SUL DEPOSITO NAZIONALE PER I RIFIUTI RADIOATTIVI 

SUL DEPOSITO NAZIONALE PER I RIFIUTI RADIOATTIVI 

a cura di Giovanni Damiani 

(già Direttore dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente e Autorità di sicurezza nucleare e  radioprotezione) 

Premessa 

Il presente documento ha finalità di discussione e confronto. E’ rivolto al pubblico, in particolare al  mondo dell’Associazionismo, e vuole contribuire a fornire un quadro per la comprensione  dell’importanza epocale del percorso avviato per l’individuazione del sito per la costruzione del  Deposito Unico Nazionale per i rifiuti radioattivi italiani. Intende stimolare una partecipazione responsabile e cosciente. Pertanto contiene le informazioni essenziali su questo tema, scritte in  maniera il più possibile piana e chiara, e -soprattutto- formula proposte. Non affronta problemi  più vasti legati alla materia nucleare, quali l’assetto istituzionale italiano, la sproporzione economica  e tecnologica tra nord e sud del Paese, il carico di insediamenti tecnologici e il loro impatto regionale nelle varie situazioni, il tema delle alternative energetiche rinnovabili ed effettivamente sostenibili  che sono urgenti e necessarie per fronteggiare la crisi climatica, sociale, occupazionale ecc.. E’  volutamente monotematico perché possa essere utile oggi, rispetto all’iter in corso, per il  posizionamento del Deposito. Aver recintato l’argomento finalizzato a un preciso -importantissimo passaggio di un iter che in questi mesi costituiscono un appuntamento d’importanza storica, non  significa cedere ad una valutazione riduzionista, ma al contrario, si vuole contribuire ad inquadrare  le scelte attuali , tecniche e politiche, nella loro complessità. 

Il programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi 

In quanto programma è stato sottoposto a procedura di V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica)  conclusa con decreto VAS n. 340 del 10 novembre 2018. Il documento, di 58 pagine, articolato in sette capitoli, è consultabile on line:  

https://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/rifiuti_radioattivi/programma_confo rmepdfa.pdf:  

Se ne consiglia la lettura per approfondimenti.  

Il percorso della consultazione 

La Commissione europea nel novembre 2020 ha notificato all’Italia (insieme ad Austria e Croazia)  l’attivazione di una procedura di infrazione per non aver ancora adottato un programma nazionale  per la gestione dei propri rifiuti radioattivi, conformemente alle norme dell’Ue, e in particolare alla  direttiva 2011/70 Euratom sul combustibile esaurito degli impianti nucleari e sugli altri rifiuti  radioattivi. Gli Stati membri erano tenuti a recepire la direttiva entro il 23 agosto 2013 e a notificare  i loro programmi nazionali alla Commissione entro il 23 agosto 2015.  

 Si parla inutilmente della necessità di sistemare questa tipologia di rifiuti dal 1968. Il tentativo  di imporre manu militari e con un commissario che poteva agire extra ordinem la realizzazione del  deposito Unico Nazionale per i rifiuti radioattivi a Scanzano Ionico (MT) nel 2003, senza nessun  riguardo e adeguata informazione per la popolazione, fu giustamente respinta a furore di popolo  con manifestazioni tra le più straordinarie verificatesi in Italia, concluse con la marcia delle 100mila  persone. Oggi non ostante il periodo di pandemia, l’argomento è stato ripreso e iterato in termini  frettolosi e con diverse importanti lacune per via di una documentazione che era da tempo nei cassetti e che non è stata aggiornata. I tempi stretti per evitare le pesantissime possibili sanzioni  dell’Unione Europea rischiano pure di sacrificare la partecipazione effettiva del pubblico, che  dev’essere adeguata, profonda, sostanziale e non burocratica, come passaggio ineludibile per un  argomento di così tanta importanza. 

E’ stata resa nota da parte di SOGIN con l’assenso dei Ministri per lo Sviluppo Economico e il Ministro  dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (di  seguito con l’acronimo CNAPI) per la realizzazione del Deposito Nazionale per i Rifiuti Radioattivi con  annesso Parco tecnologico. 

Dal 5 gennaio 2021 è stata avviata la fase di consultazione, della durata di 60 GIORNI1(documento  per la consultazione), alla quale è possibile iscriversi online;  

Entro 120 GIORNI dalla pubblicazione, si terrà un seminario nazionale a cui parteciperanno vari  soggetti tra cui l’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (di seguito  chiamato con l’acronimo ISIN2), Enti Locali, associazioni di categoria, sindacati, università, enti di  ricerca, portatori di interesse qualificati. 

Dopo il Seminario Nazionale, Sogin raccoglierà NEI SUCCESSIVI 30 GIORNI le ulteriori osservazioni  trasmesse formalmente a Sogin e al Ministero dello Sviluppo Economico e redigerà la proposta di  Carta Nazionale delle Aree Idonee (in seguito con l’acronimo CNAI). 

La CNAI verrà nuovamente sottoposta ai pareri del Ministro dello Sviluppo Economico, dell’ente di  controllo ISIN, del Ministro dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare e del Ministro delle  Infrastrutture e dei Trasporti. 

In base a questi pareri, il Ministero dello Sviluppo Economico convaliderà la versione definitiva della  CNAI, che sarà quindi il risultato dell’integrazione nella CNAPI dei contributi emersi e concordati  nelle diverse fasi della consultazione pubblica. 

Come si arriva all’individuazione del sito idoneo definitivo 

Con l’approvazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), Sogin aprirà la successiva fase di  confronto finalizzata a raccogliere le manifestazioni d’interesse, volontarie e non vincolanti, da parte  delle Regioni e degli Enti Locali il cui territorio ricade anche parzialmente nelle aree idonee a ospitare  il Deposito Nazionale con annesso Parco Tecnologico. 

Nel caso in cui non venissero espresse, da parte di Enti Locali, manifestazioni d’interesse, o qualora  queste fossero pervenute ma successivamente ritirate, Sogin “dovrà promuovere trattative bilaterali  con le Regioni nel cui territorio ricadono le aree idonee”.  

In caso di insuccesso delle trattative bilaterali (mancata intesa), verrà convocato un tavolo  interistituzionale, come ulteriore tentativo di pervenire a una soluzione condivisa.3  

Non è specificato, dai documenti ufficiali, cosa accadrebbe in caso di assenza assoluta e ripetuta di  manifestazione d’interesse per cui riteniamo che non sia escluso che si agirebbe d’ufficio. 

Dopo l’individuazione del sito sono necessarie altre due procedure 

Il progetto del Deposito dovrà essere sottoposto a V.I.A. (Valutazione dell’Impatto Ambientale)  Nazionale, sulla base di un S.I.A. (Studio d’Impatto Ambientale) redatto dalla SOGIN in qualità di  proponente. Dovrà contenere opzioni a confronto sulle scelte effettuate, un quadro programmatico  che verifichi l’aderenza a tutte le norme esistenti, ai trattati internazionali, alla pianificazione  territoriale, e previsioni d’impatto su aria, acque superficiali e sotterranee, suolo, rumore, flora,  fauna, ecosistemi, salute pubblica, elettromagnetismo, accessibilità, eventuale cumulo con altri  progetti o insediamenti impattanti fino all’impatto percettivo dalle varie visuali. La V.I.A. , corredata  anche da un documento di sintesi non tecnica, richiede obbligatoriamente il diritto di  partecipazione del pubblico, di Enti, delle categorie interessate quali Sindacati, Associazioni di  protezione Ambientale, ecc…) che possono visionare il progetto e formulare osservazioni alle quali  va data risposta. Richiede altresì il parere obbligatorio delle Regioni, delle ARPA e delle  Soprintendenze competenti per territorio. Il parere di compatibilità ambientale VIA è reso con  Decreto, può contenere prescrizioni e compensazioni vincolanti e prevedere verifiche di  ottemperanza. Fra le prescrizioni particolare attenzione può essere rivolta anche agli aspetti  percettivi-visuali relativi all’inserimento delle opere nel paesaggio con coperture a verde secondo il  modello vegetazionale spontaneo naturale di luoghi. 

Il progetto dovrà altresì ottenere il parere dell’ISIN per tutti gli aspetti radiologici e di radioprotezione  sanitaria e ambientale del Deposito, con riguardo ai lavoratori, alle popolazioni interessate e  all’ambiente in area vasta con prescrizioni sulle cautele connesse da adottare. 

Qual’è l’origine dei rifiuti radioattivi italiani e dove si trovano attualmente? 

I rifiuti provengono: 

➔ Dalle quattro centrali elettronucleari chiuse a seguito del referendum del 1987 e consistono  in elementi di combustibile irraggiato, rifiuti gestionali, parti radiologicamente contaminate  esito del decommissioning (vale a dire dello smantellamento) in corso4

➔ Dagli impianti di ricerca e/o di riprocessamento (Eurex in Saluggia – Vercelli; ITREC in  Rotondella – Matera , OPEC e IPU in Roma alla Casaccia; ma esistono altre casistiche come  Fabbricazioni Nucleari (FN) di Bosco Marengo (Alessandria) e laboratori in ambito  universitario.  

➔ Dai reparti di medicina nucleare e di radiologia medica (cosiddetti “medicali”). ➔ Dall’industria (gamma-grafie per la verifica delle possibili imperfezioni interne delle saldature  meccaniche, dalla produzione di lastre in macchine a controllo numerico ottimizzato…). ➔ Da materiali dismessi del secolo scorso (sorgenti di gamma-grafia di officine meccaniche  dismesse, parafulmini radioattivi, aghetti di Radio o sorgenti usati in medicina, sorgenti di  Cobalto60 usate in passato per l’irraggiamento di sementi e tuberi [problema: vagabonding5 di materiale radioattivo che può potenzialmente verificarsi con il recupero di ferro, acciaio o  alluminio destinati al riciclo]. 

Ne deriva che quando parliamo di materiali radioattivi non dobbiamo pensare solo alle centrali  elettronucleari di potenza, agli impianti di riprocessamento dei combustibili irraggiati di quelle  centrali, ma ci riferiamo a un mondo assai più vasto che ha prodotto in passato e continuerà a  produrre in futuro anche se in maniera molto ridotta per la chiusura delle centrali nucleari, rifiuti  radioattivi che è necessario gestire. 

Non tutti gli impianti sono affidati a SOGIN, com’è visibile dalla figura che segue. 

Le Linee Guida che regolano le valutazioni per il sito e per il deposito 

La GUIDA TECNICA n. 29 dell’ISPRA (emanata nel 2014 e approvata dall’Agenzia Atomica  Internazionale – IAEA – nel 2013) reca: Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento  superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. 

La GUIDA TECNICA n. 30 dell’ISIN (emanata a metà novembre 2020) reca: Criteri di sicurezza e  radioprotezione per i depositi di stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi e di combustibile  irraggiato. ( si noti il plurale: depositi). 

AREE INDIVIDUATE DA SOGIN POTENZIALMENTE IDONEE  

Delle 67 aree individuate dalla Sogin , 22 sono nel Lazio, 14 in Sardegna, 11 in Basilicata, 4 al  confine tra Basilicata e Puglia, 1 in Puglia, 8 in Piemonte, 4 in Sicilia, 2 in Toscana. 

La Sogin ha anche aggiunto una lista più ristretta di 23 luoghi come “aree verdi”, cioè i posti ritenuti  più favorevoli per realizzare il Deposito dei rifiuti radioattivi:  

8 in Piemonte tra le province di Torino e Alessandria (territori comunali di Caluso, Mazzè,  Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo)

2 in Toscana tra Siena e Grosseto (che comprendono territori comunali di Pienza, Campagnatico); 

7 nel Lazio in provincia di Viterbo (comuni di Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia,  Vignanello, Corchiano); 

6 in Basilicata-Puglia tra Matera e Bari (nei territori dei comuni di Altamura, Matera, Laterza e  Gravina di Puglia). 

Le novità nella carta CNAPI riguardano l’inclusione di siti nella Sardegna e nella Sicilia, regioni che  nella precedente ricognizione del 1999, eseguita dalla commissione presieduta da Carlo Bernardini,  erano state escluse per valutazioni riconducibili ai rischi del trasporto dei rifiuti su distanze lunghe e  per giunta via mare.  

Nel 2003 il generale Carlo Jean, presidente della SOGIN e Commissario della stessa, in audizione  parlamentare affermava che l’esclusione delle isole non era stata determinata dai rischi del  trasporto, bensì dalla volontà di evitare contestazioni da parte di Greenpeace lungo il percorso del  trasferimento del materiale radioattivo. Lasciava così intendere che le isole erano (o potevano  essere) rimesse in gioco confermando implicitamente le indiscrezioni che davano per candidata la  Sardegna ad ospitare il Deposito. Dopo mobilitazioni in Sardegna e iniziative parlamentari, il primo  ministro Berlusconi intervenne dicendo che la Sardegna turistica veniva da lui esclusa per i rifiuti  radioattivi.  

Come sono classificati i rifiuti radioattivi 

Il DLsl 45 del 2014 che recepisce la Direttiva 2011/70 EURATOM ha applicazione col regolamento di  cui al DM 7 agosto 2015 che riporta gli standard IAEA6che classifica i rifiuti radioattivi in 5 categorie7

a vita molto breve 

ad attività molto bassa 

a bassa attività 

a media attività 

ad alta attività 

La vecchia classificazione indicata nel Decreto Legislativo 31/2010, suddivideva i rifiuti radioattivi in  Ia, IIa e IIIa categoria rispettivamente caratterizzati da bassa, media e alta attività.  

La Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia, nell’aprile del 1999  aveva approvato, all’unanimità, un documento di indirizzo per il Governo in cui si proponeva la scelta  di uno o più depositi di superficie per i rifiuti nucleari di IIacategoria cui tempi di decadimento  radioattivo, fino al raggiungimento dei livelli simili a quelli del fondo naturale della crosta terrestre,  richiedono circa 300 anni. Proponeva lo smantellamento accelerato delle centrali nucleari italiane e  la collocazione dei rifiuti ad alta attività nel medesimo deposito per alcuni decenni, “viste le piccole  quantità dei volumi da sistemare”.  

Mentre per i rifiuti delle categorie Ia e IIasi ipotizzava una collocazione affrontabile realisticamente  alla luce delle attuali tecnologie, per quelli ad alta attività la commissione non formulava proposte  definitive perché allora come oggi non esiste una soluzione accettabile. 

In definitiva nel Deposito Unico Nazionale:  

• possiamo escludervi la collocazione i rifiuti a vita molto breve la cui radioattività decade a  livelli accettabili nel giro di giorni o di mesi e divengono presto rifiuti innocui ordinari. • abbiamo possibilità tecnologiche di sistemare, definitivamente, dopo averli trattati  (inertizzati in matrici solide come ad es. in cementi speciali) quelli ad attività molto bassa e  bassa. 

• abbiamo problemi da risolvere per quelli a media attività e problemi ancora più impegnativi  per i rifiuti ad alta attività i cui tempi di dimezzamento sono estremamente lunghi. Si tenga  presente che nella trasduzione fra la vecchia classificazione e quella nuova in 5 classi, i rifiuti  di media e di alta attività vanno considerati nella stessa, impegnativa, categoria. 

Gli elementi che costituiscono il cocktail dei rifiuti ad alta attività sono in determinate percentuali  isotopi creati artificialmente attraverso i fenomeni di fissione che avvengono in un reattore nucleare.  Il Plutonio 239, che è quello a maggiore presenza, decade di un millesimo della sua attività iniziale in  240 millenni. L’Uranio 235 che pure esiste in natura, dimezza la sua attività in 700 milioni di anni, ma  con l’arricchimento in protoni nel reattore diviene in buona parte Uranio238 che ha un tempo di  dimezzamento (e non di decadimento!) di circa 4,5 miliardi di anni, pari all’età del pianeta Terra.  Nella catena dei decadimenti dalla filiera dell’Uranio238 si formano Torio234, Uranio 234, Torio 230 e  Radon che è un gas radioattivo che esala dai terreni e viene a costituire la “radioattività naturale” con cui abbiamo a che fare, a macchia di leopardo, in aree un po dovunque nel Paese. Alla fine dei  decadimenti si origina il Piombo206 finalmente stabile e privo di attività radiologica.  

I tempi descritti rendono improponibile e non accettabile l’ipotesi di una sistemazione dei rifiuti  di questo genere in depositi geologici “definitivi”.  

La Terra ha le sue dinamiche geologiche attive, lente ma inesorabili, i continenti si spostano, le  montagne si formano, si alzano e si disfano, le falde acquifere e il corso dei fiumi cambiano  significativamente in tempi simili. Il mare Adriatico, ad esempio, mostra una tendenza per cui fra  circa 58 milioni di annisi stima che non esisterebbe più e la costa italiana sarà unita a quella balcanica  albanese, croata, bosniaca e slovena. Come si può pensare, di fronte ai tempi di emivita dei  radioisotopi ad alta attività, di realizzare un deposito sotterraneo geologico profondo, pretendere  che possa essere “definitivo”, che duri in sicurezza diversi milioni di anni o un miliardo di anni?  

Oggi in Europa le scorie radioattive ad alta attività sono allocate in una ventina di siti ma nessuno di  essi è definitivo. I tentativi fatti in Germania di sistemazione in depositi geologici profondi (miniere  di salgemma) sono falliti. 

Il progetto più avanzato in questo campo è quello di Olkiluoto in Finlandia per collocare i rifiuti a 400  metri di profondità e progettato per durare 100 millenni. Il costo iniziale previsto, di 3 miliardi di €,  sono lievitati ad oggi a 10 miliardi e la prevista entrata in funzione nel 2009 è stata riposizionata, per  adesso, al 2023. Altri Paesi (Svezia, Inghilterra, Francia, Repubblica Ceca, Svizzera, Romania) si  trovano ancora in fase di valutazione. La Cina si è dotata di 2 depositi “definitivi” per l’alta attività e  nel mondo 4 sono in via di realizzazione.  

Per quanto riguarda invece i rifiuti a bassa e media attività esistono in Europa diversi depositi  nazionali definitivi: a Drigg (vicino Sellafield in Inghilterra, ove c’è un impianto in cui si trovano  diverse barre italiane di combustibile irraggiato per il riprocessamento e l’inertizzazione, e i cui  residui diminuiti in volume e solidificati ci verranno rimpatriati), uno in Spagna a El Cabril, due nella  Penisola Scandinava, poi in Slovenia, Belgio, Romania, Slovacchia, Ungheria.  

La questione della sistemazione dell’alta attività invece appare effettivamente irrisolta e lontana  dall’esserlo. 

Una prima considerazione è d’obbligo: bene hanno fatto gli italiani a interrompere la produzione di questa tipologia di rifiuti ad emivita lunghissima e altissima pericolosità, col loro voto sul referendum  d’iniziativa popolare che l’8 e 9 novembre 1987 vide circa il 72% di Si all’uscita dal nostro Paese dalla  generazione dell’energia elettrica da fonte nucleare. Oggi i rifiuti italiani di alta attività sono tutto  sommato modesti a confronto di altri Paesi che sono in condizioni assai peggiori. 

La seconda considerazione d’obbligo è che è largamente motivato, ad oggi, dire NO alla previsione  di un ipotetico, futuro, sito geologico definitivo di profondità per la sistemazione dei rifiuti a  lunghissima emivita di attività. 

I quantitativi dei rifiuti radioattivi italiani da sistemare 

Rifiuti a vita molto breve: non richiedono sistemazione in un apposito deposito definitivo. Si lascia  che la radioattività decada tenendoli in sicurezza e divengano in poco tempo rifiuti comuni privi di  vincoli radiologici. 

Rifiuti ad attività bassa e molto bassa esistenti: (che hanno un tempo di decadimento a livelli per  cui il rischio da radioattività diviene minimo accettabile in circa 300 anni)…………..……….. 33000 m3   Ad attività bassa e molto bassa previsti per il futuro 8…………..………………………..……….……… 45000 m3 Totale capienza del deposito nazionale per questa tipologia……………………………………..…..78000 m3 

Nel Deposito Nazionale, inoltre, saranno stoccati «temporaneamente» i rifiuti a media e alta attività, ossia  quelli che perdono la radioattività in migliaia di anni , per…………………………………………………………… 17000 m3 

Questi comprendono 400 m3residui dal riprocessamento delle barre di combustibile irraggiato delle  centrali italiane, spedite da tempo in Francia e in Inghilterra e che verranno restituiti per contratto  approvato dal Parlamento, e dalle barre non riprocessabili.  

 TOTALE GENERALE 95000 m3 

Per la loro sistemazione definitiva è dichiarato che «richiedono la disponibilità di un deposito  geologico» [criticità! n.d.r.]. 

La Direttiva 2011/70/EURATOM stabilisce che ogni Paese ha la responsabilità di sistemare i propri  rifiuti radioattivi entro i propri confini nazionali. 

La direttiva prevede anche la possibilità di costruire uno o più depositi di profondità condivisi fra  Paesi europei con quantità limitate di rifiuti a media e alta attività.  

In considerazione degli elevati costi di realizzazione e di gestione di un deposito per tale tipologia di  rifiuto, alcuni Paesi stanno valutando l’opportunità di una sistemazione definitiva comune dei propri  rifiuti a media e alta attività, ma nulla di concreto o di impegnativo è dato di registrare.  L’Italia persegue la strategia, richiamata in ambito europeo, del cosiddetto ‘dual track’, ossia l’analisi  di fattibilità di un deposito da realizzare all’estero e condiviso fra più Paesi (possibilità che allo stato  attuale appare inesistente ma che è giusto tenere in ipotetica considerazione data la relativa  modesta quantità dei nostri rifiuti a lunga emivita) e, in parallelo, in caso l’ipotesi estera non risulti  praticabile, lo studio di una soluzione “definitiva” a livello nazionale. C’è da chiedersi, in merito, cosa significa la parola “definitiva”. 

Un deposito unico nazionale “temporaneo” ma di “lunga durata” 

Abituati a ragionare su tempi storici e non geologici, sembra un ossimoro chiamare una cosa  temporanea e nel contempo dire che è di lunga o lunghissima durata, ma i tempi del decadimento  radioattivo sono inevitabilmente talmente lunghi che i due concetti possono in realtà coesistere.  Un deposito siffatto consente di stoccare in sicurezza i rifiuti la cui attività radiologica si esaurisce in  circa 300 anni ma può ospitare (com’è previsto “temporaneamente”) anche quelli a media e alta  attività derivanti in massima parte dall’esercizio delle installazioni nucleari e la cui emivita radiologica  si protrae per migliaia o decine di migliaia di anni.  

Nel caso dell’Italia, come già avviene in Europa (Paesi Bassi, Svezia e Svizzera), i rifiuti a media e alta  attività verranno conferiti a un’apposita struttura centralizzata, pesso il Deposito Unico Nazionale,  denominata “Centro Stoccaggio Alta Attività” (acronimo CSA). 

La proposta di Deposito Unico Nazionale di superficie con annesso CSA e Parco Tecnologico prevede le seguenti caratteristiche: 

– Estensione 150 ettari (di cui 110 occupati dal Deposito e 40 dal Parco Tecnologico) 

– 90 grandi contenitori in cemento armato, detti “celle”, in cui verranno collocati grandi  contenitori in calcestruzzo cementizio speciale cosiddetti “moduli” entro cui saranno  alloggiati i contenitori metallici contenenti i rifiuti radioattivi già condizionati (ovvero in forma solida, racchiusi in matrice inerte che potrebbe essere vetrosa o di ceramica o  cementizia a seconda dei casi). In pratica sono tre contenitori inseriti l’uno dentro l’altro,  come le bambole souvenir russe “matrioska”. 

– Nel Deposito Nazionale italiano sarà realizzato un complesso di edifici (CSA – Complesso  Stoccaggio Alta attività), idoneo allo stoccaggio «temporaneo» dei rifiuti a media e alta  attività italiani tra cui i residui derivanti dal riprocessamento del combustibile nucleare  esaurito, inviato in Francia e nel Regno Unito e che dovranno rientrare necessariamente in  Italia, in conformità a specifici accordi internazionali. 

– Costo previsto 900 milioni di € che in base alle esperienze simili condotte all’estero  potrebbero lievitare di tre volte.  

Considerazioni critiche 

1) Le scelte che siamo chiamati a fare in questo periodo storico costituiscono la tessera di un  mosaico mondiale la cui definizione condizionerà, in materia di controllo della radioattività di  origine antropica, le generazioni umane che dovranno venire nel futuro della Terra. Quindi  grande dev’essere la responsabilità nel non commettere errori non sanabili. La rilevanza  nazionale e temporale e il livello di complessità richiedono pertanto che ad occuparsene debba  essere l’intero governo e non delegare, come avviene, la gestione del procedimento e persino  le trattative bilaterali con le Regioni e con gli Enti Locali a SOGIN che è un organismo tecnico ed  esecutivo. Ad esempio aspetti legati alla normativa sui beni Culturali, pur richiamata nelle  Guide Tecniche, non sono poi inseriti chiaramente nei criteri di esclusione per l’individuazione  del sito, né è sviluppato adeguatamente il tema occupazionale. Analogamente non sono  sviluppati i rischi legati al trasporto, sia su lunghe tratte che via mare su cui pare siano stati fatti  passi indietro rispetto alle previsioni del 1999 che escludevano Sardegna e Sicilia. 

2) L’informazione al pubblico, ancorchè migliorata rispetto alla debacle del 2003 quando si tentò di imporre il sito di Scanzano Ionico sollevando un moto popolare di protesta, è ancora  largamente insufficiente: gli atti istruttori e il progetto sono visionabili unicamente nelle sedi  delle 4 centrali nucleari italiane in corso di smantellamento (Caorso, Trino Vercellese, Latina e  Garigliano) e presso la sede nazionale della SOGIN in Roma. Compatibilmente con le necessità di sicurezza nazionale9 non sono stati resi pubblici e messi online, e per quanto possibile resi  accessibili a chiunque, tutti gli atti e i documenti che afferiscono al procedimento. Non sono  disponibili “sintesi non tecniche”, del tipo in uso nelle procedure di V.I.A. per consentire anche  ai cittadini non addentro alla materia di capire e valutare. 

3) Non sono previsti meccanismi permanenti istituzionalizzati per una partecipazione e controllo  –qualificato e non generico- del pubblico, attraverso proprie rappresentanze, nelle scelte che  si andranno a compiere e successivamente nel governo e gestione del Deposito e del Parco  Tecnologico; 

4) La carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) appare datata e necessita di  verifica per un suo eventuale aggiornamento. 

5) La valutazione nella scelta deisiti potenzialmente idonei è stata effettuata unicamente secondo  la Guida Tecnica dell’ISPRA n. 29, redatta nel 2013 e pubblicata nel 2014 e all’epoca unico  strumento regolatorio esistente. Non è stata condotta una rivalutazione secondo il disposto  della recente Guida Tecnica dell’ISIN n. 30 (Criteri di sicurezza e radioprotezione per i depositi  di stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi e di combustibile irraggiato), pubblicata il 10  novembre 2020, solo due mesi prima dell’avvio della consultazione. La scelta del sito non può prescindere all’essere armonizzata con quanto disposto nella recente Guida Tecnica almeno per  i punti: 4.3 (condizioni operative e categorie di eventi); 5.1 Criteri e requisiti generali di  progetto; 5.2 Eventi di riferimento e requisiti specifici di progetto. In definitiva, per questo  punto, si ritiene che la qualità del sito debba essere valutata anche in confronto con i requisiti  del progetto dal momento che l’una cosa (il sito) influenza l’altra (il progetto) e viceversa.  

Conclusioni 

Anche se è doloroso e impopolare (a volte è meglio essere impopolari che anti-popolari) occorre  prendere atto che la realizzazione di un deposito nazionale unico di superficie per TUTTI i rifiuti  radioattivi prodotti in Italia, esistenti e futuri, è cosa necessaria, indispensabile, responsabile e  INELUDIBILE . Sono rifiuti prodotti in Italia ed è impossibile non occuparsene sul suolo nazionale  anche perché soluzioni condivise a livello europeo non esistono se non nell’espressione di vaghe intenzioni.  

Nel nostro Paese l’inventario di questo materiale è sufficientemente controllato anche se  attualmente ci sono carenze di sicurezza in diversi siti tra i circa venti in cui sono stipati: sono più idonei quelli provvisori realizzati presso le centrali dismesse10, meno o molto meno idonei in altre  circostanze. Tuttavia inviare i nostri rifiuti all’estero significherebbe correre il rischio di perderne il  controllo com’è avvenuto e continua ad avvenire per i rifiuti elettronici e per le plastiche con cui le  società opulente continuano a creare vergognosi inammissibili disastri ambientali e umanitari in  Africa. Altrettanto inaccettabile è la previsione -che in passato sembrava strada da favorire- di  inviare i nostri rifiuti radioattivi in Russia ove le cautele ambientali e sanitarie in materia sono di gran  lunga meno attente delle nostre. Politicamente ed eticamente tocca a noi sistemare in sicurezza i  nostri rifiuti. Ne abbiamo capacità, competenze, tecnologia, possibilità. 

Proposte 

Perché la realizzazione del Deposito possa essere accettata pienamente o con mugugno dalle  popolazioni e una scelta definitiva possa essere difesa con motivazioni oggettive e inoppugnabili, verificabili, occorre che vengano apportati miglioramenti procedurali e in particolare: 

→ prolungare adeguatamente i tempi della consultazione pubblica che non può essere accettata  compressa nel limite di 60 giorni, in periodo di lockdown ove è impossibile anche viaggiare per  visionare o acquisire documenti e in aggiunta in periodo di crisi istituzionale con il governo, che  dev’essere il principale interlocutore, che cambia i suoi ministri e probabilmente le sue direzioni  generali.  

→ Garantire la più assoluta trasparenza nelle scelte, l’accesso agli atti fornendo risposte a ogni  singola obiezione da parte di cittadini singoli o associati. 

→ Prevedere ampi meccanismi di partecipazione e di possibilità di verifica continuativa da parte  dei cittadini, associazioni di categoria, attraverso persone qualificate da loro designate, prevedendo  anche -se richieste- il rimborso delle spese ai rappresentanti del volontariato del Terzo Settore per  la partecipazione a riunioni e sopralluoghi. 

→ vedere coinvolto l’intero governo della Repubblica per una scelta di questa rilevanza: meno  SOGIN (che comunque è sempre una S.p.A.) e più Stato, in maniera complessiva e integrata. 

→ Prendere in considerazione, nella procedura per l’individuazione finale del sito, contestualmente  entrambe le Guide Tecniche, la n. 29 e la n. 30 in quanto oggettivamente interconnesse. 

→ ESCLUDERE ESPLICITAMENTE che possano essere autorizzati eventuali depositi definitivi privati,  ad eccezione di quelli destinati ad ospitare radionuclidi a vita molto breve che comunque devono  rispettare i criteri delle Autorità regolatorie. Questo significa che i soggetti privati attualmente autorizzati al ritiro o alla detenzione di rifiuti radioattivi rientranti nelle categorie del Deposito Unico  Nazionale, devono vedersi imposto l’obbligo di conferire il materiale raccolto o detenuto al Deposito  Unico Nazionale, secondo le specifiche a loro impartite. La pericolosità di questo genere di rifiuto e  le esigenze di sicurezza impongono infatti che la loro custodia definitiva sia pubblica. 

ESCLUDERE FIN DA SUBITO l’ipotesi di un collocamento definitivo in deposito geologico  profondo dei rifiuti a media ed alta attività perchè non è concepibile concretamente e  realisticamente che possano essere realizzate opere che durino, e in isolamento, svariati milioni di  anni. Per meglio comprendere l’entità dei tempi di cui si parla si consideri a confronto che i  dinosauri sono estinti “solo” 65 milioni di anni fa e per quanto riguarda l’umanità, che le piramidi  egizie, tra le grandi opere più antiche conosciute, sono “vecchie” di circa 4500 anni e la grande  muraglia cinese di “solo” 2200 anni. E’ impossibile prevedere come sarà il mondo fra milioni di anni,  quando le lingue attuali saranno pressochè certamente estinte e un sito realizzato oggi per  contenere sostanze tanto pericolose dovrebbe essere segnalato con ideogrammi comprensibili ai  posteri piuttosto che con iscrizioni. 

→ PREVEDERE l’INTERIM STORAGE di lunghissima durata, nel Deposito Unico Nazionale, dei rifiuti  ad alta attività e con emivita radiologica di millenni. Oggi disponiamo di contenitori, cosiddetti  cask, di metallo speciale per rifiuti radioattivi ad elevata attività. Questi contenitori sono stati  realizzati in programmi di ricerca multidisciplinare internazionali, sottoposti a numerosi test anche  spettacolari, per verificarne la capacità di resistere ad urti violentissimi, a cadute da aereo, ad  attacco aereo e missilistico e validati e selezionati dalla IAEA referente indipendente dell’ONU. Una  delle proprietà tra le più importanti di questi contenitori è quella di schermare la radiazione nucleare  evitando che arrivi a fuoriuscire al loro esterno. Così che possono essere ispezionati, movimentati o  rimossi senza necessità per gli operatori di protezioni individuali. Possono essere tenuti sigillati  garantendo sicurezza per i lavoratori del deposito, per la popolazione interessata nell’area vasta e per l’ambiente. Tali cask, cilindrici, hanno tre coperchi di chiusura successivi e la superficie esterna  ondulata che facilita la dispersione del calore che si produce inevitabilmente al loro interno in  conseguenza del lento decadimento radioattivo. Calore che nel Deposito dev’essere rimosso, così  come avviene nelle centrali nucleari che hanno ambienti a pressione negativa, con ventilazione  afferente a un camino. 

Allo stato attuale l’unica soluzione credibile è che i rifiuti ad elevate attività vengano mantenuti  entro I cask, sistemati in una zona idonea del Deposito, controllati militarmente, fino a quando  non si troverà, per loro, da parte delle generazioni future, una soluzione migliore. 

Dalla ricerca abbiamo indizi che possono farci sperare, moderatamente, che in futuro possano  essere scoperte tecnologie per ridurre significativamente o far decadere la radiazione nucleare. Va  detto che comunque per adesso questo è un sogno: siamo ben lontani dal poter considerare tali  indizi prossimi ad esiti conclusivi. Si segnala in merito l’esperimento che ha meritato l’assegnazione  del premio Nobel a Carlo Rubbia per cui bersagli bombardati con protoni ad altissima energia  producono urti anelastici contro i nuclei atomici degli elementi transuranici che si spezzano in  frammenti producendo altri e diversi radionuclidi e altri protoni attivi nel contribuire al  bombardamento. Il fenomeno di transmutazione, denominato più gergalmente “spallazione”, fa  pensare che si possano “incenerire” Ie scorie radioattive trasmutandole in nuovi e diversi  radionuclidi a minore emivita e quindi più “trattabili” per una loro sistemazione definitiva.  

Effetti simili sono stati ottenuti anche con laser ad altissima energia, ma anche questo risultato  rappresenta solo un indizio di possibilità che comunque non porta al decadimento radioattivo delle  masse ma a una loro trasmutazione in divesi radionuclidi che conservano comunque un elevato  grado di radioattività anche se inferiori alle condizioni di partenza.  

Allo stato attuale è solo il fattore “tempo” che garantisce il decadimento radioattivo spontaneo e  siccome i tempi per taluni elementi sono lunghissimi, l’unica soluzione possible è tenere custoditi  i rifiuti ad alta attività irraggiante in sicurezza entro i propri cask rimuovibili, ispezionabili,  sorvegliati, manutenuti. 

→ Acquisire al patrimonio pubblico e per finalità sociali le aree liberate con il decommissioning.  SOGIN, S.p.A. a pressochè completa partecipazione pubblica su fondi del Ministero dei Tesoro (fondi derivanti dalle accise sulle bollette elettriche degli italiani) ha il compito di smantellare le  centrali nucleari italiane fino al raggiungimento delle condizioni di un “green field”, vale a dire  lasciando al posto dell’ex centrale nucleare un campo verde privo di vincolo radiologico.  Probabilmente la “mission” assegnata a SOGIN è esagerata: nelle centrali nucleari le palazzine  degli uffici amministrativi, i locali mensa, l’aula delle riunioni, edifici che mai hanno avuto a che  fare con la radioattività e che talvolta sono pure di notevole pregio costruttivo con elementi di  particolare eleganza, potrebbero essere non demoliti, ma acquisiti dallo Stato ed assegnati ad  Associazioni per finalità sociali11. In ogni caso e’ giusto chiedere che alla fine delle operazioni di decommissioning, le aree liberate da vincoli radiologici devono essere acquisite al patrimonio dello  Stato dal momento che il loro recupero viene pagato con cospicui fondi pubblici e non dall’ENEL, al  tempo proprietaria degli impianti e “titolare”della contaminazione. Si tratta anche di evitare che  su un terreno bonificato con fondi pubblici possa successivamente verificarsi speculazione privata. 

→ Precisare la natura e le funzioni del Parco Tecnologico su cui si può esprimere consenso a  condizione che esso sia meglio definito come una struttura frequentata, viva, con ricercatori, stagisti  e persino con persone residenti nel complesso. Anzi, si ritiene che la frequentazione della struttura  debba essere ampliata ed incentivata ad esempio introducendovi un “museo nazionale  dell’energia” che copra tutta l’evoluzione tecnologica dell’umanità dalla scoperta del fuoco,  passando per l’energia idraulica, poi del vapore e quindi dell’era della “piro-tecnica”, del nucleare di fissione, fino alle più moderne scoperte e applicazioni del fotovoltaico, dell’idrogeno e delle celle  a combustibile. Può essere un luogo che ospiti laboratori di ricerca dell’ISPRA e dell’ENEA (magari  per la riduzione dell’attività delle scorie nucleari…), laboratori di metrologia o di analisi chimico fisiche rare d’eccellenza, del CNR o di Università. Un sito di Deposito popolato verrebbe infatti  percepito non come tetro cimitero di scorie pericolose da cui stare il più lontano possibile,  circondato dal perenne sospetto di essere causa di tutte le patologie che possono verificarsi  nell’area vasta interessata, ma come una struttura viva, frequentata, polo culturale e promotore di  cultura e sviluppo umano. Ovviamente la frequentazione larga dovrà essere resa anche accettabile  sotto il profilo della sicurezza (in senso militare del CSA – Complesso Stoccaggio Alta attività, ma le  due esigenze possono trovare soluzioni adeguate. 

Andrebbe anche preso in considerazione il recupero del calore derivante dal condizionamento del  deposito: il flusso di aria tiepida potrebbe essere indirizzato all’interno di serre per la coltivazione  dei fiori o per un vivaio forestale, strutture che potrebbero essere realizzate in prossimità del  Deposito Unico Nazionale.  

In ogni caso in questa fase iniziale del percorso verso il Deposito Unico Nazionale per i rifiuti  radioattivi, occorre dispiegare il massimo della trasparenza, informazione, consentire e promuovere  la partecipazione del pubblico, essere aperti al dialogo e a verifiche pubbliche sulle opzioni per  pervenire alla scelta motivata del sito più idoneo (o, meglio, del meno inidoneo) e non accontentarsi  di una ubicazione magari “più disponibile” perchè più accettata, ma carente di idoneità.  Opposizioni aprioristiche e non motivate non sono eticamente accettabili. 

della centrale del Garigliano che ha locali spaziosi e luminosi e una scala interna autoportante, disegnata da un grande  architetto italiano e unica nel suo genere.

 

Esempi di casks per i rifiuti nucleari ad alta attività

1 Dai ministeri è stato diffusa la notizia di una probabile proroga, data la crisi di governo e la pandemia in atto. All’atto  della chiusura di questo documento (12 febbraio 2021) non si registra alcun provvedimento ufficiale in merito.

2ISIN istituito con Dlgs n. 45/2014 subentra all’ISPRA dal cui Dipartimento Nucleare-Rischio Tecnologico e Industriale  (oggi ex) eredita personale e le funzioni. Precedentemente le funzioni sulla sicurezza nucleare e la radioprotezione  erano state: dal 1982 al 1984 dell’ENEA-DISP; dal 1994 al 2002 dell’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione  dell’Ambiente); dal 2002 al 2008 dell’ISPRA. Attualmente ISIN è allocato presso in Ministero dell’Ambiente, e non più  nell’ambito tecnico-scientifico più generale dell’ISPRA ove sarebbe stato più logico e naturale che rimanesse. La  tendenza dei ministeri a divenire strutture elefantiache concentrando in sé funzioni tecnico-scientifiche parziali e  improprie, sottratte alle Istituzioni preposte e a volte in concorrenza con esse, andrebbe messa in seria discussione.

3La CNAPI, il progetto preliminare, i documenti per la consultazione pubblica e altri materiali di approfondimento  sono disponibili sul sito www.depositonazionale.it, curato da Sogin.

4La Centrale elettronucleare di Latina, a gas e grafite, è la più antica delle centrali italiane e al tempo della sua  costruzione la più importante d’Europa e tra le prime al mondo. Costruita dal 1958 al 1962, è entrata in funzione nel  1963 e chiusa nel 1987- La Centrale del Garigliano è stata in esercizio dal 1964 al 1982; La Centrale di Caorso dal 1981  al 1986. Quella di Trino Vercellese è la più recente: costruita dal 1991 al 1997, entrata in esercizio nel 1998, è stata  fermata per “arresto forzato” nel 2009 e si è rinunciato al suo raddoppio; questa centrale non è raffreddata ad acqua,  ma è dotata di due caratteristiche grandissime torri per il raffreddamento ad aria. 
5 Alla fine del maggio 1998 in Italia del nord, nel sud-est della Francia ed in Svizzera è stato rilevato un temporaneo  significativo aumento del livello di Cesio 137 presente nell’aria. La radioattività risultò provenire da un’acciaieria di  Algeciras (Spagna – Cadige), nei pressi di Gibilterra, ove una sorgente nascosta tra le lamiere incidentalmente finì nei  forni della fonderia. Un incidente simile si era verificato molti anni prima in Italia a Saronno. Nel 1989, nella fonderia di Rovello Porro (Como) un carico di alluminio radioattivo proveniente dall’Europa dell’Est è stato inavvertitamente fuso,  immettendo nell’aria e nelle acque sostanze radioattive. Come sempre avviene in questi casi, dopo la scoperta, la  fonderia venne chiusa e bonificata: alcune tonnellate d’asfalto, di terra e di detriti contaminati vennero prelevati e  trasferiti nella discarica nucleare di Capriano del Colle.
6IAEA è l’International Atomic Energy Agenzy , organismo autonomo che si rapporta, come Agenzia specializzata, con  il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Produce rapporti periodici per l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza delle  Nazioni Unite, alla stregua di un’agenzia specializzata. Nata nel 1957 per gli sviluppi dell’uso pacifico del nucleare e per  la sua sicurezza, nel tempo ha abbandonato l’impegno nella promozione del nucleare per concentrarsi esclusivamente  sulla sicurezza, incolumità, scienza e tecnologia, verifica e salvaguardia. Svolge tre compiti principali: ispezioni  periodiche degli impianti nucleari esistenti per assicurarne l’uso pacifico; fornire informazioni e consulenze per migliorare gli standard per la sicurezza e di fungere da luogo d’incontro e interscambio per addetti ed esperti nelle  tecnologie nucleari.
7Sostituisce la vecchia classificazione ENEA-DISP del 1987
8Le sorgenti nucleari che rientrano in questa categoria continueranno necessariamente ad incrementare nel tempo  perché derivanti dagli ospedali ove sono impiegate sorgenti per diagnosi e cura, dall’industria di precisione per la  qualità dei prodotti e per la sicurezza, ad es., delle componenti dei mezzi di trasporto.
9I materiali più pericolosi devono necessariamente essere custoditi in sicurezza anche di tipo militare per evitare in  ogni modo che possano in ipotesi finire nelle mani di terroristi.
10 L’ “idoneità” a mantenere i rifiuti presso la centrale ove sono stati prodotti è una forzatura necessaria accettabile solo  in via molto temporanea. Questo perché c’è incompatibilità di requisiti tra un sito ove sorge una centrale nucleare e un  sito idoneo per ospitare un Deposito Definitivo per i rifiuti radioattivi a media e alta attività. Infatti una centrale  dev’essere necessariamente collocata nelle vicinanze di acqua (fiume o mare) necessaria per il raffreddamento, mentre  tale vicinanza è tra i criteri di esclusione nella scelta di un sito di deposito definitivo che deve durare per secoli o svariati  millenni.
11 Nel Decommissioning sarebbe anche assai opportuno conservare, a fini museali, parti pregiate della meccanica  dell’impianto. Ad esempio le giranti delle turbine che sono “pezzi unici”, realizzati da industrie italiane, con le centinaia  di alette saldate perfettamente da mani abilissime, esempi di realizzazione “artigiana” ma di qualità costruttiva e di  perfezione meccanica meritevoli di essere esposte. Allo stesso modo sarebbe una sciocchezza demolire la palazzina

FINE

Febbraio 2021 

NO A UNA NUOVA STRADA INUTILE NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

NO A UNA NUOVA STRADA INUTILE NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

IL NO DECISO DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI ALLA DEVASTAZIONE AMBIENTALE DELL’APPENNINO ABRUZZESE ED ALLO SPRECO DI RISORSE PUBBLICHE CHE LA NUOVA STRADA, ROCCARASO-SCANNO-ORTONA DEI MARSI, CAUSEREBBE

La Stazione Ornitologica Abruzzese (SOA) dopo aver appreso dai mezzi di comunicazione del progetto e  dopo averne acquisito la proposta preliminare presentata in occasioni pubbliche dalla DMC Alto Sangro  (l’agenzia regionale di promozione turistica ) e dall’ UNCEM Abruzzo(Unione Nazionale Comuni  Comunità Enti Montani) ha prodotto un documento inviato nei giorni scorsi ai Comuni interessati ed  all’Ente PNALM da cui emergono aspetti a dir poco sconcertanti sia in termini economico-finanziari e di  corretta definizione in merito alla compatibilità con i principi del Recovery Fund , sia di reale utilità in  alternativa alla viabilità esistente che in riferimento agli impatti ambientali a dir poco devastanti e del  tutto sottovalutati. 

Il percorso della nuova strada a due corsie partirebbe dall’ Altopiano delle 5 Miglia per penetrare dentro  la Montagna Spaccata all’interno della splendida Foresta Demaniale di Chiarano Sparvera per inerpicarsi  fino al suo crinale e con una galleria di oltre 2,4 Km passare dalla intatta Bocca di Chiarano alla  sottostante Valle di Jovana. Tra l’altro il tracciato passerebbe dalla Montagna Spaccata che  attualmente è una forra strettissima dove a mala pena sale una mulattiera, il che richiederebbe la  distruzione completa del piccolo canyon, una “perla” dell’Appennino abruzzese. 

Dalla valle di Jovana la strada proseguirebbe a mezza costa sul versante orografico destro della stessa,  dove ora esiste una sola casa abitata, per scendere sempre sullo stesso versante in un territorio con  boschi e senza alcuna strada o fabbricato fino a Scanno. A valle dell’abitato attraverso un’ altra galleria  seguirebbe sulla sponda orografica sinistra del Lago omonimo per raggiungere Villalago, quindi, poco a monte dell’ abitato un’ altra galleria e viadotti per oltre 4 km porterebbero a San Sebastiano dei Marsi  per raggiungere infine Ortona dei Marsi ed un nuovo svincolo autostradale a Carrito . 

Le associazioni scriventi fanno notare che si andrebbe cosi a sfregiare una parte consistente del  paesaggio montano abruzzese ancora integro che comprende Siti di Interesse Comunitari ( SIC e ZSC ),  Zone di Protezione Speciali (ZPS), aree contigue ai Parchi nazionali e Riserve naturali regionali. 

Tutte le specie animali dell’Appennino abruzzese, molte delle quali protette dalla Direttiva HABITAT  della UE ne sarebbero gravemente impattate esponendo la nostra regione ad una più che sicura  procedura di infrazione comunitaria. L’areale dell’Orso marsicano verrebbe letteralmente stravolto  vanificando tutte le azioni portate avanti da Ministero, Regione , aree protette ed associazioni negli  ultimi 15 anni andando a devastare proprio quel corridoio di connessione che tutti fino ad oggi hanno  definito vitale per garantire l’ampliamento dell’areale della specie e lo scambio di individui tra un parco  nazionale e l’altro. Giova ricordare che qui è nata Amarena, la “famosa” femmina balzata agli onori  della cronaca nazionale la scorsa estate. L’orsa è nata, si è riprodotta ed alleva i suoi 4 orsacchiotti tra  Villalago e San Sebastiano dei Marsi proprio dove passerebbe la nuova strada. 

Ma a cosa servirebbe poi questa strada ? Ha senso in un momento di recessione economica grave  prevedere di spendere 750 MILIONI DI EURO ( ma quali saranno i costi reali ?) per accorciare un  percorso di soli 20 Km che tra l’altro taglierebbe fuori tutto l’Alto Sangro meta di un turismo  escursionistico naturalista da anni in crescita costante ? Roccaraso e Rivisondoli hanno bisogno di una  strada simile quando sono gia servite comodamente ? Lo stato di generale abbandono della viabilita  dell’Abruzzo interno non giustificherebbe invece interventi di miglioramento e manutenzione ormai  irrimandabili piuttosto che una nuova strada “nel nulla” che non serve a nessuno se non alle ditte che se  ne aggiudicheranno la costruzione ? I servizi disastrati dei Comuni della montagna abruzzese (ospedali,  ambulatori, servizi di trasporto pubblico, Farmacie, RSA etc etc..) non meriterebbero questi fondi  invece di aggiungere altro asfalto ad un territorio già piagato dal dissesto idrogeologico ? 

In alternativa a questo progetto insostenibile per la natura e per le popolazioni residenti, le associazioni  invitano la Regione Abruzzo, UNCEM Abruzzo, DMC Alto Sangro e i Comuni interessati a chiedere al  Presidente del Consiglio ed al Governo i fondi per la messa in sicurezza delle strade esistenti. In vista del  centenario del PNALM (2023), bisogna adeguare l’intera rete stradale con aree per la sosta temporanea  dei turisti nei punti panoramici indicati dall’Ente Parco, dotate dei necessari servizi di informazione al  turista e di promozione di tutta l’area e dei suoi prodotti tipici. Sarebbe bene anche affidare la suddetta  rete viaria all’ANAS, evitando cosi altri casi come quello del ponte sul Giovenco sulla SP 17 che attende  ancora il completamento dalla sua riapertura nell’Aprile del 2019 ( dopo che la sua chiusura impose un  anno d’isolamento ai borghi della valle del Giovenco !! ). In conclusione al neo Ministro alle  Infrastrutture e Trasporti Enrico Giovannini ricordiamo che dei 32 miliardi che il Recovery Plan assegna a  infrastrutture e traporti, la metà dovrà essere investita in mobilità sostenibile ed alla luce di quanto  sopra, gli chiediamo di inserire nel suo programma immediato la messa in sicurezza di tutte le strade del  PNALM, comprese le aree attrezzate per i turisti e il recupero e rilancio del treno più alto  dell’Appennino, L’Aquila – Sulmona – Pescocostanzo – Castel di Sangro, per la mobilità dolce all’interno  del sistema dei parchi naturali abruzzesi (Pnalm, Majella, Sirente-Velino, Gran Sasso e Monti della Laga). 

Per le motivazioni di cui sopra le associazioni scriventi fanno appello a tutti i comuni coinvolti alla  Regione, all’ Ente PNALM ed alle Riserve interessate dall’opera affinché prendano le distanze dal 

progetto in argomento ed adottino atti formali di dissenso in merito allo stesso, tali da impedirne il  finanziamento e la, seppur parziale, realizzazione. 

Per info 3355388206 

Firmano il comunicato : 

1. ITALIA NOSTRA Abruzzo 

2. MOUNTAIN WILDERNESS Abruzzo 

3. WWF Abruzzo 

4. LIPU Abruzzo 

5. ITALIA NOSTRA Abruzzo 

6. CAI Abruzzo 

7. STAZIONE ORNITOLOGICA ABRUZZESE 

8. PRO NATURA Abruzzo 

9. SALVIAMO L’ORSO 

10. APPENNINO ECOSISTEMA  

11. Rewilding Apennine 

12. Associazione MONTAGNA GRANDE – Valle del Giovenco 

13. ORSO and Friends 

14. TOURING CLUB ITALIANO Abruzzo 

15. DALLA PARTE DELL’ORSO – Pettorano sul Gizio 

16. FARE VERDE Abruzzo 

17. Società Italiana per la Storia della Fauna “Giuseppe Altobello” 

18. I GUFI 

19. SALVIAMO IL PAESAGGIO 

20. Federtrek – Escursionismo e Ambiente 21. Associazione Italiana Wilderness

RAVENNA:  SULLA CO2 CHE ENI HA IN PROGRAMMA DI STOCCARE SOTTO I FONDALI MARINI

RAVENNA:  SULLA CO2 CHE ENI HA IN PROGRAMMA DI STOCCARE SOTTO I FONDALI MARINI

Un aspetto preoccupante dell’impatto.

Eni e altre compagnie del mondo dei combustibili fossili programmano di entrare “nell’era dell’idrogeno” ma ottenendolo dagli idrocarburi fossili.  Siccome questa scelta produttiva genera anidride carbonica che dev’essere smaltita in qualche modo, programmano di adottare il metodo Ccs (acronimo di Carbon capture and storage). In parole semplici vogliono pompare sotto terra, negli interstizi dei giacimenti di gas esauriti (in tutto o in parte), milioni di tonnellate di CO2.   Il governo opportunamente  ha revocato – su iniziativa del Movimento 5 Stelle – la previsione di finanziare questo progetto coi fondi del Recovery Plan ma il progetto molto probabilmente andrà avanti con fondi propri perché assai conveniente per l’Azienda. Infatti questo consente ad Eni di restare nel business dei combustibili fossili, legandolo addirittura all’era dell’idrogeno, di portare avanti progetti come il TAP (chi si opporrà verrà accusato di essere sabotatore della produzione dell’ecologico idrogeno) e di finire di sfruttare i giacimenti che oggi rendono poco perché è economicamente difficile estrarre il gas residuo. L’anidride carbonica infatti è una molecola pesante e si stratifica nelle parti più base del giacimento per cui man mano che si accumula e il suo livello cresce dal fondo del deposito, spinge verso l’alto l’ultimo gas da sfruttare, come una sorta di pistone.  Ma qual è il possibile impatto, soprattutto a lungo termine, dell’immissione di tanta CO2 nel sottosuolo?     Bisogna considerare molto seriamente il fatto che la CO2 a differenza del metano, in presenza di acqua reagisce spiccatamente con le rocce (non solo carbonatiche…ma con diverse altre tipologie  e persino col cemento armato come per la vicenda del Ponte Morandi a Genova). Il discioglimento delle rocce produce soprattutto  bicarbonati solubili.   Le nostre grotte estese ed amplissime, la “spugnosità” delle nostre montagne, le “marmitte dei giganti” , in definitiva il carsismo,  hanno origine  dalla CO2 che con l’acqua diviene acido carbonico che attacca le rocce.  Il fenomeno è tanto più imponente quanto più l’anidride carbonica è pura (vale a dire la sua pressione parziale è prossima a quella totale) e quanto più la pressione in atmosfere è alta.  A limitare lo scioglimento nell’acqua di strato dei depositi è solo la salinità. Quante caverne gigantesche potranno formarsi sotto il fondale marino negli anni a venire? Quante nel corso dei secoli??  Quale la loro possibile estensione nell’area vasta?  Le cavità potranno arrivare ad interessare la terra, risalire verso l’alto fino a sciogliere le rocce di copertura e arrivare ad innescare i noti  “sinkholes” antropogenici, vale a dire cedimenti, sprofondamenti anche in zone abitate di sedi stradali, ferroviarie, ville comunali, parchi o giardini, nonché aree occupate da piazze, cortili e edifici?  Ravenna è già interessata da una preoccupante subsidenza : ci saranno interferenze?.    A tutte le sacrosante motivazioni, essenzialmente di politica energetica, per essere contrari alla produzione di questo chiamato suggestivamente “idrogeno blu”, si aggiunga l’assenza di assicurazioni fondate sulle conseguenze nel tempo che il Ccs può avere e si rifletta sull’effettiva imprevedibilità del pericolo connesso: fattori probabilmente prioritari. L’alternativa esiste: è l’idrogeno “verde” ottenuto dall’acqua, per elettrolisi, con energia elettrica da fonti rinnovabili e sostenibili. Questa è la strada. 

Giovanni  Damiani
Presidente GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane

La storia di un bosco

La storia di un bosco


Tra gli alberi che formano il Bosco di Valzo si può ritrovare una storia, passo dopo passo, ripercorrendo le tracce di una passione per la scienza e per lo sviluppo della cultura.

È un bosco che ha un nome proprio e permette di ricordare la figura di Carmela Cortini Pedrotti. Il bosco acquistato da Franco Pedrotti, botanico di fama internazionale che ha voluto creare questa riserva naturale per proteggere la biodiversità e dare un senso concreto alla memoria per la sua compagna di una vita intera.

Si trova a Valzo, comune di Vallecastellana, Provincia di Teramo, nel territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso – Monti della Laga. Si estende fra 800 e 1100 metri su un’area di 32 ettari ed è formato da un bosco di roverella, con presenza di carpino nero, cerro, castagno, leccio sui “valzi” rocciosi e – nella parte più alta – anche faggio; lungo il ruscello che nasce da una sorgente all’interno del bosco cresce il salice bianco.

Il “Bosco” attualmente è un ceduo con pochi alberi di alto fusto; è destinato a diventare spontaneamente un bosco di alto fusto con alberi di grandi dimensioni e cioè una fustaia disetanea interessata dal processo ecologico della fluttuazione, ove gli alberi compiono il loro ciclo completo – dal seme allo sviluppo della plantula e quindi dell’albero – fino alla loro caduta per cause naturali.

Dal 18 gennaio 2021, il Bosco “Carmela Cortini” di Valzo, con la firma dell’atto notarile, è diventato proprietà del Fondo Ambiente Italiano (FAI), che ne curerà la protezione, la conservazione e la valorizzazione naturalistica.

Un bosco può significare molte cose: un ecosistema; un elemento vitale nel quale si rinnovano i cicli naturali e si “producono” i servizi ecosistemici; un modo per conservare la natura e gli equilibri. Questo bosco ha un valore aggiunto che è dato dalla testimonianza di una vita dedicata alla scienza e alla natura. Una donna che ha dedicato la propria vita a far crescere la conoscenza scientifica, svolgendo attività di ricerca e di docenza, pubblicando studi e partecipando a conferenze di rilevanza internazionale.

È bello immaginare che quei rami, quei tronchi, continuino a crescere ed evolvere, dimostrando il ruolo della scienza come guida per affrontare il futuro che ci attende: un bosco che è un laboratorio vivo, dove svolgere ricerche scientifiche e studiare le modificazioni e i cambiamenti, raccogliendo dati e apprendendo lezioni (a cura di Andrea Ferraretto, Roma).

Video dedicato al Bosco Carmela Cortini di Valzo
https://www.youtube.com/watch?v=LWEzvxOfzyo&t=1412s

Servizio del TG1 sul bosco di Valzo
http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-1c02e321-b49c-46de-91b7-9f445a389477-tg1.html

Terminillo: il 2021 sancirà l’insostenibilità economica e ambientale del progetto

Terminillo: il 2021 sancirà l’insostenibilità economica e ambientale del progetto

 Si vada verso il riconoscimento del reale valore del Terminillo.

Comunicato stampa delle associazioni: WWF Lazio, Club Alpino Italiano GR Lazio, Italia Nostra – Sabina e Reatino, LIPU-Birdlife Italia, FederTrek – Escursionismo Ambiente, Salviamo l’Orso, ENPA – Ente Nazionale Protezione Animali, Salviamo il Paesaggio Rieti e Provincia, Altura Lazio, Mountain Wilderness Italia, Postribù, Inachis Sez. Gabriele Casciani Rieti, Pro Natura Lazio, Orso and friends, Natour biowatching, Red Fox – Scuola di Natural Survival e Tracking, La Lupus in Fabula, GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste, Balia dal collare Rieti

All’alba del 2021, l’annuncio del parere dell’Area Valutazione d’Incidenza della Regione Lazio al Piano di interventi denominato Terminillo Stazione Montana ha fatto brindare tutti i promotori del TSM al successo, in una rincorsa a prendersi il merito di un’autorizzazione che ancora non c’è.

Un parere pubblicato tra spumanti e panettoni, ma che presenta molti passaggi incomprensibili e inaccettabili, primo fra tutti la mancata firma del Dirigente dell’Area Vinca. Il documento è oltretutto debole in molti punti e con aspetti dichiaratamente non valutati aprendo così la possibilità di distruggere svariati ettari di faggeta in Vallonina, in parte tutelati anche dalla Rete Natura 2000, contraddicendo i pareri del 2010 e del 2015 con i quali la stessa Area Vinca aveva bocciato il progetto nella sua interezza.

Come associazioni che seguono da anni il procedimento di VIA, anche con diverse proposte che avrebbero da tempo consentito lo sblocco dei fondi regionali a favore di un rilancio sostenibile per il Terminillo, abbiamo di conseguenza presentato formale diffida agli organi competenti a concludere il procedimento con pareri privi di validità o non ancora acquisiti e senza tenere conto dell’annullamento del Piano Paesistico della Regione Lazio, ad opera della Corte Costituzionale pochi mesi fa, e di numerose autorizzazioni invalidate dall’evoluzione della normativa nei sei anni del procedimento.

L’unica buona notizia che accogliamo favorevolmente è quella del riconoscimento dell’impatto estensivo sulla faggeta, come già evidenziato dalle nostre osservazioni, che ha portato al parere negativo sul collegamento tra la Sella di Cantalice e gli impianti di Campo Stella in Vall’Organo con numerose prescrizioni sugli interventi rimanenti.

Il riconoscimento del valore estensivo delle faggete e dell’annullamento di un Piano Paesistico, che è stato bocciato proprio per la mancanza di una sufficiente tutela delle “Terre Alte” dalle speculazioni legate all’ampliamento degli impianti sciistici, riteniamo non potrà che portare ad ulteriori pareri negativi in sede di valutazione finale della compatibilità ambientale.

Se così non sarà, le associazioni sono pronte a ricorrere, nelle sedi appropriate, contro ogni atto che possa minare la tutela dei beni ambientali e comuni del territorio del comprensorio del Terminillo.

Un futuro migliore per il Terminillo è possibile. La saturazione del mercato dello sci da discesa nelle poche stazioni ad alta quota rimaste sta spingendo verso la diversificazione del business della montagna con un coinvolgimento sempre più intenso del tessuto dei centri in rete sul territorio. Ce lo ha dimostrato l’assalto che abbiamo visto nella fase Covid, ad impianti fermi, con centinaia di persone alla ricerca di natura, buon mangiare e benessere. Ma bisogna essere pronti ad accogliere queste nuove opportunità con servizi e strategie adeguate.

Infine la petizione consegnata in regione Lazio con 15.000 firme (luglio 2020) e oggi a quota 17.000 è stata rilanciata. Invitiamo tutti ad aderire perché ognuno di noi possa salvare il bosco della Vallonina.

www.change.org/p/regione-lazio-salviamo-terminillo-fermiamo-un-progetto-inutile-e-dannoso-notsm