quelli forestali) (Watson et al., 2018), riservando loro la metà della Terra,  come proposto da Wilson (2016), facendo così in modo che non vi siano limitazioni di spazio e di tempo all’espressione delle loro potenzialità. 

L’Autostrada dei Parchi e la fauna selvatica: la società concessionaria protegga animali e automobilisti

L’Autostrada dei Parchi e la fauna selvatica: la società concessionaria protegga animali e automobilisti

Gli interventi necessari per impedire agli orsi e agli altri animali di attraversare autostrada A25 nel tratto Pescina – Cocullo

L’Aquila, 16 aprile 2021 – Da una missiva inviata dal Parco Nazionale dell’Abruzzo, Lazio e Molise al Ministero della Transizione Ecologica si apprende che pochi giorni fa l’orsa Amarena e i suoi quattro cuccioli hanno più volte attraversato l’autostrada A25 nei pressi della galleria di Cocullo e che il tratto in questione è stato anche in passato attraversato dallo stesso animale. La notizia in sé non è eccezionale, visto che episodi di presenza di animali selvatici sulle corsie della medesima autostrada si verificano periodicamente. Si tratta in ogni caso di un tratto critico per l’attraversamento in zona di ungulati e lupi.  Sempre dalla stessa missiva si apprende che la società che gestisce l’autostrada A25 ha già da parecchi anni predisposto un progetto per la riduzione del pericolo di attraversamento di animali selvatici di grossa taglia, che interessa l’intero tracciato autostradale e che il PNALM ha predisposto una scheda di massima per realizzare una sopraelevazione della recinzione ai bordi delle dell’autostrada, attualmente alta 1,20 m, per un importo di oltre 170.000 euro, da realizzare nei tratti più critici, chiedendo al Ministero della Transizione Ecologica di finanziare l’intervento. 

Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane chiede che sia la società concessionaria dell’autostrada che si fregia della qualifica “Autostrada dei Parchi”, a effettuare, doverosamente, la messa in sicurezza dell’infrastruttura, senza far pesare sulle casse dello Stato una spesa di competenza di chi ha in gestione questa infrastruttura e senza perdere ulteriore tempo rispetto a un provvedimento che andava attuato da anni per la sicurezza delle persone e per la tutela della fauna pregiata.  Chiediamo altresì che, nei punti critici presenti lungo il percorso, ove lo spostamento degli animali è impedito dall’arteria viaria, vengano realizzati passaggi “verdi” artificiali (sovrappassi o sottopassi) utilizzando piante appetite dagli animali selvatici, perché gli orsi a gli altri animali selvatici possano attraversare in sicurezza l’autostrada, come avviene su moltissime autostrade in tutto il mondo, per mitigare le conseguenze della frammentazione del territorio.

Il mancato intervento di messa in sicurezza a oggi dell’autostrada da parte della società concessionaria, non trova giustificazioni, se non in un possibile contenzioso con il ministero delle infrastrutture, per il pagamento delle spese dei lavori, che questa ritiene debbano essere a carico dello Stato, in particolare del canone annuale di concessione, per il fatto che questi non rientrino fra i lavori di manutenzione ordinaria di propria competenza. 

In ogni caso, la Società Strada dei Parchi ha la concessione in esclusiva dell’autostrada A24/A25 e la responsabilità di assicurare il transito in sicurezza del traffico automobilistico nel tratto di competenza. Non è ammissibile che la stessa società abbia chiamato il tratto in concessione “Strada dei Parchi”, perché attraversa un territorio di elevato valore naturalistico, dove si riscontra una fra le più alte concentrazioni di aree protette in Italia, senza tenere in conto che il fenomeno dell’attraversamento del tracciato autostradale da parte di animali selvatici, anche di grossa taglia, in alcune zone, sarebbe stato frequente e non episodico.  Neppure è accettabile che il concessionario ritenga di poter assicurare la pubblica incolumità lungo il tracciato stradale in parola, con una rete di soli 1,2 metri. Non a caso gli episodi di incidenti causati lungo l’autostrada negli anni dagli animali selvatici sono stati molteplici, con la morte di diversi animali, compreso orsi e lupi, oltre a cervi, caprioli e cinghiali, ed è solo un caso se finora non ci sono state vittime umane. 

Chiediamo quindi alla società strada dei parchi di provvedere con la massima urgenza a realizzare l’intervento di messa in sicurezza dell’intero tratto autostradale in concessione dall’attraversamento degli animali selvatici, a partire, prioritariamente, dal tratto Pescina-Cocullo, e la riterremo responsabile morale e materiale dei danni ad animali e persone che si dovessero verificare fino a quando l’intervento non sarà realizzato. Chiediamo al Ministero delle Infrastrutture e a quello della Transizione Ecologica, soprattutto alla Regione Abruzzo, di intervenire con la sollecitudine del caso e per garantire la pubblica incolumità, obbligando la Società Strada dei Parchi a realizzare l’intervento e a vigilare sulla migliore realizzazione dell’opera, per porre rimedio a questa grave inadempienza nei confronti degli utenti che ogni giorno utilizzano l’autostrada.

A nostro avviso la società concessionaria dovrebbe realizzare direttamente e a proprie spese l’intervento e se dovesse ritenere che il costo, in tutto o in parte, dovesse ricadere su altri, potrà sempre provvedere in seguito a rivalersi nelle sedi opportune.

Per quanto riguarda la proposta del Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, la realizzazione di una recinzione per impedire il passaggio di un orso e di altri animali di grossa taglia, attraverso un sopralzo di 1 metro e un paragatti sulla recinzione esistente di 1,2 metri, ci appare non idonea. 

Da oltre due anni il PNALM partecipa al progetto europeo Life Safe Crossing, che mette in campo azioni per ridurre l’impatto delle infrastrutture viarie su alcune specie prioritarie in quattro paesi europei, fra i quali in particolare prevenire la mortalità sulle strade, in particolare dell’orso in Abruzzo. Al progetto partecipa la più importante società autostradale della Grecia, che secondo quanto riportato nel sito del progetto, ha “coordinato vari programmi riguardanti il monitoraggio delle popolazioni di grandi mammiferi lungo il tratto autostradale, nonché l’impatto di questa infrastruttura sulle differenti specie” e che sicuramente avrebbe potuto dare in questi frangenti un utile supporto tecnico e professionale. 

Possibile che in tutto questo tempo non siano state previste iniziative ufficiali per sollecitare la società “Strada dei Parchi” a realizzare gli interventi di messa in sicurezza e promuovere una proposta progettuale di qualità? 

Come proteggere il verde urbano

Come proteggere il verde urbano

Nel 2016, è stato pubblicato1 il primo corposo studio scientifico globale condotto  su 245 città e metropoli (che ospitano complessivamente un quarto della  popolazione a livello mondiale) da cui risulta che nel corso del secolo corrente la  popolazione urbana del Pianeta aumenterà di 2 miliardi di abitanti e che tra i  fattori di pressione ambientali principali e pericolosi sono stati individuati il PM2,5  (polveri molto sottili, del diametro di 2,5 micron) , attualmente responsabile di 3,2  milioni di decessi prematuri all’anno destinati a divenire 6,2 milioni se non si  adottano provvedimenti di contenimento e le ondate di calore estivo attualmente  responsabili di 12.000 decessi prematuri/anno e di sofferenza per milioni di  persone. Ai ritmi attuali dei cambiamenti climatici che producono aumento  d’intensità e di frequenza delle ondate di calore estivo urbano, i modelli  previsionali stimano la possibilità di arrivare, nel vicino 2050, a 260.000 decessi  anno da stress termico.  

Premessa: perché occuparsi del verde nelle città è divenuto urgente  e molto importante? 

Le 245 città sono state studiate attraverso sistemi satellitari (geospatial  information on forest and land cover), le centraline automatiche per il rilevamento  in continuo dell’inquinamento atmosferico e delle temperature e con tutti i dati di  contorno disponibili. Lo studio ha mostrato che le alberature cittadine  attualmente esistenti (current stock of street trees) producono in maniera  significativa i seguenti benefici alla popolazione: 

– bellezza estetica (paesaggio) 

– aumento del valore economico delle abitazioni 

– difesa del suolo 

– governo delle piogge intense 

– riduzione del rumore 

– sequestro del carbonio per la mitigazione del clima 

– spazi per la ricreazione 

– benessere per la salute fisica e mentale 

– abbattimento del PM 2,5 

– contenimento delle ondate di calore. 

Tra le conclusioni ai fini della difesa della salute, si individuano come prioritarie  le azioni di mantenimento dell’attuale stock di alberi, l’incremento della  dotazione arborea, la necessità di finanziamenti adeguati per il verde  pubblico (attualmente generalmente bassi), finalizzati a due principali obiettivi:  abbattimento dell’inquinamento atmosferico con particolare riguardo al PM2,5 e  l’abbassamento delle temperature estive in ambiente urbano.

La pianificazione del sistema del verde urbano. 

In questa materia, probabilmente più che in altre in ragione della complessità dell’ambiente  antropico e delle esigenze fisiologiche delle piante, è richiesta interdisciplinarietà: le  competenze necessarie afferiscono praticamente a quasi tutte le scienze e quindi includono  quelle dei forestali, agronomi, biologi, naturalisti, architetti, medici, chimici, fisici, storici del  paesaggio, ingegneri, urbanisti, geologi…ed altre ancora. 

Indispensabile, quindi, appare la costituzione, a livello comunale, di consulte o comitati con  buona presenza scientifica multidisciplinare, comprendendo le competenze presenti nel terzo  settore. Tali organismi sono preziosi non solo per conseguire la migliore progettazione ma anche  in fase di gestione e per la verifica, attraverso indicatori ed indici, dei risultati conseguiti nel  tempo, e quindi per valutare l’efficacia del Piano per il Verde, per individuare le eventuali criticità  e introdurre correttivi e miglioramenti continui che si rendessero necessari.  

Indispensabile è anche l’informazione corretta al cittadino e il suo coinvolgimento pieno ed  effettivo nella pianificazione, progettazione e gestione del verde; la partecipazione del pubblico  dovrebbe essere di livello e di intensità ben superiore rispetto a quanto si fa normalmente (e il  più delle volte riduttivamente) nelle ordinarie procedure di Valutazione Ambientale Strategica  (VAS) comunque obbligatoria per legge per i piani e i programmi. Il cittadino, pienamente  coinvolto e adeguatamente informato, deve essere messo in condizione di diventare il più  possibile rispettoso e anche custode attivo del patrimonio verde e, sulla base di un’adeguata  “educazione” acquisita, di poter collaborare alla riuscita della pianificazione ecologica ed  ecosistemica del verde pubblico, anche orientandosi di conseguenza nelle aree private di propria  pertinenza, che spesso per estensione forniscono un contributo significativo al patrimonio  arboreo delle città. 

La normativa nazionale di base che disciplina il verde urbano, vecchia di oltre 50 anni, è  assolutamente inadeguata alle esigenze correnti e avulsa dalla realtà attuale dello stato delle  conoscenze in materia di ecologia, di biodiversità, di clima e di ambiente. Si tratta del Decreto  Interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 che reca “Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza,  di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali  e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi, da  osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli  esistenti…”. Esso disciplina esclusivamente aspetti quantitativi del verde pubblico e fissa come  soglie minime per abitante, 18 mq complessivi per spazi pubblici o riservati alle attività collettive,  così ripartiti: 4,5 mq per scuole e asili, 2 mq per strutture religiose, culturali, sanitarie e per  pubblici servizi, 9 mq per spazi pubblici attrezzati a parco, per il gioco e lo sport e 2,5 mq di aree  di parcheggi. Questi standard urbanistici, tuttora vigenti, includono cose assai diverse nella  categoria del “verde” e pongono sullo stesso piano una pista asfaltata per il pattinaggio e la  superficie complessiva di uno stadio o palazzetto dello sport, con un’area con prati e piantumata  con alberi per cui è possibile pervenire, al limite, ad una pianificazione che, pur rispettando i  limiti minimi fissati dalla legge, può risultare pressoché priva di verde pubblico effettivo,  minimamente degno di questo nome.  

L’ISPRA nel 2010 ha pubblicato un interessante documento di 68 pagine, dal titolo: “Verso una  Ecosistemica delle Aree Verdi Urbane e periurbane. Analisi e proposte”che ha colmato il vuoto 

istituzionale esistito fino ad allora sull’argomento. Il documento è scaricabile dal sito  istituzionale dell’Istituto2.  

La Legge 14 gennaio 2013 n. 10 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, torna  sull’argomento e, tra le altre cose, all’art. 3 prevede l’istituzione presso il Ministero  dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare di un Comitato per lo sviluppo del verde  pubblico. Tra i molteplici compiti attribuiti al Comitato troviamo il monitoraggio sull’attuazione  della legge 29 gennaio 1992, n. 113 (obbligo di piantare un albero per ogni bambino nato), la  promozione di attività degli enti locali interessati al fine di individuare i percorsi progettuali e  le opere necessarie a garantire l’attuazione delle disposizioni, l’elaborazione di una proposta  di Piano nazionale per fissare i criteri e linee guida per la realizzazione di aree verdi permanenti  intorno alle maggiori conurbazioni e di filari alberati lungo le strade, adeguamento dell’edilizia e delle infrastrutture pubbliche e scolastiche che garantisca la riqualificazione degli edifici…  anche attraverso il rinverdimento delle pareti e dei lastrici solari, la creazione di giardini e orti  e il miglioramento degli spazi. All’art. 4 della predetta legge 10 poi è stabilito che il Comitato  segnala “I comuni che risultino inadempienti rispetto alle norme di cui al decreto ministeriale n.  1444 del 1968”. Per quanto riguarda i criteri di pianificazione e di progettazione del verde  pubblico, ribadendo gli standard inadeguati e riduttivi della vecchia legge del 1968, questa più  recente normativa delega al Comitato la redazione di linee guida regolatorie. 

Le “Linee guida per il governo sostenibile del verde urbano”– elaborate dal Comitato per lo  sviluppo del verde pubblico – sono state pubblicate dal Ministero dell’Ambiente, del Territorio e  del Mare nel 2017 (acquisibile dal sito istituzionale del Ministero) e constano di 60 pagine e 7  capitoli che racchiudono: conoscenza, pianificazione strategica, progettazione, piano di  monitoraggio e gestione, indicatori per il governo, formazione degli addetti, comunicazione promozione e partecipazione del pubblico.  

Tuttavia a fronte di un lavoro complesso e accurato a cui hanno partecipato l’ANCI, il CONAF,  l’ISPRA e l’associazione dei Direttori Tecnici dei Pubblici Giardini, va rilevato che (si riporta  esattamente come è scritto nello stesso documento): “le Linee Guida non sono prescrittive, ma  rappresentano solo uno strumento di consultazione e informazione per tutti i comuni italiani,  grandi e piccoli, utili per procedere correttamente e proficuamente nelle attività di pianificazione  e di gestione del verde urbano”.  

Lo Stato, in pratica, non ha adottato ad oggi, con provvedimenti cogenti (tramite decreto o  legge) le linee guida che così rappresentano un mero “suggerimento”, peraltro assai poco  conosciuto. Per coprire la lacuna legislativa sono stati adottati nel tempo a livello locale, diversi  strumenti comunali di programmazione quali il regolamento del verde pubblico e/o privato, il  censimento-anagrafe del verde, la carta del verde urbano, il piano del verde, il piano  regolatore del verde urbano. L’ultimo di tali strumenti – il Piano Regolatore del Verde Urbano a suo tempo avviato dal comune di Viterbo in collaborazione con l’università della Tuscia, è  quello che dal punto di vista dell’efficacia metodologica offre maggiori possibilità di una gestione  adeguata e sostenibile dal punto di vista ecologico, economico, sociale e culturale. Un tale  Piano, in generale, consente al Comune di decidere, in maniera partecipata, la qualità, la  quantità, la composizione, la distribuzione delle specie arboree, arbustive, di liane ed erbacee  da introdurre negli spazi destinati a Parco, giardino pubblico, aree di pertinenza degli edifici  pubblici, filari, prati, aiuole, rotatorie, spartitraffico e, ove esistano, la disciplina della  vegetazione delle sponde dei corsi d’acqua.  

Il Piano Regolatore del Verde Urbano può assorbire e integrare tutti gli altri strumenti sopra  citati adottati dai Comuni: può includere il censimento da riportare nella “carta di rilievo del  verde urbano” preferibilmente realizzata di fine dettaglio e con georeferenziazione su data base, e la “carta del verde urbano”, strumento di indirizzo utile a sensibilizzare e impegnare i  vari attori sociali per la tutela di un bene comune. Utile, unitamente alla sempre necessaria  partecipazione dei cittadini nelle consulte per il verde, anche il coordinamento interno tra uffici  comunali sul medesimo argomento. A tal riguardo si segnala l’attivazione avvenuta diversi anni  fa presso il comune di San Benedetto del Tronto della Conferenza dei Servizi Permanente sul  verde urbano”, composta da tutti i servizi ed uffici che in vario modo svolgono attività che  interessano il verde pubblico o possono incidere su di esso. Il tema del verde urbano non è  quindi da considerare riduttivamente un “settore di intervento” fra i tanti presenti in città: deve  essere inquadrato con ottica di sistema e permeare tutta la programmazione comunale ad ogni  livello: urbanistico, della mobilità ecc. ed essere integrato negli strumenti urbanistici (PRG in  primis) e nell’attività delle Commissioni Edilizie. Solo dando al Piano del verde la dignità  istituzionale e la cogenza amministrativa di un Piano Regolatore Generale è possibile, infatti,  pianificare efficacemente in una visione di medio-lungo periodo il verde urbano ,evitando che  esso sia costituito da ciò che risulta dal diritto ad edificare, con aree frammentate e collocate in  posizioni non ottimali. 

I contenuti minimi del Piano Regolatore Comunale del Verde Urbano consistono nel Quadro  conoscitivo (censimento quali/quantitativo e distribuzione della vegetazione esistente), un  Piano di Indirizzo e Norme Tecniche di Attuazione che includano anche gli interventi manutentivi  e gestionali. Il suo sviluppo applicativo può essere fatto per piani annuali (generalmente  chiamati Progetto del Verde) che possono riguardare anche aree limitate e non l’intero  complesso del verde comunale, analogamente a quanto avviene con i Piani Particolareggiati. Le  linee guida per una gestione sostenibile del verde urbano redatte dal Comitato per lo sviluppo  del verde pubblico, indicano inoltre che nel Piano del Verde dovranno essere poi chiaramente  esplicitati i meccanismi di attuazione e di monitoraggio degli obiettivi prefissati e man mano  raggiunti, tra cui: 

– la relazione, in un’ottica di pianificazione integrata e multi-obiettivo, con altri  strumenti e piani urbani di settore (Piano dei Servizi, Piano del traffico, Piano Urbano  Generale dei servizi nel sottosuolo, etc.);  

– le indicazioni programmatiche per il piano triennale delle opere pubbliche; i progetti operativi e le soluzioni progettuali da realizzare nel breve-medio termine con  le risorse finanziare individuate; 

– gli indicatori di monitoraggio.  

– Nel momento in cui il PdV affronta le problematiche relative alla previsione di nuove  aree, non può prescindere dal definire i cosiddetti “indicatori di rigenerazione urbana”:  questi consentono, ad es., di verificare i valori degli interventi rispetto alla  permeabilità del suolo e alla presenza della vegetazione, sviluppando sistemi che siano  in grado di mitigare gli eventi meteorici intensi legati ai cambiamenti climatici (rain  garden, dry garden, verde tecnologico); più in generale vanno identificati gli indicatori  per monitorare lo sviluppo del piano ed il raggiungimento degli obiettivi prefissati; i meccanismi di finanziamento e di reperimento risorse per la realizzazione delle  soluzioni progettuali individuate (eventuali espropri, etc.); 

– il piano di informazione-comunicazione per il coinvolgimento, la partecipazione e la  sensibilizzazione. 

Anche la Strategia nazionale per il verde pubblicata a Maggio 2018 individua nel Piano  comunale del verde lo strumento chiave per città più resilienti. 

Le piante nell’ambiente urbano.

Alberi, arbusti ed erbe esistevano ben prima della comparsa del genere Homo nel Pianeta e loro  fisiologia, autoecologia e il loro aspetto odierno è frutto della selezione operata dalla natura in  alcune centinaia di milioni di anni. Tuttavia in un ambiente così particolare quale quello urbano,  queste entità sono soggette a molteplici fattori di stress che non avevano mai subìto in natura  nella loro storia evolutiva; ne deriva che per un approccio appropriato al verde urbano, è  necessario assumere un punto di vista olistico e programmare un’adeguata pianificazione  urbanistica locale e una gestione che tengano conto delle esigenze delle piante e dei problemi  di convivenza con l’uomo e le sue attività, inclusi gli aspetti che possono rappresentare, in casi  particolari, perfino un fattore di rischio o di pericolo.  

Le piante in città, in qualsiasi forma o disposizione, sono una componente di grandissima  importanza per l’umanità perché svolgono funzioni estetico-paesaggistiche, identitarie,  ricreative, ecologiche e sanitarie: i cosiddetti “servizi ecosistemici” in quanto promuovono la  salute e il benessere dei cittadini.  

Le funzioni “ambientali” del verde pubblico e privato sono vastissime, e vanno considerate  nell’immediato e a lungo termine anche perché i tempi di maturazione e di vita delle piante sono  diversi da quelli degli umani e generalmente assai più lunghi. La progettazione e il  mantenimento, pertanto, richiedono un largo concorso di esperienze, di osservazioni  specialistiche e storiche, conoscenza del territorio e di abilità e, in definitiva, sempre nell’ottica  dell’interdisciplinarietà e partecipazione dei cittadini informati per una gestione ecosistemica.  

Va chiarito che il verde urbano propriamente detto include diverse tipologie: le alberate, i parchi,  i giardini pubblici e il verde periurbano, che hanno caratteristiche molto diverse fra loro e queste  condizionano la progettazione degli impianti e le loro finalità. A riguardo occorre tenere  presente che gli alberi sono in relazione comunicativa in primis col mondo degli insetti, ma  anche con la fauna superiore, essendosi sincronizzati nel corso della co-evoluzione naturale per  l’impollinazione attraverso attrazione attuata con l’emissione nell’aria di sostanze chimiche che  noi percepiamo generalmente come “profumi di essenze”, per la propagazione dei semi, per la  lotta ai parassiti; in aggiunta comunicano e intrattengono interscambi simbiotici anche con gli  organismi presenti nel suolo (batteri, funghi microscopici e macroscopici, invertebrati);  comunicano altresì fra loro anche sotto terra, attraverso le radici che si intrecciano  reciprocamente formando anastomosi, sia con individui vicini della stessa specie che fra specie  diverse con cui amano costituire “associazioni vegetali” la cui rete di relazioni produce reciproco  vantaggio. La rete di relazioni infra- e inter-vegetazionale, complessa e invisibile che si instaura  e con le altre forme di vita è decisiva per il reciproco sostegno trofico, per la riproduzione, per  la difesa dagli attacchi da parassiti, per la stabilità meccanica. Il finissimo micelio fungino in  rapporto con le radici (simbiosi micorrizica), inoltre, fornisce all’albero sostanze nutrienti e ha la  capacità di sollevare l’acqua da decine di metri di profondità fino agli strati di suolo più  superficiali, mantenendone l’umidificazione a beneficio proprio e dell’albero oltre che delle  forme di vita legate al suolo. Esso svolge anche un’azione protettiva nei confronti delle piante  con cui è in rapporto, dal momento che l’acqua che trasferisce capillarmente viene filtrata da  eventuali contaminanti di origine naturale o antropica. Le condizioni di impianto migliori dal  punto di vista ecologico possono essere riprodotte per i parchi e per il verde periurbano ove è  possibile favorire le associazioni vegetali tipiche fra alberi, arbusti, essenze erbacee e liane come  l’edera. Più delicata è la situazione dei giardini pubblici soggetti a maggiore pressione antropica  e a calpestio e compattazione del suolo mentre quando si vanno a realizzare le alberate dei viali  diviene importante più che mai il “sesto d’impianto” (vale a dire la distanza fra alberi e arbusti)

e l’area libera di pertinenza che deve garantire gli scambi gassosi e la relazione comunicativa fra  gli alberi.  

Nell’architettura moderna sono degni di nota interventi di “verde verticale” sulle pareti degli  edifici, munite di vasconi (grandi fioriere integrate nel costruito), di “tetti verdi” e giardini pensili.  In tali circostanze occorre tenere presente la tipologia dei vegetali da impiantare considerando  il loro sviluppo dimensionale, l’isolamento delle piante, la necessità di fornitura di acqua e  nutrienti che la pianta non è in grado di procurarsi da sola, l’esposizione alla luce e ai venti e  tutti i possibili effetti collaterali anche negativi che un simile impianto può comportare. Ad  esempio si è verificato che pareti verdi intensamente vegetate abbiano provocato, in cortili  scarsamente ventilati, moria per asfissia di piccoli animali per la stratificazione a terra  dell’anidride carbonica esalata dai vegetali di notte quando, cessata la fotosintesi, era attiva  unicamente la respirazione.  

Infine vanno considerati i casi, non diffusamente estesi ma pure importanti, di specie esotiche  come espressione artistica o didattica di giardini e orti botanici (questi ultimi di grande valore  sia storico-culturale che scientifico, per la tutela ex-situ della biodiversità vegetale).  

I fattori di stress delle piante in città.  

In natura e nel corso della loro evoluzione, gli alberi raramente sono vissuti come singoli individui isolati, ma hanno dato luogo a formazioni forestali, ad associazioni vegetali e a rapporti  simbiotici con il mondo animale e con i viventi del suolo, microscopici o visibili a occhio nudo. Il  bosco è un ecosistema ossia un sistema complesso autosufficiente dominato da alberi, la cui  componente biotica è costituita da piante di varie specie, età e dimensioni e da animali, funghi,  batteri ed altri organismi con interrelazioni integrate fra loro e con l’ambiente chimico-fisico. Il  bosco non ha bisogno dell’uomo per perpetuarsi, ha vissuto benissimo per oltre 300 milioni di  anni in assenza degli umani mentre, al contrario, è la vita dell’uomo ad aver bisogno del bosco e del mondo vegetale. La nostra dipendenza dalle piante è assoluta e continua e non solo per gli  alimenti e altre utilità che direttamente o indirettamente producono: basta smettere di  respirare per qualche minuto per rendersene conto. Da tenere presente che l’ossigeno in forma  molecolare presente nell’atmosfera che respiriamo, è prodotto unicamente dalla fotosintesi  clorofilliana; nei tempi remoti non era presente sulla Terra e solo la comparsa dei vegetali che  lo hanno prodotto come loro “rifiuto” ha consentito lo sviluppo della vita superiore e la nostra  di umani. Dobbiamo tutto alle piante, minuto per minuto.  

Per questo semplice motivo il bosco è soggetto di diritti, di cui sono titolari anche gli alberi come  singoli individui che lo costituiscono. L’analisi del DNA degli alberi mostra che ogni individuo è  diverso dagli altri della stessa specie e, come nell’uomo, è possibile verificare i rapporti di  parentela fra loro. In natura nei boschi l’unione fa la forza: le piante più esterne alla formazione,  che possiamo chiamare “piante di frontiera” perché più esposte ai venti, alle bufere, alle  valanghe, agli aerosol marini, all’inquinamento atmosferico, agli attacchi di parassiti, con la loro  presenza e resilienza (capacità di resistere alle perturbazioni ambientali e alle avversità), proteggono lo stato di salute del resto della comunità forestale. Tranne eccezioni gli alberi in  genere non amano stare soli, anche se individui isolati mostrano una straordinaria capacità di  adattamento. In città, invece, soprattutto lungo le strade, se ci pensiamo bene tutti alberi sono  nelle stesse condizioni di quelli di frontiera e in aggiunta esposti senza protezione a innumerevoli 

fattori di stress sconosciuti alla natura e mai incontrati nel corso dell’evoluzione naturale come  quelli prodotti dall’uomo nelle aree densamente popolate. Il fatto di trovarsi in un contesto – quello urbano- così particolare e artificiale non deve farci dimenticare comunque i diritti e le  esigenze minime degli alberi ma, al contrario, ci obbliga anche soltanto dal punto di vista  utilitaristico, a considerare la necessità di ridurre al massimo i fattori di stress e il benessere delle  piante per una convivenza pacifica tanto utile quanto necessaria. I principali fattori di stress sono  di seguito elencati.  

– Sito d’impianto inadeguato: si impiantano alberi senza badare (cosa peraltro facilissima)  allo sviluppo che l’organismo vegetale avrà man mano che cresce. Così dopo qualche  tempo vediamo marciappiedi occlusi, impraticabili, fastidio agli edifici per la eccessiva  vicinanza agli stessi, rischio di interruzioni per le linee aeree elettriche o telefoniche,  oppure sollevamento del manto stradale operato dalle radici troppo superficiali  (fenomeno, questo, indotto soprattutto quando si mettono a dimora alberi di  dimensioni abbastanza grandi, necessariamente “zollate”, in vaso, prive delle radici “a  fittone”, vale a dire verticali che arrivano a profondità elevate aumentando la stabilità  dell’organismo).  

– Specie arboree inadatte: Si piantano alberi e arbusti, orientando le scelte secondo il  capriccio dell’uomo, accordando preferenze il più delle volte a specie e varietà  provenienti da climi completamente diversi dal nostro, pertanto con esigenze diverse e  per questo soggetti a parassitosi, indebolimento e, in generale, a problemi fitosanitari.  Spesso individui di queste specie, deportati dai loro luoghi d’origine spontanea e  inadatte al clima in cui sono collocati, non vivono ma sopravvivono anche miseramente.  Ho potuto constatare, ad esempio, una Sequoia gigantea (Sequoiadendron giganteum),  una cupressacea che in Sierra Nevada e in California raggiunge i 95 m di altezza e 9 m di  diametro al colletto (ma ne esiste un esemplare col diametro incredibile di 32 metri),  che piantata negli anni ’50 in un giardino nei pressi di Latina, al di fuori del suo ambiente  naturale d’origine è rimasto un alberello di modestissime dimensioni che non cresce e  non muore . Altre specie estranee al nostro clima e all’ecologia degli ambienti del nostro  continente possono diventare, al contrario, infestanti e non controllabili. 

– Terreno inadatto: il suolo non è solo il sito di ancoraggio delle piante ma anche la matrice  in cui si svolgono i processi biologici di scambi e di trasformazione di materia  (acquisizione di acqua e di nutrienti, respirazione delle cellule radicali) e di energia  appartenenti alla normale fisiologia delle piante. La qualità del suolo, la sua fertilità, se  scadenti, sono fattori possono danneggiare le piante e il successo degli impianti di nuove  alberature. Va anche detto che la scelta delle essenze da impiantare deve essere  comunque orientata anche rispetto alle condizioni pedologiche del luogo inteso come  microhabitat: in suoli con elevato grado di umidità naturale andranno preferite, ad  esempio, le Salicacee (Pioppi e Salici) oppure Ontani o i Frassini, mentre su suoli  tendenzialmente aridi specie diverse adatte a quelle condizioni puntuali. In ogni caso il  suolo dev’essere fertile, con una buona dotazione di carbonio organico e  biologicamente vivo: con le radici degli alberi entrano in rapporto diversi simbionti, a  partire dalle estese formazioni delle ife microscopiche dei funghi per finire ai lombrichi  e al resto della fauna invertebrata del suolo con particolare riguardo agli artropodi, il 

gruppo animale più numeroso appartenente alla comunità, a sua volta vastissima, degli  invertebrati.  

– Inquinanti atmosferici. Sono soprattutto i gas di scarico residui delle combustioni (che  avvengono in maniera diffusa nei motori e nelle caldaie per il riscaldamento), e  annoverano principalmente ossidi di Azoto (NOx) , ossido di Carbonio (CO), e in minima  parte gli ossidi di Zolfo (anidride solforosa e solforica, diminuite nel tempo rispetto agli  anni ’60 per i provvedimenti di limitazione delle impurità di zolfo contenute nei  combustibili), idrocarburi. Esistono poi altri inquinanti emessi in misura minore ma tutti  pericolosi per la salute umana come le polveri e Composti Organici Volatili (COV) che  alimentano fenomeni fotochimici che portano alla formazione di ozono troposferico (O3) di formazione secondaria sotto l’azione della radiazione solare. I gas inquinanti vengono  abbattuti in maniera significativa dalle piante e dal suolo fertile (inclusi i prati, con le  loro componenti microbiche naturali), specie se umido. L’ossido di carbonio, ad  esempio, viene abbattuto rapidamente dal suolo ove una dozzina di specie di funghi  microscopici comuni in ogni terreno fertile, lo assorbono e se ne nutrono. Se però  quegli inquinanti si trovano nell’ambiente in concentrazioni elevate, in sinergia con altri  contaminanti e in condizioni climatiche sfavorevoli, si può arrivare a superare i limiti di  tolleranza anche per le piante (che annoverano specie più resistenti e specie assai  sensibili), che così si ammalano e arrivano a perire. Particolarmente nociva è anche  l’eccessiva acidificazione dell’aria originata dai gas inquinanti che si combinano con  l’acqua dell’umidità atmosferica. Il complesso suolo-vegetazione in definitiva, è un  efficiente sistema di depurazione naturale dell’aria ma con dei limiti; come si diceva  nella Scuola Salernitana di antica memoria, “contra vim mortis non est medicamen in  hortis..”: contro la forza della morte non v’è rimedio nell’orto. 

– Inquinamento atmosferico da materiale particolato. Il materiale particolato (particelle  che inquinano l’aria, denominate PM10 perchè del diametro medio di 10 Micron, vale a  dire 10 millesimi di millimetro, e PM 2,5 e inferiori), viene trattenuto dal fogliame e  fissato nel suolo fertile, specie se umido. Fra tutti gli inquinanti, queste particelle sono  riconosciute come la principale causa di tumore e di morte per l’uomo: in letteratura è  riportato che in Italia si stimano 91.000 morti prematuri per inquinamento atmosferico  in un anno, e 66.630 sono dovuti al PM2,5, 21.040 al biossido di azoto (NO2) e 3.380  all’ozono (O3). Gli alberi abbattono il particolato intrappolandolo nella micro-peluria  delle foglie o appiccicandolo su quelle, se resinose. Uno studio condotto a Londra  quantificando la polvere depositata sui mobili all’interno delle case lungo strade, con  assenza di alberi e poi sulle stesse alberate con betulle, ha mostrato che l’alberatura  stradale ne abbatteva il 50%. Tuttavia concentrazioni elevate di PM 2,5 alla fine  danneggiano eccessivamente anche le foglie quando vanno a collocarsi diffusamente  all’interno degli stomi (minuscole aperture composte da due cellule, piccole “bocche”  invisibili a occhio nudo, disseminate sulla superficie delle foglie) che così sono impediti  a regolare, grazie alla loro sensibilità, la propria apertura e chiusura per consentire i  necessari scambi controllati di acqua e di gas tra pianta e atmosfera. La pianta così va in  sofferenza. 

– Inquinamento da metalli pesanti. I metalli pesanti tossici (fra cui Piombo, Mercurio,  Cadmio, Zinco, Rame, Stagno, Nichel e, recentemente, anche Platino, Palladio e Rodio e  altri metalli rari, derivanti dalla degradazione delle moderne marmitte catalitiche) 

presenti nell’aria o nei suoli inquinati, possono essere assorbiti dalle piante e fissate nel  proprio tessuto vivente. Talvolta queste sostanze vengono bloccate e trattenute  all’esterno delle radici, oppure incapsulate in vacuoli cellulari che ne neutralizzano la  tossicità rendendoli non biodisponibili oppure assorbite e distribuite nei tessuti  dell’intero organismo. Le piante appartenenti a specie comuni come i pioppi e i salici, in  aree con presenza di contaminanti di origine naturale (ad es. mercurio nel Monte  Amiata, arsenico e idrocarburi nella Majella) hanno acquisito nel corso dell’evoluzione  naturale anche strategie efficaci per difendersi dalla tossicità di queste sostanze  rendendole sequestrate e isolate a livello biologico al loro interno, tanto che molte di  esse vengono oramai utilizzate come assorbitrici di inquinamento per la bonifica di suoli  nei siti contaminati (Fitorimedio). Anche in questo caso però se si superano determinati  limiti la pianta può andare in sofferenza ma, per fortuna, tali limiti sono veramente assai  elevati. 

– Inquinamento da Idrocarburi. Possono essere idrocarburi incombusti (sgocciolamento  di olio lubrificante e particelle di grasso dai veicoli, oppure inquinanti dell’aria derivanti  dallo scarico dei motori a due tempi dei motocicli che ne emettono in quantitativi  elevatissimi) o residui di combustione, in forma di aerosol particolato o sostanze  gassose. Per gli umani molte di queste specie chimiche sono cancerogene (in particolare  lo sono i policiclici aromatici, il benzene, il toluene e lo xilene) ma le piante e il suolo  fertile hanno capacità di depurazione assai elevate; molti inquinanti di questo tipo  vengono demoliti e metabolizzati dal suolo e dalle piante, quindi ridotti in definitiva  all’innocuità. L’attività microbica del suolo accelera la velocità di biodegradazione anche  delle sostanze aromatiche come i fenoli, molecole piuttosto stabili nel tempo e quindi  resistenti alla degradazione.  

– Rumore e vibrazioni Le piante, attraverso il fogliame, attutiscono l’inquinamento  acustico fungendo da vera e propria barriera fonoassorbente vivente. Tuttavia questi  fattori fisici eccessivi e prolungati, possono provocare anche stress, indebolendole in  diversa misura. È nota, infatti, la sensibilità dei vegetali anche alle vibrazioni con  determinate frequenze: quando ad esempio le cellule di una foglia percepiscono i suoni  provocati dalla mandibola di un bruco che incomincia a masticarle, reagiscono  emettendo segnali interni che stimolano l’emissione di cere e di prodotti chimici  repellenti per gli insetti in tutta la pianta e lo stesso fanno quelle vicine. In città le  vibrazioni del suolo prodotte da metropolitana e dai mezzi pesanti, stimolano le piante  ad allungare le radici e a radicarsi più fortemente, fatto positivo perché ne aumenta la  resistenza ai venti molto forti e diminuisce il rischio di schianto. In definitiva le cellule  vegetali “sentono” i segnali acustici, vibrazionali e chimici rendendosi conto  dell’esistenza di pericoli nell’ambiente e reagiscono con proprie strategie di difesa  “avvertendo” anche le consorelle vicine.  

– Inquinamento luminoso. Ê un importante fattore di stress per gli alberi. In inverno,  quando le foglie sono oramai cadute, è facile vedere, ad esempio nei pioppi, che i rami  nei pressi dei lampioni a luce abbastanza forte portano ancora tutte le foglie mentre il  resto dell’albero è spoglio così come tutti quelli, della stessa specie, dell’intorno. Ciò  avviene perché è stato alterato il “fotoperiodo”, l’orologio interno delle piante che si  basa sulla “misurazione” percettiva della durata delle ore di luce rispetto a quella delle  ore di buio e che regola le fasi biologiche annuali del vegetale. 

– Potature mal fatte. L’albero auto-regola la propria forma e postura, per ottenere la  migliore stabilità, capacità di catturare la luce, resistere a venti e alle correnti d’aria del  luogo esatto ove si trovano, per la migliore ricerca dell’acqua e dei nutrienti. I rami sono  disposti nello spazio in maniera da limitare al massimo l’ombra fra di loro e le foglie si  dispiegano perché tutte possano catturare quanta più luce possibile; se osserviamo un  abete, ad esempio, vediamo che le foglioline più in alto sono orientate tutte  verticalmente per lasciar filtrare la luce verso quelle sottostanti e man mano che si  procede verso il basso le stesse sono sempre più orizzontali ed espongono la maggiore  superficie possibile. Le foglie dei pioppi, poi, sono particolari con il loro picciòlo allungato  e stretto lateralmente; così possono oscillare vistosamente con vento anche  debolissimo e lasciare passare luce alle foglie sottostanti, assicurando all’albero  l’energia per la crescita rapida e l’evapotraspirazione che in questa specie sono  fenomeni molto elevati. Potature mal fatte – spesso vere e proprie capitozzature – alterano l’equilibrio posturale spontaneo, rendono instabili gli alberi e, attraverso le  “ferite” da taglio, espongono alla penetrazione nell’albero di microfunghi, batteri, virus  che creano deformazioni, calli mostruosi, carie interna, attacchi del tronco da parte di  funghi saprobici. Praticamente mai, tranne rarissime eccezioni, i tagli da potatura degli  alberi in città vengono protetti con appositi “medicamenti” (in forma di speciali vernici isolanti e non tossiche, peraltro assai poco costose) per scongiurare infezioni che  generano parassitosi e conseguenti cadute di rami e che spesso sono letali per l’albero  con schianti pericolosi per la sicurezza dei cittadini. Le capitozzature producono il  disseccamento delle radici a fittone che sono quelle verticali profonde che più assicurano la stabilità dell’albero. Anche il taglio di rami principali portano al  disseccamento delle corrispettive radici a cui erano fisiologicamente connessi, col  risultato di favorire l’instabilità degli alberi. Altro fattore di instabilità deriva dalle  potature che rendono gli alberi sottili e “filanti”, tutti sviluppati in altezza, con ciò  sottoposti ad un braccio di leva che ne facilita la caduta sotto la spinta del vento.  

– Spazio insufficiente per lo sviluppo delle radici. L’attenzione a creare le condizioni per il  miglior sviluppo delle radici è generalmente bassa o nulla. Eppure da questo dipende  gran parte della salute della pianta e, soprattutto, la sicurezza che l’albero non cadrà su  persone o sulle automobili allo spirare di venti di forte intensità. Al di là della pratica di  reciderle perché magari sollevano pavimentazioni o il manto stradale o per interrare  cavi e tubazioni, occorre considerare che le radici devono potersi sviluppare in maniera  adeguata ed armonica anche per svolgere la funzione di solido sostegno. L’apparato  radicale, dotato di finissima sensibilità, è per gli alberi un importante “centro di  comando” della fisiologia dell’intero organismo, di “comunicazione” col biota  circostante e dal suo sviluppo dipendono il loro stato di salute e la longevità.  

– Atti sconsiderati attuati dall’uomo. Gli alberi in città sono soggetti anche ad attacchi  prodotti dall’uomo, per accidente, per ignoranza o deliberatamente. Si pensi agli insulti  prodotti ai tronchi con all’infissione di chiodi o, peggio, con cercini di metallo, con cappi  di cavi d’acciaio che stringono sempre di più con l’accrescimento e provocano calli  mostruosi e che possono portare la pianta alla morte, letteralmente “per impiccagione”.  Si pensi ancora a chi, dopo aver lavato le vetrine dei negozi o i pavimenti, butta acqua  sporca con detergenti chimici entro le aiuole, avvelenando le radici. Capita anche di  vedere automobili parcheggiate in parte sopra il terreno attorno all’albero o sull’aiola, 

compattandolo, impedendo così l’assorbimento dell’acqua piovana e la respirazione  radicale. Frequenti sono pure le potature abusive fatte in proprio da privati o sollecitate  al Comune, al solo scopo reale di far vedere da tutte le angolazioni e da più lontano  possibile le insegne e le vetrine dei negozi, ed esistono persino avvelenamenti deliberati  di alberi per gli stessi motivi. Questi comportamenti vanno stigmatizzati, sanzionati e  combattuti soprattutto con la cultura e la conoscenza e rimpiazzando sempre e  rapidamente l’albero soppresso. Va detto, di converso, che esistono anche casi opposti,  virtuosi: persone che adottano un’aiuola, un piccolo spazio verde pubblico, che curano  l’albero di fronte alla propria casa o luogo di lavoro, che offrono all’albero sul suolo  pubblico il soccorso con un po di acqua nei periodi di massima siccità.  

I benefici degli alberi in città (servizi ecosistemici resi all’uomo) 

Premesso che gli alberi sono da rispettare in sé, al di là delle considerazioni utilitaristiche, in  quanto organismi complessi, dotati di fortissima autosufficienza, pilastri della biodiversità e degli  ecosistemi naturali, titolari di diritti, elementi fondamentali degli equilibri ecologici locali e  globali, non possiamo non considerare e apprezzare anche i “servizi ecologici” resi da queste  creature anche alla comunità umana. Tali servizi riguardano il sistema albero-ambiente (sia  aereo che in riferimento al suolo fertile) e possono essere così schematicamente riassunti. 

Produzione di ossigeno, fatto noto a tutti ma non altrettanto noto è che, dal momento che la  diffusione di questo gas nell’atmosfera è un fenomeno piuttosto lento, più si è vicini agli alberi  e maggiore è l’ossigenazione benefica localmente presente.  

Assorbimento dell’anidride carbonica : gli alberi, e il mondo vegetale, sono grandi regolatori del  clima globale in quanto contengono il riscaldamento del Pianeta entro limiti ottimali per la vita  e per l’uomo. Non c’è altro sistema o rimedio per sottrarre rapidamente l’anidride carbonica,  principale gas serra, presente attualmente in eccesso nell’atmosfera. La lotta ai cambiamenti  climatici vede negli alberi i principali alleati dell’umanità. 

Regolazione del microclima locale attraverso l’umidificazione dell’aria: in estate nell’aridità  spinta delle città, l’evapotraspirazione delle piante produce notevole miglioramento del  microclima e quindi benessere. 

Contenimento dell’“isola di calore” urbana: le piante non si limitano a produrre ombra e a  riflettere ed assorbire radiazione solare, ma attraverso l’evapotraspirazione, abbassano  sensibilmente la temperatura del luogo in cui si trovano. Creano frescura, comportandosi  come vere e proprie pompe di calore, autentici condizionatori della temperatura dell’aria 

ambiente. Il passaggio di stato dell’acqua da liquida a vapore, infatti, sottrae energia (e quindi  calore) dall’ambiente circostante, raffreddandolo. E fanno questo servizio termodinamico  gratuitamente e in autonomia. Sono pertanto una risposta alla mitigazione e all’adattamento  nei confronti soprattutto delle ondate di calore estive sempre più frequenti soprattutto in città  ove di parla di “isole di calore” esasperate a causa dei mutamenti climatici e dell’intorno  occupato da edificato e asfalto che si riscaldano notevolmente; le ondate di caldo torrido  responsabili, secondo le statistiche, di innumerevoli decessi prematuri soprattutto tra le persone 

anziane. Oggi i decessi prematuri dovuti a questa causa sono stimati, nel mondo, in 12000  all’anno, destinati a divenire 260000 al 2030. 

Miglioramento dell’equilibrio idrogeologico: Le superfici attrezzate a scopo di drenaggio  divengono anche spazi urbani di qualità, verdi, habitat naturali, che contribuiscono a connettere  in rete parchi, giardini, quartieri e possono essere realizzati anche in forma di stagni di bellezza  naturaliformi, utili tra l’altro alla riproduzione di varie specie animali come gli anfibi. Gli  interventi denominati Green Streets consistono nel graduare dolcemente le pendenze di strade,  piazzali e marciapiedi per convogliare le acque piovane verso aiuole o aree fertili ove possono  essere assorbite nel suolo. Si alleggerisce, in questo modo, l’immissione delle acque nel sistema  fognario e si evita che le portate idriche di supero che non possono essere accettate dagli  impianti di depurazione che hanno necessariamente capienza limitata, vengano sversate  direttamente nelle acque superficiali. Queste aree assorbenti rendono assai gradevole il clima  e la bellezza della città e dei quartieri e ne migliorano l’aspetto con una grande varietà di piante che possono contare su maggiori riserve idriche sotterranee di cui alimentarsi. La ricarica delle  falde contribuisce anche all’equilibrio idrogeologico dell’ambiente urbano e alla sopravvivenza  o alla rinascita di sorgentelle locali che spesso alimentano antiche fontane oramai non più  utilizzate a seguito dell’arrivo dei moderni acquedotti o addirittura andate in asciutta, ma che  hanno un valore storico, demo-antropologico e urbanistico e talvolta monumentale. Va pertanto  abbandonata la pratica di isolare gli alberi imprigionandoli in spazi angusti con muretti o  addirittura con inutili vasconi di cemento. 

Detossificazione dell’aria: i cosiddetti “ossidi di azoto”, gas tossici derivanti dalle combustioni,  che chimicamente in realtà andrebbero chiamate “anidridi”, sono molecole avide di acqua con  la quale reagiscono prontamente formano i rispettivi acidi. In condizioni normali i due gas,  l’azoto e l’ossigeno molecolari, componenti normali dell’atmosfera in cui siamo immersi (circa il  78% per l’azoto e 21% per l’ossigeno) non reagiscono fra loro. Per potersi legare e formare le  anidridi occorre che l’aria sia portata a temperature assai elevate che aumenti l’agitazione delle  molecole, un “impazzimento” che produce e urti “efficaci”, oppure che vi sia una compressione  elevatissima che costringa le molecole unirsi per forza. La prima cosa avviene con le  combustioni, ma il motore a combustione interna è lo strumento più efficace perché svolge  entrambe le funzioni: riscaldamento con lo scoppio e simultanea compressione. Gli acidi Nitroso  e Nitrico) derivanti da quelle anidridi gassose reagendo, sempre con rapidità, con i minerali del  suolo e con le superfici lapidee formando nitriti e nitrati, molecole assai solubili, che sono  nutrienti-fertilizzanti per i vegetali. Il sistema suolo-piante, quindi aiutano a rimuovere dall’aria  questi pericolosi inquinanti di cui alla fine i vegetali si nutrono. Le piante assorbono un una  quantità di inquinanti atmosferici oltre ai composti dell’Azoto: esperimenti condotti a New York,  per esempio, hanno stimato che nel 1994 gli alberi della città hanno rimosso circa 1800  tonnellate di inquinanti atmosferici, con un valore in termini di risparmio per la società di 9,5  milioni di dollari. Uno studio condotto su un’area verde a Milano ha mostrato che una superficie  boscata al 30% apportava un sequestro annuo di un quarto degli inquinanti rispetto a pari  superfici prive di alberi. Si ribadisce comunque che questi sono ancora dati parziali e  sottostimati: abbattitori infatti sono anche semplici prati erbosi, arbusti, filari di siepi e il suolo  fertile. Ovviamente anche per questo aspetto gli eccessi sono da evitare perché nuocciono  anche alle piante soprattutto per l’acidificazione delle foglie per le deposizioni dall’aria. In città  l’alternativa all’impiego delle piante nella detossificazione dell’aria siamo noi umani; infatti  ciascuno espone mediamente circa 140 metriquadri di superficie polmonare umida agli  inquinanti atmosferici: inaliamo anidridi trattenendone i rispettivi acidi nel nostro organismo, e 

assorbiamo polveri e particolato, il già descritto PM . A chi obietta sulla necessità di operare  forestazione urbana andrebbe chiesto se la detossificazione dell’aria convenga farla fare ai  vegetali con il loro suolo..oppure alle decine di ettari di superficie polmonare umida dei cittadini  che non possono fare a meno di respirare.  

Contenimento dell’inquinamento da rumore: il fogliame spezza e ammortizza le onde  acustiche, attenuandole. Opportune alberature stradali con specie sempreverdi possono  mitigare il disturbo da inquinamento acustico sia se provocato da fonti dirette che da onde  acustiche riflesse tra le pareti dei palazzi e che si propagano rimbalzando fino ai piani superiori.  Ove necessario e con spazi disponibili con gli alberi in più filari è possibile creare vere e proprie  barriere fonassorbenti vegetali, magari in aggiunta o in alternativa ai classici pannelli. Con la  bellezza di barriere vegetate è infatti possibile anche mascherare e rendere completamente  invisibili i pannelli fonoassorbenti classici, lungo strade e ferrovie, ed evitare che in quelli  trasparenti vadano a collidere gli uccelli in volo. Lo stesso vale per impedire il proliferare  eccessivo dei cartelloni pubblicitari e le scritte imbrattanti sui muraglioni, veri e propri detrattori  ambientali, apportatori di confusione di messaggi e bruttezza percepita. Importante a questo  scopo è l’impiego delle liane in città, ovvero di rampicanti sempreverdi come, ad es. l’edera, per  ottenere bellezza mascherando muraglioni e la riduzione dell’inquinamento acustico.  

Bioindicazione delle qualità dell’aria: il metodo più semplice per valutare la qualità dell’aria ,  puntualmente in un determinato posto, è quello di osservare sui tronchi degli alberi la presenza,  l’estensione e l’abbondanza di specie di licheni epifitici (vale a dire che crescono sui tronchi delle  piante). I licheni reagiscono al complesso degli inquinanti atmosferici e la loro estrema sensibilità  li rende estremamente fragili anche perché la loro vita dipende esclusivamente dalla qualità  dell’aria. In presenza di inquinamento atmosferico le specie più sensibili presto scompaiono e  le altre, più resistenti, riducono il proprio tasso di crescita e poi col crescere dell’inquinamento  riducono le dimensioni del loro tallo. La valutazione grossolana e speditiva – ma significativa della qualità dell’aria in un’area ristrettissima o puntualmente in una strada o in un giardino può  essere fatta osservando le diverse macchie di colore e le diverse forme licheniche e contandole,  su una superficie fissa, senza ripetizioni. Dove vediamo tronchi incrostati da numerose specie  di licheni e presenti in macchie di estensione considerevole, l’aria è di migliore qualità; poche  specie e di ridotte dimensioni indicano aria con un po di inquinamento, mentre la presenza una  sola specie indica aria inquinata e infine l’assenza completa di licheni, chiamata “deserto  lichenico”, indica aria molto inquinata. Anche gli apici vegetativi primaverili delle piante sono  indicatori di qualità dell’aria: tanto più sono verdi e sani e tanto più vuol dire che l’aria è poco o  nulla affetta da inquinamento. Se consideriamo il costo molto elevato delle centraline  automatiche per il monitoraggio chimico della qualità dell’aria (di acquisto, di installazione, di  manutenzione e di gestione ordinaria che richiede personale addetto quotidianamente e analisi  di laboratorio) che impone uno scarso numero di punti di rilevamento nelle città, risulta subito  evidente che l’utilizzo dell’osservazione degli alberi con la propria dotazione spontanea naturale  di licheni per gli stessi fini ha un valore anche economico e sociale elevatissimo. Ha anche un  valore “democratico”, perché consente a chiunque di poter valutare, grossolanamente ma in  maniera attendibile, lo stato di qualità media dell’aria che respira. A Berna da decenni gli alberi  di città, per i licheni che ospitano, fanno parte ufficialmente, assieme alle centraline di analisi  automatiche, del sistema di controllo e valutazione dell’inquinamento atmosferico urbano. Chiaramente la valutazione dell’inquinamento atmosferico basata sui licheni può essere 

effettuata anche in maniera scientifica e specialistica, ma occorre che il metodo standardizzato  sia applicato da personale specializzato (o che intende specializzarsi) nel riconoscimento delle  specie licheniche.3 

Conservazione della biodiversità: Gli alberi ospitano svariate specie di animali, dando loro  rifugio, cibo, luogo di nidificazione. Nelle cortecce distaccate si realizzano nicchie che offrono l  “la casa” a pipistrelli e riparo a numerose specie d’insetti. Nei tronchi morti_in piedi i picchi  prediligono scavare i loro nidi e sui pini vivono coleotteri predatori di insetti e di acari nocivi.  Varie, anche se difficilmente visibili, sono le specie di mammiferi (scoiattoli, ricci, ma non solo)  che utilizzano gli alberi per rifugio anche scavando tane fra le radici e/o alimentazione,  arricchendo così la fauna delle nostre città.  

Contrasto all’alienazione: La monotonia, la spersonalizzazione che l’edificato spesso induce tra  i cittadini (soprattutto se brutto o banale), può essere contrastata dagli alberi soprattutto se  autoctoni. Ci sono ambienti cittadini identici a sé stessi che potrebbero essere in qualsiasi altro  posto lontano, a qualsiasi e latitudine; gli alberi possono ridare identità geografica a posti simili:  in una pianura planiziale, ad es., la presenza di vegetazione tipica spontanea, vale a dire quella  che si sarebbe insediata spontaneamente in quel luogo se non ci fosse stato l’uomo, ha una  funzione identitaria, positiva, aiutando il cittadino a conoscere e apprezzare il luogo in cui vive.  

Spazi attrezzati per lo sport: le attività sportive, sia semplicemente salutistiche che di livello  agonistico, possono trovare negli spazi verdi tal quale o appositamente attrezzati le loro  straordinarie palestre naturali all’aperto, di gran lunga più gradevoli e salutari di quelle chiuse  tra quattro mura, strutture che comunque restano indispensabili nei periodi di maltempo o  quando occorrano attrezzature particolari. Campi da tennis, da pallavolo, da pallacanestro,  piscine all’aperto, piste per marciare, soprattutto se facilmente raggiungibili nel breve tempo di  15 minuti a piedi, appartengono al sistema urbano del verde anche se andrebbero conteggiati  in maniera distinta rispetto alla dotazione “verde/pro capite” in quanto comunque attrezzature  sportive.  

Benessere psico-fisico: Il bosco e gli alberi, con la loro bellezza e con i loro profumi, assicurano  benessere fisico e psichico all’uomo: il contatto regolare col bosco soprattutto se non alterato  dall’uomo, con i parchi urbani alberati e con i camminamenti lungo i filari, aumentano la  resistenza alle malattie, accelerano i processi di guarigione, attivano il benessere psicofisico e  favoriscono la nascita di nuovi neuroni nei cervelli anziani che riacquistano comportamenti  giovanili contrastando diverse patologie degenerative. 

Promozione del paesaggio: la presenza degli alberi costituisce una rivoluzione nella bellezza  complessiva dei luoghi; anche quelli più scialbi, urbanisticamente non attraenti o addirittura  banali, assumono nuova bellezza e divengono attraenti se corredati di una buona dotazione  arborea, con presenza equilibrata di sempreverdi e caducifoglie, con aiuole di suolo fertile, con  arbusti ed erbe con fiori e colori della natura, in definitiva grazie alla biodiversità. Divengono  

3Il metodo per valutare la qualità dell’aria attraverso l’osservazione e la misura della presenza,  estensione su una superficie e frequenza dei licheni si chiama IBL (Indice di Biodiversità lichenica),  pubblicato dall’ISPRA e scaricabile gratuitamente digitando :  

http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/manuali-e-linee-guida/i-b-l-indice-di-biodiversita lichenica.

interessanti i mutamenti di aspetto e di colori al volgere delle stagioni, i profumi, la presenza di  uccelli, la percezione del vento fra le foglie.  

Valorizzazione dei Beni storici, artistici, culturali: anche i beni storici, culturali, monumentali,  artistici se visti nel loro contesto naturale-ambientale di corredo verde nel quale erano stati  concepiti, assumono valore percettivo e maggiore significato e godimento. Un’area archeologica  di epoca italica o romana, un tempio greco o una villa del Palladio, non possono essere godute  nella loro pienezza se circondati di alberi di Eucaliptus originario dell’Australia e della  Tasmania…o da Ailanthus della Cina. Di contro molte delle ville storiche devono la loro bellezza  anche alla piantumazione di specie esotiche che nel tempo sono diventate parte integrante di  quel paesaggio (si pensi ad esempio agli alberi monumentali presenti in svariate città e non di  rado risultato di piantumazioni del passato). In questi casi occorre svolgere una indagine storica  –archivistica e fare ricorso a foto d’epoca o a dipinti, ove possibile. 

Funzione sociale, aggregativa: Isole di alberi in città, anche piccole, magari corredate di  panchine e con prato e giochi per bambini, con un’area recintata di dimensioni adeguate per lo  sgambettamento dei cani, divengono attrattive di persone favorendo la socialità, la conoscenza  tra persone, la responsabilizzazione verso la custodia e la pulizia degli spazi comuni. Esperienze  fatte in grandi città come Parigi, di orti-giardini urbani, hanno mostrato che le aree verdi e orti  accuditi direttamente dai cittadini divengono veri e propri centri sociali, luoghi di aggregazione  di persone di tutte le età, di riduzione dei conflitti e promuovono solidarietà e maggiore  sicurezza. Occorre tuttavia agire con cautela. Per quanto riguarda gli orti urbani, dal momento  che i prodotti sono destinati all’alimentazione umana, occorre prestare attenzione al possibile  inquinamento del suolo nel luogo d’impianto e alle deposizioni di contaminanti che possono  pervenire sulle coltivazioni dall’atmosfera. Per valutare l’idoneità di un suolo alla coltivazione  di alimenti, oltre all’ispezione visiva dell’intorno e del luogo specifico per controllarne l’assenza  di rifiuti e di colorazioni anormali, si può verificare la presenza di invertebrati (lombrichi,  artropodi ) che abbondano in suoli sani (sono indicatori biologici di qualità); in caso di dubbio si  può prelevare un campione composito (vale a dire ottenuto mescolando fra loro piccoli sub campioni di terra prelevati in un ideale reticolo) da sottoporre ad analisi in un laboratorio  chimico specializzato. Per le deposizioni atmosferiche occorre valutare la presenza di arterie  stradali e di altre fonti di inquinamento atmosferico industriale nelle vicinanze che possano  interessare gli orti. Si consideri infine anche la possibilità di realizzare giardini chiusi in serra, con  strutture che possono essere artistiche, con vetrate di bellezza e frutteti sociali. 

Sviluppo della didattica naturalistica e della cultura storico-sociale ed ambientale della città e  del suo territorio: è dimostrato come la didattica svolta in parte all’aperto, concretamente  legata alla conoscenza del territorio utilizzando l’ambiente come laboratorio naturale, con le sue  evidenze e peculiarità , sia estremamente proficua nella formazione del cittadino e delle classi  dirigenti e in definitiva per il raggiungimento della sostenibilità e del vivere civile. La didattica  svolta nel verde, diffusa in Svizzera e nella Scandinavia e sempre più adottata in varie parti del  mondo, ha mostrato vantaggi significativi anche sotto il profilo dell’apprendimento scolastico  generale. 

Benessere, svago ed educazione per i bambini. E’ questo un tema di grande importanza. Le  aree verdi concepite anche a questo scopo devono essere realizzate vicino agli asili, alle scuole  materne ed elementari o all’abitato comunque raggiungibili di norma al massimo nel tempo di  15 minuti circa camminando a piedi. Tali aree possono essere corredate da un piccolo stagno 

pieno di vita o munite di una mini-fattoria degli animali ove è possibile osservare oche, galline,  altri animali domestici da accudire. Questa funzione specifica rivolta ai bambini, può essere  svolta più agevolmente nei vivai, allo scopo opportunamente dotati di attrezzature con animali  domestici. Sono attrattive anche serre attrezzate come “casa delle farfalle” o anche la creazione  di piccoli giardini di specie aromatiche che possono contribuire non solo all’educazione  ambientale ma anche alla biodiversità. 

Le piante nell’ambiente umano: quali criteri per una progettazione  ecologica del verde urbano? 

1) La scelta delle specie da impiantare è molto importante. Occorre dare innanzitutto  preferenza alle specie appartenenti alla flora spontanea potenziale locale che, tra l’altro,  comprende molte entità di particolare bellezza e definibili, in termini forestali, “nobili”  e identitarie. La flora locale è anche quella “più conosciuta” dalla fauna locale ed è la più  adatta ad ospitarla avendo vissuto lunghissimi tempi di relazioni e di co-evoluzione e di  adattamento con vantaggi reciproci. Va applicato il concetto di “restauro ambientale”  imitando i criteri adottati nel restauro di un bene culturale che richiede tipicamente la  comprensione dell’oggetto, la sua conoscenza di dettaglio e della veduta d’insieme che  regoleranno la progettazione delle tecniche risanatorie. Allo stesso modo la  progettazione del verde urbano e periurbano non può essere fatto astrattamente “su  una tela bianca” ma deve seguire criteri ecologici aderenti alla vocazione naturale  spontanea dei luoghi. Adottare criteri diversi comporta non solo la realizzazione di “falsi  culturali” (e colturali) ma anche indebolimento dell’intero impianto che, se inadatto, alla  fine rischia di essere fortemente danneggiato o eliminato, nel tempo, dalle pressioni  selettive della natura o delle attività umane. 

2) Oltre all’individuazione delle “specie giuste”, la preferenza va rivolta per quanto  possibile alle varietà locali di quelle specie, vale a dire agli ecotipi autoctoni. Si  definiscono così le piante indigene, presenti localmente da generazioni, se non da tempi  immemorabili, e che hanno caratteristiche genetiche che hanno consentito loro di  passare indenni il vaglio spietato della selezione naturale in sede locale. In quanto  sopravvissute, esse risultano essere le più adatte, le più vigorose e resistenti alle  avversità che possono presentarsi localmente e quindi necessitano di minori cure  colturali (meno o nulla fitofarmaci e altri interventi di sostegno). Non basta quindi aver  individuato le specie “giuste”, ma occorre rivolgersi anche ai tipi locali di quelle specie.  La pratica qui raccomandata non solo è vantaggiosa per il buon esito degli impianti di  alberi ma costituisce anche uno dei provvedimenti scientificamente corretti e necessari  per la salvaguardia, conservazione e promozione della biodiversità a livello genetico,  oggi messa in pericolo dal vivaismo utilitaristico commerciale che non tiene conto  dell’adattabilità delle piante ai luoghi in cui verranno insediate e non raccoglie per intero  la variabilità genetica esistente all’interno della stessa specie, rischiando di far perdere  molte di quelle caratteristiche che permettono l’adattabilità a mutate condizioni  ambientali. A titolo di esempio vi sono piante che emettono assieme a semi che  germinano normalmente, un certo quantitativo di semi “dormienti” per alcuni anni  prima di germogliare e questo garantisce la sopravvivenza della specie in caso di  calamità naturali come potenti gelate o attacchi generalizzati di parassiti; nei vivai  questi semi non germogliati assieme ai suoi consimili sono considerati sterili, vengono  buttati come rifiuto e con ciò si perde una caratteristica genetica acquisita con 

l’evoluzione per la sopravvivenza della specie. Si tratta, in definitiva, di salvaguardare e  valorizzare la ricchezza dei genotipi presenti nel territorio, anche all’interno delle stesse  specie. È accaduto che una potente gelata abbia seccato circa 40 anni fa quasi tutti gli  allori dell’Italia centrale-adriatica, mentre quelli “selvatici” presenti persino in montagna  o lungo alcuni corsi d’acqua non hanno avuto conseguenze di sorta. Osservandoli nel  tempo si è visto che quegli esemplari avevano anche foglie più profumate e, a differenza  di quelli di origine vivaistica, anche non attaccati dalle cocciniglie: ecco individuato un  ecotipo locale, il cui patrimonio genetico merita di essere conservato attraverso la  moltiplicazione di quelle piante e la loro diffusione. Ovviamente il ricorso alle specie  locali e agli ecotipi locali di quelle specie non dev’essere un dogma: possono essere  impiantate anche specie diverse purchè non infestanti (come ad es. la Ginkgo biloba o il  Cedro del Libano o la Magnolia), in ragione della loro bellezza di portamento o di colore  del fogliame, o per il profumo o per le spiccate funzioni ecosistemiche che possono  fornire (es. perché assorbono inquinanti atmosferici o come barriera contro  l’inquinamento da rumore o per i frutti appetiti dall’avifauna). L’importante è che la  matrice verde della città sia quella potenziale autoctona largamente preponderante e  che le specie alloctone siano l’eccezione consapevole.  

3) La scelta delle entità da impiantare deve essere attentamente valutata rispetto alle  esigenze della pianta e rispetto al suolo (in particolare natura sabbiosa-silicea o  argillosa, calcarea o vulcanica ecc.), al grado di umidità, permeabilità e rispetto alla  presenza di manufatti, abitazioni, strade e marciappiedi. Attenzione particolare va  posta nel garantire che l’albero abbia il suo spazio vitale una volta cresciuto e non  produca fastidi. Tali accortezze eviteranno che la pianta crescendo arrivi ad ostruire il  passaggio dei pedoni, rovini il manto stradale e le pavimentazioni con le proprie radici,  diano fastidio alle abitazioni così da richiedere potature anche estreme e, alla fine,  abbattimenti e sostituzioni.  

4) Va assunta la filosofia per cui ogni potatura è da intendersi come una sconfitta: se  necessaria vorrà dire che sono stati commessi errori all’origine nella scelta della pianta  e nel suo posizionamento il quel luogo. Potature sono possibili ma solo se leggere, di  forma oppure rivolte ai rami secchi che potrebbero cadere sotto la spinta del vento o  sotto il peso della neve. In ogni caso andranno effettuate da personale esperto,  opportunamente addestrato. 

5) La scelta delle specie di alberi e arbusti, ma anche di cespugli erbacei, specie rampicanti  (liane), terrà conto, altresì, del loro sviluppo, della bellezza e delle conoscenze attuali  circa la resistenza specifica delle piante agli stress ambientali e della loro capacità di  abbattere inquinanti atmosferici purificando l’aria e l’inquinamento da rumore. A tal  proposito va considerato che la pianta svolge queste funzioni tanto più quanto è in  buona salute e che questa dipende in gran parte anche dalla naturalità del suo apparato  radicale nella profondità del suolo e nel terreno: pertanto nella scelta della specie più  idonea, oltre all’attenzione alla parte aerea, (tronco, rami e foglie), va considerata anche  quella sotterranea e l’immediato intorno del suolo di pertinenza per il libero ed esteso  sviluppo dell’apparato radicale. Indispensabile è quindi anche la preparazione del  terreno nel luogo d’impianto, che va fatta in profondità e lasciare terreno libero da  asfalto o cemento in cui possano insediarsi fittamente le densissime reti di ife fungine  che, in simbiosi con le radici, svolgono la funzione di sollevare l’acqua dagli strati  profondi verso l’alto, assicurano il miglior reperimento di nutrienti anche a distanza,  rilasciano ormoni della fertilità e vitamine, mentre proteggono l’albero filtrando gli  inquinanti (metalli pesanti, radionuclidi , sostanze organo-clorurate) presenti nel suolo 

e nell’acqua. Le ife fungine, inoltre, mettono in comunicazione fra loro gli alberi a livello  sotterraneo, portando informazioni utili a difendersi dai parassiti o per coordinare la  cosiddetta “pasciona”, vale a dire periodiche fruttificazioni abbondanti coordinate e  simultanee. Vanno pertanto perseguiti, per quanto possibile, raggruppamenti di alberi  o di arbusti delle specie preferibilmente tipiche locali, sia in “corridoi” con impianti sotto  forma di filari per connettere fra loro varie aree verdi e sia con l’importante realizzazione  di “isole verdi”, vale a dire raggruppamenti di alberi da impiantare ove c’è spazio  disponibile preferibilmente con arbusti normalmente ad esse associati (es. a livello  litoraneo, Pino con Mirto e con edera rampicante). Lo stare insieme ed essere connesse  in relazione fra loro, aiuta la salute delle piante ed è ancora più desiderabile per la  riproduzione sessuata delle specie dioiche (vale a dire a sessi separati)mentre porta  vantaggi a tutte le biocenosi. Soprattutto per la conservazione della biodiversità andrà  privilegiata una mescolanza di specie fra loro compatibili (associazioni vegetali note,  sempre dando priorità al modello vegetazionale tipico locale, evitando interventi di  forestazione monospecifici e per quanto possibile la coetaneità) e di varie dimensioni:  ciò oltre a contribuire a creare un habitat più vario per la fauna consente una maggiore  stabilita e resistenza della comunità vegetale (e una maggiore biodiversità vegetale). La  varietà di specie può facilitare anche la colonizzazione da parte di organismi del suolo  (batteri, funghi, invertebrati), essenziali per mantenere nel tempo i nuovi impianti.  

6) Un giusto equilibrio tra piante decidue (caducifoglie) e piante sempreverdi, tra conifere  e angiosperme (piante con fiore e frutto) va tenuto in considerazione per finalità  estetiche e per i servizi ecosistemici in ambiente urbano. Ad es. per costruire barriere  contro il rumore ci si rivolgerà alle sempreverdi e lo stesso vale per i muri con liane per  attutire le onde acustiche riflesse.  

7) Non secondaria è la scelta di essenze vegetali che profumano l’aria. I panorami vegetali  percepiti con la vista sono notoriamente benefici per la salute fisica e psicologica umana.  Non adeguatamente considerata, invece, è l’importanza degli odori delle piante,  percepiti anche col più potente dei nostri sensi –l’olfatto- sottoforma di profumi di  essenze che sono dovuti a molecole volatili che percepiamo anche se presenti in tracce  nell’aria-ambiente. È accertato da numerosi studi che i profumi di origine vegetale  influenzano in modo profondo il nostro benessere e condizionano marcatamente il  “profilo dell’umore”: riducono stati di confusione, tristezza, terrore, senso di colpa,  stanchezza, vigore-iperattività. La presenza di formazioni boschive, in aggiunta, stimola  la formazione e l’azione delle cellule NK (Natural Killer), così chiamate perché producono  proteine anticancro: le persone che trascorrono anche solo due ore in mezzo agli alberi,  godendone vista, profumi, meglio ancora se in panorama sonoro naturale in cui possono  udire esclusivamente il canto degli uccelli, delle cicale e lo “stormire” del vento nelle  fronde, mantengono questa benefica protezione all’incirca per un mese. È accertato,  altresì, che la presenza delle piante in luoghi di cura accelera la guarigione dei pazienti,  di gran lunga rispetto a quelli che sono degenti in ambienti che ne sono privi. Anche  nella formazione psicofisica le piante dànno vantaggi straordinari tanto che in molte  nazioni industrializzate si organizzano diffusamente scuole residenziali nei boschi. In  Giappone il sistema sanitario utilizza lo shirin – yoku, (letteralmente “bagni di alberi”)  per terapie fatte passeggiando per circa almeno 2 km in mezzo ai boschi o nei parchi  alberati di cui le metropoli di quel Paese sono dotate. Tale terapia che potremmo  definire “arborea” è riconosciuta ufficialmente tra i livelli assistenziali dal sistema  sanitario nazionale giapponese. Recentemente, infine, si sta diffondendo l’utilizzo di 

specie aromatiche (lavanda, timo, peperoncino, etc.), soprattutto per costituire siepi  ornamentali o di delimitazione (ad esempio aree cani). 

8) Per la sicurezza dei cittadini, da perseguire evitando cadute di alberi o di rami, sono  richieste diagnosi precoci sulla staticità degli alberi, che solo in prima approssimazione  va effettuata con ispezione visiva. Per avere certezza sulla pericolosità dell’albero  occorrono infatti diagnosi effettuate con adeguati strumenti e da personale esperto e  qualificato. Occorre, in ogni caso, vigilare e nei casi critici assicurare un’eventuale  adeguata manutenzione, scientificamente corretta e non basata sulle mutilazioni  affidate all’opera delle motoseghe ( es. imbracature con tiranti, pali di sostegno, terapie  adeguate). Anche i criteri di sicurezza devono essere tenuti presenti fin dal momento  della scelta delle specie e delle varietà dell’impianto, dal momento che talune specie  sono naturalmente più soggette di altre a patologie, a schianti, ad auto-potatura dei  rami operata dalla neve, e alla fine a cadute. Lo stato di salute delle piante ne aumenta  la stabilità e staticità. Va comunque detto che un livello di sicurezza assoluto non è mai  perseguibile, in questo come in altri campi (es. nei trasporti, nel lavoro e persino in casa) e l’enfatizzazione giornalistica e l’accanimento di qualche persona in caso di caduta di  rami o alberi devono essere culturalmente contrastati e ricondotti alla ragione; non si  vede mai, infatti, in caso immensamente più frequente, anzi quotidiano, di incidente  automobilistico, reclamare l’eliminazione delle automobili dalle città. Questo è ancora  più valido nell’era in cui siamo entrati, di eventi eccezionali ricorrenti a breve termine,  dovuti ai cambiamenti climatici: tifoni, venti che hanno raggiunto nel 2018 i 200 km/h  nel nord-est del nostro Paese. 

9) Vanno evitate fermamente specie arboree, arbustive ed erbacee invasive, infestanti,  estranee al nostro ambiente come, ad es. l’Ailanto e la canna della pampas (Cortaderia  selloana- graminacea che sta infestando la Riserva Naturale Pineta Dannunziana a  Pescara), anche per evitare il propagarsi di fitopatologie e parassitosi. 

10) Data l’impermeabilizzazione del suolo tipico dell’ambiente urbano, cosiddetta  “tecnocrosta” che impedisce all’acqua piovana di infiltrarsi nel suolo e di ricaricare le  falde idriche sotterranee, sicuramente in città, ove prevale l’aridità, si rendono  indispensabili, in taluni periodi, interventi di irrigazione di soccorso. 

11) Aree verdi per il drenaggio delle acque piovane: il deflusso delle precipitazioni piovose  urbane non adeguatamente gestito, può inquinare i corsi d’acqua o sovraccaricare il  sistema fognario provocando allagamenti e danni ingenti alla città e attivazione di  scolmatori di piena che necessariamente inquinano i corpi idrici ricettori . Programmi  avanzati (es. Green Streets in corso di realizzazione a Portland, popolosa città negli USA)  sono impiegati per il contenimento degli impatti di questo deflusso all’origine,  riproducendo alcune condizioni naturali attraverso l’uso di lembi di terra vegetata permeabili. In pratica si fanno diventare ovunque possibile le superfici libere, quelle  liberaste ex asfaltate delle strade e dei marciappiedi, spazi verdi lievemente sotto rilevati in cui convogliare diffusamente l’acqua piovana che così viene assorbita dal  terreno, filtrando anche le sostanze inquinanti (rain gardens). Le piante rallentano, con  il loro fogliame scolante, la caduta dell’acqua sul suolo e aiutano a farla penetrare nel  terreno con le radici. L’acqua piovana, anziché essere trattata come una specie di rifiuto  da convogliare in un tubo e avviare a uno scarico, diventa così una risorsa che ricarica la  falda e rinverdisce l’intero territorio. 

12) Attorno alla base dei tronchi deve essere lasciato un adeguato e significativo  quantitativo di suolo libero, fertile, sopra cui radunare le foglie cadute e altra  necromassa vegetale per pacciamatura, perché possano autocompostarsi e ridare 

nutrimento e fertilità alla pianta e al suolo e ove questo non è possibile, almeno adottare  nell’intorno pavimentazione drenante, inerbita calpestabile e/o rodabile.  

Indicazioni utili sono contenute nelle Linee guida di forestazione urbana sostenibile redatte per  Roma Capitale a cura di ISPRA (scaricabili dal sito istituzionale). 

Un caso particolare: la vegetazione prossima all’acqua 

La vegetazione dei fiumi, torrenti, piccoli corsi d’acqua, laghi, stagni, è assai particolare e  specifica quindi richiede, inevitabilmente, criteri e attenzione particolari. La presenza dell’acqua,  infatti, è il principale fattore di selezione da tenere presente perché solo talune piante si sono  evolute acquisendo la capacità di tenere le radici immerse senza che marciscano. La  distribuzione delle piante in presenza di un fiume, torrente o ruscello, varia se ci spostiamo lungo  una linea (transetto) trasversale alla direzione del flusso dell’acqua allontanandoci da essa.  Dentro l’acqua andranno specie erbacee (idrofite come Apium, il sedano d’acqua), piante  immerse a foglie galleggianti (pleustofite) come il Ceratofillo (Ceratophyllum demersum), il  Ranuncolo(Ranunculus) la lenticchia d’acqua nelle zone a corrente debole o assente (Lemna  minor e Lemna gibba ecc…). Nella zona di transizione tra acqua e terra c’è poi la vegetazione  delle elofite, termine con cui vengono chiamate le piante erbacee che hanno le radici e i rizomi  infissi nel fango, la parte basale del fusto immersa nell’acqua e il resto della pianta svettante in  ambiente aereo come la comune cannuccia d’acqua (Phragmites australis). Questa pianta  erbacea (come altre consorelle quali la Tifa detta anche “mazzasorda” e che comunemente si  rinviene spontanea con due specie: Typha latifolia e Typha angustifolia) è assai flessibile  resistentissima alla trazione, ben ancorata con radici e rizomi (che ossigenano i limi in  profondità) e in grado di resistere alle piene. Allontanandoci pochissimo dall’acqua, sulle  sponde, si insediano principalmente le Salicaceae, (Pioppi e Salici) prima in forma arbustiva e  poi appena dietro a queste, in formazioni arboree che possono raggiungere dimensioni assai  ragguardevoli. Spesso di trova l’Ontano nero (Alnus glutinosa) e il Sambuco (Sambucus nigra). Le Salicaceae sono piante a rapido accrescimento, dai rami assai fortemente flessibili ma  resistentissimi alla trazione, con radici assai fortemente ancorate nel terreno e capaci di  mantenerle ossigenate, caratteristiche che forniscono la capacità di resistere, come avviene per  le elofite, alla violenza delle piene che spezzerebbero o estirperebbero qualsiasi altra pianta a  legno duro e non flessibile. Il loro legno è molto tenero e leggero. Allontanandosi ancora di più  dall’acqua lungo la linea trasversale al flusso delle corrente, troviamo via via alberi con legno più  duro: frassini, olmi e poi ancora, più lontano e in condizioni più asciutte sui rilevati dei terrazzi  fluviali, carpini , querce e altri diversi alberi a legno duro, non più così flessibile e quindi incline  a spezzarsi ma che vivono oramai lontano dai livelli raggiungibili dalle piene, e non sono  minacciate da queste. 

La vegetazione fluviale è un elemento tipico e caratterizzante del paesaggio. Senza di essa con  le sue stupefacenti caratteristiche di adattamento all’essere perennemente in ammollo e a  sopravvivere alla violenza delle piene periodiche alle quali nessun altro tipo di vegetazione può  resistere, tutti i nostri corsi d’acqua apparirebbero spogli, desertificati come i canali di Marte.  Con la sua presenza invece, la vegetazione stabilizza le sponde, frena l’impeto della corrente,  mitiga le piene trattenendo l’acqua a monte e consentendone l’infiltrazione nelle falde, con la sua lettiera funge da filtro tra terra e acqua, impedendone l’intorbidamento e la contaminazione  da inquinamento diffuso. In pratica nel corso dell’evoluzione naturale, il fiume ha costituito un  severo fattore di selezione della vegetazione …e la vegetazione fluviale selezionata così come la  conosciamo, ha costituito fattore ecologico che ha condizionato l’ambiente fluviale nelle sue  caratteristiche funzionali , estetiche e paesaggistiche. L’ecotono acqua-terra, vale a dire la zona 

di transizione fra i due ecosistemi, è la più ricca in assoluto di biodiversità: ospita o dà rifugio a  un numero vastissimo di insetti, a oltre la metà degli uccelli italiani, alla totalità degli anfibi e  buona parte degli animali selvatici. Alcuni scienziati hanno definito questo nastro come  “supermarket of biodiversity”. Va pure tenuto presente che questa vegetazione è essenziale per  l’ecologia dell’ambiente acquatico e per il suo potere autodepurativo naturale: fornisce ombra  all’ambiente acquatico evitandone, anche con l’evapotraspirazione, il riscaldamento, fornisce  apporti trofici alla vita acquatica sottoforma di foglie morte e di necromassa vegetale in genere che cadono nella corrente. Nell’ecologia del paesaggio (Landscape ecology), infine, i corsi  d’acqua sono i principali corridoi ecologici esistenti in natura: dentro di essi, accanto ad essi sulle  sponde, sopra di essi per gli uccelli migratori, sono vere autostrade della natura ed elementi di  orientamento e di riferimento geografico per la fauna. Per questo motivo il corso d’acqua  dev’essere vegetato, senza barriere o interruzioni lungo il continuum dell’asta fluviale e  accessibile anche trasversalmente, per consentire alla fauna la transizione acqua/terra. La sua  vegetazione dev’essere quanto più possibile continua e di adeguato spessore che per i fiumi non  dovrebbe essere inferiore a 30 metri. 

Nella progettazione del verde in prossimità di un corso d’acqua, pertanto, occorre rivolgersi più  che mai alla vegetazione riparia spontanea potenziale del luogo e dispiegare il progetto lungo  un transetto trasversale al corso d’acqua, valutando l’allontanamento dalla stessa. Si tratta in  definitiva, di compiere un processo di vera e propria rinaturalizzazione, su basi scientifiche, pena  clamorosi fallimenti e perdita di funzioni ecologiche essenziali. La vegetazione riparia è  compatibile con percorsi ciclo-pedonali o attrezzati per lo sport, purchè prossimi all’acqua ma  non immediatamente a ridosso della stessa.  

L’importanza dei vivai pubblici 

Il vivaio pubblico (regionale, forestale o comunale) è uno strumento strategico decisivo per la  gestione ecosistemica del verde urbano secondo i criteri sopra indicati. Infatti nell’attuale  panorama del mercato delle piante, è difficile trovare disponibilità di molte specie e degli ecotipi locali “giusti” da impiantare, oltre ad avere i limiti severi della non attenzione alla biodiversità  genetica intraspecifica. Per quanto riguarda gli arbusti e le erbacee, inoltre, molte specie sono  e resteranno introvabili perchè neppure prese in considerazione per lo scarso o nullo valore  commerciale. Ne deriva che per un’adeguata gestione del verde urbano e periurbano molte  specie devono essere necessariamente coltivate in proprio, partendo dall’individuazione degli  ecotipi locali da riprodurre da seme o per clonazione vegetativa e con criteri scientifici (es.  raccolta dei semi composita, diffusa, in condizioni diversificate e mai unicamente da uno stesso  albero….). Ai fini della gestione ecosistemica del verde urbano i macro-obiettivi da assegnare a  un vivaio possono essere così riassunti: 

– Individuare flora spontanea locale e i modelli concettuali vegetazionali spontanei  presenti sul territorio; 

– Coltivare alberi e arbusti tipici del territorio, a partire da ecotipi locali, per destinarli al  verde pubblico e privato (salvaguardia della biodiversità tramite coltivazione ex situ) e  per la bellezza e il decoro urbano; 

– Individuare di aree da poter rinaturalizzare (compatibilmente con le necessità di  fruizione pubblica) e contribuire alla progettarne degli impianti; 

– Individuare i corridoi ecologici da salvaguardare, da ripristinare o da realizzare; – Ridiffondere in ogni modo, direttamente o indirettamente, le piantine prodotte; 

– Svolgere attività didattica sul verde in città; 

– Applicare, d’intesa con il Comune, la Legge 14 gennaio 2013, n. 10, recante “Norme per  lo sviluppo degli spazi verdi urbani” per quanto riguarda l’art. 1 (Svolgimento della festa  dell’Albero) e il complesso delle azioni di cui agli artt. 6 e 7). 

– Dare applicazione alla legge 29 gennaio 1992, n. 113 cosi’ come modificata dalla  precedente legge obbligo per i comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti di  porre a dimora un albero per ogni neonato o minore adottato). 

– Realizzare un orto botanico presso il vivaio, con relativo Centro Studi e Documentazione  e attività didattica. 

I vivai a gestione pubblica o affidati dall’Ente Pubblico a cooperative o Associazioni del Terzo  Settore, necessitano di un salto di qualità: divengano in definitiva, veri musei all’aperto,  biblioteche viventi, centro-studi e di monitoraggio, sedi di ricerca e centri di educazione  ambientale in rapporto con le scuole, Università e Istituti di Ricerca, custodi della  biodiversità e promotori della stessa attraverso la ri-diffusione delle specie vulnerabili e  rarefatte, rare o in via di estinzione, endemismi. Possono recuperare tradizioni legate  all’uso delle specie vegetali (alimentare, per mobili o suppellettili, attrezzi da lavoro,  produzione di fibre e di tessuti e da colorare con sistemi naturali ecc). I vivai sono uno  strumento operativo fondamentale per la conservazione, per la sostenibilità e per  l’elevazione culturale. 

Per concludere: alberi e clima globale 

Le preoccupazioni del mondo scientifico e di larghi settori della pubblica opinione e dei  governi per gli effetti dell’alterazione del clima globale sollecitano azioni immediate ed efficaci per la riduzione della concentrazione dei gas –serra in atmosfera, a partire  dall’anidride carbonica che è quello più abbondante. L’umanità è chiamata, con urgenza, a  rivedere tutto l’attuale modello energetico basato sui combustibili fossili, con cui abbiamo  portato la biosfera sull’orlo del disastro, e avviare una transizione energetica basata sulle  fonti rinnovabili non carboniose (e quindi ad abbandonare anche l’impiego massiccio delle  biomasse legnose per uso energetico) e rispettose dell’ambiente e del paesaggio. Oltre al  vasto tema del risparmio e dell’efficienza energetica, la via della produzione dell’idrogeno  “pulito” da fonte solare-fotovoltaica saggiamente pianificata, come vettore energetico,  appare quella più promettente. Nel frattempo occorre applicare strategie di adattamento  per contenere i danni da alluvioni, tifoni, valanghe, ondate di calore, incendi boschivi,  processi di desertificazione, aumento del livello dei mari, scioglimento dei ghiacciai  (fenomeno che minaccia l’alimentazione di sorgenti, dei fiumi e degli acquedotti), che  oramai vanno verificandosi con frequenze ravvicinate. Tuttavia il contenimento drastico  delle emissioni di anidride carbonica da solo non è sufficiente: ad essere alterato è l’intero  ciclo del carbonio in quanto l’entità delle emissioni ha superato e continua a superare  largamente la possibilità di assorbimento operato dai boschi, dalle foreste e in generale dal  complesso degli alberi ed altri vegetali con i propri processi fotosintetici. Ne deriva che  occorre incrementare in ogni modo la superficie fotosintetica mondiale. L’umanità ha negli  alberi i più formidabili alleati – anzi, gli unici alleati – per contrastare i mutamenti climatici e  fissare a terra il carbonio che si trova in eccesso nell’atmosfera, nelle proprie strutture  (tronchi, rami, radici, foglie, lettiera), nei loro ecosistemi e in quelli correlati. Nella lettiera  di un bosco si fissa da quattro ad otto volte più carbonio di quanto avvenga nel biota legnoso.  Gli alberi possono farlo velocemente. Occorre pertanto rispettare il patrimonio arboreo  esistente e incrementarlo per quanto possibile, con decisione, con ostinazione, fino al 

dettaglio dei pochi metriquadri disponibili anche in città. Il Testo Unico Forestale  recentemente approvato, la proliferazione delle centrali elettriche a biomasse (trasformate  in necromasse) incentivate dai formidabili contributi statali e i tagli delle alberature operati  da moltissimi comuni italiani e dall’ANAS, con rinnovato vigore, sembrano andare in  direzione uguale ma… nel verso perfettamente contrario. È compito di coloro che hanno  capito, svolgere le pressioni necessarie per orientare le cose nel verso scientificamente  giusto per una società capace di futuro. Piantare alberi, piantare, piantare: è la parola  d’ordine che dovrebbe essere adottata e praticata ovunque.

1 Healthly Air, a global analysis of the role of urbani trees in addressing particulate matter pollution and  extreme heat – AA:VV: Nature Conservacy. Studio finanziato da China Global Coneseration Fund e  North America urban programs of nature conservacy), pagg. 1 – 130. (disponibile gratuitamente on line)

2(Chiesura, A. 2010. http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/verso-una-gestione ecosistemica-delle-aree-verdi)