Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Presidente del Consiglio dei Ministri – Prof. Mario Draghi 

Ministro della Salute – On. Roberto Speranza 

Ministro della Transizione ecologica – Prof. Roberto Cingolani 

Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali – On. Stefano Patuanelli  ministro@politicheagricole.it 

Ministro dello Sviluppo Economico – On. Giancarlo Giorgetti 

Produzione di energia da biomassa legnosa e salvaguardia del patrimonio forestale  internazionale. 

Egr. Presidente del Consiglio dei Ministri, 

in occasione della Giornata Mondiale delle Foreste indetta dalle Nazioni Unite il 21 marzo di ogni  anno, vogliamo richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla effettiva tutela del nostro patrimonio  forestale oggi sottoposto ad un crescente sfruttamento per la produzione di biomassa a fini energetici.  

Ciò si somma alle minacce che storicamente ne compromettono l’estensione e soprattutto la qualità,  come gli incendi, i cambiamenti climatici e il sovra-sfruttamento. 

Negli ultimi anni, il crescente fabbisogno energetico della nostra società ha avviato l’utilizzo dei  nostri boschi e di foreste in altre parti del Pianeta per produrre biocombustibile per le centrali a  biomassa. Un recente articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta un incremento del 49% della  superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento delle perdita di biomassa del 69% in  tutta Europa, nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance  (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila metricubi tra  il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’ultimo rapporto annuale del EU Joint Research  Centre (2021) riporta che ‘il divario tra gli usi e le fonti dichiarate di biomassa legnosa possono  essere in gran parte attribuito al settore energetico e consistono principalmente in rimozioni  sottostimate“. In altre parole, la gran parte di legno non contabilizzato a livello europeo può essere  attribuita principalmente al consumo di energia! 

A questo si aggiunge che l’Italia è tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, generando prelievi forestali e impatti sugli ecosistemi forestali fuori dal nostro Paese. 

Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia a livello europeo, sia nazionale, di deduzioni fiscali e di incentivi economici che hanno alimentato l’incremento dell’uso di questo combustibile per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come “ecologico” e rinnovabile, sebbene  sussistano varie criticità in merito.

La produzione di energia è centrale nello sviluppo delle nostre società e per la qualità della vita dell’uomo, tuttavia è ormai improcrastinabile avviare una decisa conversione dei sistemi di  produzione, abbandonando le fonti fossili e sviluppando le fonti rinnovabili e sostenibili. Nonostante  lo sviluppo di fonti rinnovabili negli ultimi anni, purtroppo i livelli crescenti dei consumi energetici  ci dicono che la produzione di energia da fonti rinnovabili è stata finora in aggiunta e non sostitutiva  rispetto quella da fonti fossili. 

In questo processo di transizione occorre prestare la dovuta attenzione e cautela agli impatti che la  produzione di energia da fonti rinnovabili può determinare. Vogliamo infatti sottolineare che  rinnovabile non vuol dire di per sé sostenibile, se viene trascurata la mitigazione e la compensazione delle minacce per la biodiversità e il paesaggio. Nel caso dell’uso delle biomasse forestali occorre  anche considerare che non è una produzione neutra e che complessivamente, per ogni chilowattora di  calore o elettricità prodotta, è probabile che l’uso del legno inizialmente aggiunga in atmosfera da due  a tre volte più carbonio rispetto ai combustibili fossili. 

Con questa lettera, Green Impact e Gruppo Unitario per le Foreste Italiane (GUFI) – le due  organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance, un’alleanza che riunisce oltre  100 Organizzazioni Non Governative in 27 Paesi del Mondo (https://forestdefenders.eu/) – desiderano esprimere la crescente preoccupazione sull’inclusione delle biomasse forestali tra le fonti rinnovabili e sostenibili. Tale inclusione sta dando una forte spinta all’utilizzo dei nostri boschi e delle foreste di  molte altri parti del Pianeta, compromettendo ecosistemi forestali di elevato valore naturalistico e i  benefici che questi producono in termini di servizi ecosistemici.

L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni  di anidride carbonica in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del  riscaldamento globale, secondo gli accordi assunti a Parigi nel 2015, ben al di sotto dei 2ºC con i  sforzi per limitarlo a 1,5ºC. La presunta neutralità è smentita dalle emissioni necessarie per l’apertura  dei cantieri e delle piste forestali, per i tagli, per la movimentazione con mezzi meccanici, per i  trasporti in centrale, per la frantumazione o riduzione in pellet. Va altresì considerata la quota di  carbonio immobilizzata nei boschi nella lettiera, nell’humus e nel biota vivente dei suoli e la  componente non esalata in atmosfera che nel sottosuolo si combina con l’acqua dando origine a  bicarbonati solubili che stabilizzano il pH degli ecosistemi acquatici rendendoli idonei ad ospitare  notevole biodiversità e resilienza. Si aggiunga a questo che mentre le emissioni in atmosfera derivanti  dalla combustione sono immediate, l’assorbimento richiede molto tempo per la perdita di funzioni  degli ecosistemi disboscati e per i lunghi tempi di crescita di nuove piante.

Inoltre, la produzione di biomassa legnosa da conferire come combustibile nelle centrali a biomassa  sta spingendo nel nostro Paese alla conversione a ceduo con turni brevi determinando il serio rischio  di compromettere il capitale naturale a medio e lungo termine. Basta citare un dato: nel nostro Paese  le utilizzazioni forestali negli ultimi 15 anni sono aumentate di circa il 70%. 

Ad evidenziare l’importanza di questo tema, a febbraio scorso oltre 500 scienziati, anche italiani,  hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea,  Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati  Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della  Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine  forestale per produrre energia su grande scala.

Vogliamo in modo analitico e sintetico soffermarci sui punti chiave per cui riteniamo che la  produzione di energia dalla combustione della biomassa forestale rappresenta un elemento di forte  criticità:

la conversione dei sistemi di produzione energetica con l’abbandono dei combustibili  fossili come petrolio, carbone e gas naturale è imposta dalla necessità di ridurre  l’immissione in atmosfera di gas clima-alteranti, mentre l’uso delle biomasse forestali  produce anidride carbonica e allo stesso tempo compromette le funzioni degli  ecosistemi forestali di assorbirla e di produrre ossigeno. Contrariamente all’opinione  diffusa, la combustione del legno non è climaticamente neutra e contribuisce in modo  significativo all’effetto serra. 

✓ La combustione del materiale legnoso, in ambito domestico e in grande quantità negli  impianti industriali di produzione energetica, produce particolato sotto forma di polveri  sottili PM 2,5 e PM 10, oggi riconosciute all’origine di molte patologie umane e causa  di morte nell’ordine di decine di migliaia di persone all’anno. In molti contesti la  tecnologia idonea a eliminare o almeno ridurre le emissioni non è adottata. 

✓ Sebbene negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un aumento in termini di superficie  dei nostri boschi a causa dell’abbandono delle aree marginali agricole collinari e  montane, lo stesso non si può dire per la loro qualità, come testimoniano i bassi livelli  di biodiversità nei boschi di neo-formazione e anche dal volume medio della biomassa  legnosa italiana, meno della metà degli altri Paesi europei (circa 150 mc/ha, contro  quella di altri Paesi europei di 350 mc/ha). 

✓ La produzione di biomassa legnosa per le centrali a biomassa impone modelli di  gestione a ceduo con cicli brevi che compromettono la qualità dei boschi e i servizi  ecosistemici forniti. La gestione a ceduo per la produzione di biomassa a scopo  energetico arreca un danno, reale e potenziale, all’intera filiera del legno con perdita  delle specie pregiate (es. le specie del Genere Acer e alcune del Genere Quercus)  utilizzate nell’industria del mobile, del parquet, della cantieristica, della piccola  manifatturiera (es. strumenti musicali) e l’artigianato. La gestione del patrimonio  boschivo deve invece essere guidata da principi ecologici che garantiscano il  rinnovamento, l’aumento della qualità forestale, i livelli di biodiversità in modo  compatibile con la produzione di massa legnosa. 

✓ I boschi devono essere considerati non come un’insieme di alberi, ma come un  complesso ecosistema composto da migliaia di specie vegetali e di decompositorie (complessi ecosistemi composti da migliaia e migliaia di organismi autotrofi ed  eterotrofi) e quindi la loro gestione non può essere affrontata ponendosi come obiettivo  la produzione di materiale legnoso e al contempo trascurando le specie viventi e le  funzioni ecologiche. 

✓ Gli ecosistemi forestali forniscono numerosissimi servizi ecosistemici alla biodiversità  e alla specie umana, dai servizi di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi,  il riciclo dei nutrienti ai servizi di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre, ect),  a quelli di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la  barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la  qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici. Per la nostra specie si aggiungono i  servizi culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. Per  questo la gestione degli ecosistemi deve tenere in considerazione tutte queste funzioni.

GREEN IMPACT 
Start-up non profit che promuove pratiche trasformative ecologiche ed economiche. Il nostro  principale obiettivo è conservare e ripristinare l’equilibrio del pianeta, dando impulso all’innovazione  della cultura e dei saperi, così da migliorare il benessere degli animali, domestici e selvatici. Nel  portare avanti la nostra missione di tutela dell’ambiente, degli animali e dei loro habitat, privilegiamo  soluzioni che abbiano un impatto socio-economico multidisciplinare, facendo leva sull’innovazione  e sugli sviluppi tecnici, scientifici e normativi. Grazie alla nostra rete di esperti, offriamo soluzioni  tecniche e normative in grado di determinare reali cambiamenti. Mettiamo a disposizione della  comunità internazionale dei soggetti interessati tutte le nostre soluzioni a fine di permettere un’  accelerazione di azione collettiva verso il cambiamento. 
Contatti stampa Green Impact
Fabrizio Bulgarini |338 2198878 | f.bulgarini@tiscali.it
www.greenimpact.it/it
www.greenimpact.it/it/green-economy-per-il-cambiamento

GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane 
L’obiettivo primario del GUFI è quello di assicurare la conservazione del patrimonio forestale  nazionale affinché possa essere lasciata in eredità alle generazioni che verranno. Perché la tutela della  biodiversità e del paesaggio naturale dei boschi italiani e dei benefici ecosistemici che questi  assicurano all’uomo sia assicurata è necessario che almeno il 50% della copertura forestale del Paese  sia lasciata alla libera evoluzione. Ciò è possibile senza entrare in conflitto con le esigenze  economiche di tipo produttivo. Per il GUFI l’idea del futuro forestale dell’Italia è quella di un Paese  in cui i boschi possano tornare ad occupare gran parte dello spazio che è stato sottratto loro dall’uomo  ripopolando le aree attualmente marginali e improduttive e andando a costituire ampie cinture verdi  intorno alle città. Inoltre, i boschi destinati alla produzione devono essere gestiti al fine di produrre  materiali legnosi e non destinati a usi ad alto valore aggiunto. 
Contatti stampa GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane
Valentina Venturi | 340 3386920 | press@gufitalia.it
www.gufitalia.it

No alla proroga del taglio delle latifoglie: la Regione Piemonte danneggia le sue foreste tagliando gli alberi durante il periodo vegetativo

No alla proroga del taglio delle latifoglie: la Regione Piemonte danneggia le sue foreste tagliando gli alberi durante il periodo vegetativo

La Regione Piemonte ha posticipato la data di termine del taglio ai boschi di latifoglie, permettendo di tagliare a primavera ormai arrivata con gravi danni all’ecosistema. Protestano le associazioni.

Torino, 21 aprile 2020 – Le associazioni GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e ISDE Italia – Medici per l’Ambiente protestano per la proroga del periodo di taglio delle latifoglie concessa dalla Regione Piemonte, che permette di proseguire il taglio dei boschi a ceduo nonostante la primavera sia ormai arrivata e sia incominciato il periodo vegetativo degli alberi e di nidificazione dell’avifauna. Una scelta politica che, per venire incontro alle richieste delle ditte di taglio boschivo, ignora i tempi dettati dalla Natura e la necessità di lasciare indisturbate le nostre foreste (già sfruttate in modo intensivo e insostenibile durante il resto dell’anno) nel periodo cui gli alberi riprendono la crescita e gli animali si riproducono.

I boschi di latifoglie governati a ceduo sono sottoposti a un tipo di taglio che consiste nel rimuovere il tronco dell’albero lasciando solo una ceppaia da cui nasceranno nuovi polloni: un sistema che sfrutta la capacità dell’albero di ricominciare a crescere anche dopo un evento traumatico. Affinché la pianta possa riprendersi dopo il taglio però sono necessarie alcune condizioni, e per questo motivo le norme forestali dettano in modo rigoroso i modi ed i tempi dell’utilizzazione del bosco governato a ceduo, stabilendo date differenti per i periodi di taglio a seconda dell’altitudine proprio per evitare che vengano tagliate piante già entrate nel periodo vegetativo.

Il taglio del ceduo è indicato quindi soltanto durante la stagione silvana, ovvero il periodo dell’anno in cui gli alberi non hanno le foglie e sono nella fase di riposo: in quel momento gran parte delle riserve nutritive della pianta si trova ancora allocata nell’apparato radicale. Alla ripresa del periodo vegetativo, cioè quando all’arrivo della primavera l’albero ricomincia a mettere le foglie, le sostanze nutritive traslocano dalle radici alla parte aerea della pianta. Tagliare quando questo processo è già iniziato ha diverse e gravi ripercussioni sull’albero, in quanto causa uno squilibro energetico e un forte impoverimento del vigore vegetativo della pianta; provoca l’emissione di un maggior numero di polloni avventizi, che sono meno stabili meccanicamente e meno vitali fisiologicamente; e favorisce le patologie che possono attaccare la pianta, perché le ferite sulle ceppaie si ricoprono di uno strato di linfa zuccherina, ideale per la germinazione delle spore fungine. A queste problematiche se ne aggiungono altre collaterali che coinvolgono il bosco nel suo insieme, causate dalle operazioni di taglio, allestimento ed esbosco. Aumentano i rischi di danni alla corteccia e di altre lesioni al tronco anche negli alberi non tagliati, a causa delle sollecitazioni meccaniche; si interferisce pesantemente con il periodo di riproduzione di molte specie animali, che sempre più spesso avviene in anticipo a causa del cambiamento climatico; gli animali che vanno in letargo sottoterra sono già usciti e facilmente verranno uccisi durante le operazioni.

A causa del riscaldamento climatico si assiste sempre più spesso a un arrivo anticipato della stagione primaverile, con conseguente anticipo dell’entrata in vegetazione delle piante forestali e della ripresa di tutte le attività naturali dell’ecosistema forestale. Il fenomeno è stato particolarmente evidente questo inverno, che è stato il più caldo mai registrato, e con il passare degli anni il tema diventerà sempre più attuale e pressante.

Le associazioni invitano quindi la Regione Piemonte a rispettare i tempi dettati dalla natura, e a proteggere adeguatamente il patrimonio boschivo chiudendo la stagione di taglio prima dell’arrivo della primavera.

Taglialegna #stateacasa: l’assalto ai boschi italiani continua persino durante la quarantena

Taglialegna #stateacasa: l’assalto ai boschi italiani continua persino durante la quarantena

ISDE Italia – Medici per l’Ambiente e GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane chiedono alle istituzioni di non autorizzare la ripresa dei tagli boschivi, un’attività che nel caso delle latifoglie è anche fuori tempo massimo: è ormai primavera e i tagli nei boschi di latifoglie sono vietati per consentire alle piante il periodo vegetativo. Aperta una petizione su Change.org.

Roma, aprile 2020 – GUFI e ISDE chiedono alle istituzioni di non accogliere la richiesta avanzata da CONAIBO (Coordinamento nazionale delle imprese boschive), AIEL (Associazione italiana energie agroforestali), Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) e alcuni Comuni montani di riaprire le attività di taglio degli alberi in deroga alla quarantena, e hanno aperto una petizione sul sito Change.org per chiedere il sostegno dei cittadini che hanno a cuore l’ambiente e la salute pubblica.

Le attività forestali sono infatti ferme in quanto considerate non necessarie, e nel momento in cui l’Italia ripartirà sarà concesso solo, fino al prossimo inverno, il taglio dei boschi di conifere. Questo perché nei boschi di latifoglie (querce, faggi, carpini…) non è concessa l’attività di taglio durante il periodo vegetativo, cioè quando le piante hanno già messo le foglie. Tagliare le latifoglie in primavera, tramite la tecnica del ceduo che rimuove il tronco dell’albero lasciando solo un ceppo da cui nascono nuovi polloni, le danneggerebbe gravemente con evidenti ricadute sugli ecosistemi. Il taglio delle foreste di conifere (pini, abeti) è invece concesso tutto l’anno, perché nel loro caso la tecnica del ceduo non si può utilizzare e la riproduzione avviene unicamente tramite seme.

Le associazioni dei tagliatori non stanno quindi chiedendo solo di violare la quarantena a cui sono sottoposte tutte le altre aziende, ma anche di poter violare la legge che protegge i boschi di latifoglie, tagliando a primavera ormai giunta: quest’anno, infatti, la stagione risulta particolarmente anticipata, a seguito di quello che è stato l’inverno più caldo di sempre in Europa (3,4 gradi in più rispetto alla media del periodo).

Perché questo accanimento?

È importante ricordare che in Italia è in corso da anni un vero e proprio assalto alle foreste, viste non come bene prezioso per il pianeta, per la salute dei cittadini e come arma contro il riscaldamento globale, ma unicamente come fonte di energia. Il proliferare in Italia di centrali a biomassa, che bruciano legno per produrre energia elettrica, ha scatenato una vera e propria corsa al taglio. Le nostre foreste, che per mera superficie sono in aumento, vengono gravemente impoverite e compromesse da continui tagli che interessano gli alberi più grandi: un diradamento che, se lascia intatta la superficie della foresta, di fatto la spoglia quasi completamente riducendola a pochi alberi giovani e sottili, distanti tra loro. Una devastazione evidentissima anche a un occhio non esperto (si allega foto di una foresta governata a ceduo).
GUFI e ISDE ricordano che bruciare il legno provoca maggiori emissioni di CO2 e di polveri sottili persino rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili, con ricadute drammatiche in termini di contrasto al cambiamento climatico e di impatto sulla salute. Le biomasse forestali non possono essere considerate una fonte rinnovabile di energia: anche piantando un albero in sostituzione di quello tagliato, questo impiegherà anche un secolo ad assorbire le emissioni di quello abbattuto, sempre ammesso che non venga tagliato prima – un lasso di tempo che non ci è concesso prenderci nella lotta al riscaldamento globale e per la conservazione della biodiversità. Non a caso, due anni fa ben 784 scienziati hanno scritto al Parlamento Europeo per segnalare che usare legna come combustibile accelererà il cambiamento climatico, mentre sempre più studi rivelano l’importanza delle foreste mature e intatte nella lotta al riscaldamento globale. Inoltre, come evidenziato da un comunicato stampa del WWF a marzo, esiste uno strettissimo legame tra pandemie e danni all’ecosistema.

La richiesta delle associazioni dei taglialegna di riprendere le attività in violazione della quarantena e addirittura di prolungare il taglio delle latifoglie anche durante il periodo primaverile è causato dal desiderio di placare la fame insaziabile delle centrali a biomassa, per le quali il solo legno di conifera tagliato al termine della quarantena parrebbe non sufficiente. Eppure, come fatto notare dagli stessi promotori della richiesta di deroga alla quarantena, rimangono a terra milioni di tronchi schiantati dalla tempesta Vaia, che stanno venendo acquistati da imprese austriache proprio per produrre legna da ardere. Il recupero del legno schiantato dalla tempesta (che giace lì da moltissimi mesi, quindi non si comprende l’urgenza) può essere autorizzato con un provvedimento ad hoc, senza riprendere i tagli su tutto il territorio nazionale. Trattandosi di conifere, inoltre, il prelievo di questi alberi potrà riprendere immediatamente dopo la fine della quarantena, anche se andrà fatto con oculatezza per evitare l’erosione del terreno e il conseguente rischio idrogeologico.

Non vi è inoltre alcun rischio di esaurimento a breve termine delle scorte di legno, dato che quelle per il prossimo inverno sono già state approntate e non sarà eventuale legna raccolta ora, ancora verde, ad aumentarle. Inoltre in questo momento sono chiusi alberghi di montagna, ristoranti, rifugi, pizzerie ed altri esercizi che fanno grande consumo di legna da ardere: il fabbisogno di legna nell’ultimo mese è crollato.

Le imprese e le loro associazioni lamentano inoltre la necessità di produrre imballaggi di legno (pallets) per i settori fondamentali. I pallets però vengono prodotti perlopiù con il legno delle conifere: non c’è quindi ragione di tagliare le latifoglie in deroga alle norme ambientali. Inoltre i pallet sono riutilizzabili. Il settore agroalimentare non utilizza pallets ma contenitori di plastica, e lo stesso vale per i prodotti farmaceutici. Non ci sono quindi attività essenziali che abbiano bisogno di un’immediata produzione di pallets.

Inoltre è legittimo chiedersi in quali condizioni sanitarie le aziende di taglio vorrebbero far operare i loro lavoratori durante la pandemia: sono tristemente note le continue violazioni delle norme basilari di tutela dei lavoratori nel settore dei tagli boschivi, dove è inoltre ampiamente diffuso il lavoro nero.

In conclusione, GUFI e ISDE ritengono che non vi sia alcuna ragione per ritenere il taglio di alberi come attività necessaria che meriti una deroga durante la quarantena; che eventuali (e da dimostrare) necessità di legname possano essere soddisfatte utilizzando il legno schiantato dalla tempesta Vaia tramite un provvedimento ad hoc, che non includa le altre foreste sul territorio italiano; e che la richiesta di riaprire il taglio nei boschi di latifoglie in deroga alle leggi a protezione dell’ambiente sia irricevibile.

GUFI e ISDE invitano tutti i cittadini che hanno a cuore la salute e l’ambiente (e conseguentemente la propria) a firmare la petizione “Taglialegna #stateacasa” sul sito Change.org all’indirizzo: http://chng.it/g9zHLWXc

CONTATTI

Valentina Venturi – Ufficio stampa GUFI

Mail: press@gufitalia.it | Tel: 3403386920

Calce nel Mediterraneo per combattere la crisi climatica? Le nostre serie perplessità

Calce nel Mediterraneo per combattere la crisi climatica? Le nostre serie perplessità

Non è un film che ricorda Fritzcarraldo (di Herzog, 1982) ove l’eroico inseguimento della realizzazione di un sogno colossale viene portato avanti ad ogni costo e a prezzo di sacrifici incredibili.  E’ una proposta vera che a noi non convince.    
Il 5 di Febbraio un’equipe del Politecnico di Milano ha presentato una ricerca finalizzata ad abbattere l’eccesso di CO2 in atmosfera per contrastare la crisi climatica:  il metodo sarebbe quello di spandere nell’intero mar Mediterraneo e in prospettiva negli oceani del pianeta Terra, magari approfittando di un “passaggio” offerto dalle navi che attualmente  viaggiamo per il globo, calce idrata (idrossido di Calcio)

Vediamone i fondamenti.

 L’anidride carbonica, si sa, è in massima parte assorbita dai mari e dagli oceani non solo perchè in quanto gas si discioglie in acqua ma anche perché reagendo con essa, in buona misura cambia stato: smette di essere gas e si trasforma in acido carbonico. Questo si ionizza dando luogo a una reazione di equilibrio che complessivamente può essere così rappresentata:  CO2 + H2O ↔ H2CO↔  H+   + 2 HCO3 .  In pratica la CO2 non si comporta come un gas qualsiasi, ad esempio al pari dell’ossigeno, che si scioglie in acqua fino a quando la sua concentrazione è arrivata a saturazione (per la legge di Henry) e resta lì come ossigeno disciolto.  La reattività  della CO2 una volta entrata in acqua la fa sparire dallo stato gassoso, in quantitativi significativi, e la fa trasformare soprattutto in ione idrocarbonico (vale a dire in bicarbonato) così liberando “spazio” per lo scioglimento in acqua di altra anidride carbonica. Se a questo equilibrio sottraiamo lo ione idrocarbonico, realizziamo una forzante per cui altra CO2 verrà assorbita dall’aria, e andrà a disciogliersi in quelle acque ove si è liberato spazio. In definitiva tanto più sottraiamo ione idrocarbonico dai nostri mari e tanto più liberiamo spazio perché questi possano assorbire CO2. Ma come sottrarre, a costi non proibitivi in assoluto, lo ione idrocarbonico? Semplice, lo sappiamo da oltre un secolo: basterebbe somministrare calce per trasformarlo in Carbonato di Calcio:  

                                                                               Ca(OH)2  + H2CO3    → CaCO3   +  2 H2O .

                                                                  Calce spenta+ ac. Carbonico → Carbonato di Calcio  + acqua

In questo modo il carbonato di Calcio, insolubile, precipiterebbe verso i fondali.

Fin qui sembra tutto facile ma la fattibilità è altra cosa. Gli stessi autori della ricerca, Stefano Caserini, noto per il suo impegno nella lotta alla crisi climatica, e Mario Grosso, dicono che occorrono altre ricerche, anche in relazione all’impatto ambientale.

Le nostre severe perplessità riguardano:

Il materiale di base.  

Per produrre calce, in quantitativi così elevati, occorrerebbe realizzare cave gigantesche di roccia carbonatica. Forse servirebbero montagne intere. E conseguenti impiego di esplosivi, di macchine operatrici, di camion per il trasporto, di mulini di triturazione, il tutto per tempi lunghissimi.

La produzione della calce (Ossido di Calcio) richiede tantissima energia.

L’idrossido di calcio si ottiene dalla calce e questa a sua volta si ottiene “cuocendo” la roccia carbonatica frantumata, a 900-1000° C:  dove prendiamo l’imponente quantitativo di energia necessaria?  Se la risposta fosse (com’era stato ventilato per quella ricerca) che la prendiamo dalle biomasse forestali, siamo di fronte ad un assunto errato secondo cui bruciare legna sarebbe a bilancio neutro rispetto alla CO2; sappiamo che non è così: questa è una pratica fortemente emissiva, climalterante oltre che tra le più inquinanti. E sottrarrebbe alla terraferma gran parte delle foreste che assorbono – gratuitamente- CO2 fissandola a terra nel legno, nelle radici, nella lettiera, nell’humus (la maggior parte!) e nel ciclo sotterraneo delle acque.  Occorre tenere in conto, rispetto alla questione climatica, anche e soprattutto il fattore tempo: quando bruciamo un albero di 70 anni, ad esempio, le emissioni di anidride carbonica in atmosfera sono praticamente immediate e andiamo a peggiorare la situazione climatica  già alterata… ma perché un albero piantato per sostituire quello bruciato  possa svolgere la stessa funzione di assorbimento di CO2, occorre che cresca, che passino svariati decenni e noi tutto questo tempo per agire non lo abbiamo.  E’ necessario ridurre ora le emissioni. Per non parlare del disastro che si avrebbe ai danni della biodiversità e degli ecosistemi connessi.

La cottura delle rocce libera essa stessa tanta CO2

CaCO3 + calore → CaO   + CO2

Ovvero: ogni molecola di calce viva (CO da cui si ricava l’idrossido di Calcio) prodotta, ne libera una di anidride carbonica!  In termini di massa questo vuol dire che ogni tonnellata di calce viva prodotta libera 846 chilogrammi di CO2.   Questa emissione andrebbe ad aggiungersi a quella prodotta per il calore. E’ evidente che occorrerebbe trovare un sistema aggiuntivo (dispendioso e costoso) per sequestrare questa produzione imponente di CO2 che per certo non può essere liberata in atmosfera. Che farne? Iniettarla, attivando compressori (energivori)  nelle profondità della terra? Magari in suoli vulcanici che la immobilizzano? In quantitativi imponenti, ove troviamo tanto spazio di deposito?

La trasformazione dell’ossido di Calcio in calce idrataè anch’essa problematica.

È una reazione semplice (basta immettere l’ossido di calcio nell’acqua) ma piuttosto violenta, che libera forti quantità di calore e quindi occorrerebbero impianti adeguati da cui magari si potrebbe recuperare il calore prodotto.  Poi l’idrossido di calcio dev’essere trasportato fino alle navi e poi per i mari  (tal quale, così  trasportando anche l’acqua con i relativi costi? Oppure disidratato ma a spese di altre fonti di energia per essere poi reidratato in mare?). 

Lo spandimento in mare non garantisce una omogeneizzazione della calce su larghe superfici.

Si rischia di avere aree ad alta concentrazione di calce che danneggi la flora e la fauna marina pelagiche. La diffusione, si sa, è un fenomeno lentissimo e questo rischio è assai concreto soprattutto in condizioni di mare calmo.

Il rischio di inquinamento da materiali solidi in sospensione e poi sedimentabili.

Come esito dello spandimento della calce si produce carbonato di calcio, praticamente insolubile, che tende a precipitare assai lentamente.  In definitiva in mare si formerebbe una polvere sottilissima, biancastra, della stessa natura chimica della roccia finemente triturata fino a livello molecolare, che tende a stratificare nel tempo verso il fondo. Questa polvere tende ad aggregarsi come avviene in natura quando si formano rocce sedimentarie.  Il rischio più forte che questo fenomeno potrebbe produrre è quello di seppellire  le forme di vita bentonica ma, ancora di più, di intasare le branchie e gli apparati respiratori di tutti gli organismi filtratori.  I molluschi lamellibranchi, ad esempio, sono sensibilissimi ai fenomeni di inquinamento fisico che comportino il cambio della granulometria dei fondali in cui sono immersi o ancorati e la loro scomparsa per soffocamento si rifletterebbe fino a vertici delle catene e delle reti alimentari.

Si andrebbe ad agire su un equilibrio planetario: occorre molta cautela.

Lo ione idrocarbonico contribuisce a contrastare le modifiche di pH delle acque: è in definitiva un “tampone”. L’immissione di calce effettivamente correggerebbe l’acidificazione che la CO2 ha prodotto nei nostri mari con danni incredibili in atto, i cui effetti più vistosi sono riscontrabili nello sbiancamento delle barriere coralline e morte dei coralli.  Ma questa “correzione”, peraltro di dimensioni planetarie, richiederebbe ingentissimi quantitativi di idrossido di Calcio e poi ha un punto di arrivo certo, giusto e misurabile come riferimento?

Problemi di diritto internazionale.

Agire su mari che bagnano una moltitudine di nazioni, con una operazione di scala planetaria, non è cosa facile: non c’è solo la questione dei costi su cui la ricerca appare concentrata, ma occorrerebbero consensi vastissimi, convenzioni e collaborazioni difficilmente ottenibili.  Inoltre tutta quella calce occorrente non sarebbe producibile solo in Italia…

CONCLUSIONI

Con tutto il rispetto per la Ricerca che noi di GUFI sosteniamo e riteniamo non sia mai abbastanza, e con il sincero rispetto per persone come Caserini e Grosso impegnati come pochi nella lotta alla crisi climatica, riteniamo che la strada intrapresa sconti un peccato di riduzionismo, sia francamente eccessiva nei propositi e che rechi un rischio aggiuntivo, che sarebbe epocale, per le nostre foreste qualora fossero confermate come fonte energetica.  I boschi e le foreste non sono un insieme di alberi e serbatoio di energia producibile come calore: sono ecosistemi che regolano la vita di tutta la Terra. Noi riteniamo che gli alberi, i boschi e le foreste evolute siano invece i nostri principali alleati nella lotta al riscaldamento globale. E che quindi vadano lasciati il più possibile a svolgere le loro funzioni ecologiche, e i loro benefici ecosistemici, anche sulla salute.

Le foreste italiane meritano un’informazione corretta

Le foreste italiane meritano un’informazione corretta

Sul Fatto Quotidiano del 19 gennaio u.s. è comparso un articolo firmato da Renzo Motta e Giorgio Vacchiano dal titolo “Le foreste italiane meritano un’informazione migliore”. Nel loro scritto i due autori, noti sostenitori di un approccio antiecologico alla gestione delle foreste, sostengono tesi che, lungi dal fornire “un’informazione migliore”, risultano prive di fondamento scientifico, fuorvianti e a volte addirittura irrispettose del buon senso.

Di seguito si riportano i commenti all’articolo di Motta e Vacchiano inviati da alcuni esperti alla redazione del Fatto Quotidiano.

Cara Redazione,

considero Il Fatto Quotidiano l’unico giornale veramente libero dell’Italia. Vi seguo da anni e condivido la vostra impostazione nel raccontare i fatti. Per questo sono veramente meravigliato e anche amareggiato per lo spazio dato a Motta e Vacchiano per raccontare una verità distorta sui tagli delle foreste italiane e sulle centrali a biomasse.
L’articolo dice molte cose inesatte mescolate ad alcune verità ma inserite in un contesto alterato. Le foreste italiane sono certamente in aumento rispetto a 100 anni fa, ma occorre sapere che la data di riferimento è quella nella quale la superficie forestale italiana ha toccato il minimo storico. È una informazione fuorviante dire che le nostre foreste sono in aumento senza ricordare che siamo di gran lunga al disotto della superficie forestale potenziale ed inoltre senza dire che il volume medio dei boschi italiani è di 159 m3 ad ettaro contro i 360 m3 di Austria e Germania (veri paesi con economia forestale). È folle spingere ora sulle utilizzazioni boschive come se fossimo un paese ricco di boschi e pigro nello sfruttarli.
Per raggiungere i paesi forestalmente più avanzati dovremmo continuare ancora 50 anni con questo tasso di prelievo. Aumentarlo vuol dire solo allontanare questa data. Oltretutto la gran parte del prodotto dei nostri boschi è di scarsa qualità e destinabile solo al mercato delle biomasse a scopo energetico.
Chi spinge ora per il taglio dei boschi (come gli autori dell’articolo) favorisce solo (volontariamente o involontariamente) la lobby delle biomasse, dietro la quale ci sono speculatori senza tanti scrupoli. La filiera legno/biomasse è una filiera economicamente drogata, che fa guadagnare pochi sui finanziamenti pubblici, a scapito del popolo italiano che si trova con meno boschi e meno soldi. Guardate cosa succede alla centrale a Biomasse del Mercure in Calabria.
Le centrali a biomasse sono pericolose per la salute delle persone e dell’ambiente (distruggono i boschi e il verde urbano e emettono anidride carbonica e polveri sottili). Non si tratta di energie rinnovabili ma vengono lo stesso incentivate come tali. I boschi sono oggi uno dei più efficaci strumenti di lotta ai cambiamenti climatici e propugnarne lo sfruttamento di bassa economia è un delitto contro l’umanità (come ha detto anche il Prof. Mancuso).
Non possiamo preoccuparci dei tagli nelle foreste equatoriali e boreali e degli incendi forestali in Australia e poi appoggiare chi vuole spingere ad un insano incremento delle utilizzazioni forestali in Italia. È una follia sottovalutare quello che sta accadendo nei nostri boschi soprattutto quello che si vorrebbe far accadere a breve.
Il Fatto Quotidiano, che sta sempre dalla parte della verità e dalla parte dell’onestà, non può cadere in trappole come queste e spero che dia la possibilità di replicare.
Siete persone ascoltate e stimate, non potete veicolare un messaggio così sbagliato e pericoloso.

Buon lavoro,

Prof. Alessandro Bottacci
Docente di Conservazione della Natura, Università di Camerino.
Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

Spett. Redazione de Il Fatto Quotidiano,

scrivo per intervenire riguardo all’articolo pubblicato recentemente sul vostro giornale, nel quale vengono sostenute tesi, a nome degli esperti Motta e Vacchiano, a favore dei tagli nelle foreste italiane e per l’uso energetico del legno.
Ciò dipende dal fatto che le biomasse sono considerate energie rinnovabili.
La logica seguita è la seguente: bruciando un albero, liberiamo in atmosfera una quantità di CO2 che un nuovo albero, crescendo fino alle dimensioni del primo, riassorbirà integralmente: con bilancio complessivo neutro, pari a zero.
Ma questo ragionamento è fallace, per vari motivi;

1) Le biomasse sono gravemente climalteranti: per ogni kW ora di elettricità prodotta con biomasse legnose viene emessa 1,5 volte la CO2 emessa col carbone e 3 volte la CO2 emessa con gas naturale. Tale CO2 viene emessa in pochi secondi bruciando un albero di 100 anni e occorreranno altri 100 anni perché un nuovo albero (sempre che venga piantato!), crescendo, la assorba. E noi questo tempo non lo abbiamo: proseguendo con questo aumento, tra 100 anni le emissioni di CO2 avranno reso impossibile la vita umana sulla terra. Soprattutto, secondo il rapporto dell’8.10.2018, redatto a Incheon (Corea del Sud) dall’IPCC (Intergovernmental Panel for Climate Change, Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico dell’ONU), frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori di 44 paesi che hanno esaminato 6.000 studi e valutato 42.000 dichiarazioni di colleghi e governi, il riscaldamento globale supererà la soglia di +1,5 gradi nel 2030. Quindi sono disponibili solo pochi anni per invertire la tendenza e per diminuire significativamente le quantità di CO2 emesse in atmosfera non dobbiamo più bruciare combustibili fossili, e in primo luogo le biomasse legnose, che ne emettono più degli altri!
Oltre alle emissioni dirette della combustione, vi sono ulteriori importanti emissioni dovute al taglio e trasporto a distanza delle biomasse.
Infine, gli accordi internazionali prevedono che la biomassa importata per la combustione non venga conteggiata nel bilancio delle emissioni del paese importatore e ciò aggrava notevolmente il bilancio effettivo della CO2 emessa dalle nostre centrali.

2) Soprattutto, le biomasse uccidono circa 20.000 italiani ogni anno. Il calcolo è semplice e preciso: l’Agenzia Ambientale Europea-EEA (Air Quality in Europe, Report 2018) attribuisce all’Italia (dati riferiti al 2015) 60.600 morti precoci ogni anno per il PM2,5 atmosferico. Secondo ISPRA, circa la metà del PM2,5 è secondario e circa la metà è primario emissivo; sempre secondo ISPRA oltre il 68% del PM2,5 primario emissivo è emesso dalla combustione di tutte le biomasse solide (dalle stufe alle centrali). Le biomasse, quindi, causano con certezza circa 20.000 morti precoci ogni anno. Ci sono poi malattie e morti in più, difficili da stimare come numero, dovute alle emissioni di diossina e furani, mercurio, arsenico, IPA, ecc., che vengono liberati bruciando legno. Una parte di queste morti precoci è dovuta alle emissioni di PM2,5 delle centrali a biomasse direttamente incentivate con denaro pubblico dal GSE (causando come minimo circa 1500 morti/anno), ma di fatto tutta la combustione del legno viene incentivata in vari modi (IVA agevolata, ecc.) e ciò è assolutamente inammissibile. I dati sono costanti: ad esempio, l’Air Quality in Europe, Report 2019, da poco uscito, certifica una lieve diminuzione, cioè 58.600 morti precoci/anno in Italia per PM2,5 (dati riferiti al 2016), ma ISPRA, che è avanti di un anno rispetto all’EEA, nel suo “Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera 1990-2017, Informative Inventory Report 2019”, anch’esso da poco uscito, certifica che nel 2017 vi è stato un aumento del PM2,5 emissivo in atmosfera, totalmente dovuto alle emissioni delle biomasse che sono incrementate del 9,4% ripeto al 2016. Di conseguenza si può prevedere che le morti precoci stimate per il PM2,5, nel prossimo Report EEA che sarà riferito al 2017, segneranno un nuovo aumento per l’Italia.

Non è ammissibile che per le pressioni delle “lobby del legno”, cioè delle industrie che producono pellet, caldaie, centrali a biomasse, ecc. e di coloro – agronomi e ditte forestali – che traggono lauti guadagni dai progetti di taglio degli alberi, lo Stato Italiano debba incentivare la combustione del legno che ogni anno uccide, dati alla mano, oltre 20.000 suoi cittadini: quando l’uso del gas naturale, che produce 2.000 volte meno PM2,5, produrrebbe 2.000 volte meno morti precoci, cioè 10 (dieci) morti/anno anziché ventimila!
Ed è parimenti inammissibile che la Società pubblica partecipata “Ricerca Sistema Energetico, RSE S.p.A.”, in data 25/11/2019 su un dossier concernente “Energia delle Biomasse legnose” possa impunemente sostenere tesi opposte alle concordi evidenze scientifiche affermando: a) che le emissioni di CO2 delle biomasse siano “del tutto equivalenti al fotovoltaico (clamoroso falso, come sopra indicato); b) che le emissioni di particolato siano drasticamente ridotte dai filtri a maniche. E’ vero l’opposto. ISPRA, nell’Italian Emission Inventory 1990-2017: Informative Inventory Report 2019 riferito alle emissioni 2017, mostra come nel settore M2, composto al 99% dalla combustione di tutte le biomasse legnose, le emissioni di PM2,5 siano aumentate di quasi il 10% rispetto al 2016. Sempre ISPRA ha comunicato che il tasso di emissione attuale delle biomasse legnose sia di 388g di PM2,5 per ogni Gj di energia prodotto (312g/Gj per le centrali a biomasse). Ciò conferma il fatto, anch’esso scientificamente verificato, che le dimensioni delle polveri sottili emesse dal legno siano dell’ordine della nanoparticelle (diametro dell’elica del DNA), che nessun filtro è in grado di trattenere. Non è possibile che interessi economici debbano portare ad affermazioni false da parte di società partecipate dallo Stato, tacendo inammissibili rischi per la vita delle persone!

3) Senza incentivi, produrre energie da biomasse può essere antieconomico e l’energia utilizzata può addirittura superare l’energia prodotta! Lo dimostrano vari studi riportati nell’articolo “Le biomasse legnose non sono vere energie rinnovabili e il loro uso causa gravi effetti sulla salute” (Corrieri, 2019).

4) Le biomasse comportano rischi di incendi e di infiltrazioni mafiose. Secondo il Procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo e il Capo della Protezione civile regionale calabrese Carlo Tansi (Avvenire.it del 9.8.2017), dietro gli incendi nel Parco della Sila ci sono aziende forestali, che riforniscono di legname le centrali elettriche a biomasse. Infatti,  gli alberi bruciati mantengono un 70% di potere calorico e vengono cippati e bruciati nelle centrali. Senza incendi, nel territorio di un Parco nazionale nessuno avrebbe potuto toccarli.

5) Le biomasse sono responsabili del taglio generalizzato degli alberi. Stanno causando la distruzione delle nostre foreste e delle alberature delle nostre città. Il consumo italiano di biomasse forestali vergini, secondo GSE (2017), tra elettrico e termico è circa 52 Mton/anno mentre secondo ENEA (2017) disponiamo “solo” di 26 Mton/anno di biomasse vergini: la metà! Per mantenere accese le centrali stiamo deforestando e tagliando alberi dappertutto con le più varie motivazioni, ovviamente surrettizie. Viceversa, stanno emergendo sempre maggiori evidenze di come sia fondamentale difendere, mantenere e sviluppare alberi e foreste senza tagliarli. Sul numero di aprile 2019 di Nature è stato pubblicato un importante articolo scientifico che mostra come solo le foreste lasciate alla loro evoluzione naturale, ricche di biodiversità, possano essere potentemente efficaci nel fissare la CO2 in eccesso rimuovendola dall’atmosfera. Le foreste vergini possono salvarci mentre le piantagioni di nuovi alberi, secondo gli autori, non sono parimenti efficaci. Un grande albero maturo rimuove dall’atmosfera CO2 e inquinanti per un fattore di 50 volte maggiore rispetto a un albero appena piantato per sostituirlo. Se continuiamo a tagliare alberi e ripiantarli, andremo verso la rovina. Un articolo apparso sul numero di Science del luglio 2019 mostra come, se piantiamo nuove foreste escludendo le aree agricole e urbane, c’è spazio sulla Terra per circa un miliardo di ettari in più di copertura arborea che, se lasciata a sé stessa, potrebbe immagazzinare fino a 205 Gton di carbonio in più: esattamente la quantità che secondo l’IPCC occorre togliere dall’atmosfera per impedire il disastro climatico! Le foreste ci salverebbero da sole: basterebbe incrementarle e restaurarle smettendo di tagliarle. Queste sono le verità da dire a coloro che promuovono il taglio degli alberi!

6) Cominciamo ad avere anche evidenze scientifiche dirette di danni alla salute: danni respiratori, neurotossici e aumento del rischio cancerogeno sono stati dimostrati da vari studi sui lavoratori e sugli abitanti vicino alle centrali a biomasse (cfr. Corrieri, 2019).
Data l’estrema importanza per la salute delle persone e la possibilità di evitare ventimila morti precoci ogni anno in Italia, chiedo formalmente, come Coordinatore per il Centro Italia di ISDE-Medici per l’Ambiente, di poter essere ascoltato da Codesto spett. Giornale, assieme ad altri scienziati e ricercatori che potranno meglio illustrare a voce i dati qui solo accennati.

Dott. Ugo Corrieri
Coordinatore di ISDE- Medici per l’Ambiente per il Centro Italia

Spett. Redazione,

intervengo sull’articolo pubblicato con grande spazio e rilievo sul Fatto, in cui Motta e Vecchiano lanciano sostanzialmente un messaggio a favore dei tagli nelle foreste italiane e per l’uso energetico del legno (a prescindere dal ministro che ne ha maggiore competenza). Scrivo perché quelle sono posizioni assai pericolose per l’ambiente, per l’aggravamento della crisi climatica e per la salute, basate su verità riduttive, parziali o distorte.
Le foreste italiane sono certamente in aumento rispetto al secolo scorso, ma non ci viene detto che il periodo preso a riferimento per giustificare questo incremento che si vuole fare apparire strepitoso e da taluni addirittura eccessivo è quello in cui le nostre foreste erano ridotte già ai minimi termini storici.  Se prendessimo a riferimento, invece, periodi preindustriali (cosa non assurda se consideriamo la longevità di moltissime specie arboree che solo oggi iniziamo a conoscere con lo studio degli anelli annuali di accrescimento, scoprendo alberi che dal medioevo sono arrivati, vivi e sani, fino a noi e che continuano a riprodursi), in cui sarebbe stato possibile viaggiare da Roma a Parigi passando senza soluzione di continuità tra i boschi, il giudizio sarebbe stato molto diverso. E lo sarebbe stato ancora di più se avessimo preso a riferimento la superficie forestale necessaria per abbattere parte consistente dell’anidride carbonica immessa in eccesso in atmosfera o la superficie potenzialmente idonea al rimboschimento.  Con questi riferimenti avremmo, come conclusione, che occorre rispettare il più possibile il patrimonio arboreo esistente, lasciarlo alla sua evoluzione naturale e impiantare nuovi alberi (aggiuntivi e non sostitutivi di quelli abbattuti) ovunque possibile, incluso l’ambiente urbano, e saperli amministrare.
Il contenuto dell’articolo non è accettabile perché lascia intendere una presunta “invasione” in atto da parte dei boschi che, come rappresentata, non tiene conto della loro qualità. “L’Italia è ricca di boschi…poveri” . Così, con apparente ossimoro, sintetizzava la situazione nazionale Alfonso Alessandrini, per 15 anni Capo del Corpo Forestale dello Stato. Infatti non si può mettere sullo stesso piano per qualsiasi aspetto (ecologico, estetico, dei benefici ecosistemici resi all’uomo, per la biodiversità che è in grado di ospitare, per la stabilizzazione idrogeologica, ecc.) una foresta vetusta o semplicemente evoluta con boschi giovani, di neoformazione, che hanno alberelli che andrebbero considerati infanti e che non sono ancora evoluti come bosco vero e proprio, nelle sue successioni naturali.
In questo periodo storico in cui studi scientifici raccomandano il rispetto dei boschi come principali alleati per contrastare la crisi climatica, in Italia vengono abbattuti alberi su intere superfici boschive, lungo le strade extraurbane e nelle città, con intensità stupefacente, sotto la spinta dei generosi incentivi statali gravanti sulle nostre bollette elettriche. Sotto attacco, tra le maglie larghe della legislazione, persino boschi in aree naturali protette a livello regionale, nazionale o europeo come i cosiddetti SIC e ZPS. (Litorale Romano, Tombolo Grossetano, Caprarola..)  Eppure è scientificamente dimostrato che produrre energia bruciando legna ha un rendimento di gran lunga inferiore a quello di altre fonti, è fortemente climalterante e non è neutro come si vuol far passare: nei bilanci non si considerano (oltre al dispendio di energia fossile per taglio, accatastamento, trasporto, cippatura, ecc…) il carbonio fissato nel legno, negli apparati radicali, nella lettiera e nell’humus al suolo (di gran lunga superiore a quello presente nei tronchi e nei rami), quello che viene inglobato nel ciclo dell’acqua come ione idrocarbonico, né la perdita della funzionalità ecologica del bosco eliminato. 
La combustione del legno produce fumi assai nocivi per la salute.  Conto è che questo avvenga in una stufa in montagna ove è assicurata ventilazione e diluizione nell’ambiente, e conto è che avvenga in città densamente popolate. I filtri comuni, infatti, seppure fossero adottati, non riescono ad abbattere efficacemente le polveri più fini (PM10 e PM2,5, notoriamente cancerogene): occorrerebbero tecnologie improponibili nelle stufe e negli impianti in genere, per costi, fabbisogno manutentivo, ingombri, per consumo di acqua necessaria… Così le stufe a pellet, in ambiente urbano, diventano fattori temibili per l’aumento di casi di cancro e ciò diventa assai grave in caso di inversione termica, fenomeno che si verifica quando l’aria fredda, pesante, si pone come un “tappo” o coperta su quella calda degli strati bassi impedendo la dispersione e la diluizione degli inquinanti e la città diviene una sorta di camera a gas. E’ stupefacente che non si consideri che un bosco non è un insieme di alberi, così come un giornale non è un mero assemblaggio di parole: parliamo di ecosistemi, di resilienza, di purificazione dell’aria, di formazione di suolo fertile, di ambienti complessi caratterizzati da un’infinità di relazioni e interrelazioni al loro interno che ci forniscono aria e acqua buona, una quantità di benefici ecosistemici che regolano la vita a livello globale.
Siamo per una selvicoltura ecologica e sostenibile, per usi nobili del legno in sostituzione della plastica. Ma oggi il quadro legislativo e la pratica non vanno in questa direzione perché non si distinguono i boschi di tutela da quelli da produzione.  Secondo voi quando c’è da tagliare, le motoseghe verranno indirizzate verso le parti boschive dai tronchi e rami grandi che danno maggior profitto, oppure verso gli alberelli di neoformazione boschiva? Ecco dove porta l’assenza di valutazione della qualità dei boschi. E dire che in questo campo ci sarebbe una delle più straordinarie potenzialità di creazione di posti di lavoro qualificati (i tagli viceversa richiedono viceversa bassa manovalanza), se avviassimo una gestione selvicolturale ecosistemica ed effettivamente sostenibile.

Cordiali saluti,
Dott. Giovanni Damiani   
Biologo, Presidente G.U.F.I. – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, già Direttore dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente.