La transizione ecologica con la motosega: il Governo dice che nelle foreste italiane bisogna tagliare più alberi

La transizione ecologica con la motosega: il Governo dice che nelle foreste italiane bisogna tagliare più alberi

La dichiarazione su Facebook del Ministro Patuanelli mette in allarme chi vuole tutelare il patrimonio forestale italiano

Roma, 16 aprile 2021 – Il ministro Patuanelli annuncia l’aumento del prelievo di legname dalle foreste italiane: in un post su Facebook del ministro si legge che l’Italia deve “incrementare i prelievi” dalle foreste, allo scopo di ridurre le importazioni di legname dall’estero e “migliorare la gestione dei boschi”.

Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, associazione scientifica che si occupa della tutela del patrimonio forestale italiano, esprime fortissima preoccupazione per queste parole che rappresentano un altro attacco alle foreste del nostro paese, già ora sovra sfruttate e con una provvigione (biomassa legnosa per ettaro) inferiore agli altri paesi europei.

Perché l’Italia importa legname?

Il nostro paese importa sia prodotti per la combustione (legna e pellet) sia legname pregiato da opera. Per il legno da combustione, le importazioni sono dovute anche alle centrali a biomasse forestali, che con la loro fame insaziabile stanno mangiando le foreste europee. La comunità scientifica ha più volte avvertito come la combustione delle biomasse su larga scala sia tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni di carbonio in atmosfera: è fortemente climalterante, fonte di emissioni nocive per la salute e dannosa per gli ecosistemi. Per fermare queste importazioni bisognerebbe puntare su energie veramente rinnovabili e prodotte con criteri sostenibili, quali solare ed eolico senza consumo di suolo (e con attenzione alle rotte migratorie) e avviare l’era dell’idrogeno verde.

E il legname da opera? Alcuni tipi di legno pregiato, quali quelli tropicali, continueranno a essere importati a prescindere da quanto si taglia in Italia, perché non possiamo produrli qui. Ma sappiamo comunque che la deforestazione nei paesi tropicali è causata soprattutto dagli allevamenti e dalla produzione di olio di palma.

Il legname da opera da specie nostrane invece viene importato proprio perché i nostri boschi sono troppo sfruttati, i tagli hanno turni eccessivamente brevi e non consentono agli alberi di invecchiare abbastanza da poter fornire materiale pregiato per la falegnameria e l’edilizia: per avere del buon legname da opera bisogna lasciare crescere gli alberi, mentre da noi imperversa la gestione a ceduo, buona solo per produrre legna da ardere.

Il ministro quindi non bloccherà la nostra dipendenza dall’estero, ma otterrà solo di depauperare ulteriormente il patrimonio forestale italiano

Quanto al “migliorare la gestione delle foreste”, questo va fatto non certo aumentando i tagli, ma privilegiando la gestione a fustaia rispetto a quella a ceduo: un modo di ottenere il legname necessario più rispettoso della foresta e più lungimirante persino in termini strettamente economici, in quanto aumenterebbe la provvigione delle foreste italiane, riducendo man mano le importazioni di legname adatto a scopi nobili. L’approvvigionamento del legno può essere effettuato con una selvicoltura ecologica che apporti il minor danno possibile agli ecosistemi e soprattutto con l’arboricoltura da legno, che può essere fatta sui moltissimi campi abbandonati e che andrebbe fortemente incentivata.

È ora di superare la visione riduttiva ed economicista delle foreste e persino delle alberature urbane e stradali, considerate come giacimenti di legname, e rendere effettive parole sempre più ricorrenti quanto non praticate, quali “bio”, “sostenibilità”, “bioeconomia” o “transizione ecologica”.  Quest’ultima non può essere fatta a colpi di motosega sui nostri alberi.

Le foreste sono un bene comune, una componente fondamentale degli equilibri ecologici: purificano l’aria, regolano e garantiscono qualità e quantità di risorse idriche, sono spazi di vita per la biodiversità, ci difendono dal dissesto idrogeologico, tutelano la nostra salute e sono i nostri più attivi alleati nel contrastare la crisi climatica. Sono una questione ambientale e come tali andrebbero trattate.

Il GUFI appoggia la proposta “Half Earth” del biologo Edward O. Wilson: almeno il 50% della Terra deve essere lasciato alla libera evoluzione naturale, senza intervento dell’uomo, per salvare il clima, gli ecosistemi e le specie che ci vivono, inclusa la nostra. Al momento, in Italia è protetto solo il 14% circa del territorio. Dobbiamo raggiungere il 50% di aree protette, e applicare metodi moderni e rispettosi dell’ambiente nel restante 50% per ricavare i materiali indispensabili all’uomo. Aumentare i tagli va nella direzione opposta a tutto questo: è questa la transizione ecologica che ci era stata promessa?

Link al post del Ministro:
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=4136694516389252&id=932754746783261

CONTATTI
Valentina Venturi
GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane
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Le piante delle sponde: la vegetazione ripariale

Le piante delle sponde: la vegetazione ripariale

di Giovanni Damiani – pubblicato sul Volume 2 di Simbiosi Magazine (https://www.simbiosimagazine.it/)

La vegetazione spontanea che si insedia lungo le rive dei fiumi, torrenti e ruscelli, viene chiamata “ripariale”.  La sua struttura forestale è condizionata principalmente dalla vicinanza all’acqua. La troviamo pertanto anche sulle rive dei laghi, degli stagni e in zone umide o soggette ad allagamento e dove la falda freatica è raggiungibile dalle radici delle piante. La componente arborea è costituita, in Italia, soprattutto dalle Salicaceae, una grande famiglia che include tutti i pioppi e i salici. Essa è una componente fondamentale degli ecosistemi fluviali e ha caratteristiche molto particolari, acquisite nel corso dell’evoluzione naturale in prossimità all’acqua, del flusso della corrente, del regime idrologico e, non ultimo, dal clima.

Parliamo infatti di piante che hanno la capacità di avere il proprio apparato radicale in immersione perenne o per lunghi periodi nell’acqua, senza che le radici marciscano, e per questo vengono chiamate “freatofite”. Questa è una caratteristica importante, perché la falda freatica in prossimità di un corso d’acqua o di un lago è quasi sempre affiorante o giacente a poche decine di centimetri di profondità.  Gli ambienti di acque correnti poi sono soggetti a scariche di piene e a esondazioni, con energie fortissime che tendono a trascinare via ogni cosa.  Vicino a essi nessuna specie arborea a legname duro e rigido e che non abbia un solido ancoraggio nel terreno potrebbe sopravvivere e prosperare: a ogni piena le piante verrebbero spezzate ed eliminate fin dalla giovane età.  

L’energia cinetica delle acque nel corso dell’evoluzione ha quindi avvantaggiato il tipo di vegetazione particolare adatta a vivere in un ambiente tanto ostile grazie alla flessibilità estrema dei rami e dei giovani tronchi, alla loro resistenza eccezionale alla trazione (vale a dire allo strappo), con solido ancoraggio a terra garantito da apparati radicali assai sviluppati, con diverse ed efficienti modalità di riproduzione e ad accrescimento rapidissimo adatto a fronteggiare i diversi regimi stagionali delle acque. 

Salici e pioppi si riproducono infatti facilmente per polloni e per talea (riproduzione agamica, che praticamente è una clonazione). Attecchiscono con questa modalità anche in luoghi lontani da quello d’origine, perché un tronco sradicato da una piena o dal vento o un ramo verde spezzato e caduto in acqua può dare vita a un nuovo albero anche a molti chilometri di distanza dove sarà stato portato e depositato dalla corrente, in genere presso un’ansa.

Anche la riproduzione sessuata è molto particolare rispetto ad altre essenze forestali. I semi dei pioppi e dei salici, infatti, sono assai minuscoli e leggerissimi. Il frutto è una capsula che contiene semi a forma di bastoncino, in genere in numero di 8 – 10, esili, lunghi uno o due millimetri, privi di albume e quindi  praticamente pressoché privi sostanze nutritive di riserva a differenza, ad esempio, dei frutti dei faggi (fagìole) o delle ghiande delle querce. Essi sono in grado di germinare immediatamente dopo essere stati emessi ma possono restare vitali, in quiescenza,  per un periodo limitato, in genere solo di qualche mese, trascorsi i quali muoiono. I piccolissimi embrioni possono germinare poi solo in condizioni di suoli con elevata umidità. I generi Salix e Populu sono dotati tuttavia di semi non molto longevi.

Le Salicacee sono soggette, in generale, a facile ibridazione. Non è un limite al successo della loro riproduzione sessuale…anzi.  Queste piante infatti impiegano la propria energia vitale per produrre una straordinaria quantità di semi, come possiamo vedere comunemente nei pioppi. Questi sono piante a sessi separati e gli esemplari femminili producono i propri embrioni leggerissimi, circondati da un arillo cotonoso espanso (comunemente chiamati “pappi”), in quantità straordinarie; questi si disperdono “veleggiando” nell’aria e possono essere trasportati dal vento a distanze incredibili; tuttavia per queste piante la modalità di propagazione aerea non è la sola a disposizione, perché ve ne è un’altra che potremmo definire di  “microfluitazione” o di “drift”. Parliamo dei pappi depositatisi sull’acqua dei fiumi, galleggiando sulla superficie, che vengono trasportati a valle e in buona parte terminano il loro viaggio col posarsi su qualche parte del greto ove i semi possono germinare.  Stocasticamente con questa strategia saranno molti i semi “fortunati” che troveranno condizioni idonee di sviluppo, iniziando ad emettere immediatamente una radichetta embrionale che diviene poi un fittone che si accresce in pochi giorni. Così, quando nel nostro clima mediterraneo arrivano le piogge e le piene autunnali-invernali, le plantule che hanno germinato per prima, flessibilissime, e che hanno già acquisito un ancoraggio radicale di 30 – 40 cm o più, piegandosi nella corrente divenuta forte minimizzano la propria esposizione all’acqua, riuscendo a non essere estirpate. 

Tutta la struttura dell’albero sembra adattata allo scopo di una grande produzione di semi e a un accrescimento veloce. Il polline ad esempio è molto piccolo (25-30 millesimi di millimetro) ma molto abbondante e l’impollinazione può essere sia anemofila che entomofila. Osserviamo la foglia di un pioppo: ha un picciolo ben allungato, schiacciato lateralmente, con elasticità “giusta” perché possa oscillare su un piano sub-orizzontale al minimo spirare del vento. L’albero così può permettersi di avere tante foglie a lamine larghe che, come ogni altro albero, sono disposte per captare quanta più luce ma, nel nostro caso, c’è un vantaggio in più dovuto alla facilità e al “tipo” di movimento che fanno sì che  molta luce solare possa filtrare anche negli strati di fogliame inferiori che viceversa rimarrebbero in semi-ombra. Questa particolarità fornisce all’albero maggiore capacità fotosintetica, un “motore biologico turbo” che è alla base della notevole velocità di accrescimento. Vista da lontano la massa delle foglie di un pioppo che oscillano al vento richiama alla mente il brulichio di una folla umana in un mercato o una festa padronale di paese: viene attribuito a questa similitudine il termine  del genere , “Populus” (popolo).  La flessibilità dei rami dei salici è tale che viene sfruttata fin dall’antichità per realizzare, intrecciati finemente, cesti assai leggeri e resistenti, nasse per la pesca fluviale e, in passato, persino per ponti per l’attraversamento dei corsi d’acqua, chiamati “ponti di fascine”. 

In definitiva queste piante assommano in sé una molteplicità di strategie di riproduzione, di crescita e di adattamento che ne determina il successo evolutivo. Se è vero che la presenza del fiume con i suoi episodi di violenza ha determinato la selezione delle caratteristiche uniche di questa vegetazione, è altrettanto vero che essa ha determinato l’aspetto fisico e morfologico dell’ambiente fluviale e del paesaggio. Se non ci fosse questa vegetazione (unitamente a quella erbacea come Fragmites, Tipha, Carex, Scirpus che hanno le medesime caratteristiche di ancoraggio radicale, flessibilità e di resistenza allo strappo), i nostri corsi d’acqua apparirebbero come desolati canali con le ripe franose simili ai canyon del Rio Grande: la violenza delle acque avrebbe eroso, scavato e desertificato tutto l’immediato intorno. 

La vegetazione riparia svolge diverse funzioni essenziali negli ecosistemi acquatici.  Innanzitutto è un efficace filtro -tampone protettivo della qualità dell’acqua. La lettiera riparia è assai spessa, soffice e umificata, in grado di bloccare quasi tutto quello che le acque meteoriche, ruscellando superficialmente, erodono dai terreni circostanti, inclusi gli inquinanti diffusi che vengono trappolati, degradati o, per gli inquinanti persistenti come i metalli pesanti, resi non biodisponibili. Il pabulum microbico della lettiera e dell’humus riesce a scomporre in tempi bevi anche sostanze organiche xenobiotiche normalmente resistenti alla biodegradazione. Un fiume che ha la sua vegetazione integra, inoltre, presenta generalmente acque limpide perché è ridotta o completamente bloccata l’erosione meteorica superficiale dei terreni circostanti.  .  

Inoltre le foglie che in autunno cadono in acqua hanno un ruolo ecologico importantissimo per la vita fluviale: quelle dei pioppi e dei salici sono particolari: presto si rigonfiano divenendo più tenere, poi divengono color marrone perché colonizzate al loro interno da microfunghi che le arricchiscono di elementi nutritivi, e infine costituiscono una dieta ottimale per l’intera copiosa comunità degli organismi invertebrati acquatici detritivori che sono a loro volta alla base, ad esempio, dell’alimentazione dei pesci, del merlo acquaiolo, dell’avifauna limicola e degli anfibi. Gran parte degli apporti trofici negli ecosistemi fluviali deriva dalla vegetazione di sponda, piuttosto che dagli organismi fotosintetici che vivono immersi nella corrente. 

Le funzioni importantissime della vegetazione riparia nell’ecologia fluviale sono ancora tante. Ne fornisco un rapido accenno. Essa fornisce ombreggiamento limitando, nei tratti di alveo fotosintetici, l’eccesso di proliferazione algale e l’abbagliamento delle specie animali che non amano la luce diretta come molti invertebrati e le trote (che sono sprovviste di palpebre) e che predano gli invertebrati.  Protegge inoltre l’acqua dal riscaldamento, sia con la propria ombra e sia per l’evapotraspirazione che è piuttosto elevata; bisogna richiamare il fenomeno fisico per cui il cambiamento di stato dell’acqua da liquida a vapore avviene a spese dell’energia sottratta all’ambiente esterno, cosicchè l’evapotraspirazione funziona come un condizionatore che riduce la temperatura ambientale. Le basse temperature favoriscono un adeguato tenore di ossigeno disciolto a tutto vantaggio per la vita acquatica. La vegetazione dei corsi d’acqua realizza microhabitat per una moltitudine di organismi e favorisce un’elevatissima biodiversità entro l’acqua e sulle sponde; le radici flottanti degli alberi sono microhabitat per molte specie e zone di rifugio per i pesci. È una vegetazione che consolida e stabilizza le sponde, contrastandone l’erosione e il franamento che causano l’interrimento accelerato di zone fluviali di pianura.  Con la sua “rugosità”, unitamente alla vegetazione erbacea e ai salici arbustivi, frena l’impeto della corrente, trattiene più a lungo l’acqua sul territorio mitigando le piene, aumentando i “i tempi di corrivazione” e in definitiva svolgendo un’imponente azione di regimazione che contrasta il rischio idrogeologico. Il permanere dell’acqua rallentata sul territorio inoltre ne favorisce l’infiltrazione laterale e la diffusione all’interno i ghiaioni permeabili delle sponde e quindi la ricarica delle falde.  

La vegetazione riparia intrappola i nutrienti il cui eccesso è assai nocivo per le acque e, per quanto riguarda quelli azotati, attraverso le reazioni nitro-denitro li scompone fino al livello di azoto elementare che viene restituito all’atmosfera. Favorisce inoltre la transizione acqua – terra di specie animali: insetti come le libellule, le effimere, svariate famiglie di ditteri, ma anche vertebrati come tutti gli anfibi, molti rettili… Lo svolgersi del ciclo della materia, tanto più efficace quando maggiore è la biodiversità nell’ecosistema, aumenta l’efficienza dell’autodepurazione biologica tipica delle acque correnti e la cui “funzionalità” è oggi alla base delle finalità della normativa introdotta dalla Direttiva Quadro sulle Acqua (Framework Water Directive 60/2000/CE e della normativa italiana D.Lsl 152/2006 e s.m.i.). 

La fascia ecotonale acqua-terra perennemente umida o di acque bassissime o a inondazione periodica, ricca anche di vegetazione erbacea che ha le radici o i rizomi immersi nell’acqua e la parte restante aerea, come la cannuccia d’acqua, le tife e i carici (chiamata “elofitica”) è quella a più alta efficienza autodepurativa. Questi ambienti infatti vengono oggi “copiati” e riprodotti artificialmente, come veri e propri impianti di depurazione degli scarichi fognari che in Italia sono noti come “fitodepuratori”, raccomandati peraltro dalla normativa per le caratteristiche di basso impatto ambientale e alta efficienza, economicità di gestione e perfetto inserimento nel paesaggio in cui risultano non percepiti alla vista. 

Le fasce ripariali costituiscono i principali habitat di rifugio per la fauna e sono “corridoi ecologici” naturali del territorio per i mammiferi lungo le sponde, per l’avifauna migratrice che memorizza, per orientarsi, le linee dei corsi d’acqua come riferimenti geografici, mentre all’interno delle acque il corridoio fluviale consente le migrazioni interne dei pesci. 

Alcuni ricercatori che studiano gli ambienti fluviali e le zone umide (wetlands) hanno definito questi ambienti “supermarkets of biodiversity”: ambienti ricchissimi di specie. Essi, per gli aspetti della biodiversità,  sono la nostra “Amazzonia”.  Quanto conta la vegetazione riparia sulla buona dotazione di biodiversità, sulla stabilità ecosistemica, sulla resilienza e sulla “funzionalità”, aspetti che garantiscono insieme anche benefici ecosistemici, è cosa che sfugge alla normale comprensione. Cito un esempio illuminante. In Abruzzo fiumi di acque sorgive oligominerali, purissime, come il Vera (Paganica-L’Aquila), il Tirino superiore (Bussi e Capestrano- Pescara) hanno livelli naturalità elevati e di biodiversità straordinari, con presenza di specie rare, come plecotteri, estinti altrove per la loro sensibilità ai disturbi ambientali, ed endemismi. A pochi chilometri nello stesso areale il fiume Giardino (la cui portata è ridotta a causa di captazione della sorgente ad uso acquedottistico), con acque oligomineali e perenni, è privo della quasi totalità delle specie rispetto ai predetti fiumi. 
La differenza sta nel fatto che il Vera e il Tirino superiore hanno ripe vegetate ed alveo naturali, mentre il Giardino ha sponde prive di qualsiasi vegetazione arborea e sponde ed alveo sistemati con il cemento. Quanti danni fanno le sistemazioni degli alvei e delle sponde con il cemento e con  le gabbionate, le cosiddette “regolarizzazioni” di corsi d’acqua, i tagli indiscriminati della vegetazione riparia, che ancora oggi vengono effettuate, per giunta con denaro pubblico! 

Mentre scrivo un albericidio è in atto nel Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, in provincia dell’Aquila, e stragi simili mi vengono segnalate in Romagna e in altre parti d’Italia. Alla base di queste azioni riprovevoli c’è la frammentazione delle competenze, l’interesse a lucrare sul legname, spesso l’ignoranza spinta di funzionari pubblici che rivestono ruoli-chiave nei processi amministrativi, l’assenza di controlli, autorizzazioni date con leggerezza stravagante, errate convinzioni idrauliche (velocizzare le acque perché non esondino localmente, ma aggravando il rischio idraulico a valle), incapacità di cogliere lo spirito e il dettato della Direttiva Quadro Europea delle acque, che ha come obiettivo il ripristino di flora e fauna a un buon livello di integrità ecologica e idromorfologica per garantire il potere autodepurativo degli ambienti acquatici.

La normativa vigente imporrebbe l’esatto contrario di quanto è in atto: la riqualificazione ecologica dei corsi d’acqua, e la restituzione ai fiumi del proprio spazio vitale. Ma questa è materia per un altro articolo. Ovviamente lungo i nostri corsi d’acqua non troviamo solo Salicaceae: importante è la presenza, ad esempio, dell’Ontano nero (Alnus glutinosa), del Sambuco (Sambucus nigra) e diverse altre specie tra cui poco noto è probabilmente l’Oleandro (Nerium oleander) che in fiumi della Sardegna dà luogo a fioriture spettacolari. Man mano che ci allontaniamo dall’acqua troviamo alberi a legname sempre più duro, passando per i frassini (Fraxinus excelsior e F. oxycarpa), olmi (Ulmus minor) ma anche aceri campestri, fino ad arrivare, nelle zone oramai abbastanza asciutte, alle querce, ai faggi e altre specie di habitat completamente diverso.  

Che fare per la riqualificazione dei fiumi e il restauro del paesaggio? Tra le tante cose basterebbe solo un provvedimento di effettiva tutela delle sponde per una fascia spessa circa 150 metri, o per quanto possibile, per vedere rinascere o comunque migliorare di molto la qualità dei nostri fiumi e il paesaggio senza spendere un solo euro. La vegetazione riparia infatti è talmente rapida nel ri-colonizzare spontaneamente i suoi spazi e ad accrescersi che in pochissimi anni con la sola tutela avremmo già risultati sorprendenti. 

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Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Presidente del Consiglio dei Ministri – Prof. Mario Draghi 

Ministro della Salute – On. Roberto Speranza 

Ministro della Transizione ecologica – Prof. Roberto Cingolani 

Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali – On. Stefano Patuanelli  ministro@politicheagricole.it 

Ministro dello Sviluppo Economico – On. Giancarlo Giorgetti 

Produzione di energia da biomassa legnosa e salvaguardia del patrimonio forestale  internazionale. 

Egr. Presidente del Consiglio dei Ministri, 

in occasione della Giornata Mondiale delle Foreste indetta dalle Nazioni Unite il 21 marzo di ogni  anno, vogliamo richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla effettiva tutela del nostro patrimonio  forestale oggi sottoposto ad un crescente sfruttamento per la produzione di biomassa a fini energetici.  

Ciò si somma alle minacce che storicamente ne compromettono l’estensione e soprattutto la qualità,  come gli incendi, i cambiamenti climatici e il sovra-sfruttamento. 

Negli ultimi anni, il crescente fabbisogno energetico della nostra società ha avviato l’utilizzo dei  nostri boschi e di foreste in altre parti del Pianeta per produrre biocombustibile per le centrali a  biomassa. Un recente articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta un incremento del 49% della  superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento delle perdita di biomassa del 69% in  tutta Europa, nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance  (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila metricubi tra  il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’ultimo rapporto annuale del EU Joint Research  Centre (2021) riporta che ‘il divario tra gli usi e le fonti dichiarate di biomassa legnosa possono  essere in gran parte attribuito al settore energetico e consistono principalmente in rimozioni  sottostimate“. In altre parole, la gran parte di legno non contabilizzato a livello europeo può essere  attribuita principalmente al consumo di energia! 

A questo si aggiunge che l’Italia è tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, generando prelievi forestali e impatti sugli ecosistemi forestali fuori dal nostro Paese. 

Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia a livello europeo, sia nazionale, di deduzioni fiscali e di incentivi economici che hanno alimentato l’incremento dell’uso di questo combustibile per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come “ecologico” e rinnovabile, sebbene  sussistano varie criticità in merito.

La produzione di energia è centrale nello sviluppo delle nostre società e per la qualità della vita dell’uomo, tuttavia è ormai improcrastinabile avviare una decisa conversione dei sistemi di  produzione, abbandonando le fonti fossili e sviluppando le fonti rinnovabili e sostenibili. Nonostante  lo sviluppo di fonti rinnovabili negli ultimi anni, purtroppo i livelli crescenti dei consumi energetici  ci dicono che la produzione di energia da fonti rinnovabili è stata finora in aggiunta e non sostitutiva  rispetto quella da fonti fossili. 

In questo processo di transizione occorre prestare la dovuta attenzione e cautela agli impatti che la  produzione di energia da fonti rinnovabili può determinare. Vogliamo infatti sottolineare che  rinnovabile non vuol dire di per sé sostenibile, se viene trascurata la mitigazione e la compensazione delle minacce per la biodiversità e il paesaggio. Nel caso dell’uso delle biomasse forestali occorre  anche considerare che non è una produzione neutra e che complessivamente, per ogni chilowattora di  calore o elettricità prodotta, è probabile che l’uso del legno inizialmente aggiunga in atmosfera da due  a tre volte più carbonio rispetto ai combustibili fossili. 

Con questa lettera, Green Impact e Gruppo Unitario per le Foreste Italiane (GUFI) – le due  organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance, un’alleanza che riunisce oltre  100 Organizzazioni Non Governative in 27 Paesi del Mondo (https://forestdefenders.eu/) – desiderano esprimere la crescente preoccupazione sull’inclusione delle biomasse forestali tra le fonti rinnovabili e sostenibili. Tale inclusione sta dando una forte spinta all’utilizzo dei nostri boschi e delle foreste di  molte altri parti del Pianeta, compromettendo ecosistemi forestali di elevato valore naturalistico e i  benefici che questi producono in termini di servizi ecosistemici.

L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni  di anidride carbonica in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del  riscaldamento globale, secondo gli accordi assunti a Parigi nel 2015, ben al di sotto dei 2ºC con i  sforzi per limitarlo a 1,5ºC. La presunta neutralità è smentita dalle emissioni necessarie per l’apertura  dei cantieri e delle piste forestali, per i tagli, per la movimentazione con mezzi meccanici, per i  trasporti in centrale, per la frantumazione o riduzione in pellet. Va altresì considerata la quota di  carbonio immobilizzata nei boschi nella lettiera, nell’humus e nel biota vivente dei suoli e la  componente non esalata in atmosfera che nel sottosuolo si combina con l’acqua dando origine a  bicarbonati solubili che stabilizzano il pH degli ecosistemi acquatici rendendoli idonei ad ospitare  notevole biodiversità e resilienza. Si aggiunga a questo che mentre le emissioni in atmosfera derivanti  dalla combustione sono immediate, l’assorbimento richiede molto tempo per la perdita di funzioni  degli ecosistemi disboscati e per i lunghi tempi di crescita di nuove piante.

Inoltre, la produzione di biomassa legnosa da conferire come combustibile nelle centrali a biomassa  sta spingendo nel nostro Paese alla conversione a ceduo con turni brevi determinando il serio rischio  di compromettere il capitale naturale a medio e lungo termine. Basta citare un dato: nel nostro Paese  le utilizzazioni forestali negli ultimi 15 anni sono aumentate di circa il 70%. 

Ad evidenziare l’importanza di questo tema, a febbraio scorso oltre 500 scienziati, anche italiani,  hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea,  Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati  Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della  Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine  forestale per produrre energia su grande scala.

Vogliamo in modo analitico e sintetico soffermarci sui punti chiave per cui riteniamo che la  produzione di energia dalla combustione della biomassa forestale rappresenta un elemento di forte  criticità:

la conversione dei sistemi di produzione energetica con l’abbandono dei combustibili  fossili come petrolio, carbone e gas naturale è imposta dalla necessità di ridurre  l’immissione in atmosfera di gas clima-alteranti, mentre l’uso delle biomasse forestali  produce anidride carbonica e allo stesso tempo compromette le funzioni degli  ecosistemi forestali di assorbirla e di produrre ossigeno. Contrariamente all’opinione  diffusa, la combustione del legno non è climaticamente neutra e contribuisce in modo  significativo all’effetto serra. 

✓ La combustione del materiale legnoso, in ambito domestico e in grande quantità negli  impianti industriali di produzione energetica, produce particolato sotto forma di polveri  sottili PM 2,5 e PM 10, oggi riconosciute all’origine di molte patologie umane e causa  di morte nell’ordine di decine di migliaia di persone all’anno. In molti contesti la  tecnologia idonea a eliminare o almeno ridurre le emissioni non è adottata. 

✓ Sebbene negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un aumento in termini di superficie  dei nostri boschi a causa dell’abbandono delle aree marginali agricole collinari e  montane, lo stesso non si può dire per la loro qualità, come testimoniano i bassi livelli  di biodiversità nei boschi di neo-formazione e anche dal volume medio della biomassa  legnosa italiana, meno della metà degli altri Paesi europei (circa 150 mc/ha, contro  quella di altri Paesi europei di 350 mc/ha). 

✓ La produzione di biomassa legnosa per le centrali a biomassa impone modelli di  gestione a ceduo con cicli brevi che compromettono la qualità dei boschi e i servizi  ecosistemici forniti. La gestione a ceduo per la produzione di biomassa a scopo  energetico arreca un danno, reale e potenziale, all’intera filiera del legno con perdita  delle specie pregiate (es. le specie del Genere Acer e alcune del Genere Quercus)  utilizzate nell’industria del mobile, del parquet, della cantieristica, della piccola  manifatturiera (es. strumenti musicali) e l’artigianato. La gestione del patrimonio  boschivo deve invece essere guidata da principi ecologici che garantiscano il  rinnovamento, l’aumento della qualità forestale, i livelli di biodiversità in modo  compatibile con la produzione di massa legnosa. 

✓ I boschi devono essere considerati non come un’insieme di alberi, ma come un  complesso ecosistema composto da migliaia di specie vegetali e di decompositorie (complessi ecosistemi composti da migliaia e migliaia di organismi autotrofi ed  eterotrofi) e quindi la loro gestione non può essere affrontata ponendosi come obiettivo  la produzione di materiale legnoso e al contempo trascurando le specie viventi e le  funzioni ecologiche. 

✓ Gli ecosistemi forestali forniscono numerosissimi servizi ecosistemici alla biodiversità  e alla specie umana, dai servizi di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi,  il riciclo dei nutrienti ai servizi di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre, ect),  a quelli di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la  barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la  qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici. Per la nostra specie si aggiungono i  servizi culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. Per  questo la gestione degli ecosistemi deve tenere in considerazione tutte queste funzioni.

GREEN IMPACT 
Start-up non profit che promuove pratiche trasformative ecologiche ed economiche. Il nostro  principale obiettivo è conservare e ripristinare l’equilibrio del pianeta, dando impulso all’innovazione  della cultura e dei saperi, così da migliorare il benessere degli animali, domestici e selvatici. Nel  portare avanti la nostra missione di tutela dell’ambiente, degli animali e dei loro habitat, privilegiamo  soluzioni che abbiano un impatto socio-economico multidisciplinare, facendo leva sull’innovazione  e sugli sviluppi tecnici, scientifici e normativi. Grazie alla nostra rete di esperti, offriamo soluzioni  tecniche e normative in grado di determinare reali cambiamenti. Mettiamo a disposizione della  comunità internazionale dei soggetti interessati tutte le nostre soluzioni a fine di permettere un’  accelerazione di azione collettiva verso il cambiamento. 
Contatti stampa Green Impact
Fabrizio Bulgarini |338 2198878 | f.bulgarini@tiscali.it
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GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane 
L’obiettivo primario del GUFI è quello di assicurare la conservazione del patrimonio forestale  nazionale affinché possa essere lasciata in eredità alle generazioni che verranno. Perché la tutela della  biodiversità e del paesaggio naturale dei boschi italiani e dei benefici ecosistemici che questi  assicurano all’uomo sia assicurata è necessario che almeno il 50% della copertura forestale del Paese  sia lasciata alla libera evoluzione. Ciò è possibile senza entrare in conflitto con le esigenze  economiche di tipo produttivo. Per il GUFI l’idea del futuro forestale dell’Italia è quella di un Paese  in cui i boschi possano tornare ad occupare gran parte dello spazio che è stato sottratto loro dall’uomo  ripopolando le aree attualmente marginali e improduttive e andando a costituire ampie cinture verdi  intorno alle città. Inoltre, i boschi destinati alla produzione devono essere gestiti al fine di produrre  materiali legnosi e non destinati a usi ad alto valore aggiunto. 
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NO A UNA NUOVA STRADA INUTILE NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

NO A UNA NUOVA STRADA INUTILE NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

IL NO DECISO DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI ALLA DEVASTAZIONE AMBIENTALE DELL’APPENNINO ABRUZZESE ED ALLO SPRECO DI RISORSE PUBBLICHE CHE LA NUOVA STRADA, ROCCARASO-SCANNO-ORTONA DEI MARSI, CAUSEREBBE

La Stazione Ornitologica Abruzzese (SOA) dopo aver appreso dai mezzi di comunicazione del progetto e  dopo averne acquisito la proposta preliminare presentata in occasioni pubbliche dalla DMC Alto Sangro  (l’agenzia regionale di promozione turistica ) e dall’ UNCEM Abruzzo(Unione Nazionale Comuni  Comunità Enti Montani) ha prodotto un documento inviato nei giorni scorsi ai Comuni interessati ed  all’Ente PNALM da cui emergono aspetti a dir poco sconcertanti sia in termini economico-finanziari e di  corretta definizione in merito alla compatibilità con i principi del Recovery Fund , sia di reale utilità in  alternativa alla viabilità esistente che in riferimento agli impatti ambientali a dir poco devastanti e del  tutto sottovalutati. 

Il percorso della nuova strada a due corsie partirebbe dall’ Altopiano delle 5 Miglia per penetrare dentro  la Montagna Spaccata all’interno della splendida Foresta Demaniale di Chiarano Sparvera per inerpicarsi  fino al suo crinale e con una galleria di oltre 2,4 Km passare dalla intatta Bocca di Chiarano alla  sottostante Valle di Jovana. Tra l’altro il tracciato passerebbe dalla Montagna Spaccata che  attualmente è una forra strettissima dove a mala pena sale una mulattiera, il che richiederebbe la  distruzione completa del piccolo canyon, una “perla” dell’Appennino abruzzese. 

Dalla valle di Jovana la strada proseguirebbe a mezza costa sul versante orografico destro della stessa,  dove ora esiste una sola casa abitata, per scendere sempre sullo stesso versante in un territorio con  boschi e senza alcuna strada o fabbricato fino a Scanno. A valle dell’abitato attraverso un’ altra galleria  seguirebbe sulla sponda orografica sinistra del Lago omonimo per raggiungere Villalago, quindi, poco a monte dell’ abitato un’ altra galleria e viadotti per oltre 4 km porterebbero a San Sebastiano dei Marsi  per raggiungere infine Ortona dei Marsi ed un nuovo svincolo autostradale a Carrito . 

Le associazioni scriventi fanno notare che si andrebbe cosi a sfregiare una parte consistente del  paesaggio montano abruzzese ancora integro che comprende Siti di Interesse Comunitari ( SIC e ZSC ),  Zone di Protezione Speciali (ZPS), aree contigue ai Parchi nazionali e Riserve naturali regionali. 

Tutte le specie animali dell’Appennino abruzzese, molte delle quali protette dalla Direttiva HABITAT  della UE ne sarebbero gravemente impattate esponendo la nostra regione ad una più che sicura  procedura di infrazione comunitaria. L’areale dell’Orso marsicano verrebbe letteralmente stravolto  vanificando tutte le azioni portate avanti da Ministero, Regione , aree protette ed associazioni negli  ultimi 15 anni andando a devastare proprio quel corridoio di connessione che tutti fino ad oggi hanno  definito vitale per garantire l’ampliamento dell’areale della specie e lo scambio di individui tra un parco  nazionale e l’altro. Giova ricordare che qui è nata Amarena, la “famosa” femmina balzata agli onori  della cronaca nazionale la scorsa estate. L’orsa è nata, si è riprodotta ed alleva i suoi 4 orsacchiotti tra  Villalago e San Sebastiano dei Marsi proprio dove passerebbe la nuova strada. 

Ma a cosa servirebbe poi questa strada ? Ha senso in un momento di recessione economica grave  prevedere di spendere 750 MILIONI DI EURO ( ma quali saranno i costi reali ?) per accorciare un  percorso di soli 20 Km che tra l’altro taglierebbe fuori tutto l’Alto Sangro meta di un turismo  escursionistico naturalista da anni in crescita costante ? Roccaraso e Rivisondoli hanno bisogno di una  strada simile quando sono gia servite comodamente ? Lo stato di generale abbandono della viabilita  dell’Abruzzo interno non giustificherebbe invece interventi di miglioramento e manutenzione ormai  irrimandabili piuttosto che una nuova strada “nel nulla” che non serve a nessuno se non alle ditte che se  ne aggiudicheranno la costruzione ? I servizi disastrati dei Comuni della montagna abruzzese (ospedali,  ambulatori, servizi di trasporto pubblico, Farmacie, RSA etc etc..) non meriterebbero questi fondi  invece di aggiungere altro asfalto ad un territorio già piagato dal dissesto idrogeologico ? 

In alternativa a questo progetto insostenibile per la natura e per le popolazioni residenti, le associazioni  invitano la Regione Abruzzo, UNCEM Abruzzo, DMC Alto Sangro e i Comuni interessati a chiedere al  Presidente del Consiglio ed al Governo i fondi per la messa in sicurezza delle strade esistenti. In vista del  centenario del PNALM (2023), bisogna adeguare l’intera rete stradale con aree per la sosta temporanea  dei turisti nei punti panoramici indicati dall’Ente Parco, dotate dei necessari servizi di informazione al  turista e di promozione di tutta l’area e dei suoi prodotti tipici. Sarebbe bene anche affidare la suddetta  rete viaria all’ANAS, evitando cosi altri casi come quello del ponte sul Giovenco sulla SP 17 che attende  ancora il completamento dalla sua riapertura nell’Aprile del 2019 ( dopo che la sua chiusura impose un  anno d’isolamento ai borghi della valle del Giovenco !! ). In conclusione al neo Ministro alle  Infrastrutture e Trasporti Enrico Giovannini ricordiamo che dei 32 miliardi che il Recovery Plan assegna a  infrastrutture e traporti, la metà dovrà essere investita in mobilità sostenibile ed alla luce di quanto  sopra, gli chiediamo di inserire nel suo programma immediato la messa in sicurezza di tutte le strade del  PNALM, comprese le aree attrezzate per i turisti e il recupero e rilancio del treno più alto  dell’Appennino, L’Aquila – Sulmona – Pescocostanzo – Castel di Sangro, per la mobilità dolce all’interno  del sistema dei parchi naturali abruzzesi (Pnalm, Majella, Sirente-Velino, Gran Sasso e Monti della Laga). 

Per le motivazioni di cui sopra le associazioni scriventi fanno appello a tutti i comuni coinvolti alla  Regione, all’ Ente PNALM ed alle Riserve interessate dall’opera affinché prendano le distanze dal 

progetto in argomento ed adottino atti formali di dissenso in merito allo stesso, tali da impedirne il  finanziamento e la, seppur parziale, realizzazione. 

Per info 3355388206 

Firmano il comunicato : 

1. ITALIA NOSTRA Abruzzo 

2. MOUNTAIN WILDERNESS Abruzzo 

3. WWF Abruzzo 

4. LIPU Abruzzo 

5. ITALIA NOSTRA Abruzzo 

6. CAI Abruzzo 

7. STAZIONE ORNITOLOGICA ABRUZZESE 

8. PRO NATURA Abruzzo 

9. SALVIAMO L’ORSO 

10. APPENNINO ECOSISTEMA  

11. Rewilding Apennine 

12. Associazione MONTAGNA GRANDE – Valle del Giovenco 

13. ORSO and Friends 

14. TOURING CLUB ITALIANO Abruzzo 

15. DALLA PARTE DELL’ORSO – Pettorano sul Gizio 

16. FARE VERDE Abruzzo 

17. Società Italiana per la Storia della Fauna “Giuseppe Altobello” 

18. I GUFI 

19. SALVIAMO IL PAESAGGIO 

20. Federtrek – Escursionismo e Ambiente 21. Associazione Italiana Wilderness

DIFFIDA CONTRO LA PRODUZIONE E LA COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI OGM E DEGLI NTB IN ITALIA RELATIVA AGLI SCHEMI DEI DECRETI N. 208, 211 e 212.

DIFFIDA CONTRO LA PRODUZIONE E LA COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI OGM E DEGLI NTB IN ITALIA RELATIVA AGLI SCHEMI DEI DECRETI N. 208, 211 e 212.

Illustrissimi Presidente della Repubblica Italiana, Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente del Senato, Presidente della Camera dei Deputati, Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Ministro per gli Affari Europei, Ministro della Salute, Ministro della Giustizia, Ministro degli Affari Esteri e dalla Cooperazione Internazionale, Ministro dell’Economia e delle Finanze, Ministro dello Sviluppo economico

La presente come diffida a non procedere ad emanare i decreti legge proposti alla Camera e al Senato con gli schemi di decreto legislativo trasmessi urgentemente alle competenti commissioni parlamentari il 2 novembre 2020 ed inerenti “l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) 2016/2031 e del regolamento (UE) 2017/625”e recanti Norme per la produzione e la commercializzazione dei materiali di moltiplicazione e delle piante da frutto e delle ortive….”, “Norme in materia di produzione a scopo di commercializzazione e la commercializzazione di prodotti sementieri…” e “Norme per la produzione e la commercializzazione dei materiali di moltiplicazione della vite…” per quanto attiene l’incoerente inserimento dell’organizzazione normativa della produzione e della commercializzazione degli organismi OGM ed NTB e comunque organismi geneticamente modificati in senso ampio e conseguente attribuzione di una privativa vegetale.

Essendo già operativo su tale argomento il decreto legislativo 24 aprile 2001 n.212, che oltre a sancire nel suo primo articolo che “Al fine di assicurare la tutela della salute umana e dell’ambiente, detta attuazione avviene nel rispetto del principio di precauzione di cui all’articolo 174.2 del  Trattato di Amsterdarm”, rende inammissibile una modifica alla legge già esistente in contraria avversione al principio di cautela, precauzione, azione preventiva e responsabilità dell’agire politico governativo e amministrativo.

In considerazione del fatto acclarato che gli OGM non sono stati testati abbastanza a lungo e non possono esser considerati privi di deprecabili conseguenze per la salute come evidenziato da numerose pubblicazione in materia.

https://inclusiveresponsibility.earth/book/chapter-13?fbclid=IwAR2t1UgRhP83TEbv_00s-neGworu1g_3UIve7ggJc8tl-USeMDN_aPE3YVA

Non potendo nessuno ignorare che le privative vegetali attentano alla sovranità alimentare del popolo Italiano ed europeo così come attentano alla sicurezza alimentare, in aperto contrasto con la Convenzione sulla Diversità Biologica ratificata dall’Italia con la Legge 14 febbraio 1994, n. 124, con il Trattato Internazionale per le Risorse Fitogenetiche ratificato dal Parlamento italiano con legge n. 101 del 6 aprile 2004 (a cui è stata data confacente attuazione attraverso l’articolo 5bis con la legge 6 aprile 2007 n. 46) e con le stesse Convenzioni UNESCO per l’ambiente e la biodiversità.

Visto che il D.L. 279/2004 aveva inoltre introdotto (art.8) una sostanziale moratoria sull’utilizzo di OGM in agricoltura nel nostro Paese, destinata ad essere rimossa solo quando tutte le regioni avessero adottato i Piani regionali di coesistenza tra colture tradizionali, biologiche e transgeniche (ossia le regole tecniche volte ad evitare ogni forma di commistione e ad assicurare la separazione delle filiere).

Visto che la sentenza della Corte costituzionale n. 116 del 2006 ha dichiarata l’illegittimità di numerose disposizioni del decreto-legge, annullando nella sostanza tutte le norme funzionali all’adozione dei Piani di coesistenza regionali (Comitato consultivo, linee-guida, DM-quadro, Piani di coesistenza e relative sanzioni) in quanto lesive delle competenze legislative regionali.

Visto che il decreto è quindi significativamente ridimensionato, mentre alle regioni è stata riconosciuta la piena ed immediata competenza in materia, anche in ordine all’uso di OGM.

Visto che nonostante la dichiarazione di illegittimità costituzionale del decreto legge n.279/2004 (e conseguentemente del venir meno della “moratoria formale“ ivi prevista), sul territorio nazionale non vengono attualmente coltivati OGM (“moratoria sostanziale”), in quanto nessuna autorizzazione è stata rilasciata sulla base del decreto legislativo n.212 del 2001; la coltivazione, assai contenuta, è realizzata ai soli fini di ricerca.

Visto che per via della controversa sicurezza degli OGM in data 18 marzo 2010 la Commissione Sementi Geneticamente Modificate – nella quale sono rappresentati, oltre al Ministero delle politiche agricole  alimentari e forestali, il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministero della Salute, le Regioni Basilicata, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana e Veneto – ha deciso all’unanimità di negare l’autorizzazione alla domanda di iscrizione al registro del mais Ogm.

Visto il divieto al mais Mon 810 che è stato deciso dai commissari

(http://documenti.camera.it/leg16/dossier/testi/Am0117.htm#_ftn22) della Commissione Sementi Geneticamente Modificata, sulla base di un dossier presentato dal Friuli Venezia Giulia il cui relativo decreto è stato firmato dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali .

Visto che le biotecnologie transgeniche applicate in agricoltura rappresentano una delle innovazioni più controverse che negli ultimi decenni hanno interessato il settore agricolo. Le insufficienti informazioni circa i possibili effetti nel lungo periodo, per l’uomo e per l’ambiente, pongono dubbi rilevanti sulla reale necessità di applicazione e di rilascio ambientale.

Visto che in base alla recente direttiva 2015/412/UE è data la possibilità ad uno Stato membro di limitare o di vietare la coltivazione di un determinato OGM sul proprio territorio in seguito all’autorizzazione a livello europeo. 

Considerato che la legge Europea non ha ancora normato gli Ogm creati con la tecnica di genoma editing (GE), NPBT (New Plant Breeding Techniques), Mutagesi. Non potendo ignorare che l’Italia ha deciso a suo tempo di applicare il principio di precauzione sul suo territorio.

Tenendo presente che gli articoli 24, 41, 95, 97, 103 e 113 Cost. che incardinano l’operato della P.A. all’adeguatezza e congruità con il fine pubblico anche in considerazione della conseguente categorizzazione dei profili degni di tutela da parte dell’ordinamento degli interessi protetti e sussunti all’interno delle qualifiche di interesse legittimo e diritto soggettivo posti a garanzia del “bene della Vita” e dell’ambiente sano e non contaminato.

Ricordando “che la P.A. ha in quella che è definita attività discrezionale, la facoltà e la possibilità di scelta fra più comportamenti giuridicamente rilevanti per il soddisfacimento dell’interesse pubblico e il perseguimento del fine rispondente alla causa del potere esercitati”, crediamo sia necessario che questa P.A. applichi questa attività discrezionale a favore dei cittadini e non contro di loro, rivalutando immediatamente la sua posizione in merito, visto che ciò è nella sua piena facoltà funzionale.

Ricordando che per la P.A. il dolo consiste nella coscienza e volontà dell’agente in ordine alla commissione del fatto lesivo. Del dolo si distinguono diverse forme tra cui il dolo eventuale o indiretto, in cui la volontà non è volta al compimento del fatto lesivo, ma l’agente lo accetta come conseguenza eventuale della propria condotta (contaminazioni, perdita di biodiversità e ogni altro fattore lesivo e conseguente, derivante da tale riassetto che potrebbero manifestarsi).

Anticipando che se perpetrato, questo indirizzo politico cagionerà danni irreversibili ad un ambiente di per sè già gravemente compromesso a causa dell’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua, inquinamento che ricordiamo è responsabile di  milioni di morti premature ogni anno a livello globale. 

Considerando che l’enorme disagio che la popolazione attualmente sta vivendo a causa dell’emergenza sanitaria, dal punto di vista economico e sociale, non può e non deve essere aggravato da leggi inadatte alla tutela dell’ambiente e della salute umana.

Essendo inaccettabile che si impongano durissime restrizioni ai cittadini per tutelare la salute quale bene primario superiore –  tanto da surclassare buona parte dei diritti inalienabili della persona sanciti dalla Costituzione Italiana – e nel frattempo si permetta su tutto il Territorio Italiano la produzione e la commercializzazione di organismi geneticamente modificati su cui la comunità scientifica è fortemente divisa.

Considerando la definizione di sviluppo sostenibile contenuta nel rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future) pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED) e cioè : Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri” (WCDE 1987) e che in tale definizione, non si parla propriamente dell’ambiente in quanto tale, ma ci si riferisce al benessere delle persone, e quindi anche alla qualità ambientale, mettendo in luce la responsabilità da parte delle generazioni attuali nei confronti delle generazioni future, circa il mantenimento delle risorse e dell’equilibrio ambientale del nostro pianeta.

Visto che è stato sollevato da buona parte della comunità scientifica il sospetto che la presenza di questi organismi modificati possa attentare alla sopravvivenza delle biodiversità.

Considerando che proprio per i principi dello sviluppo sostenibile che guardano al benessere delle generazioni future, è necessario ricordare che in Europa è vigente il principio di precauzione ed il principio di “chi inquina paga”.

Considerando che questa diffida nasce dalla consapevolezza che non è assolutamente necessario produrre e commercializzare semi ogm, nè materiale di propagazione geneticamente modificato (GMO) e che quello che ̀balza agli occhi è la mancanza di volontà di recepire i principi dell’economia circolare (sbandierati da una mano e defalcati dall’altra) poiché alla base di questa economia del futuro c’è la sostenibilità agricola, quindi la valorizzazione della biodiversità e del patrimonio territoriale .

Considerando che gli schemi dei decreti legge di cui all’oggetto sono in antitesi con i programmi Europei (Green deal o i principi del Farm to Fork ) e gli SDG’s ONU.

Considerando che proprio per difendere le biodiversità l’Europa ha un programma di incentivazione chiamato “Life” che è destinato a assegnare fondi per la protezione delle stesse.

Non potendo Voi, per tutte le ragioni esposte, ignorare né la presente né i pericoli evidenziati, pena la colpa grave e/o il dolo.

Evidenziando che la presente vale a tutti gli effetti quale precedente e messa in mora per ogni scongiurabile danno all’ecosistema ed alla salute umana in futuro ricollegabile a tale scongiurabile approvazione.

Si diffidano tutti i destinatari della presente a non approvare i decreti in oggetto così come confezionati.

La presente diffida è a disposizione di chiunque ne faccia richiesta per poter agire in tutte le sedi per la richiesta di risarcimento danni subiti e subendi.

Si richiede infine, con la presente, di ottenere risposta, come previsto in ambito amministrativo, entro e non oltre i termini di legge previsti.

QUESTA LETTERA È STATA INVIATA AI SEGUENTI INDIRIZZI DEI DECISORI POLITICI. INVITIAMO TUTTI I CITTADINI E LE ASSOCIAZIONI A INVIARLA A LORO VOLTA E A FARE PRESSIONE POLITICA CONTRO QUESTI DECRETI.

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LA STRATEGIA EUROPEA DI BIOECONOMIA: SCENARI, IMPATTI, TERRITORIALI, OPPORTUNITÀ E RISCHI

LA STRATEGIA EUROPEA DI BIOECONOMIA: SCENARI, IMPATTI, TERRITORIALI, OPPORTUNITÀ E RISCHI

IMPATTO SULLA BIODIVERSITÀ

Giovanni Damiani

Il destino delle società contemporanee è stato affidato all’economia e alla finanza, al liberismo globalizzato nell’illusione che questi fossero in grado di autoregolarsi, correggersi da errori e dare un futuro di progresso basato sulla previsione di una crescita continua.  La crisi ecologica, economica e sociale in corso e le disuguaglianze accresciutesi enormemente ci mostrano quanto questa previsione si sia rivelata errata e quanto tempo abbiamo perso per avviare una transizione programmata e poco traumatica. Adesso la transizione energetica ed ecologica, del vivere e del produrre, è sempre più difficile e a tratti si annuncia anche dolorosa. Si parla, oramai, di RESISTENZA, di ADATTAMENTO e di MITIGAZIONE mentre il tempo utile per agire sta per scadere e l’urgenza fattasi estrema non ci consente più di commettere errori. 

La conversione ecologica della società riguarda prioritariamente i settori dell’economia (con i suoi pesanti risvolti sociali),  del clima, della biodiversità.   Essa non può che fondarsi sull’uso di risorse naturali rinnovabili,  in sostituzione delle fonti fossili e su metodi,  stili di vita, tecnologie  e organizzazione sociale compatibili con l’ambiente, con la salute degli ecosistemi  a livello locale e globale.    

Importanza strategica in questa transizione va assegnata alle risorse biologiche, biomasse e derivati provenienti dalla fotosintesi.

L’Europa ha finalmente delineato la macrostruttura di una linea politica per una «bioeconomia sostenibile», «circolare» che intende «rafforzare il collegamento tra economia, società e ambiente».

Ma gli scenari finora delineati presentano rischi (anche di clamorosi fallimenti) e criticità su troppe questioni irrisolte o indefinite, nonché contrasti nei confronti di linee politiche avviate dalla stessa Unione Europea in altri settori tra cui il tema epocale della BIODIVERSITA’ che è intimamente legato a quello del CLIMA.

 Le specie che risultano estinte in Italia, negli anni più recenti, sono 6 sono (lo storione comune e quello ladano, la gru, la quaglia tridattila, il gobbo rugginoso; e un mammifero, il pipistrello rinolofo di Blasius).

Minacciate di estinzione in tempi probabilmente imminenti sono 161 (138 terrestri e 23 marine. Fonte: ISPRA)

Secondo la “lista rossa” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) nel mondo 1.199 mammiferi (il 26% delle specie conosciute), 1957 anfibi (41%), 1.373 uccelli (13%) e 993 insetti (0,5%) sono minacciati di estinzione imminente.   Il 25% delle 625 specie di primati oggi conosciute, organismi a noi zoologicamente più vicini per la loro appartenenza alla famiglia deli Ominidi nella Classe dei Primati,  è in pericolo di estinzione.

Stiamo assistendo alla sesta estinzione di massa su scala globale a causa delle attività umane, tanto che nel 2000 è stato coniato il termine “antropocene” dal chimico e premio Nobel olandese Paul Crutzen, per designare l’era attuale in cui gli esseri umani hanno un impatto enorme su tutto l’ecosistema terrestre.

Tutti gli indicatori e gli indici esistenti, senza eccezione alcuna, mostrano una situazione di grave pericolo per la biodiversità e per gli habitat connessi.

Per gli agrosistemi la situazione è ancora peggiore: il numero delle estinzioni documentate di piante di interesse alimentare o come fonte di materie prime per prodotti pregiati, è pari al doppio della somma complessiva di quelle dei mammiferi, uccelli e anfibi. 

Quando parliamo di biodiversità dobbiamo tenere ben presente che esistono ampie lacune conoscitive, anche in Italia e in Europa, che riguardano le comunità biologiche del suolo, la vita acquatica, gli insetti, il mondo dei funghi e dei batteri, la loro autoecologia, le relazioni tra le componenti biotiche degli ecosistemi e tra loro e il mondo chimico-fisico.   Pertanto i dati già preoccupanti riportati in letteratura sono riferibili a una parte del biota, vale a dire a quello che conosciamo o pensiamo di conoscere ma la complessità dei sistemi naturali è talmente grande da sfuggire alle indagini scientifiche anche molto accurate.   Batteri e microfunghi, ad esempio, sono artefici ubiquitari della scomposizione finale della materia morta  o degli escreti dei viventi  (detrito organico).   Dobbiamo a questo regno biologico vastissimo e quasi negletto le reazioni dei processi catatabolici con i quali vengono scisse le molecole organiche complesse in molecole minerali più semplici e stabili, con conseguente liberazione di energia e messa a disposizione di nutrienti indispensabili per la vita delle piante. Si stima che al mondo esistano ameno 30 milioni di specie microbiche e noi ne sappiamo coltivare circa un migliaio e ne conosciamo appena qualche decina di migliaia.

L’esistenza del ciclo di materia sostenuto da un flusso di energia solare negli ecosistemi dipende completamente dall’efficienza dei microbi saprobici per cui la loro importanza è pari a quella della fotosintesi mentre noi animali negli ecosistemi siamo utili per la velocizzazione dei cicli biogeochimici e per la quantità di materia posta in circolo, ma non tecnicamente indispensabili. Potremmo auto-espellerci da Gaia e gli ecosistemi continuerebbero ad esistere, con lentezza dei cicli, in maniera semplificata, ma rigogliosamente e senza di noi.

A livello della comunità microbica cade anche il determinismo genetico, già caduto a livello di genoma non codificante e con la scoperta dell’epigenetica perché assume forte evidenza l’importanza dei mutevoli  fattori ambientali e delle contingenze nell’adattamento e nell’evoluzione ontogenetica, filogenetica e antropologica.  La scala dell’organizzazione della materia, con l’entropia negativa crescente, inoltre, ci mostra che non esiste l’ambiente.  E’ più corretto parlare di AMBIENTI, ECOSISTEMI, tra loro correlati ed interagenti, sempre in fase evolutiva e quindi, nel tempo, mai identici a sé stessi.   Questo non vale solo per il mosaico di ecosictemi visti “in orizzontale”, ma anche verticalmente.   Il DNA ha come ambiente la cellula che è il suo “ecosistema”; lo stesso vale per un mitocondrio che tra l’altro ha un proprio DNA; un organo non è un insieme di cellule….ma è  l’ambiente in cui si trovano e operano le cellule; un individuo non è un insieme di organi nè di cellule….ma è molto di più ed è inserito in un ecosistema che può essere naturale oppure semiurbano o urbano.   Noi stessi siamo l’ecosistema del nostro microbioma intestinale (e non solo), ove il numero dei batteri simbionti che influenzano il nostro essere è superiore a quello di tutte le altre cellule del nostro organismo.  Ai vari livelli di organizzazione della materia, lungo una scala verticale,  nei vari “ambienti”, si producono proprietà  e regole aggiuntive che non erano presenti nei livelli inferiori a minore contenuto di entropia negativa. Un ecosistema pertanto non è la somma di tutti i suoi componenti ma è molto di più grazie all’integrazione della infinità di ambienti che lo compongono. La biodiversità non è la quantità delle specie presenti in un ecosistema, ma è molto di più.

Il concetto di natura e di biodiversità si sono mostrati assai più complessi di quanto si riteneva solo 20 anni fa.  Oggi appare come un mosaico pluridimensionale che include il parametro tempo, di ambienti mai completamente chiusi ma comunicanti e interattivi, con proprio ordine interno caratterizzato da grande complessità, con vari livelli di organizzazione e varie modalità di comunicazione che garantisce l’integrazione e la resilienza.  Solo recentemente abbiamo scoperto che il livello epigenetico condiziona gli organismi, lo stato di salute, gli ecosistemi con meccanismi di complessità estrema e non conosciuti. Le mutazioni adattative dettate dai meccanismi epigenetici infatti, si sono rivelati assai più veloci di quelle genetiche interpretabili u scala di generazioni con Charles Darwin, Gregory Mendel, James Watson e Francis Crick e Jaques Monod. L’ENTROPIA DEI SISTEMI ECO-BIOLOGICI non si misura con la materia, bensì con l’ordine interno al sistema esaminato, vale a dire con il livello di complessità dato dalla ricchezza e caratteristiche delle sue componenti e dalle relazioni tra le parti (quindi dalla comunicazione attraverso segnali telemediatori acustici, visivi, olfattivi ed elettromagnetici) e con quelle con il biotopo.  L’ecosistema è un mosaico di ambienti. 

A livello attuale delle conoscenze le cause della perdita di biodiversità possono essere così individuate:

  • la perdita degli habitat (conversione agricola industriale dei suoli, edificazione, infrastrutture);
  • eccessivo sfruttamento delle risorse; 
  • frammentazione dello spazio minimo vitale per le specie;
  • inquinamento;
  • interferenze endocrine
  • interferenze nei segnali telemediatori di comunicazione (suoni, colori, forme, sostanze aerodisperse che costituiscono “odori”, campi elettromagnetici)

Su tutto agisce la crisi climatica che produce riscaldamento globale, colpisce gli ambienti acquatici e il suolo con siccità e incendi, consente l’espandersi di parassitosi, provoca scompensi nell’autoecologia, eventi estremi ricorrenti,  la comparsa di specie aliene nei nostri habitat.   Per quanto riguarda quest’ultime i dati del Mediterraneo sono illuminanti.

Complessivamente, ad oggi, nel Mediterraneo sono intruse 565 specie alloctone:

  • ? 132 appartenenti al regno vegetale
  • ?25 celenterati,              ?16 briozoi, 
  • ?141 molluschi,              ?59 anellidi,
  • ?60 crostacei,                 ?12 ascidiacei, 
  • ?120 pesci.

Di queste, 185 specie sono già intruse nei mari italiani

Fonte: Commission Internationale pour l’exploration Scientifique de la Mèditerranèe

Come si pone la Strategia europea sulla bioeconomy di fronte a questo quadro?

Il peccato originale del documento “Una bioeconomia sostenibile per l’Europa” risiede nel fatto che viene individuata come destinataria degli interventi, l’industria, e il rilancio della competitività.    Da questa premessa non possiamo aspettarci molto di buono sul tema della biodiversità.  A livello agroalimentare, per esempio, chi custodisce la variabilità genetica e ha consentito la sopravvivenza di cultivar diversificati, non è certo l’industria che invece persegue la standardizzazione dei prodotti, la massima uniformità possibile e rincorre criteri di vendita competitiva su aspetti estetici dei prodotti quali colore e dimensioni e il minor numero possibile di addetti. Custode della biodiversità è invece la costellazione di produttori agricoli, di aziende artigiane tradizionali che operano sulla base di antichi saperi e che sono detentori di genotipi, anche se questi non garantiscono loro crescita importante dei profitti. Le pratiche agricole di questo tipo sono il risultato di secoli o millenni di ricerca applicata, di sperimentazioni ancorchè empiriche mosse non solo dal desiderio di conoscenza o dal legame con a tradizione, ma dalla necessità di sopravvivenza e di adeguare il loro operato alle condizioni ecologiche locali. I cultivar sono stati trasmessi nel tempo tra le generazioni e le buone pratiche connesse per tradizione orale e  il tutto è stato storicamente  condiviso  in forma cooperativa e per tradizione orale mentre il miglioramento dei prodotti è avvenuto nel rispetto delle leggi della natura, con gradualità nel tempo.    La strategia europea non considera questo grande ed effettivo giacimento di saperi né i detentori diffusi di genotipi locali coltivati in situ, mentre rischia addirittura di minacciarne l’esistenza.  Infatti focalizza, tra gli strumenti attuativi, il tema della certificazione. Ma se la certificazione riguardasse solo i prodotti industriali a cui pare rivolgersi la strategia in forma esclusiva,  potremmo creare un mondo in cui ciò che è prodotto all’infuori della sfera industriale diviene marginale e perente (se va bene), residuale (e destinato all’estinzione, se va male), o addirittura illegale (se va come vorrebbe una certa industria che non ama di certo la concorrenza, anche dei “piccoli” produttori).   Pensate cosa rischierebbe l’Italia dal punto di vista della cultura culinaria, dei prodotti tipici locali di difficile certificazione, del paesaggio agrario.  L’importanza per l’umanità della conservazione dei genotipi d’interesse agronomico non è nuova: il botanico  Nikolai Vavilov, tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso raccolse semi in 65 Paesi e fondò l’istituto che oggi è ancora attivo e conserva 350 mila specie a San Pietroburgo. Resistette con i suoi collaboratori all’assedio nazista senza toccare un solo seme mentre morivano di fame ma fu poi eliminato da Stalin. Oggi l’Istituto  Svalbard Global Seed Vault in Norvegia conserva in un bunker tra i ghiacci 7 milioni di campioni di colture da tutto il mondo. Ma quei ghiacci vanno sciogendosi. In ogni caso è solo questa la salvezza della biodiversità agronomica? Non è meglio rivolgersi alla terra, a valorizzare l’opera degli agricoltori?

Inoltre, una bioeconomia dovrebbe introdurre quanti più possibili meccanismi di cooperazione piuttosto che competitività e, per giunta, misurata come oggi avviene con il P.I.L. che notoriamente include esclusivamente gli aspetti quantitativi dei mercati mentre ignora completamente indicatori di benessere individuale e sociale  nonchè dell’ambiente . La cooperazione, le simbiosi, sono strategie vincenti in natura e nel sociale (Georgeschu Roegen).

La Strategia Europea non fa accenno alla necessità di ridurre i consumi attraverso beni durevoli né considera il fine vita dei prodotti e il loro destino rispettosi dei cicli ecologici. Per quanto riguarda la riduzione dei consumi  il rischio più grande è quello del consumo di suolo.  Se si pensa di sostituire l’impiego dei combustibili fossili, soprattutto per autotrazione, con biofluel (benzine ottenute dalla trans-esterificazione degli oli vegetali,  biogas e biocarburanti in genere)  senza ridurre drasticamente i consumi attuali, occorreranno immense distese di monocolture industriali a solo scopo energetico e il sacrificio di ambienti ed ecosistemi, con connesso incremento della perdita di biodiversità.  Procedere poi al trattamento dei rifiuti organici dell’era “bio” in impianti di gassificazione è  di scarsa efficienza termodinamica, comporta l’introduzione di una complicazione tecnologica inutile rispetto , ad es., al compostaggio aerobico, nonché impiego di risorse  e fornitura di prodotti climalteranti.  

Non prende in considerazione la necessità di ridurre la nostra insostenibile impronta ecologica, possibile  con l’avvio di un processo di abbandono della proprietà privata dei beni per transitare alla fruizione di «servizi» (Paul Hawken, Amory Lovins, L. Hunter Lovins).   Perché possedere in proprio un’automobile, un trattore, quando è possibile che restino in proprietà del produttore e che sia possibile averli a disposizione solo quando serve, a prezzi bassi, pagando solo le ore di uso e quindi il solo servizio reso?  Ciò farebbe cessare l’obsolescenza programmata dei beni costringendo il produttore a progettarli per il massimo della durabilità,  stroncherebbe il consumismo, costringerebbe a realizzare prodotti più performanti e porterebbe ad un’evoluzione tecnologica, ottimizzazione e prezzi accessibili, esattamente com’è avvenuto nel campo delle fotocopiatrici.

L’unità di analisi della Strategia continua a non essere costituita dal benessere degli individui e del complesso della società mentre in bioeconomia vanno valutati insieme a questo le relazioni fra i sistemi biologici ai vari livelli con quelli economico-sociali (G. Bateson).

In economia, a partire da quella famigliare, è decisivo conoscere e tenere sotto controllo l’ammontare del capitale, stimare le rendite, controllare le uscite, avere contezza, in definitiva,  della consistenza economica e del suo trend.  Fare diversamente comporta il rischio di fare prelievi eccessivi e di staccare assegni a vuoto con le conseguenze del caso.  Inoltre viene considerato il merito delle spese in relazione al benessere e alla soddisfazione che possono comportare.  Nella strategia della bioeconomia invece non si pone al centro la quantificazione e il monitoraggio dei flussi di prelievo dal mondo biologico per commisurare l’entità dei prelievi delle risorse alle capacità biogeniche, vale a dire di rigenerazione negli ecosistemi nei tempi dovuti.  Eppure ciò dovrebbe essere alla base della sostenibilità, assieme all’attenzione di prelevare ciò che è la “rendita” possibile dagli ecosistemi senza distruggere il capitale che quella rendita produce.  Intuizioni in tal senso sono oramai datate (l’economista Herman Daly e formulò nel 1972) ma non le vediamo trasposte nella strategia sulla bioeconomy).   La misurazione della “competitività” effettuata col P.I.L.  nulla dice dei riflessi dell’economia sul benessere dei cittadini.

L’Unione Europea produce documenti ricchi di principi generali e condivisibili  ed enfatizza l’integrazione fra tutti i settori d’intervento. Purtroppo in fase di applicazione tali principi spesso si rilevano generici e arrivano persino a produrre l’effetto contrario rispetto alle finalità originarie per cui erano stati postulati.  Un esempio è l’Agenda 2030, stilata in sede delle Nazioni Unite e fatta propria dall’Unione Europea. L’importante il documento determina gli impegni sullo sviluppo sostenibile che dovranno essere realizzati entro il 2030, individuando 17 obiettivi globali (SDGs – Sustainable Development Goals) e 169 target, prevede, d’interesse per il nostro discorso sulla biodiversità,  che:

  • L’agricoltura (Obiettivo 2) ha un ruolo di primo piano all’interno di qualsiasi prospettiva di sviluppo sostenibile, dal momento che è un settore intrinsecamente legato a questioni quali l’occupazione, l’alimentazione, l’aria, i cambiamenti climatici, le risorse idriche, il suolo e la biodiversità;  
  • Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni” (obiettivo 7);
  • Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti (obiettivo 8).        
  • Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo (obiettivo 12).    
  • Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico (obiettivo 13), 
  • Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile (obiettivo 14).   .   
  • Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno e fermare la perdita di diversità biologica (obiettivo 15).

L’Unione però dispone incentivazioni statali all’impego delle biomasse legnose ad uso energetico-industriale che oltre a contraddire i predetti principi perché apre ai disboscamenti,  si pone in contrasto con numerose direttive, dalla Direttiva Habitat 92/42/CEE  passando per la Framework Water Directive (FWD 60/2000/CE) che istituisce un quadro europeo per la difesa dell’acqua, ancorato molto alla difesa e al ripristino della biodiversità degli ambienti acquatici)  alla 2007/60/CE  concernente la difesa dalle alluvioni.  Il disboscamento contrasta inoltre con gli impegni sul clima assunti con gli accordi nel corso della  COP 21 di Parigi nel dicembre 2015.

Il rischio della Strategia sulla bioeconomy, pertanto, è che si possa procedere alla sostituzione dei combustibili fossili per produrre energia con le biomasse legnose, cellulosiche e organiche in genere.

Questo rischio va monitorato e scongiurato per i seguenti motivi:

Bruciare massivamente legno o materia organica, non è neutrale rispetto alle emissioni di carbonio in atmosfera, come si vuol far credere da parte di settori che lucrano su queste attività, appoggiati da qualche accademico, ma è, al contrario, fortemente aggravante della crisi climatica .  L’anidride carbonica emessa, infatti, non è solo quella che deriva dal legno combusto e quindi dal carbonio accumulato dall’albero attraverso la fotosintesi. Vanno considerate le emissioni prodotte nelle fasi del cantiere forestale per l‘approvvigionamento delle biomasse: consumi di carburante per le macchine operatrici, per l’apertura di piste nel bosco, per il taglio dei tronchi e dei rami, per l’accatastamento, per l’esbosco, trasporto, per il carico su camion fino alla nave o ferrovia dirette alla centrale elettrica, per lo scarico, per la cippatura e riduzione i pellet… Se solo si analizza il bilancio complessivo delle operazioni di filiera già si vede che la presunta neutralità non esiste, ma c’è di più. L’uso energetico delle biomasse :

? richiede approvvigionamento notevole di materia prima perché il legno ha un basso potere calorifico;

?  non considera il fattore tempo di rinnovazione del bosco e il tempo di perdita di funzione: mentre la combustione aggrava immediatamente la crisi climatica, alberi piantati ex novo dovranno crescere e passeranno decenni prima che possano svolgere le stesse funzioni di quelli distrutti (ecosistemiche e di assorbimento della CO2) e tutto questo tempo invece per fronteggiare la crisi climatica non c’è;

?  non considera, per le biomasse legnose, che buona parte del carbonio non si trova solo nel tronco e nei rami ma anche nel suolo: la lettiera e l’humus assorbono carbonio fino ad 8 volte più che il legno e lo immobilizzano per tempi lunghissimi;

?  non considera la quota, rilevante, di carbonio esalato dalla respirazione delle radici dell’albero, che non interessa l’aria ma viene assorbito nel sottosuolo perché si discioglie come acido carbonico nell’acqua  e questo acido debole, nell’interazione con le rocce, regola il ciclo dell’acqua dal punto di vista quantitativo e qualitativo;

?Sottrae carbonio ai suoli ove costituisce fattore di fertilità, per immetterlo in atmosfera ove è già in  concentrazioni eccedenti i limiti di tolleranza dell’ecosistema globale.  Così il suolo “muore di fame” e  l’atmosfera  “di indigestione”.

Inoltre la combustione delle biomasse legnose produce inquinamento atmosferico soprattutto da PM10 e da PM2,5 ,  più di qualsiasi altra fonte producendo migliaia di morti premature/anno.

Una strategia sulla bioeconomy dovrebbe pertanto, per coerenza e affidabiltà, intanto revocare gli incentivi statali alle biomasse e rinunciare soprattutto all’utilizzo energetico industriale del legno  e chiarire, senza possibilità di equivoci,  che il suo uso va ammesso e incentivato per tutte le finalità nobili, in sostituzione della plastica, come materiale da opera per cantieristica navale, infissi, pavimenti, tetti, case, strumenti musicali…  Basterebbe scrivere che il legno va utilizzato in qualsiasi modo purchè il carbonio in esso contenuto resti il più possibile allo stato solido.  Sostenibilità significa rispettare il patrimonio arboreo esistente e incrementarlo a partire dagli ambienti urbani e periurbani. E’ possibile, secondo calcoli attendibili, lasciare indisturbato alla libera evoluzione naturale almeno il 50% del patrimonio forestale italiano perchè le foreste non sono solo serbatoi di legname, ma svolgono una molteplicità di funzioni sul clima, sul ciclo dell’acqua, sulla qualità dell’aria e sono scrigno di biodiversità.   Il restante 50% può fornire utilità se gestito con criteri di selvicoltura ecologica, nel rispetto delle funzioni ecosistemiche anche potenziali, della biodiversità, del paesaggio.

Una bioeconomia effettiva, in conclusione, non può basarsi sull’uso energetico delle biomasse siano esse solide, liquide o gassose. Intraprendere una strada simile significa tra l’altro un ritorno al passato, al medio-evo quando c’era solo il legno per riscaldarsi, cuocere i mattoni, lavorare il ferro e il vetro. Significa ancora  e distrarre l’attenzione, gli sforzi, i finanziamenti e gli interventi dalla rivoluzione energetica del futuro che bussa alle porte e che è basata sull’impiego dell’idrogeno  quale vettore energetico, prodotto per elettrolisi  dell’acqua da fonti pulite, appropriate e rinnovabili.