Commenti al Piano Nazionale di Resilienza e Rilancio (PNRR)

Commenti al Piano Nazionale di Resilienza e Rilancio (PNRR)

Sono passati diversi mesi dalla presentazione della seconda bozza del PNRR da parte del governo
Conte al parlamento in data 15 gennaio, un documento che era già connotato da un grave
squilibrio nella ripartizione interna tra i quattro capitoli della Missione “Rivoluzione verde e
transizione ecologica”. Il primo M2C1 era finanziato con 69,8 Miliardi sul totale di 196, ma di cui
solo il 10% pari a 7 Miliardi erano destinati alla “sostenibilità ambientale” in agricoltura ed alla
attuazione di politiche di “economia circolare”.
Dei 7 Miliardi veniva destinata all’“Economia circolare” una quota di appena 4,5 Miliardi – pari al
6,44% del budget – di fatto finanziando soltanto il “recupero di energia”, fase che non fa più parte
dell’economia circolare che prevede le sole fasi di prevenzione-riutilizzo-riciclaggio. In particolare
si prevedeva di utilizzare per il progetto impropriamente titolato “economia circolare” la quasi
totalità dei fondi (3,7 dei 4,5 Miliardi) destinati a sostenere esclusivamente la produzione di
combustibili come il “BIO-METANO”, derivato dalla depurazione del BIOGAS prodotto a sua volta
da scarti agricoli e dalla frazione organica dei rifiuti urbani, senza considerare che l’articolo 3 punto
15 bis, l’articolo 11 comma 2 e l’articolo 11 bis comma 5 della direttiva 851/2018/CE, della
direttiva 851/2018/CE, recepita dal parlamento con il D. Lgs. 116/2020, hanno introdotto il
“recupero di materia” ed escluso del tutto dagli obiettivi di riciclaggio dell’economia circolare
questo tipo di recupero di energia.
Con l’insediamento del governo Draghi pensavamo che tali evidenti squilibri fossero superati e che
nel comparto “Rivoluzione verde e transizione ecologica” venisse supportata la vera “economia
circolare” basata sul “recupero di materia” attraverso il riutilizzo di beni, il compostaggio aerobico
dell’organico ed il riciclaggio delle frazioni inorganiche per quanto riguarda la valorizzazione dei
rifiuti differenziati. Per quanto riguarda il comparto energia ci saremmo aspettati una visione di
medio – lungo termine con un chiaro rifiuto del ricorso all’idrogeno “grigio” o “blu”, quindi da
metano o bio-metano, che non sono a emissioni zero.
Dobbiamo constatare invece che anche nella bozza del PNRR del governo Draghi le scelte principali
vengono confermate attribuendo alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” la cifra ancora
troppo bassa di 4,5 Miliardi, attribuendola quasi interamente alla produzione di bio-metano (con
1,5 Miliardi per la riconversione a “bio-metano” del 70% degli ottocento vecchi impianti di biogas
e 2,2 Miliardi per la costruzione di nuovi impianti per la produzione di “bio-metano”). In pratica la
scelta strategica del governo Draghi si basa sull’assunto che l’economia circolare è rappresentata
dal passaggio dai combustibili fossili al biometano derivato dal biogas ed a questo passaggio
assegna ingenti risorse, affermando che “Il bio-metano è strategico per la decarbonizzazione e
l’economia circolare, massimizzando l’energia di recupero da scarti biologici agricoli e
agroindustriali” per “sostituire i combustibili fossili con il biogas” !
A proposito di “bio”-metano, ricordiamo anche che esso risulta indistinguibile nella sua struttura
chimica da quello di origine fossile, e che questo gas deve essere combusto per essere utilizzato.
Diversi recenti studi mostrano altresì come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2
e particolato di quelli alimentati a diesel o a benzina. E’ noto che le combustioni in generale non
possono rappresentare un’alternativa alla decarbonizzazione ad “emissioni zero” né tantomeno
uno strumento di contrasto ai cambiamenti climatici. Occorre considerare altresì che un impianto
di biogas da 1 Megawatt necessita di circa 400 ettari di terreno per coltivare mais e sorgo come
“materia prima”, per cui OGGI i 1.600 impianti attuali in gran parte nel Nord Italia “occupano”
oltre 640.000 ettari sottratti alle coltivazioni per l’alimentazione umana e zootecnica, sebbene il
PNRR del governo Draghi ne citi “soltanto” 560 da riconvertire.
Tra le note criticità dovute alla gestione di impianti che producono biogas, specialmente nel Nord
Italia, vi è un severo danno ambientale dovuto alla pessima qualità del “digestato” prodotto,
contenente composti azotati e metalli pesanti che vengono quindi sparsi sui campi contaminando
coltivazioni, terreni e corsi d’acqua. Tutto ciò è accompagnato dalla falsa narrazione secondo cui il
Bio-metano potrebbe addirittura “sostituire i combustibili fossili”, nell’utilizzo per autotrazione.
Diversi recenti studi mostrano come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2 e altro
particolato tossico rispetto a diesel e benzina. Nel paper redatto a settembre 2019 dalla
“European Federation for Transport and Environment AISBL” viene riportato che il GNL (Gas
naturale liquefatto / metano al 99%) e lo stesso Bio-metano utilizzato per autotrazione non
sarebbero affatto sostenibili, anzi produrrebbero un inquinamento atmosferico da NOx e da
particolato PM2,5 e PM10 5 volte superiore ai motori Diesel modello 2013.

https://www.transportenvironment.org/sites/te/files/publications/2019_09_do_gas_trucks_reduce_emissions_paper_IT.pdf


Dai dati ufficiali del GSE – il Gestore Servizi Energetici, si apprende inoltre che il finanziamento
annuo a fondo perduto per la quota di elettricità prodotta da “Fonti Energetiche Sostenibili” e da
fonti “assimilate” (come inceneritori – centrali a biomasse – impianti a biogas/biometano) è pari a
circa 12 miliardi di euro, di cui per il solo biogas circa 1,5 miliardi di euro, a fronte di una
produzione di energia da biogas nel periodo 2015-2020 pari solo allo 0.04% del totale.

https://www.gse.it/documenti_site/Documenti%20GSE/Studi%20e%20scenari/Energie%20rinnovabili_scenari%20al%202020.pdf

L’interpretazione dell’“Economia circolare” che emerge dalla bozza di PNRR del governo Draghi
rischia dunque di ritardare la transizione ecologica e di mettere seriamente a rischio la possibilità
per l’Italia di accedere ai fondi del NextGenerationUE, la cui erogazione dovrà rimanere coerente
ai principi stabiliti e a quanto previsto nelle direttive europee sull’economia circolare. Citiamo
pertanto la comunicazione del 12 febbraio 2021 della Commissione Europea secondo cui “il
regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF, Recovery and Resilience
Facility) stabilisce che nessuna misura inserita in un piano per la ripresa e la resilienza (RRP,
Recovery and Resilience Plan) debba arrecare danno agli obiettivi ambientali ai sensi dell’articolo
17 del regolamento Tassonomia. Ai sensi del regolamento RRF, la valutazione degli RRP deve
garantire che ogni singola misura (ossia ciascuna riforma e ciascun investimento) inclusa nel piano
sia conforme al principio “non arrecare un danno significativo” (DNSH, “do no significant harm”)”
Invitiamo quindi tutte le forze politiche della maggioranza e dell’opposizione parlamentare a
riflettere attentamente sulla gravità di queste previsioni illegittime, anche se ancora in fase di
definizione, ed invitiamo tutte le associazioni “ambientaliste”, i comitati, i medici, i giovani e tutti i
cittadini a cui preme la tutela della salute pubblica e dell’ambiente a sottoscrivere il presente
comunicato per avviare un dibattito pubblico sulle azioni che condizioneranno il futuro di tutti, per
contrastare scelte che non sono sostenute da prove scientifiche né per quanto attiene ai benefici
ambientali né tantomeno per la salute. L’attuale situazione richiede il massimo rigore e la massima
adesione alle evidenze per scongiurare non solo una sostanziale inefficacia delle misure adottate,
ma, cosa davvero grave, un ulteriore peggioramento delle condizioni ambientali, climatiche e di
salute.
Per info e adesioni : leggerifiutizero@gmail.com oppure postmaster@pec.leggerifiutizero.org
I co-promotori del presente comunicato si impegnano a coordinare ed a darne ampia diffusione:

  1. Massimo Piras per il Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare,
  2. Roberto Romizi per ISDE Italia medici per l’ambiente,
  3. Angelo Consoli per il Centro Europeo Terza Rivoluzione Industriale – CETRI-TIRES,
  4. Giovanni Damiani per il Gruppo Unitario per le Foreste Italiane – G.U.F.I.
  5. Stefano Deliperi per il Gruppo di Intervento Giuridico – GrIG
  6. Gianni Cavinato per l’ Associazione Consumatori Utenti – ACU
  7. Maurizio Pallante per il movimento Sostenibilità Equità Solidarietà – SEquS

    Aderiscono al presente appello le prime associazioni, comitati territoriali e singoli attivisti:
    • Associazione ambientalista VAS Onlus
    • Associazione Rifiuti Zero Piemonte
    • Associazione Zero Waste Sardegna
    • Associazione Impatto Ecosostenibile Zero Waste Campania
    • Associazione Zero Waste Lazio

• Associazione Osservatorio Molisano Legalità
• Dott. Massimo Blonda – biologo ricercatore IRSA-CNR Bari
• Associazione Aria pulita Spilimbergo (PN) – Friuli-Venezia Giulia
• Associazione Ambiente Futuro Lombardia
• Friday For Future – gruppo di Roma
• Arch. Paolo Gelsomini – attivista comitato DeLiberiamo Roma
• Coordinamento Provinciale Comitati Ambiente e Salute – Reggio Emilia
• Carlo Lugli – D.E.S. Modena (Distretto di Economia Solidale delle Provincia di Modena)
• Vanda Morbilli – attivista comitato DeLiberiamo Roma
• Paolo Venezia – attivista Roma
• Associazione Mamme Salute Ambiente ODV – Venafro ISERNIA
• Marco Conte – portavoce comitato DeLiberiamo Roma
• Associazione DiversaMente di Vallefoglia PU – Marche
• Marcello Paolozza – attivista comitato DeLiberiamo Roma
• Movimento Azione Civile – Molise
• Prof.ssa Daniela Poli – Dipartimento di Architettura Università degli studi di Firenze
• Studio legale Saltalamacchia – Napoli
• Comitato No Biodigestore Saliceti – La Spezia
• Forum provinciale per i Beni Comuni Pesaro-Urbino
• Forum Rifiuti Zero Veneto
• Centro per le Comunità solari – Bologna
• Rete Emergenza Climatica e Ambientale – EmiliaRomagna
• Friday For Future – Ferrara
• WWF – Rimini
• Associazione La Lupus in Fabula – Pesaro Urbino
• Associazione Viviamo Vitinia Onlus – Roma
• Comitato Stanga – Padova
• Associazione Arianova – Pederobba Treviso
• Dott.ssa Vitalia Murgia – Università di Pavia
• Associazione Ambiente Basso Molise – Guglionesi CB
• Cooperativa mutuo soccorso Generazioni Future – Roma
• Associazione cittadina “Solidarietà e Partecipazione” – Castrovillari – CS
• Associazione Ambientalista “il riccio” – Castrovillari CS
• Società Italiana Protezione Beni Culturali – sezione Molise
• Comitato No Megadiscarica Villacidro – Medio Campidano VS
• Assemblea permanente Villacidro – Medio Campidano VS
• Italia Nostra Sardegna
• Unione Sindacale di Base – USB Sardegna
• Comitato Vogliamo Pane non Oil – Bologna

Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Presidente del Consiglio dei Ministri – Prof. Mario Draghi 

Ministro della Salute – On. Roberto Speranza 

Ministro della Transizione ecologica – Prof. Roberto Cingolani 

Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali – On. Stefano Patuanelli  ministro@politicheagricole.it 

Ministro dello Sviluppo Economico – On. Giancarlo Giorgetti 

Produzione di energia da biomassa legnosa e salvaguardia del patrimonio forestale  internazionale. 

Egr. Presidente del Consiglio dei Ministri, 

in occasione della Giornata Mondiale delle Foreste indetta dalle Nazioni Unite il 21 marzo di ogni  anno, vogliamo richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla effettiva tutela del nostro patrimonio  forestale oggi sottoposto ad un crescente sfruttamento per la produzione di biomassa a fini energetici.  

Ciò si somma alle minacce che storicamente ne compromettono l’estensione e soprattutto la qualità,  come gli incendi, i cambiamenti climatici e il sovra-sfruttamento. 

Negli ultimi anni, il crescente fabbisogno energetico della nostra società ha avviato l’utilizzo dei  nostri boschi e di foreste in altre parti del Pianeta per produrre biocombustibile per le centrali a  biomassa. Un recente articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta un incremento del 49% della  superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento delle perdita di biomassa del 69% in  tutta Europa, nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance  (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila metricubi tra  il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’ultimo rapporto annuale del EU Joint Research  Centre (2021) riporta che ‘il divario tra gli usi e le fonti dichiarate di biomassa legnosa possono  essere in gran parte attribuito al settore energetico e consistono principalmente in rimozioni  sottostimate“. In altre parole, la gran parte di legno non contabilizzato a livello europeo può essere  attribuita principalmente al consumo di energia! 

A questo si aggiunge che l’Italia è tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, generando prelievi forestali e impatti sugli ecosistemi forestali fuori dal nostro Paese. 

Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia a livello europeo, sia nazionale, di deduzioni fiscali e di incentivi economici che hanno alimentato l’incremento dell’uso di questo combustibile per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come “ecologico” e rinnovabile, sebbene  sussistano varie criticità in merito.

La produzione di energia è centrale nello sviluppo delle nostre società e per la qualità della vita dell’uomo, tuttavia è ormai improcrastinabile avviare una decisa conversione dei sistemi di  produzione, abbandonando le fonti fossili e sviluppando le fonti rinnovabili e sostenibili. Nonostante  lo sviluppo di fonti rinnovabili negli ultimi anni, purtroppo i livelli crescenti dei consumi energetici  ci dicono che la produzione di energia da fonti rinnovabili è stata finora in aggiunta e non sostitutiva  rispetto quella da fonti fossili. 

In questo processo di transizione occorre prestare la dovuta attenzione e cautela agli impatti che la  produzione di energia da fonti rinnovabili può determinare. Vogliamo infatti sottolineare che  rinnovabile non vuol dire di per sé sostenibile, se viene trascurata la mitigazione e la compensazione delle minacce per la biodiversità e il paesaggio. Nel caso dell’uso delle biomasse forestali occorre  anche considerare che non è una produzione neutra e che complessivamente, per ogni chilowattora di  calore o elettricità prodotta, è probabile che l’uso del legno inizialmente aggiunga in atmosfera da due  a tre volte più carbonio rispetto ai combustibili fossili. 

Con questa lettera, Green Impact e Gruppo Unitario per le Foreste Italiane (GUFI) – le due  organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance, un’alleanza che riunisce oltre  100 Organizzazioni Non Governative in 27 Paesi del Mondo (https://forestdefenders.eu/) – desiderano esprimere la crescente preoccupazione sull’inclusione delle biomasse forestali tra le fonti rinnovabili e sostenibili. Tale inclusione sta dando una forte spinta all’utilizzo dei nostri boschi e delle foreste di  molte altri parti del Pianeta, compromettendo ecosistemi forestali di elevato valore naturalistico e i  benefici che questi producono in termini di servizi ecosistemici.

L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni  di anidride carbonica in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del  riscaldamento globale, secondo gli accordi assunti a Parigi nel 2015, ben al di sotto dei 2ºC con i  sforzi per limitarlo a 1,5ºC. La presunta neutralità è smentita dalle emissioni necessarie per l’apertura  dei cantieri e delle piste forestali, per i tagli, per la movimentazione con mezzi meccanici, per i  trasporti in centrale, per la frantumazione o riduzione in pellet. Va altresì considerata la quota di  carbonio immobilizzata nei boschi nella lettiera, nell’humus e nel biota vivente dei suoli e la  componente non esalata in atmosfera che nel sottosuolo si combina con l’acqua dando origine a  bicarbonati solubili che stabilizzano il pH degli ecosistemi acquatici rendendoli idonei ad ospitare  notevole biodiversità e resilienza. Si aggiunga a questo che mentre le emissioni in atmosfera derivanti  dalla combustione sono immediate, l’assorbimento richiede molto tempo per la perdita di funzioni  degli ecosistemi disboscati e per i lunghi tempi di crescita di nuove piante.

Inoltre, la produzione di biomassa legnosa da conferire come combustibile nelle centrali a biomassa  sta spingendo nel nostro Paese alla conversione a ceduo con turni brevi determinando il serio rischio  di compromettere il capitale naturale a medio e lungo termine. Basta citare un dato: nel nostro Paese  le utilizzazioni forestali negli ultimi 15 anni sono aumentate di circa il 70%. 

Ad evidenziare l’importanza di questo tema, a febbraio scorso oltre 500 scienziati, anche italiani,  hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea,  Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati  Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della  Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine  forestale per produrre energia su grande scala.

Vogliamo in modo analitico e sintetico soffermarci sui punti chiave per cui riteniamo che la  produzione di energia dalla combustione della biomassa forestale rappresenta un elemento di forte  criticità:

la conversione dei sistemi di produzione energetica con l’abbandono dei combustibili  fossili come petrolio, carbone e gas naturale è imposta dalla necessità di ridurre  l’immissione in atmosfera di gas clima-alteranti, mentre l’uso delle biomasse forestali  produce anidride carbonica e allo stesso tempo compromette le funzioni degli  ecosistemi forestali di assorbirla e di produrre ossigeno. Contrariamente all’opinione  diffusa, la combustione del legno non è climaticamente neutra e contribuisce in modo  significativo all’effetto serra. 

✓ La combustione del materiale legnoso, in ambito domestico e in grande quantità negli  impianti industriali di produzione energetica, produce particolato sotto forma di polveri  sottili PM 2,5 e PM 10, oggi riconosciute all’origine di molte patologie umane e causa  di morte nell’ordine di decine di migliaia di persone all’anno. In molti contesti la  tecnologia idonea a eliminare o almeno ridurre le emissioni non è adottata. 

✓ Sebbene negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un aumento in termini di superficie  dei nostri boschi a causa dell’abbandono delle aree marginali agricole collinari e  montane, lo stesso non si può dire per la loro qualità, come testimoniano i bassi livelli  di biodiversità nei boschi di neo-formazione e anche dal volume medio della biomassa  legnosa italiana, meno della metà degli altri Paesi europei (circa 150 mc/ha, contro  quella di altri Paesi europei di 350 mc/ha). 

✓ La produzione di biomassa legnosa per le centrali a biomassa impone modelli di  gestione a ceduo con cicli brevi che compromettono la qualità dei boschi e i servizi  ecosistemici forniti. La gestione a ceduo per la produzione di biomassa a scopo  energetico arreca un danno, reale e potenziale, all’intera filiera del legno con perdita  delle specie pregiate (es. le specie del Genere Acer e alcune del Genere Quercus)  utilizzate nell’industria del mobile, del parquet, della cantieristica, della piccola  manifatturiera (es. strumenti musicali) e l’artigianato. La gestione del patrimonio  boschivo deve invece essere guidata da principi ecologici che garantiscano il  rinnovamento, l’aumento della qualità forestale, i livelli di biodiversità in modo  compatibile con la produzione di massa legnosa. 

✓ I boschi devono essere considerati non come un’insieme di alberi, ma come un  complesso ecosistema composto da migliaia di specie vegetali e di decompositorie (complessi ecosistemi composti da migliaia e migliaia di organismi autotrofi ed  eterotrofi) e quindi la loro gestione non può essere affrontata ponendosi come obiettivo  la produzione di materiale legnoso e al contempo trascurando le specie viventi e le  funzioni ecologiche. 

✓ Gli ecosistemi forestali forniscono numerosissimi servizi ecosistemici alla biodiversità  e alla specie umana, dai servizi di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi,  il riciclo dei nutrienti ai servizi di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre, ect),  a quelli di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la  barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la  qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici. Per la nostra specie si aggiungono i  servizi culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. Per  questo la gestione degli ecosistemi deve tenere in considerazione tutte queste funzioni.

GREEN IMPACT 
Start-up non profit che promuove pratiche trasformative ecologiche ed economiche. Il nostro  principale obiettivo è conservare e ripristinare l’equilibrio del pianeta, dando impulso all’innovazione  della cultura e dei saperi, così da migliorare il benessere degli animali, domestici e selvatici. Nel  portare avanti la nostra missione di tutela dell’ambiente, degli animali e dei loro habitat, privilegiamo  soluzioni che abbiano un impatto socio-economico multidisciplinare, facendo leva sull’innovazione  e sugli sviluppi tecnici, scientifici e normativi. Grazie alla nostra rete di esperti, offriamo soluzioni  tecniche e normative in grado di determinare reali cambiamenti. Mettiamo a disposizione della  comunità internazionale dei soggetti interessati tutte le nostre soluzioni a fine di permettere un’  accelerazione di azione collettiva verso il cambiamento. 
Contatti stampa Green Impact
Fabrizio Bulgarini |338 2198878 | f.bulgarini@tiscali.it
www.greenimpact.it/it
www.greenimpact.it/it/green-economy-per-il-cambiamento

GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane 
L’obiettivo primario del GUFI è quello di assicurare la conservazione del patrimonio forestale  nazionale affinché possa essere lasciata in eredità alle generazioni che verranno. Perché la tutela della  biodiversità e del paesaggio naturale dei boschi italiani e dei benefici ecosistemici che questi  assicurano all’uomo sia assicurata è necessario che almeno il 50% della copertura forestale del Paese  sia lasciata alla libera evoluzione. Ciò è possibile senza entrare in conflitto con le esigenze  economiche di tipo produttivo. Per il GUFI l’idea del futuro forestale dell’Italia è quella di un Paese  in cui i boschi possano tornare ad occupare gran parte dello spazio che è stato sottratto loro dall’uomo  ripopolando le aree attualmente marginali e improduttive e andando a costituire ampie cinture verdi  intorno alle città. Inoltre, i boschi destinati alla produzione devono essere gestiti al fine di produrre  materiali legnosi e non destinati a usi ad alto valore aggiunto. 
Contatti stampa GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane
Valentina Venturi | 340 3386920 | press@gufitalia.it
www.gufitalia.it

SUL DEPOSITO NAZIONALE PER I RIFIUTI RADIOATTIVI 

SUL DEPOSITO NAZIONALE PER I RIFIUTI RADIOATTIVI 

a cura di Giovanni Damiani 

(già Direttore dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente e Autorità di sicurezza nucleare e  radioprotezione) 

Premessa 

Il presente documento ha finalità di discussione e confronto. E’ rivolto al pubblico, in particolare al  mondo dell’Associazionismo, e vuole contribuire a fornire un quadro per la comprensione  dell’importanza epocale del percorso avviato per l’individuazione del sito per la costruzione del  Deposito Unico Nazionale per i rifiuti radioattivi italiani. Intende stimolare una partecipazione responsabile e cosciente. Pertanto contiene le informazioni essenziali su questo tema, scritte in  maniera il più possibile piana e chiara, e -soprattutto- formula proposte. Non affronta problemi  più vasti legati alla materia nucleare, quali l’assetto istituzionale italiano, la sproporzione economica  e tecnologica tra nord e sud del Paese, il carico di insediamenti tecnologici e il loro impatto regionale nelle varie situazioni, il tema delle alternative energetiche rinnovabili ed effettivamente sostenibili  che sono urgenti e necessarie per fronteggiare la crisi climatica, sociale, occupazionale ecc.. E’  volutamente monotematico perché possa essere utile oggi, rispetto all’iter in corso, per il  posizionamento del Deposito. Aver recintato l’argomento finalizzato a un preciso -importantissimo passaggio di un iter che in questi mesi costituiscono un appuntamento d’importanza storica, non  significa cedere ad una valutazione riduzionista, ma al contrario, si vuole contribuire ad inquadrare  le scelte attuali , tecniche e politiche, nella loro complessità. 

Il programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi 

In quanto programma è stato sottoposto a procedura di V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica)  conclusa con decreto VAS n. 340 del 10 novembre 2018. Il documento, di 58 pagine, articolato in sette capitoli, è consultabile on line:  

https://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/rifiuti_radioattivi/programma_confo rmepdfa.pdf:  

Se ne consiglia la lettura per approfondimenti.  

Il percorso della consultazione 

La Commissione europea nel novembre 2020 ha notificato all’Italia (insieme ad Austria e Croazia)  l’attivazione di una procedura di infrazione per non aver ancora adottato un programma nazionale  per la gestione dei propri rifiuti radioattivi, conformemente alle norme dell’Ue, e in particolare alla  direttiva 2011/70 Euratom sul combustibile esaurito degli impianti nucleari e sugli altri rifiuti  radioattivi. Gli Stati membri erano tenuti a recepire la direttiva entro il 23 agosto 2013 e a notificare  i loro programmi nazionali alla Commissione entro il 23 agosto 2015.  

 Si parla inutilmente della necessità di sistemare questa tipologia di rifiuti dal 1968. Il tentativo  di imporre manu militari e con un commissario che poteva agire extra ordinem la realizzazione del  deposito Unico Nazionale per i rifiuti radioattivi a Scanzano Ionico (MT) nel 2003, senza nessun  riguardo e adeguata informazione per la popolazione, fu giustamente respinta a furore di popolo  con manifestazioni tra le più straordinarie verificatesi in Italia, concluse con la marcia delle 100mila  persone. Oggi non ostante il periodo di pandemia, l’argomento è stato ripreso e iterato in termini  frettolosi e con diverse importanti lacune per via di una documentazione che era da tempo nei cassetti e che non è stata aggiornata. I tempi stretti per evitare le pesantissime possibili sanzioni  dell’Unione Europea rischiano pure di sacrificare la partecipazione effettiva del pubblico, che  dev’essere adeguata, profonda, sostanziale e non burocratica, come passaggio ineludibile per un  argomento di così tanta importanza. 

E’ stata resa nota da parte di SOGIN con l’assenso dei Ministri per lo Sviluppo Economico e il Ministro  dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (di  seguito con l’acronimo CNAPI) per la realizzazione del Deposito Nazionale per i Rifiuti Radioattivi con  annesso Parco tecnologico. 

Dal 5 gennaio 2021 è stata avviata la fase di consultazione, della durata di 60 GIORNI1(documento  per la consultazione), alla quale è possibile iscriversi online;  

Entro 120 GIORNI dalla pubblicazione, si terrà un seminario nazionale a cui parteciperanno vari  soggetti tra cui l’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (di seguito  chiamato con l’acronimo ISIN2), Enti Locali, associazioni di categoria, sindacati, università, enti di  ricerca, portatori di interesse qualificati. 

Dopo il Seminario Nazionale, Sogin raccoglierà NEI SUCCESSIVI 30 GIORNI le ulteriori osservazioni  trasmesse formalmente a Sogin e al Ministero dello Sviluppo Economico e redigerà la proposta di  Carta Nazionale delle Aree Idonee (in seguito con l’acronimo CNAI). 

La CNAI verrà nuovamente sottoposta ai pareri del Ministro dello Sviluppo Economico, dell’ente di  controllo ISIN, del Ministro dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare e del Ministro delle  Infrastrutture e dei Trasporti. 

In base a questi pareri, il Ministero dello Sviluppo Economico convaliderà la versione definitiva della  CNAI, che sarà quindi il risultato dell’integrazione nella CNAPI dei contributi emersi e concordati  nelle diverse fasi della consultazione pubblica. 

Come si arriva all’individuazione del sito idoneo definitivo 

Con l’approvazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), Sogin aprirà la successiva fase di  confronto finalizzata a raccogliere le manifestazioni d’interesse, volontarie e non vincolanti, da parte  delle Regioni e degli Enti Locali il cui territorio ricade anche parzialmente nelle aree idonee a ospitare  il Deposito Nazionale con annesso Parco Tecnologico. 

Nel caso in cui non venissero espresse, da parte di Enti Locali, manifestazioni d’interesse, o qualora  queste fossero pervenute ma successivamente ritirate, Sogin “dovrà promuovere trattative bilaterali  con le Regioni nel cui territorio ricadono le aree idonee”.  

In caso di insuccesso delle trattative bilaterali (mancata intesa), verrà convocato un tavolo  interistituzionale, come ulteriore tentativo di pervenire a una soluzione condivisa.3  

Non è specificato, dai documenti ufficiali, cosa accadrebbe in caso di assenza assoluta e ripetuta di  manifestazione d’interesse per cui riteniamo che non sia escluso che si agirebbe d’ufficio. 

Dopo l’individuazione del sito sono necessarie altre due procedure 

Il progetto del Deposito dovrà essere sottoposto a V.I.A. (Valutazione dell’Impatto Ambientale)  Nazionale, sulla base di un S.I.A. (Studio d’Impatto Ambientale) redatto dalla SOGIN in qualità di  proponente. Dovrà contenere opzioni a confronto sulle scelte effettuate, un quadro programmatico  che verifichi l’aderenza a tutte le norme esistenti, ai trattati internazionali, alla pianificazione  territoriale, e previsioni d’impatto su aria, acque superficiali e sotterranee, suolo, rumore, flora,  fauna, ecosistemi, salute pubblica, elettromagnetismo, accessibilità, eventuale cumulo con altri  progetti o insediamenti impattanti fino all’impatto percettivo dalle varie visuali. La V.I.A. , corredata  anche da un documento di sintesi non tecnica, richiede obbligatoriamente il diritto di  partecipazione del pubblico, di Enti, delle categorie interessate quali Sindacati, Associazioni di  protezione Ambientale, ecc…) che possono visionare il progetto e formulare osservazioni alle quali  va data risposta. Richiede altresì il parere obbligatorio delle Regioni, delle ARPA e delle  Soprintendenze competenti per territorio. Il parere di compatibilità ambientale VIA è reso con  Decreto, può contenere prescrizioni e compensazioni vincolanti e prevedere verifiche di  ottemperanza. Fra le prescrizioni particolare attenzione può essere rivolta anche agli aspetti  percettivi-visuali relativi all’inserimento delle opere nel paesaggio con coperture a verde secondo il  modello vegetazionale spontaneo naturale di luoghi. 

Il progetto dovrà altresì ottenere il parere dell’ISIN per tutti gli aspetti radiologici e di radioprotezione  sanitaria e ambientale del Deposito, con riguardo ai lavoratori, alle popolazioni interessate e  all’ambiente in area vasta con prescrizioni sulle cautele connesse da adottare. 

Qual’è l’origine dei rifiuti radioattivi italiani e dove si trovano attualmente? 

I rifiuti provengono: 

➔ Dalle quattro centrali elettronucleari chiuse a seguito del referendum del 1987 e consistono  in elementi di combustibile irraggiato, rifiuti gestionali, parti radiologicamente contaminate  esito del decommissioning (vale a dire dello smantellamento) in corso4

➔ Dagli impianti di ricerca e/o di riprocessamento (Eurex in Saluggia – Vercelli; ITREC in  Rotondella – Matera , OPEC e IPU in Roma alla Casaccia; ma esistono altre casistiche come  Fabbricazioni Nucleari (FN) di Bosco Marengo (Alessandria) e laboratori in ambito  universitario.  

➔ Dai reparti di medicina nucleare e di radiologia medica (cosiddetti “medicali”). ➔ Dall’industria (gamma-grafie per la verifica delle possibili imperfezioni interne delle saldature  meccaniche, dalla produzione di lastre in macchine a controllo numerico ottimizzato…). ➔ Da materiali dismessi del secolo scorso (sorgenti di gamma-grafia di officine meccaniche  dismesse, parafulmini radioattivi, aghetti di Radio o sorgenti usati in medicina, sorgenti di  Cobalto60 usate in passato per l’irraggiamento di sementi e tuberi [problema: vagabonding5 di materiale radioattivo che può potenzialmente verificarsi con il recupero di ferro, acciaio o  alluminio destinati al riciclo]. 

Ne deriva che quando parliamo di materiali radioattivi non dobbiamo pensare solo alle centrali  elettronucleari di potenza, agli impianti di riprocessamento dei combustibili irraggiati di quelle  centrali, ma ci riferiamo a un mondo assai più vasto che ha prodotto in passato e continuerà a  produrre in futuro anche se in maniera molto ridotta per la chiusura delle centrali nucleari, rifiuti  radioattivi che è necessario gestire. 

Non tutti gli impianti sono affidati a SOGIN, com’è visibile dalla figura che segue. 

Le Linee Guida che regolano le valutazioni per il sito e per il deposito 

La GUIDA TECNICA n. 29 dell’ISPRA (emanata nel 2014 e approvata dall’Agenzia Atomica  Internazionale – IAEA – nel 2013) reca: Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento  superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. 

La GUIDA TECNICA n. 30 dell’ISIN (emanata a metà novembre 2020) reca: Criteri di sicurezza e  radioprotezione per i depositi di stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi e di combustibile  irraggiato. ( si noti il plurale: depositi). 

AREE INDIVIDUATE DA SOGIN POTENZIALMENTE IDONEE  

Delle 67 aree individuate dalla Sogin , 22 sono nel Lazio, 14 in Sardegna, 11 in Basilicata, 4 al  confine tra Basilicata e Puglia, 1 in Puglia, 8 in Piemonte, 4 in Sicilia, 2 in Toscana. 

La Sogin ha anche aggiunto una lista più ristretta di 23 luoghi come “aree verdi”, cioè i posti ritenuti  più favorevoli per realizzare il Deposito dei rifiuti radioattivi:  

8 in Piemonte tra le province di Torino e Alessandria (territori comunali di Caluso, Mazzè,  Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo)

2 in Toscana tra Siena e Grosseto (che comprendono territori comunali di Pienza, Campagnatico); 

7 nel Lazio in provincia di Viterbo (comuni di Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia,  Vignanello, Corchiano); 

6 in Basilicata-Puglia tra Matera e Bari (nei territori dei comuni di Altamura, Matera, Laterza e  Gravina di Puglia). 

Le novità nella carta CNAPI riguardano l’inclusione di siti nella Sardegna e nella Sicilia, regioni che  nella precedente ricognizione del 1999, eseguita dalla commissione presieduta da Carlo Bernardini,  erano state escluse per valutazioni riconducibili ai rischi del trasporto dei rifiuti su distanze lunghe e  per giunta via mare.  

Nel 2003 il generale Carlo Jean, presidente della SOGIN e Commissario della stessa, in audizione  parlamentare affermava che l’esclusione delle isole non era stata determinata dai rischi del  trasporto, bensì dalla volontà di evitare contestazioni da parte di Greenpeace lungo il percorso del  trasferimento del materiale radioattivo. Lasciava così intendere che le isole erano (o potevano  essere) rimesse in gioco confermando implicitamente le indiscrezioni che davano per candidata la  Sardegna ad ospitare il Deposito. Dopo mobilitazioni in Sardegna e iniziative parlamentari, il primo  ministro Berlusconi intervenne dicendo che la Sardegna turistica veniva da lui esclusa per i rifiuti  radioattivi.  

Come sono classificati i rifiuti radioattivi 

Il DLsl 45 del 2014 che recepisce la Direttiva 2011/70 EURATOM ha applicazione col regolamento di  cui al DM 7 agosto 2015 che riporta gli standard IAEA6che classifica i rifiuti radioattivi in 5 categorie7

a vita molto breve 

ad attività molto bassa 

a bassa attività 

a media attività 

ad alta attività 

La vecchia classificazione indicata nel Decreto Legislativo 31/2010, suddivideva i rifiuti radioattivi in  Ia, IIa e IIIa categoria rispettivamente caratterizzati da bassa, media e alta attività.  

La Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia, nell’aprile del 1999  aveva approvato, all’unanimità, un documento di indirizzo per il Governo in cui si proponeva la scelta  di uno o più depositi di superficie per i rifiuti nucleari di IIacategoria cui tempi di decadimento  radioattivo, fino al raggiungimento dei livelli simili a quelli del fondo naturale della crosta terrestre,  richiedono circa 300 anni. Proponeva lo smantellamento accelerato delle centrali nucleari italiane e  la collocazione dei rifiuti ad alta attività nel medesimo deposito per alcuni decenni, “viste le piccole  quantità dei volumi da sistemare”.  

Mentre per i rifiuti delle categorie Ia e IIasi ipotizzava una collocazione affrontabile realisticamente  alla luce delle attuali tecnologie, per quelli ad alta attività la commissione non formulava proposte  definitive perché allora come oggi non esiste una soluzione accettabile. 

In definitiva nel Deposito Unico Nazionale:  

• possiamo escludervi la collocazione i rifiuti a vita molto breve la cui radioattività decade a  livelli accettabili nel giro di giorni o di mesi e divengono presto rifiuti innocui ordinari. • abbiamo possibilità tecnologiche di sistemare, definitivamente, dopo averli trattati  (inertizzati in matrici solide come ad es. in cementi speciali) quelli ad attività molto bassa e  bassa. 

• abbiamo problemi da risolvere per quelli a media attività e problemi ancora più impegnativi  per i rifiuti ad alta attività i cui tempi di dimezzamento sono estremamente lunghi. Si tenga  presente che nella trasduzione fra la vecchia classificazione e quella nuova in 5 classi, i rifiuti  di media e di alta attività vanno considerati nella stessa, impegnativa, categoria. 

Gli elementi che costituiscono il cocktail dei rifiuti ad alta attività sono in determinate percentuali  isotopi creati artificialmente attraverso i fenomeni di fissione che avvengono in un reattore nucleare.  Il Plutonio 239, che è quello a maggiore presenza, decade di un millesimo della sua attività iniziale in  240 millenni. L’Uranio 235 che pure esiste in natura, dimezza la sua attività in 700 milioni di anni, ma  con l’arricchimento in protoni nel reattore diviene in buona parte Uranio238 che ha un tempo di  dimezzamento (e non di decadimento!) di circa 4,5 miliardi di anni, pari all’età del pianeta Terra.  Nella catena dei decadimenti dalla filiera dell’Uranio238 si formano Torio234, Uranio 234, Torio 230 e  Radon che è un gas radioattivo che esala dai terreni e viene a costituire la “radioattività naturale” con cui abbiamo a che fare, a macchia di leopardo, in aree un po dovunque nel Paese. Alla fine dei  decadimenti si origina il Piombo206 finalmente stabile e privo di attività radiologica.  

I tempi descritti rendono improponibile e non accettabile l’ipotesi di una sistemazione dei rifiuti  di questo genere in depositi geologici “definitivi”.  

La Terra ha le sue dinamiche geologiche attive, lente ma inesorabili, i continenti si spostano, le  montagne si formano, si alzano e si disfano, le falde acquifere e il corso dei fiumi cambiano  significativamente in tempi simili. Il mare Adriatico, ad esempio, mostra una tendenza per cui fra  circa 58 milioni di annisi stima che non esisterebbe più e la costa italiana sarà unita a quella balcanica  albanese, croata, bosniaca e slovena. Come si può pensare, di fronte ai tempi di emivita dei  radioisotopi ad alta attività, di realizzare un deposito sotterraneo geologico profondo, pretendere  che possa essere “definitivo”, che duri in sicurezza diversi milioni di anni o un miliardo di anni?  

Oggi in Europa le scorie radioattive ad alta attività sono allocate in una ventina di siti ma nessuno di  essi è definitivo. I tentativi fatti in Germania di sistemazione in depositi geologici profondi (miniere  di salgemma) sono falliti. 

Il progetto più avanzato in questo campo è quello di Olkiluoto in Finlandia per collocare i rifiuti a 400  metri di profondità e progettato per durare 100 millenni. Il costo iniziale previsto, di 3 miliardi di €,  sono lievitati ad oggi a 10 miliardi e la prevista entrata in funzione nel 2009 è stata riposizionata, per  adesso, al 2023. Altri Paesi (Svezia, Inghilterra, Francia, Repubblica Ceca, Svizzera, Romania) si  trovano ancora in fase di valutazione. La Cina si è dotata di 2 depositi “definitivi” per l’alta attività e  nel mondo 4 sono in via di realizzazione.  

Per quanto riguarda invece i rifiuti a bassa e media attività esistono in Europa diversi depositi  nazionali definitivi: a Drigg (vicino Sellafield in Inghilterra, ove c’è un impianto in cui si trovano  diverse barre italiane di combustibile irraggiato per il riprocessamento e l’inertizzazione, e i cui  residui diminuiti in volume e solidificati ci verranno rimpatriati), uno in Spagna a El Cabril, due nella  Penisola Scandinava, poi in Slovenia, Belgio, Romania, Slovacchia, Ungheria.  

La questione della sistemazione dell’alta attività invece appare effettivamente irrisolta e lontana  dall’esserlo. 

Una prima considerazione è d’obbligo: bene hanno fatto gli italiani a interrompere la produzione di questa tipologia di rifiuti ad emivita lunghissima e altissima pericolosità, col loro voto sul referendum  d’iniziativa popolare che l’8 e 9 novembre 1987 vide circa il 72% di Si all’uscita dal nostro Paese dalla  generazione dell’energia elettrica da fonte nucleare. Oggi i rifiuti italiani di alta attività sono tutto  sommato modesti a confronto di altri Paesi che sono in condizioni assai peggiori. 

La seconda considerazione d’obbligo è che è largamente motivato, ad oggi, dire NO alla previsione  di un ipotetico, futuro, sito geologico definitivo di profondità per la sistemazione dei rifiuti a  lunghissima emivita di attività. 

I quantitativi dei rifiuti radioattivi italiani da sistemare 

Rifiuti a vita molto breve: non richiedono sistemazione in un apposito deposito definitivo. Si lascia  che la radioattività decada tenendoli in sicurezza e divengano in poco tempo rifiuti comuni privi di  vincoli radiologici. 

Rifiuti ad attività bassa e molto bassa esistenti: (che hanno un tempo di decadimento a livelli per  cui il rischio da radioattività diviene minimo accettabile in circa 300 anni)…………..……….. 33000 m3   Ad attività bassa e molto bassa previsti per il futuro 8…………..………………………..……….……… 45000 m3 Totale capienza del deposito nazionale per questa tipologia……………………………………..…..78000 m3 

Nel Deposito Nazionale, inoltre, saranno stoccati «temporaneamente» i rifiuti a media e alta attività, ossia  quelli che perdono la radioattività in migliaia di anni , per…………………………………………………………… 17000 m3 

Questi comprendono 400 m3residui dal riprocessamento delle barre di combustibile irraggiato delle  centrali italiane, spedite da tempo in Francia e in Inghilterra e che verranno restituiti per contratto  approvato dal Parlamento, e dalle barre non riprocessabili.  

 TOTALE GENERALE 95000 m3 

Per la loro sistemazione definitiva è dichiarato che «richiedono la disponibilità di un deposito  geologico» [criticità! n.d.r.]. 

La Direttiva 2011/70/EURATOM stabilisce che ogni Paese ha la responsabilità di sistemare i propri  rifiuti radioattivi entro i propri confini nazionali. 

La direttiva prevede anche la possibilità di costruire uno o più depositi di profondità condivisi fra  Paesi europei con quantità limitate di rifiuti a media e alta attività.  

In considerazione degli elevati costi di realizzazione e di gestione di un deposito per tale tipologia di  rifiuto, alcuni Paesi stanno valutando l’opportunità di una sistemazione definitiva comune dei propri  rifiuti a media e alta attività, ma nulla di concreto o di impegnativo è dato di registrare.  L’Italia persegue la strategia, richiamata in ambito europeo, del cosiddetto ‘dual track’, ossia l’analisi  di fattibilità di un deposito da realizzare all’estero e condiviso fra più Paesi (possibilità che allo stato  attuale appare inesistente ma che è giusto tenere in ipotetica considerazione data la relativa  modesta quantità dei nostri rifiuti a lunga emivita) e, in parallelo, in caso l’ipotesi estera non risulti  praticabile, lo studio di una soluzione “definitiva” a livello nazionale. C’è da chiedersi, in merito, cosa significa la parola “definitiva”. 

Un deposito unico nazionale “temporaneo” ma di “lunga durata” 

Abituati a ragionare su tempi storici e non geologici, sembra un ossimoro chiamare una cosa  temporanea e nel contempo dire che è di lunga o lunghissima durata, ma i tempi del decadimento  radioattivo sono inevitabilmente talmente lunghi che i due concetti possono in realtà coesistere.  Un deposito siffatto consente di stoccare in sicurezza i rifiuti la cui attività radiologica si esaurisce in  circa 300 anni ma può ospitare (com’è previsto “temporaneamente”) anche quelli a media e alta  attività derivanti in massima parte dall’esercizio delle installazioni nucleari e la cui emivita radiologica  si protrae per migliaia o decine di migliaia di anni.  

Nel caso dell’Italia, come già avviene in Europa (Paesi Bassi, Svezia e Svizzera), i rifiuti a media e alta  attività verranno conferiti a un’apposita struttura centralizzata, pesso il Deposito Unico Nazionale,  denominata “Centro Stoccaggio Alta Attività” (acronimo CSA). 

La proposta di Deposito Unico Nazionale di superficie con annesso CSA e Parco Tecnologico prevede le seguenti caratteristiche: 

– Estensione 150 ettari (di cui 110 occupati dal Deposito e 40 dal Parco Tecnologico) 

– 90 grandi contenitori in cemento armato, detti “celle”, in cui verranno collocati grandi  contenitori in calcestruzzo cementizio speciale cosiddetti “moduli” entro cui saranno  alloggiati i contenitori metallici contenenti i rifiuti radioattivi già condizionati (ovvero in forma solida, racchiusi in matrice inerte che potrebbe essere vetrosa o di ceramica o  cementizia a seconda dei casi). In pratica sono tre contenitori inseriti l’uno dentro l’altro,  come le bambole souvenir russe “matrioska”. 

– Nel Deposito Nazionale italiano sarà realizzato un complesso di edifici (CSA – Complesso  Stoccaggio Alta attività), idoneo allo stoccaggio «temporaneo» dei rifiuti a media e alta  attività italiani tra cui i residui derivanti dal riprocessamento del combustibile nucleare  esaurito, inviato in Francia e nel Regno Unito e che dovranno rientrare necessariamente in  Italia, in conformità a specifici accordi internazionali. 

– Costo previsto 900 milioni di € che in base alle esperienze simili condotte all’estero  potrebbero lievitare di tre volte.  

Considerazioni critiche 

1) Le scelte che siamo chiamati a fare in questo periodo storico costituiscono la tessera di un  mosaico mondiale la cui definizione condizionerà, in materia di controllo della radioattività di  origine antropica, le generazioni umane che dovranno venire nel futuro della Terra. Quindi  grande dev’essere la responsabilità nel non commettere errori non sanabili. La rilevanza  nazionale e temporale e il livello di complessità richiedono pertanto che ad occuparsene debba  essere l’intero governo e non delegare, come avviene, la gestione del procedimento e persino  le trattative bilaterali con le Regioni e con gli Enti Locali a SOGIN che è un organismo tecnico ed  esecutivo. Ad esempio aspetti legati alla normativa sui beni Culturali, pur richiamata nelle  Guide Tecniche, non sono poi inseriti chiaramente nei criteri di esclusione per l’individuazione  del sito, né è sviluppato adeguatamente il tema occupazionale. Analogamente non sono  sviluppati i rischi legati al trasporto, sia su lunghe tratte che via mare su cui pare siano stati fatti  passi indietro rispetto alle previsioni del 1999 che escludevano Sardegna e Sicilia. 

2) L’informazione al pubblico, ancorchè migliorata rispetto alla debacle del 2003 quando si tentò di imporre il sito di Scanzano Ionico sollevando un moto popolare di protesta, è ancora  largamente insufficiente: gli atti istruttori e il progetto sono visionabili unicamente nelle sedi  delle 4 centrali nucleari italiane in corso di smantellamento (Caorso, Trino Vercellese, Latina e  Garigliano) e presso la sede nazionale della SOGIN in Roma. Compatibilmente con le necessità di sicurezza nazionale9 non sono stati resi pubblici e messi online, e per quanto possibile resi  accessibili a chiunque, tutti gli atti e i documenti che afferiscono al procedimento. Non sono  disponibili “sintesi non tecniche”, del tipo in uso nelle procedure di V.I.A. per consentire anche  ai cittadini non addentro alla materia di capire e valutare. 

3) Non sono previsti meccanismi permanenti istituzionalizzati per una partecipazione e controllo  –qualificato e non generico- del pubblico, attraverso proprie rappresentanze, nelle scelte che  si andranno a compiere e successivamente nel governo e gestione del Deposito e del Parco  Tecnologico; 

4) La carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) appare datata e necessita di  verifica per un suo eventuale aggiornamento. 

5) La valutazione nella scelta deisiti potenzialmente idonei è stata effettuata unicamente secondo  la Guida Tecnica dell’ISPRA n. 29, redatta nel 2013 e pubblicata nel 2014 e all’epoca unico  strumento regolatorio esistente. Non è stata condotta una rivalutazione secondo il disposto  della recente Guida Tecnica dell’ISIN n. 30 (Criteri di sicurezza e radioprotezione per i depositi  di stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi e di combustibile irraggiato), pubblicata il 10  novembre 2020, solo due mesi prima dell’avvio della consultazione. La scelta del sito non può prescindere all’essere armonizzata con quanto disposto nella recente Guida Tecnica almeno per  i punti: 4.3 (condizioni operative e categorie di eventi); 5.1 Criteri e requisiti generali di  progetto; 5.2 Eventi di riferimento e requisiti specifici di progetto. In definitiva, per questo  punto, si ritiene che la qualità del sito debba essere valutata anche in confronto con i requisiti  del progetto dal momento che l’una cosa (il sito) influenza l’altra (il progetto) e viceversa.  

Conclusioni 

Anche se è doloroso e impopolare (a volte è meglio essere impopolari che anti-popolari) occorre  prendere atto che la realizzazione di un deposito nazionale unico di superficie per TUTTI i rifiuti  radioattivi prodotti in Italia, esistenti e futuri, è cosa necessaria, indispensabile, responsabile e  INELUDIBILE . Sono rifiuti prodotti in Italia ed è impossibile non occuparsene sul suolo nazionale  anche perché soluzioni condivise a livello europeo non esistono se non nell’espressione di vaghe intenzioni.  

Nel nostro Paese l’inventario di questo materiale è sufficientemente controllato anche se  attualmente ci sono carenze di sicurezza in diversi siti tra i circa venti in cui sono stipati: sono più idonei quelli provvisori realizzati presso le centrali dismesse10, meno o molto meno idonei in altre  circostanze. Tuttavia inviare i nostri rifiuti all’estero significherebbe correre il rischio di perderne il  controllo com’è avvenuto e continua ad avvenire per i rifiuti elettronici e per le plastiche con cui le  società opulente continuano a creare vergognosi inammissibili disastri ambientali e umanitari in  Africa. Altrettanto inaccettabile è la previsione -che in passato sembrava strada da favorire- di  inviare i nostri rifiuti radioattivi in Russia ove le cautele ambientali e sanitarie in materia sono di gran  lunga meno attente delle nostre. Politicamente ed eticamente tocca a noi sistemare in sicurezza i  nostri rifiuti. Ne abbiamo capacità, competenze, tecnologia, possibilità. 

Proposte 

Perché la realizzazione del Deposito possa essere accettata pienamente o con mugugno dalle  popolazioni e una scelta definitiva possa essere difesa con motivazioni oggettive e inoppugnabili, verificabili, occorre che vengano apportati miglioramenti procedurali e in particolare: 

→ prolungare adeguatamente i tempi della consultazione pubblica che non può essere accettata  compressa nel limite di 60 giorni, in periodo di lockdown ove è impossibile anche viaggiare per  visionare o acquisire documenti e in aggiunta in periodo di crisi istituzionale con il governo, che  dev’essere il principale interlocutore, che cambia i suoi ministri e probabilmente le sue direzioni  generali.  

→ Garantire la più assoluta trasparenza nelle scelte, l’accesso agli atti fornendo risposte a ogni  singola obiezione da parte di cittadini singoli o associati. 

→ Prevedere ampi meccanismi di partecipazione e di possibilità di verifica continuativa da parte  dei cittadini, associazioni di categoria, attraverso persone qualificate da loro designate, prevedendo  anche -se richieste- il rimborso delle spese ai rappresentanti del volontariato del Terzo Settore per  la partecipazione a riunioni e sopralluoghi. 

→ vedere coinvolto l’intero governo della Repubblica per una scelta di questa rilevanza: meno  SOGIN (che comunque è sempre una S.p.A.) e più Stato, in maniera complessiva e integrata. 

→ Prendere in considerazione, nella procedura per l’individuazione finale del sito, contestualmente  entrambe le Guide Tecniche, la n. 29 e la n. 30 in quanto oggettivamente interconnesse. 

→ ESCLUDERE ESPLICITAMENTE che possano essere autorizzati eventuali depositi definitivi privati,  ad eccezione di quelli destinati ad ospitare radionuclidi a vita molto breve che comunque devono  rispettare i criteri delle Autorità regolatorie. Questo significa che i soggetti privati attualmente autorizzati al ritiro o alla detenzione di rifiuti radioattivi rientranti nelle categorie del Deposito Unico  Nazionale, devono vedersi imposto l’obbligo di conferire il materiale raccolto o detenuto al Deposito  Unico Nazionale, secondo le specifiche a loro impartite. La pericolosità di questo genere di rifiuto e  le esigenze di sicurezza impongono infatti che la loro custodia definitiva sia pubblica. 

ESCLUDERE FIN DA SUBITO l’ipotesi di un collocamento definitivo in deposito geologico  profondo dei rifiuti a media ed alta attività perchè non è concepibile concretamente e  realisticamente che possano essere realizzate opere che durino, e in isolamento, svariati milioni di  anni. Per meglio comprendere l’entità dei tempi di cui si parla si consideri a confronto che i  dinosauri sono estinti “solo” 65 milioni di anni fa e per quanto riguarda l’umanità, che le piramidi  egizie, tra le grandi opere più antiche conosciute, sono “vecchie” di circa 4500 anni e la grande  muraglia cinese di “solo” 2200 anni. E’ impossibile prevedere come sarà il mondo fra milioni di anni,  quando le lingue attuali saranno pressochè certamente estinte e un sito realizzato oggi per  contenere sostanze tanto pericolose dovrebbe essere segnalato con ideogrammi comprensibili ai  posteri piuttosto che con iscrizioni. 

→ PREVEDERE l’INTERIM STORAGE di lunghissima durata, nel Deposito Unico Nazionale, dei rifiuti  ad alta attività e con emivita radiologica di millenni. Oggi disponiamo di contenitori, cosiddetti  cask, di metallo speciale per rifiuti radioattivi ad elevata attività. Questi contenitori sono stati  realizzati in programmi di ricerca multidisciplinare internazionali, sottoposti a numerosi test anche  spettacolari, per verificarne la capacità di resistere ad urti violentissimi, a cadute da aereo, ad  attacco aereo e missilistico e validati e selezionati dalla IAEA referente indipendente dell’ONU. Una  delle proprietà tra le più importanti di questi contenitori è quella di schermare la radiazione nucleare  evitando che arrivi a fuoriuscire al loro esterno. Così che possono essere ispezionati, movimentati o  rimossi senza necessità per gli operatori di protezioni individuali. Possono essere tenuti sigillati  garantendo sicurezza per i lavoratori del deposito, per la popolazione interessata nell’area vasta e per l’ambiente. Tali cask, cilindrici, hanno tre coperchi di chiusura successivi e la superficie esterna  ondulata che facilita la dispersione del calore che si produce inevitabilmente al loro interno in  conseguenza del lento decadimento radioattivo. Calore che nel Deposito dev’essere rimosso, così  come avviene nelle centrali nucleari che hanno ambienti a pressione negativa, con ventilazione  afferente a un camino. 

Allo stato attuale l’unica soluzione credibile è che i rifiuti ad elevate attività vengano mantenuti  entro I cask, sistemati in una zona idonea del Deposito, controllati militarmente, fino a quando  non si troverà, per loro, da parte delle generazioni future, una soluzione migliore. 

Dalla ricerca abbiamo indizi che possono farci sperare, moderatamente, che in futuro possano  essere scoperte tecnologie per ridurre significativamente o far decadere la radiazione nucleare. Va  detto che comunque per adesso questo è un sogno: siamo ben lontani dal poter considerare tali  indizi prossimi ad esiti conclusivi. Si segnala in merito l’esperimento che ha meritato l’assegnazione  del premio Nobel a Carlo Rubbia per cui bersagli bombardati con protoni ad altissima energia  producono urti anelastici contro i nuclei atomici degli elementi transuranici che si spezzano in  frammenti producendo altri e diversi radionuclidi e altri protoni attivi nel contribuire al  bombardamento. Il fenomeno di transmutazione, denominato più gergalmente “spallazione”, fa  pensare che si possano “incenerire” Ie scorie radioattive trasmutandole in nuovi e diversi  radionuclidi a minore emivita e quindi più “trattabili” per una loro sistemazione definitiva.  

Effetti simili sono stati ottenuti anche con laser ad altissima energia, ma anche questo risultato  rappresenta solo un indizio di possibilità che comunque non porta al decadimento radioattivo delle  masse ma a una loro trasmutazione in divesi radionuclidi che conservano comunque un elevato  grado di radioattività anche se inferiori alle condizioni di partenza.  

Allo stato attuale è solo il fattore “tempo” che garantisce il decadimento radioattivo spontaneo e  siccome i tempi per taluni elementi sono lunghissimi, l’unica soluzione possible è tenere custoditi  i rifiuti ad alta attività irraggiante in sicurezza entro i propri cask rimuovibili, ispezionabili,  sorvegliati, manutenuti. 

→ Acquisire al patrimonio pubblico e per finalità sociali le aree liberate con il decommissioning.  SOGIN, S.p.A. a pressochè completa partecipazione pubblica su fondi del Ministero dei Tesoro (fondi derivanti dalle accise sulle bollette elettriche degli italiani) ha il compito di smantellare le  centrali nucleari italiane fino al raggiungimento delle condizioni di un “green field”, vale a dire  lasciando al posto dell’ex centrale nucleare un campo verde privo di vincolo radiologico.  Probabilmente la “mission” assegnata a SOGIN è esagerata: nelle centrali nucleari le palazzine  degli uffici amministrativi, i locali mensa, l’aula delle riunioni, edifici che mai hanno avuto a che  fare con la radioattività e che talvolta sono pure di notevole pregio costruttivo con elementi di  particolare eleganza, potrebbero essere non demoliti, ma acquisiti dallo Stato ed assegnati ad  Associazioni per finalità sociali11. In ogni caso e’ giusto chiedere che alla fine delle operazioni di decommissioning, le aree liberate da vincoli radiologici devono essere acquisite al patrimonio dello  Stato dal momento che il loro recupero viene pagato con cospicui fondi pubblici e non dall’ENEL, al  tempo proprietaria degli impianti e “titolare”della contaminazione. Si tratta anche di evitare che  su un terreno bonificato con fondi pubblici possa successivamente verificarsi speculazione privata. 

→ Precisare la natura e le funzioni del Parco Tecnologico su cui si può esprimere consenso a  condizione che esso sia meglio definito come una struttura frequentata, viva, con ricercatori, stagisti  e persino con persone residenti nel complesso. Anzi, si ritiene che la frequentazione della struttura  debba essere ampliata ed incentivata ad esempio introducendovi un “museo nazionale  dell’energia” che copra tutta l’evoluzione tecnologica dell’umanità dalla scoperta del fuoco,  passando per l’energia idraulica, poi del vapore e quindi dell’era della “piro-tecnica”, del nucleare di fissione, fino alle più moderne scoperte e applicazioni del fotovoltaico, dell’idrogeno e delle celle  a combustibile. Può essere un luogo che ospiti laboratori di ricerca dell’ISPRA e dell’ENEA (magari  per la riduzione dell’attività delle scorie nucleari…), laboratori di metrologia o di analisi chimico fisiche rare d’eccellenza, del CNR o di Università. Un sito di Deposito popolato verrebbe infatti  percepito non come tetro cimitero di scorie pericolose da cui stare il più lontano possibile,  circondato dal perenne sospetto di essere causa di tutte le patologie che possono verificarsi  nell’area vasta interessata, ma come una struttura viva, frequentata, polo culturale e promotore di  cultura e sviluppo umano. Ovviamente la frequentazione larga dovrà essere resa anche accettabile  sotto il profilo della sicurezza (in senso militare del CSA – Complesso Stoccaggio Alta attività, ma le  due esigenze possono trovare soluzioni adeguate. 

Andrebbe anche preso in considerazione il recupero del calore derivante dal condizionamento del  deposito: il flusso di aria tiepida potrebbe essere indirizzato all’interno di serre per la coltivazione  dei fiori o per un vivaio forestale, strutture che potrebbero essere realizzate in prossimità del  Deposito Unico Nazionale.  

In ogni caso in questa fase iniziale del percorso verso il Deposito Unico Nazionale per i rifiuti  radioattivi, occorre dispiegare il massimo della trasparenza, informazione, consentire e promuovere  la partecipazione del pubblico, essere aperti al dialogo e a verifiche pubbliche sulle opzioni per  pervenire alla scelta motivata del sito più idoneo (o, meglio, del meno inidoneo) e non accontentarsi  di una ubicazione magari “più disponibile” perchè più accettata, ma carente di idoneità.  Opposizioni aprioristiche e non motivate non sono eticamente accettabili. 

della centrale del Garigliano che ha locali spaziosi e luminosi e una scala interna autoportante, disegnata da un grande  architetto italiano e unica nel suo genere.

 

Esempi di casks per i rifiuti nucleari ad alta attività

1 Dai ministeri è stato diffusa la notizia di una probabile proroga, data la crisi di governo e la pandemia in atto. All’atto  della chiusura di questo documento (12 febbraio 2021) non si registra alcun provvedimento ufficiale in merito.

2ISIN istituito con Dlgs n. 45/2014 subentra all’ISPRA dal cui Dipartimento Nucleare-Rischio Tecnologico e Industriale  (oggi ex) eredita personale e le funzioni. Precedentemente le funzioni sulla sicurezza nucleare e la radioprotezione  erano state: dal 1982 al 1984 dell’ENEA-DISP; dal 1994 al 2002 dell’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione  dell’Ambiente); dal 2002 al 2008 dell’ISPRA. Attualmente ISIN è allocato presso in Ministero dell’Ambiente, e non più  nell’ambito tecnico-scientifico più generale dell’ISPRA ove sarebbe stato più logico e naturale che rimanesse. La  tendenza dei ministeri a divenire strutture elefantiache concentrando in sé funzioni tecnico-scientifiche parziali e  improprie, sottratte alle Istituzioni preposte e a volte in concorrenza con esse, andrebbe messa in seria discussione.

3La CNAPI, il progetto preliminare, i documenti per la consultazione pubblica e altri materiali di approfondimento  sono disponibili sul sito www.depositonazionale.it, curato da Sogin.

4La Centrale elettronucleare di Latina, a gas e grafite, è la più antica delle centrali italiane e al tempo della sua  costruzione la più importante d’Europa e tra le prime al mondo. Costruita dal 1958 al 1962, è entrata in funzione nel  1963 e chiusa nel 1987- La Centrale del Garigliano è stata in esercizio dal 1964 al 1982; La Centrale di Caorso dal 1981  al 1986. Quella di Trino Vercellese è la più recente: costruita dal 1991 al 1997, entrata in esercizio nel 1998, è stata  fermata per “arresto forzato” nel 2009 e si è rinunciato al suo raddoppio; questa centrale non è raffreddata ad acqua,  ma è dotata di due caratteristiche grandissime torri per il raffreddamento ad aria. 
5 Alla fine del maggio 1998 in Italia del nord, nel sud-est della Francia ed in Svizzera è stato rilevato un temporaneo  significativo aumento del livello di Cesio 137 presente nell’aria. La radioattività risultò provenire da un’acciaieria di  Algeciras (Spagna – Cadige), nei pressi di Gibilterra, ove una sorgente nascosta tra le lamiere incidentalmente finì nei  forni della fonderia. Un incidente simile si era verificato molti anni prima in Italia a Saronno. Nel 1989, nella fonderia di Rovello Porro (Como) un carico di alluminio radioattivo proveniente dall’Europa dell’Est è stato inavvertitamente fuso,  immettendo nell’aria e nelle acque sostanze radioattive. Come sempre avviene in questi casi, dopo la scoperta, la  fonderia venne chiusa e bonificata: alcune tonnellate d’asfalto, di terra e di detriti contaminati vennero prelevati e  trasferiti nella discarica nucleare di Capriano del Colle.
6IAEA è l’International Atomic Energy Agenzy , organismo autonomo che si rapporta, come Agenzia specializzata, con  il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Produce rapporti periodici per l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza delle  Nazioni Unite, alla stregua di un’agenzia specializzata. Nata nel 1957 per gli sviluppi dell’uso pacifico del nucleare e per  la sua sicurezza, nel tempo ha abbandonato l’impegno nella promozione del nucleare per concentrarsi esclusivamente  sulla sicurezza, incolumità, scienza e tecnologia, verifica e salvaguardia. Svolge tre compiti principali: ispezioni  periodiche degli impianti nucleari esistenti per assicurarne l’uso pacifico; fornire informazioni e consulenze per migliorare gli standard per la sicurezza e di fungere da luogo d’incontro e interscambio per addetti ed esperti nelle  tecnologie nucleari.
7Sostituisce la vecchia classificazione ENEA-DISP del 1987
8Le sorgenti nucleari che rientrano in questa categoria continueranno necessariamente ad incrementare nel tempo  perché derivanti dagli ospedali ove sono impiegate sorgenti per diagnosi e cura, dall’industria di precisione per la  qualità dei prodotti e per la sicurezza, ad es., delle componenti dei mezzi di trasporto.
9I materiali più pericolosi devono necessariamente essere custoditi in sicurezza anche di tipo militare per evitare in  ogni modo che possano in ipotesi finire nelle mani di terroristi.
10 L’ “idoneità” a mantenere i rifiuti presso la centrale ove sono stati prodotti è una forzatura necessaria accettabile solo  in via molto temporanea. Questo perché c’è incompatibilità di requisiti tra un sito ove sorge una centrale nucleare e un  sito idoneo per ospitare un Deposito Definitivo per i rifiuti radioattivi a media e alta attività. Infatti una centrale  dev’essere necessariamente collocata nelle vicinanze di acqua (fiume o mare) necessaria per il raffreddamento, mentre  tale vicinanza è tra i criteri di esclusione nella scelta di un sito di deposito definitivo che deve durare per secoli o svariati  millenni.
11 Nel Decommissioning sarebbe anche assai opportuno conservare, a fini museali, parti pregiate della meccanica  dell’impianto. Ad esempio le giranti delle turbine che sono “pezzi unici”, realizzati da industrie italiane, con le centinaia  di alette saldate perfettamente da mani abilissime, esempi di realizzazione “artigiana” ma di qualità costruttiva e di  perfezione meccanica meritevoli di essere esposte. Allo stesso modo sarebbe una sciocchezza demolire la palazzina

FINE

Febbraio 2021 

RAVENNA:  SULLA CO2 CHE ENI HA IN PROGRAMMA DI STOCCARE SOTTO I FONDALI MARINI

RAVENNA:  SULLA CO2 CHE ENI HA IN PROGRAMMA DI STOCCARE SOTTO I FONDALI MARINI

Un aspetto preoccupante dell’impatto.

Eni e altre compagnie del mondo dei combustibili fossili programmano di entrare “nell’era dell’idrogeno” ma ottenendolo dagli idrocarburi fossili.  Siccome questa scelta produttiva genera anidride carbonica che dev’essere smaltita in qualche modo, programmano di adottare il metodo Ccs (acronimo di Carbon capture and storage). In parole semplici vogliono pompare sotto terra, negli interstizi dei giacimenti di gas esauriti (in tutto o in parte), milioni di tonnellate di CO2.   Il governo opportunamente  ha revocato – su iniziativa del Movimento 5 Stelle – la previsione di finanziare questo progetto coi fondi del Recovery Plan ma il progetto molto probabilmente andrà avanti con fondi propri perché assai conveniente per l’Azienda. Infatti questo consente ad Eni di restare nel business dei combustibili fossili, legandolo addirittura all’era dell’idrogeno, di portare avanti progetti come il TAP (chi si opporrà verrà accusato di essere sabotatore della produzione dell’ecologico idrogeno) e di finire di sfruttare i giacimenti che oggi rendono poco perché è economicamente difficile estrarre il gas residuo. L’anidride carbonica infatti è una molecola pesante e si stratifica nelle parti più base del giacimento per cui man mano che si accumula e il suo livello cresce dal fondo del deposito, spinge verso l’alto l’ultimo gas da sfruttare, come una sorta di pistone.  Ma qual è il possibile impatto, soprattutto a lungo termine, dell’immissione di tanta CO2 nel sottosuolo?     Bisogna considerare molto seriamente il fatto che la CO2 a differenza del metano, in presenza di acqua reagisce spiccatamente con le rocce (non solo carbonatiche…ma con diverse altre tipologie  e persino col cemento armato come per la vicenda del Ponte Morandi a Genova). Il discioglimento delle rocce produce soprattutto  bicarbonati solubili.   Le nostre grotte estese ed amplissime, la “spugnosità” delle nostre montagne, le “marmitte dei giganti” , in definitiva il carsismo,  hanno origine  dalla CO2 che con l’acqua diviene acido carbonico che attacca le rocce.  Il fenomeno è tanto più imponente quanto più l’anidride carbonica è pura (vale a dire la sua pressione parziale è prossima a quella totale) e quanto più la pressione in atmosfere è alta.  A limitare lo scioglimento nell’acqua di strato dei depositi è solo la salinità. Quante caverne gigantesche potranno formarsi sotto il fondale marino negli anni a venire? Quante nel corso dei secoli??  Quale la loro possibile estensione nell’area vasta?  Le cavità potranno arrivare ad interessare la terra, risalire verso l’alto fino a sciogliere le rocce di copertura e arrivare ad innescare i noti  “sinkholes” antropogenici, vale a dire cedimenti, sprofondamenti anche in zone abitate di sedi stradali, ferroviarie, ville comunali, parchi o giardini, nonché aree occupate da piazze, cortili e edifici?  Ravenna è già interessata da una preoccupante subsidenza : ci saranno interferenze?.    A tutte le sacrosante motivazioni, essenzialmente di politica energetica, per essere contrari alla produzione di questo chiamato suggestivamente “idrogeno blu”, si aggiunga l’assenza di assicurazioni fondate sulle conseguenze nel tempo che il Ccs può avere e si rifletta sull’effettiva imprevedibilità del pericolo connesso: fattori probabilmente prioritari. L’alternativa esiste: è l’idrogeno “verde” ottenuto dall’acqua, per elettrolisi, con energia elettrica da fonti rinnovabili e sostenibili. Questa è la strada. 

Giovanni  Damiani
Presidente GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane

La centrale a biomasse di Mercure non deve riaprire né ora né mai

La centrale a biomasse di Mercure non deve riaprire né ora né mai

L’associazione GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane appoggia la richiesta portata avanti da diverse associazioni di sospensione della riapertura della centrale a biomasse di Mercure. La megacentrale collocata nel Parco Nazionale del Pollino brucia 350.000 tonnellate di legno vergine all’anno (frutto del taglio di centinaia di migliaia di alberi) per produrre energia elettrica: una modalità di produzione di energia che l’Italia deve abbandonare per quattro importanti ragioni.


In primis, bruciare biomasse forestali accelera il riscaldamento globale: le energie da biomasse legnose sono più climalteranti persino delle energie fossili poiché, a parità di energia prodotta, emettono il 150% di CO2 rispetto al carbone e il 300% rispetto al gas naturale (da “Letter From Scientists To The Eu Parliament Regarding Forest Biomass” del gennaio 2018), mentre il riassorbimento di equivalenti quantità di CO2 da parte di nuovi alberi richiederà molti decenni: un tempo che non abbiamo a disposizione. Il taglio di un numero così elevato di alberi va ad aggravare il riscaldamento globale di cui una delle concause principali è proprio la deforestazione. Per rimuovere la CO2 accumulata abbiamo bisogno di grandi alberi e delle foreste vergini, che la assorbono oltre 50 volte in più rispetto ai nuovi alberi e alle piantagioni.


Secondo, la combustione di biomasse forestali presenta un grave rischio per la salute dei cittadini, in particolare in una zona come la Valle del Mercure, dove i fumi di combustione ristagnano a lungo a causa del fenomeno dell’inversione termica. La combustione di tutte le biomasse legnose, secondo i dati ufficiali dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) e di ISPRA, per la sola emissione in atmosfera di PM2,5, causa in Italia circa 20.000 morti premature ogni anno, senza contare le patologie dovute alle emissioni di inquinanti emessi nella combustione del legno (arsenico, mercurio, diossina, furani, IPA…). L’Italia detiene il triste record in Europa per morti premature derivanti dalla cattiva qualità dell’aria.


Terzo, l’utilizzo delle biomasse legnose come fonte di energia minaccia le foreste. Il patrimonio boschivo italiano è ormai sfruttato intensivamente e ben oltre i limiti di rigenerazione dello stesso. Un disastro ecologico che compromette gravemente gli ecosistemi forestali, privando le specie animali e vegetali del loro habitat, e che ha effetti anche sulla popolazione, in quanto la conservazione del patrimonio forestale è essenziale per la stabilità del suolo e la regimazione delle acque.


Quarto, il rapporto presente tra la distruzione di habitat naturali – soprattutto forestali – e l’innesco di epidemie causate dalla migrazione degli animali selvatici cacciati dal loro habitat. Virus di cui gli animali sono portatori possono fare il salto di specie e infettare l’uomo. È avvenuto con Hersa in Australia, arrivata dai pipistrelli, che si è diffusa prima tra i cavalli per poi passare all’uomo; con Ebola in Africa, dove i cercatori d’oro hanno disturbato la foresta casa di diverse specie di primati; con la malattia di Lyme negli USA, dove la scomparsa dei boschi ha decimato i predatori degli artropodi e causato un forte aumento delle zecche che trasmettono la malattia all’uomo; e in tantissimi altri casi riportati nella bibliografia scientifica e nell’ormai noto best seller Spill Over di David Quammen.


La produzione di energia da combustione di biomasse legnose non può quindi essere considerata energia pulita, non dovrebbe poter usufruire di generosi incentivi economici, e andrebbe abbandonata al più presto per la salute del pianeta, dei cittadini e per la nostra sicurezza sanitaria e sociale. GUFI è per un utilizzo razionale e sostenibile del legno, ottenuto da selvicoltura ecologica e in boschi destinati all’uopo, e per qualsiasi prodotto in cui il carbonio in esso contenuto resti allo stato solido.

Taglialegna #stateacasa: l’assalto ai boschi italiani continua persino durante la quarantena

Taglialegna #stateacasa: l’assalto ai boschi italiani continua persino durante la quarantena

ISDE Italia – Medici per l’Ambiente e GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane chiedono alle istituzioni di non autorizzare la ripresa dei tagli boschivi, un’attività che nel caso delle latifoglie è anche fuori tempo massimo: è ormai primavera e i tagli nei boschi di latifoglie sono vietati per consentire alle piante il periodo vegetativo. Aperta una petizione su Change.org.

Roma, aprile 2020 – GUFI e ISDE chiedono alle istituzioni di non accogliere la richiesta avanzata da CONAIBO (Coordinamento nazionale delle imprese boschive), AIEL (Associazione italiana energie agroforestali), Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) e alcuni Comuni montani di riaprire le attività di taglio degli alberi in deroga alla quarantena, e hanno aperto una petizione sul sito Change.org per chiedere il sostegno dei cittadini che hanno a cuore l’ambiente e la salute pubblica.

Le attività forestali sono infatti ferme in quanto considerate non necessarie, e nel momento in cui l’Italia ripartirà sarà concesso solo, fino al prossimo inverno, il taglio dei boschi di conifere. Questo perché nei boschi di latifoglie (querce, faggi, carpini…) non è concessa l’attività di taglio durante il periodo vegetativo, cioè quando le piante hanno già messo le foglie. Tagliare le latifoglie in primavera, tramite la tecnica del ceduo che rimuove il tronco dell’albero lasciando solo un ceppo da cui nascono nuovi polloni, le danneggerebbe gravemente con evidenti ricadute sugli ecosistemi. Il taglio delle foreste di conifere (pini, abeti) è invece concesso tutto l’anno, perché nel loro caso la tecnica del ceduo non si può utilizzare e la riproduzione avviene unicamente tramite seme.

Le associazioni dei tagliatori non stanno quindi chiedendo solo di violare la quarantena a cui sono sottoposte tutte le altre aziende, ma anche di poter violare la legge che protegge i boschi di latifoglie, tagliando a primavera ormai giunta: quest’anno, infatti, la stagione risulta particolarmente anticipata, a seguito di quello che è stato l’inverno più caldo di sempre in Europa (3,4 gradi in più rispetto alla media del periodo).

Perché questo accanimento?

È importante ricordare che in Italia è in corso da anni un vero e proprio assalto alle foreste, viste non come bene prezioso per il pianeta, per la salute dei cittadini e come arma contro il riscaldamento globale, ma unicamente come fonte di energia. Il proliferare in Italia di centrali a biomassa, che bruciano legno per produrre energia elettrica, ha scatenato una vera e propria corsa al taglio. Le nostre foreste, che per mera superficie sono in aumento, vengono gravemente impoverite e compromesse da continui tagli che interessano gli alberi più grandi: un diradamento che, se lascia intatta la superficie della foresta, di fatto la spoglia quasi completamente riducendola a pochi alberi giovani e sottili, distanti tra loro. Una devastazione evidentissima anche a un occhio non esperto (si allega foto di una foresta governata a ceduo).
GUFI e ISDE ricordano che bruciare il legno provoca maggiori emissioni di CO2 e di polveri sottili persino rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili, con ricadute drammatiche in termini di contrasto al cambiamento climatico e di impatto sulla salute. Le biomasse forestali non possono essere considerate una fonte rinnovabile di energia: anche piantando un albero in sostituzione di quello tagliato, questo impiegherà anche un secolo ad assorbire le emissioni di quello abbattuto, sempre ammesso che non venga tagliato prima – un lasso di tempo che non ci è concesso prenderci nella lotta al riscaldamento globale e per la conservazione della biodiversità. Non a caso, due anni fa ben 784 scienziati hanno scritto al Parlamento Europeo per segnalare che usare legna come combustibile accelererà il cambiamento climatico, mentre sempre più studi rivelano l’importanza delle foreste mature e intatte nella lotta al riscaldamento globale. Inoltre, come evidenziato da un comunicato stampa del WWF a marzo, esiste uno strettissimo legame tra pandemie e danni all’ecosistema.

La richiesta delle associazioni dei taglialegna di riprendere le attività in violazione della quarantena e addirittura di prolungare il taglio delle latifoglie anche durante il periodo primaverile è causato dal desiderio di placare la fame insaziabile delle centrali a biomassa, per le quali il solo legno di conifera tagliato al termine della quarantena parrebbe non sufficiente. Eppure, come fatto notare dagli stessi promotori della richiesta di deroga alla quarantena, rimangono a terra milioni di tronchi schiantati dalla tempesta Vaia, che stanno venendo acquistati da imprese austriache proprio per produrre legna da ardere. Il recupero del legno schiantato dalla tempesta (che giace lì da moltissimi mesi, quindi non si comprende l’urgenza) può essere autorizzato con un provvedimento ad hoc, senza riprendere i tagli su tutto il territorio nazionale. Trattandosi di conifere, inoltre, il prelievo di questi alberi potrà riprendere immediatamente dopo la fine della quarantena, anche se andrà fatto con oculatezza per evitare l’erosione del terreno e il conseguente rischio idrogeologico.

Non vi è inoltre alcun rischio di esaurimento a breve termine delle scorte di legno, dato che quelle per il prossimo inverno sono già state approntate e non sarà eventuale legna raccolta ora, ancora verde, ad aumentarle. Inoltre in questo momento sono chiusi alberghi di montagna, ristoranti, rifugi, pizzerie ed altri esercizi che fanno grande consumo di legna da ardere: il fabbisogno di legna nell’ultimo mese è crollato.

Le imprese e le loro associazioni lamentano inoltre la necessità di produrre imballaggi di legno (pallets) per i settori fondamentali. I pallets però vengono prodotti perlopiù con il legno delle conifere: non c’è quindi ragione di tagliare le latifoglie in deroga alle norme ambientali. Inoltre i pallet sono riutilizzabili. Il settore agroalimentare non utilizza pallets ma contenitori di plastica, e lo stesso vale per i prodotti farmaceutici. Non ci sono quindi attività essenziali che abbiano bisogno di un’immediata produzione di pallets.

Inoltre è legittimo chiedersi in quali condizioni sanitarie le aziende di taglio vorrebbero far operare i loro lavoratori durante la pandemia: sono tristemente note le continue violazioni delle norme basilari di tutela dei lavoratori nel settore dei tagli boschivi, dove è inoltre ampiamente diffuso il lavoro nero.

In conclusione, GUFI e ISDE ritengono che non vi sia alcuna ragione per ritenere il taglio di alberi come attività necessaria che meriti una deroga durante la quarantena; che eventuali (e da dimostrare) necessità di legname possano essere soddisfatte utilizzando il legno schiantato dalla tempesta Vaia tramite un provvedimento ad hoc, che non includa le altre foreste sul territorio italiano; e che la richiesta di riaprire il taglio nei boschi di latifoglie in deroga alle leggi a protezione dell’ambiente sia irricevibile.

GUFI e ISDE invitano tutti i cittadini che hanno a cuore la salute e l’ambiente (e conseguentemente la propria) a firmare la petizione “Taglialegna #stateacasa” sul sito Change.org all’indirizzo: http://chng.it/g9zHLWXc

CONTATTI

Valentina Venturi – Ufficio stampa GUFI

Mail: press@gufitalia.it | Tel: 3403386920