Un bosco abbandonato è un bosco restituito alla natura

Un bosco abbandonato è un bosco restituito alla natura

Quando si parla delle foreste italiane vengono spesso fatte due affermazioni. La prima è che i boschi italiani siano in forte espansione. La seconda è che il nostro patrimonio boschivo soffra di “abbandono” e abbia bisogno di una maggiore manutenzione e di essere “gestito” per rimanere in salute.

La prima è solo una mezza verità. La seconda è un’affermazione falsa e smentita dalla scienza.

Partiamo dalla prima. Se è vero che la mera superficie dei boschi italiani è in aumento, va ricordato che il punto di partenza da cui si calcola questo aumento è il minimo storico di superficie raggiunto nel secondo dopoguerra: solo negli ultimi decenni i nostri boschi hanno cominciato a riprendersi dopo secoli di disboscamento selvaggio. E la situazione non è rosea come viene spesso descritta.

Quanto è verde il nostro paese? In Italia, circa un terzo del territorio nazionale è coperto da boschi. Ma solo una piccola parte delle foreste è sottoposta a vincoli ambientali che la proteggano: l’11% del paese, contro una media europea del 14%. Come stanno, davvero, le nostre foreste? Ha senso basarsi solo sulla mera espansione della loro superficie per definirle in salute? La realtà è più complessa di così. Per le statistiche nazionali, che contano solo la superficie, viene definita foresta anche un territorio intensivamente sfruttato, dove gran parte degli alberi (i più vecchi) sono stati tagliati e il sottobosco è stato completamente distrutto. Nel valutare lo stato di salute di una foresta, è importante considerarne non solo la superficie, ma anche la quantità di biomassa presente nella stessa. Venti ettari di foresta vetusta, con alberi grandi e piccoli, un sottobosco intatto e una buona quantità di necromassa (legno morto, indispensabile per la sopravvivenza di molte specie) sono venti ettari di meraviglia della natura e traboccano di biodiversità. Altrettanti venti ettari di bosco gestito a ceduo, dove sopravvivono solo pochi giovani alberi su un terreno spogliato del sottobosco e seccato dal sole, i cui raggi non vengono più filtrati dalla canopea degli alberi, sono qualcosa di completamente diverso: la biodiversità si riduce drasticamente, si espone quel territorio al rischio idrogeologico, il terreno privo di sottobosco perde gran parte della sua umidità e favorisce la propagazione degli incendi.

Eppure, per le statistiche nazionali, entrambe le situazioni sono “una foresta”. Ma a volte a contare come foresta sono persino le strade: questo avviene già per le strade piccole, e adesso verranno contate come territorio forestale anche strade enormi. Il Decreto Viabilità approvato dal Ministero delle Politiche Agricole (a cui è affidato il coordinamento a seguito del trasferimento dei poteri alle Regioni) stabilisce che sulle montagne italiane possano essere aperte strade larghe fino a 6 metri per garantire la “manutenzione” dei boschi. Uno scempio ambientale che le statistiche nazionali non registreranno, perché, stando al decreto, la metratura della strada continuerà ad essere conteggiata come superficie boschiva. Il decreto viabilità è un decreto attuativo del TUFF, il Testo Unico Forestale, la legge ammazza-foreste approvata dal governo Gentiloni che provocò l’insorgere degli scienziati italiani, che in oltre 250 firmarono una lettera di protesta, rimanendo purtroppo inascoltati.

La seconda affermazione, quella secondo cui un bosco dove non si tagliano alberi sarebbe “abbandonato” e quindi in pericolo, è assolutamente falsa. Chi porta avanti questa teoria promuove il taglio degli alberi più vecchi (importantissimi per la foresta: basti pensare a tutte le specie che fanno il nido nella cavità dei loro tronchi) per lasciare solo i più piccoli e giovani. Il turno di taglio in Italia è ormai solo quello che in termini tecnici si definisce “turno finanziario”: ovvero tagliare ogni 15-20 anni per massimizzare il profitto. Ma soli quindici anni, per una foresta, sono un battito di ciglia. La manutenzione così spesso invocata consiste anche nel rimuovere il legno morto e distruggere il sottobosco, colpevole di ostacolare il passaggio dei macchinari per il taglio degli alberi.

I boschi hanno davvero bisogno di tutto ciò per rimanere in salute? Assolutamente no. Le prime foreste sono comparse sul nostro pianeta circa 350-400 milioni di anni fa, mentre l’essere umano (inteso come Homo sapiens) vive sulla Terra da poco più di 200mila anni. È quindi lapalissiano che le foreste si siano evolute e siano sopravvissute per centinaia di milioni di anni senza alcun intervento da parte dell’uomo, e hanno invece prosperato e coperto gran parte delle terre emerse.Chiunque abbia avuto l’ormai raro privilegio di camminare in una foresta vetusta, antica e poco disturbata dalla mano dell’uomo, capisce intuitivamente quanto sia arrogante e antropocentrico pensare che ecosistemi così complessi e ricchi di biodiversità, frutto di milioni di anni d’evoluzione, possano avere bisogno dell’intervento costante dell’ultima specie arrivata (la nostra) per prosperare.

Il bosco è un ecosistema, e come tutti gli ecosistemi è autosufficiente e attraverso complesse relazioni tra piante, animali, funghi e batteri che vivono al suo interno crea un equilibrio perfetto dove ogni suo abitante trova riparo, nutrimento e ciò che occorre alla sopravvivenza della sua specie. L’uomo non fa eccezione: anche noi abbiamo bisogno del bosco per trarne ciò che ci serve per vivere. La differenza sta nel fatto che l’uomo non si ferma dopo aver prelevato il necessario: supportato dalla tecnologia e spinto da interessi economici, ha un potenziale distruttivo sconosciuto alle altre specie e può alterare l’equilibrio di un ecosistema, anche fino alla sua scomparsa. Se è vero che l’uomo ha bisogno di prelevare del legname per le sue necessità, questo dimostra solo che siamo noi a essere dipendenti dalle foreste, e non certo il contrario: una dipendenza di cui dobbiamo tenere conto nel momento in cui decidiamo quanto e cosa tagliare. Al momento, solo una piccola parte del legname prodotto in Italia viene usato per scopi nobili come la produzione di mobili: la maggior parte viene bruciato nelle centrali a biomasse forestali per produrre energia elettrica. Un sistema di produzione di energia che gode di lauti sussidi in quanto considerato “energia rinnovabile”, che però sta mettendo sotto forte pressione il nostro patrimonio boschivo.

Le foreste, oltre a costituire la nostra migliore arma nella lotta al cambiamento climatico, sono fondamentali per la salute umana: la deforestazione e la perdita di habitat sono tra i fattori più rilevanti nella nascita delle pandemie. Non è quindi il bosco ad aver bisogno di noi, siamo noi ad aver bisogno del bosco. E dei nostri boschi stiamo facendo un uso scellerato.

Un esempio di ciò è la proposta di allargare i cosiddetti “usi civici”, una prerogativa storica di alcune piccole realtà, a gran parte del territorio nazionale. Gli usi civici sono una tradizione antica che giustamente considera le foreste come patrimonio collettivo, e quindi permette agli abitanti di una certa zona – e solo a loro – di fare piccoli prelievi di legname dal bosco, a uso domestico e per motivi di sussistenza, quali far andare la stufa in un’epoca in cui certo non era possibile utilizzare il metano o i pannelli solari per scaldarsi. Si trattava quindi di prelievi moderati e a basso impatto, anche perché la cultura contadina di una volta era infinitamente più consapevole dell’importanza del bosco e della necessità di non rovinarlo.

L’idea di allargare enormemente gli usi civici e il considerare la proprietà privata delle foreste come un male costituisce un grave pericolo per il patrimonio boschivo. L’equiparazione di un bosco privato che i proprietari stanno lasciando alla sua evoluzione naturale a un terreno incolto e abbandonato, come stabilito dal Testo Unico Forestale, lascia alle amministrazioni comunali la possibilità di alienare boschi privati che sono diventate piccole oasi naturali, per aprirle al taglio. L’allargamento degli usi civici, pensati per un contesto economico, culturale e demografico completamente differente da quello attuale, può portare facilmente ad abusi che distruggeranno quanto costruito da generazioni di cittadini consapevoli.

È quindi importante che, nel parlare di aumento della superficie forestale italiana, si tenga conto anche dell’effettivo stato di salute delle nostre foreste; che si smetta di parlare di “abbandono del bosco”, perché la natura, senza gli umani, sta benissimo; che si smetta di definire “manutenzione” o “gestione” pratiche che in realtà sono volte alla produzione di legname e non certo alla protezione dell’ambiente; e che non si snaturi la tradizione degli usi civici per creare occasioni di taglio persino nei boschi privati che i cittadini hanno restituito alla natura.

Le foreste non hanno bisogno della nostra manutenzione, hanno bisogno del nostro rispetto.

l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato e gli incendi boschivi

l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato e gli incendi boschivi

di Silvano Landi

[Teresa Bellanova, Viceministra delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, ha difeso l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato con queste parole: “Chiunque strumentalmente parli di abolizione da parte del Governo Renzi del Corpo forestale dello Stato sa di dire una menzogna. Nel 2015 non si è abolito un bel nulla: si è dato vita ad una nuova struttura CFS-CC agroambientale e forestale, all’interno dell’arma dei Carabinieri. Godendo dei vantaggi di stare dentro ad un corpo con più risorse, più grande e capillarmente presente su tutto il territorio nazionale e facendo risparmiare 31 milioni di euro. Grazie a quella scelta si è continuato in modo serrato a lavorare nella lotta contro gli ecoreati, contro lo sfruttamento e per la salvaguardia del territorio”]


Signora Bellanova, dopo aver letto il suo post sul Corpo Forestale dello Stato, che a suo dire non sarebbe stato abolito, e dopo una vita intera spesa nel Corpo, ho deciso di risponderle, limitandomi ai fatti e cercando di ignorare la componente emotiva molto forte e l’immensa delusione.

Risponderò per punti:

1- È nel suo testo che leggo cose molto lontane dalla realtà e del tutto diverse dalla verità dei fatti, compreso un riferimento non corretto alle date di quello che lei presenta come un accorpamento in una nuova struttura CFS – CC e che invece è consistito in una brutale e non democratica cancellazione dalla storia del CFS, di alcune sue specificità e competenze che poi non sono state attribuite ad altri per negligenza, per distrazione, per incompetenza e di alcune unicità che oggi non si ravvisano da nessuna parte e che quindi, a questo punto, si possono considerare del tutto perdute.

2- Dimentica inoltre che si è trattato di una militarizzazione coatta – fatto gravissimo e incostituzionale – che non ha tenuto in nessun conto la volontà di donne e uomini del Corpo Forestale dello Stato che si sono trovati, loro malgrado, inseriti in un altro contesto non desiderato dopo aver seguito un percorso formativo e lavorativo molto diverso, con uno spreco finale di esperienze, di competenze particolari, di ore investite nella formazione specifica, di risorse a spese del Paese che già da sé dovrebbe essere condannato nel modo più duro da parte di cittadini vigili e informati.

3- Nel post che leggo, che contiene davvero molti elementi imprecisi, tace il fatto che il provvedimento, da noi forestali definito subito ‘sciagurato’, non si è limitato a far transitare nell’Arma la gran parte di donne e uomini del CFS contro la loro volontà, ma ha – sempre in modo coatto – trasferito un contingente alla Polizia di Stato, un altro contingente ai Vigili del Fuoco, un piccolo contingente alla Guardia di Finanza e infine per circa 620 unità è stata prevista la mobilità a richiesta, ma pressoché alla cieca, presso altri uffici dello stato, con mansioni completamente diverse dalla propria professionalità per cui molti si sono trovati impreparati o si sono davvero demotivati.

4- Circa il disagio del personale del Corpo, trattato in modo indegno, incivile e al di fuori dei Diritti Costituzionali, ci riserviamo, Signora, di tornare sull’argomento. Basterebbe sondare le opinioni degli ex Forestali interessati al provvedimento di soppressione del Corpo – ignorati del tutto, peraltro, quando esso è stato preso – e bisognerebbe poi anche avere il coraggio di accettare le risposte e valutarle con lucidità, umiltà e rispetto. Proprio lei che spesso ha detto di volersi presentare come portavoce degli umili, nella fattispecie si è dimenticata dei Forestali ed è stata supinamente soggetta alla disciplina di partito.

5- Ha parlato poi di nuovi vantaggi dell’accorpamento, di presenza capillare sul territorio, ma vede, con oltre 1100 Comandi di Stazione i Forestali avevano certamente il vantaggio di una linea di comando snella, veloce, pronta, in presa diretta, all’occorrenza, con la magistratura.

6- Lei parla di risparmio, ma da più parti si è evidenziata, cifre alla mano, una maggiorazione di spese. Si tace, naturalmente, da parte di chi ha voluto la soppressione, quanto possa essere costato il solo restyling con il cambio scritte su divise, autovetture, elicotteri: una spesa assurda che in questi anni di crisi proprio non si doveva chiedere al Paese. La Corte dei Conti, guarda caso, ha scelto come procuratore per raccogliere dati e coordinare le audizioni in merito, un ex ufficiale superiore dell’Arma. Al lettore le valutazioni sull’opportunità di tale scelta.

7- Circa gli incendi boschivi, l’impressione è che lei ignori le problematiche specifiche, il crepitio sinistro del fuoco che avanza distruggendo tutto ciò che incontra e le questioni legate all’elevata specializzazione che deve avere il personale che opera contro il fuoco nel bosco. Le scrivo dopo aver comandato il primo reparto pilota antincendi boschivi del Corpo Forestale dello Stato che per anni ha lottato contro gli incendi nelle varie regioni predisponendo tecniche, mezzi e nuove strategie. Fra l’altro tenga presente che le varie specie forestali non bruciano tutte allo stesso modo, ma si diversificano molto a seconda della resina, degli oli essenziali, del fatto che si tratti di conifere o di latifoglie. Per lo spegnimento non si può prescindere, dunque, da conoscenze in campo forestale, come del resto dalla conoscenza dei territori, dei versanti, della sentieristica. Saperi, questi, che di generazione in generazione i Forestali si erano tramandati e che i Vigili del Fuoco, impagabili, mai adeguatamente tutelati per il loro sacrificio, bravissimi nei loro contesti operativi canonici, purtroppo non hanno nel loro pur preziosissimo bagaglio formativo.
Forse non sa o finge di non sapere che nell’ambito del CFS era stato organizzato un centro operativo aereo che rappresentava un modello di efficacia, con personale altamente specializzato nella lotta contro il fuoco, con 35 mezzi aerei schierati su alcune basi in zone critiche. Il risultato di quella che lei presenta come una razionalizzazione è che una parte dei velivoli (oltre la metà), degli uomini e dei mezzi sono stati assegnati all’Arma, ma non per l’antincendio perché l’Arma stessa ha tenuto subito a ribadire con circolari interne che la competenza esclusiva nel settore era dei vigili del fuoco. Questi, spesso eroici in tanti settori, oltre a non avere alcune conoscenze tecniche, botaniche e selvicolturali indispensabili per quanto riguarda gli incendi boschivi e già ricordate, non hanno altresì una dislocazione territoriale periferica e purtroppo gli incendi nei boschi richiedono interventi tempestivi.

Sull’incremento esponenziale delle superfici boschive percorse dal fuoco in questi ultimi anni, Signora Bellanova, i dati sono incontrovertibili e sono di un’evidenza agghiacciante. Il resto sono solo vuote e mistificanti parole della politica. E sono dati pubblici perché resi noti, ad esempio, dall’EFFIS (European Forest Fire Information System) con il dettaglio del numero, della localizzazione e delle superfici percorse dal fuoco che toglie ogni speranza: nella lotta attiva siamo tornati indietro di mezzo secolo e gli effetti sono una catastrofe annunciata (da pochi). Consideri che quelli che erano i D.O.S. (Direttori operazioni spegnimento) nella spartizione selvaggia e non razionale di uomini e mezzi sono transitati per la maggior parte nell’Arma, dove cioè non servono. I mezzi aerei per lo più sono quelli che le regioni fanno intervenire in ragione di convenzione con società private.

Qual è il risultato? Ritardi, errori nei lanci, e un aumento esponenziale dei costi che viene taciuto ai cittadini e che la maggior parte di loro non sospetta neppure, altro che risparmio! Ci si è accaniti a sopprimere il CFS e nelle regioni a statuto speciale, con migliaia di operai forestali da sempre confusi con i Forestali del CFS, anche quest’anno si registra il maggior numero di incendi.

La sua tardiva difesa d’ufficio di una sciagurata riforma, basata questa volta sì su tante menzogne, è veramente poca cosa. I risultati, purtroppo, dicono il contrario di quello che lei afferma e sono sempre più sotto gli occhi di tutti e di quei tanti partiti che erano distratti, non c’erano e se c’erano dormivano mentre il Corpo Forestale dello Stato veniva eliminato. I Forestali veri hanno vissuto la soppressione come un vilipendio a una bandiera, la loro, alle sue medaglie, ai suoi caduti che in Paesi più civili non ci si sarebbe mai sognati non dico di perpetrare, ma persino di concepire.

Non parliamo poi della questione della prevenzione, sempre fondamentale per evitare un disastro ecologico. D’altra parte della prevenzione non si occupa più nessuno. Ci si occupa solo e ancora non adeguatamente della repressione. I Forestali del Corpo Forestale dello Stato si occupavano prevalentemente di prevenzione. Poco si preoccupavano dell’apparire, molto dell’essere. E non solo di boschi, ma di tutta la vita che ospitano, di cui sistematicamente ci si dimentica quando si fanno le stime sugli incendi. Ma lei evidentemente non si è accorta di questo. Le è stato detto e fatto credere che oggi tutto va bene, persino meglio, forse.

Speriamo di averla ospite in un pubblico dibattito, chiedendole la cortesia e la prudenza di informarsi prima sulla questione.

Saluti


Silvano Landi
già comandante delle Scuole di Formazione del C.F.S.,
socio fondatore dei GUFI – Gruppo unitario per le foreste italiane,
socio della SIRF – Società italiana di restauro forestale,
già docente di Organizzazione e tecnica della lotta contro gli incendi boschivi, Legislazione forestale e ambientale, Economia ed estimo forestale e ambientale per l’Università della Tuscia, Viterbo

GUFI e SIRF offrono consulenza gratuita al Comune di Pescara

GUFI e SIRF offrono consulenza gratuita al Comune di Pescara

Questa è la mail che GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e SIRF – Società Italiana di Restauro Forestale hanno inviato al Sindaco del Comune della Città di Pescara, dal quale attendiamo una risposta.

Offerta di collaborazione scientifica a titolo gratuito per la riqualificazione e restauro
della Riserva Naturale Pineta Dannunziana


Egregio sig. Sindaco,
le associazioni GUFI- Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e la SIRF – Società Italiana per il Restauro
Forestale hanno seguito con dispiacere e apprensione le vicende dell’incendio che ha interessato la Riserva
Dannunziana, colpita nella sua parte naturalisticamente più pregiata mantenuta a protezione integrale fin
dall’acquisizione dell’area verde da parte del Comune negli anni ’70. Le Associazioni scriventi annoverano
tra i propri componenti scienziati, naturalisti, botanici, biologici, ecologi, forestali, e altre professionalità,
accademici, di livello nazionale, europeo e internazionale. Alcuni (prof. Francesco Spada dell’Università di
Roma e attualmente anche dell’Università di Uppsala -Svezia, e il prof. Franco Tassi presidente del Centro
Parchi Internazionale) conoscono la Pineta perché furono chiamati nel 1975 dall’Amministrazione comunale
di Pescara a svolgere valutazioni sull’area verde in fase di acquisizione, all’interno di un gruppo di esperti.
Altri (il prof. Bartolomeo Schirone dell’Università della Tuscia- Viterbo) hanno condotto studi e ricerche,
anche archivistiche insieme al dr Giovanni Damiani, nonché caratterizzazione del DNA del Pinus halepensis
pescarese e di quelli delle Città contermini, confrontandoli con i pini della stessa specie italiani e balcanici,
mentre il prof. Kevin Cianfaglione dell’Università della Lorena (Francia), ha condotto studi integrati e ricerche
archivistiche pubblicate in una rivista e portati ad un convegno internazionale. Sono coinvolti altresì, nostri
associati, il prof. Franco Pedrotti, botanico insigne di fama internazionale, il gen. Silvano Landi, già direttore
della scuola nazionale forestale del CFS e massimo esperto in materia di incendi boschivi, il prof. Alessandro
Bottacci, colonnello ex CFS attualmente Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e Monte
Falterona e Campigna ed altre figure che qui sarebbe lungo elencare.
Sicuramente dopo lo sciagurato evento si pone il tema del restauro ecologico-ambientale per riportare la
Riserva all’antico splendore e anche migliorarla e per questo occorre una pianificazione condotta da una
equipe multidisciplinare al massimo livello, adeguato all’importanza di questo residuo dell’antica foresta
litoranea che interessava pressoché per intero la costa adriatica.
Dopo una discussione interna alle nostre Associazioni, siamo pervenuti alla determinazione di offrire alla
città di Pescara e all’Amministrazione comunale la nostra disponibilità a fornire a titolo gratuito la nostra
consulenza sulle azioni necessarie per la riqualificazione delle aree percorse dal fuoco, svolgendo indagini
e analisi finalizzate alla redazione di un Progetto che per la Pineta, a titolo non oneroso.
Si coglie l’occasione per porgerLe


Cordiali saluti


Giovanni Damiani
GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane

La Pineta Dannunziana deve rimanere area Naturale Protetta. Le associazioni scientifiche GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e SIRF – Società Italiana per il Restauro Forestale mettono gratuitamente a disposizione i propri esperti

La Pineta Dannunziana deve rimanere area Naturale Protetta. Le associazioni scientifiche GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e SIRF – Società Italiana per il Restauro Forestale mettono gratuitamente a disposizione i propri esperti

Eliminare i vincoli a protezione dell’ambiente significa darla vinta agli incendiari, servono invece azioni per proteggere davvero la Pineta

Pescara, 12 agosto 2021 – L’associazione GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e la Società Italiana per il Restauro Forestale esprimono dolore e sgomento per le parole del Dott. M. Colarossi, rappresentante dell’Ordine degli agronomi della Provincia di Pescara, le cui posizioni appaino avallate dall’Ordine Nazionale CONAF, che a seguito dell’incendio doloso che ha interessato la Pineta Dannunziana hanno chiesto che venga revocato lo status di riserva naturale. Affermazioni che, oltre che immotivate dal punto di vista scientifico (e storico e naturalistico per quanto riguarda l’origine della Pineta), se applicate costituirebbero un gravissimo precedente che incoraggerebbe gli incendiari ad appiccare il fuoco ogni qual volta dei portatori d’interesse desiderino allentare i vincoli ambientali a protezione di un’area naturale. Vincoli che derivano dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea, dalla legislazione nazionale e da quella regionale che sono stati spregiativamente definiti dal Dott. Colarossi come mera “burocrazia”.

Preoccupata da questo evolversi degli eventi, l’associazione non vuole limitarsi ad avanzare critiche ma offrire un aiuto concreto alla città, offrendo gratuitamente al Comune la consulenza dei suoi esperti di alto profilo nazionale e internazionale per redigere un piano che miri davvero al restauro naturalistico ed ecologico e a suggerire regole per salvaguardare la Pineta.

Il Dott. Colarossi ha sostenuto che la Pineta sia di origine antropica (sottoindendendo che quindi abbia un minor valore naturalistico) e che lo status di riserva integrale vada eliminato per procedere a operazioni di cosiddetta pulizia ed effettuare una gestione attiva della Pineta in chiave antincendio, cioè abbattendo alberi per diradare la Pineta, creare corridoi privi di vegetazione e distruggendo il sottobosco, accusato di alimentare le fiamme.

Gli scienziati del GUFI desiderano innanzitutto sottolineare che la colpa dell’incendio non è certo da imputarsi alle piante presenti nella Pineta, ma piuttosto agli incendiari che hanno posizionato oltre dieci inneschi, verosimilmente proprio allo scopo di declassare lo status conservazionistico dell’area, aprendola alla speculazione.

Per quanto riguardo l’origine della Pineta, questa è il relitto di una antica presenza di pino d’Aleppo, diffusa dal Gargano fino al Conero e probabilmente oltre, inclusi i Balcani, risalente ad una colonizzazione spontanea della costa adriadriatica verificatasi in epoca glaciale terminata circa 12.000 anni fa. Diverse argomentazioni scientifiche sostengono questa teoria, condivisa da vari autori. Se fosse vero quanto dichiarato dal Dott. Colarossi – e attendiamo con interesse di sapere quali sono le sue fonti – e la Pineta fosse di natura artificiale, si tratterebbe di una notizia di clamoroso interesse naturalistico, ecologico e documentario, perché si tratterebbe di un rarissimo, forse unico, esempio documentato di rimboschimento cinquecentesco eseguito con pino d’Aleppo”. Ma anche in questo caso, la Pineta testimonierebbe il suo enorme valore storico che andrebbe ad arricchire il già importante patrimonio culturale della città.  

Dal punto di vista naturalistico, invece, la Pineta ospita in alcune decine di ettari ben 345 differenti specie vegetali, di cui 4 endemiche (vale a dire che vivono in un areale strettissimo e in nessun’altra parte del mondo), 2 esclusive per l’Abruzzo e 26 classificate come rare.  Andrebbe quindi, a maggior ragione, protetta e non trattata come un banale giardino pubblico, con tagli e pulizia del sottobosco.

Per quanto riguarda la prevenzione degli incendi, qualsiasi intervento a carico del soprassuolo forestale non evita l’incendio se questo è di origine dolosa. L’incendiario trova sempre il modo di appiccare il fuoco e va perciò fermato con altri mezzi, peraltro più economici, che includono una sorveglianza costante del territorio attiva h 24 con squadre in “continuo movimento” lungo i punti critici, azione immediata e con mezzi capaci di avvicinarsi agli incendi. Ricordiamo che, con la tragica soppressione del Corpo Forestale dello Stato, a combattere le fiamme sono rimasti ormai solo i Vigili del fuoco e i pochi volontari. Il Piano Comunale di Protezione Civile del Comune è rimasto largamente inapplicato, il servizio di pattugliamento e avvistamento incendi previsto non è mai stato reso operativo.

Buona parte della Riserva non possiede colonnine per l’attacco di idranti e c’è da chiedersi come mai, in 20 anni di erogazioni di fondi alla Riserva, non sia stata realizzata rete idrica antiincendio completa ed efficace, con una presa d’acqua, ad esempio, ogni 100 metri.  Acqua che è presente, nella Pineta, ed è prelevabile da tre fonti escludendo quella potabile. Inoltre non è stata rimossa la presenza dei rifiuti infiammabili, presenti nel lotto a protezione integrale, il più danneggiato dalle fiamme. La triste presenza di rifiuti è nota e scritta persino da oltre 10 anni nel Piano di Assetto Naturalistico.

I diradamenti (riduzione del numero di alberi) non servono a fermare le fiamme se queste si propagano attraverso le chiome a causa del forte vento e dei tizzoni ardenti lanciati lontano dagli alberi, come è avvenuto, fino a 200 metri e più, sulla spiaggia incendiando strutture balneari. L’eliminazione del sottobosco, per essere efficace contro la diffusione delle fiamme radenti, deve essere totale e continua perché basta un po’ di erba secca per fungere da innesco e veicolo di propagazione del fuoco. L’eliminazione totale del sottobosco equivarrebbe, d’altra parte, alla distruzione della biodiversità vegetale (ma anche animale) della pineta, della sua ecologia e anche della sua rinnovazione. La selvicoltura che si insegna nelle università non annovera forme di trattamento del bosco che, allo stesso tempo, prevengano gli incendi e proteggano e migliorino la biodiversità e ne assicurino la rinnovazione naturale.

Quanto al rimboschimento, c’è un motivo preciso per il quale la legge prevede un’attesa di cinque anni prima che si possa mettere a dimora nuove piante. La flora mediterranea ha una grande capacità di ripresa dopo un incendio boschivo. Diverse piante potrebbero essere ancora vive e riprendersi e talune specie produrre nuovi getti: occorrerà attendere il periodo successivo alle piogge autunnali per fare valutazioni attendibili e l’entità della ripresa si potrà vedere solo a primavera.

Il Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) che è caratteristico ed elemento costitutivo dominante della Pineta di Pescara, ha una notevole capacità di resistere al passaggio delle fiamme, grazie alla sua scorza che è una buona corazza isolante.  Si tratta di pini adulti, la cui notevole altezza li ha difesi in buona parte dal fuoco perché avevano le chiome più lontano dalle fiamme; certo che tizzoni sollevati dai turbini di calore e trasportati dal vento forte hanno colpito parecchie chiome, ma il risultato sarebbe stato peggiore se il fuoco avesse interessato esemplari giovani, bassi, con la chioma più vicina al suolo. Questo deve far riflettere quando si dice di tagliare gli alberi adulti “tanto ne ripianteremo altri giovani”.

È quindi probabile che molti esemplari adulti evoluti che oggi appaiono in estrema sofferenza, possano invece riprendersi e tornare a vegetare splendidamente: anche qui occorre attendere fino alla primavera prossima per vedere come evolverà la situazione ed evitare un intervento in cui le motoseghe potrebbero produrre danni aggiuntivi o persino peggiori rispetto a quelli prodotti dal fuoco. Sempre il Pino d’Aleppo, inoltre, ha evolutivamente acquisito strategie di sopravvivenza agli incendi molto speciali.  I suoi strobili (pigne) sono normalmente chiusi, cementati, ma col calore si aprono ed emettono diffusamente nell’ambiente circostante tantissimi semi.  È quindi possibile che a primavera vedremo spuntare e crescere numerosissime nuove piantine, autoctone, che saranno il “giacimento vivaistico” da cui poter attingere correttamente per il restauro ecologico-forestale della Pineta. Va in ogni caso evitato di piantare alberi acquistati nel circuito commerciale, che alla fine potrebbero rivelarsi fragili, non adatti alla nostra specificità, soggetti a malattie e a produrre alla lunga anche indebolimento genetico del bosco.

Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane e la SIRF – Società Italiana per il Restauro Forestale si mettono quindi gratuitamente a disposizione del Comune, nella speranza che ogni eventuale decisione sulla Pineta sia basata su rigorosi criteri scientifici, non arretri di un passo sui vincoli ambientali che la proteggono, e non la diano vinta agli incendiari aprendo l’area ai portatori di interessi.

Gli effetti del ceduo sul suolo forestale

Gli effetti del ceduo sul suolo forestale

Il governo a ceduo ha diverse criticità: 1. dopo il taglio, la perdita di suolo e nutrienti per erosione in special modo quando localizzato in zone di pendenza, 2. la perdita di nutrienti con l’asportazione della massa legnosa tagliata. Tutto questo avviene ciclicamente in modo molto ravvicinato ogni 15-20 anni (turni dei cedui) e è particolarmente impattante nei cedui matricinati, di fatto dei tagli rasi con rilascio di qualche pianta, che lascia il terreno scoperto all’azione battente delle piogge. Piogge sempre più violente (nubifragi) a causa dei cambiamenti climatici in atto, con evidente aumento dei rischi erosivi se non addirittura l’innesco di movimenti di massa (frane). Non essendo praticato nessun intervento di reintegro dei nutrienti, neanche nelle situazioni pedoclimatiche più fragili, la perdita di fertilità nel tempo è una costante.  Una tale situazione è in contraddizione con quanto ora si auspica in merito all’impiego delle foreste come accumulatori di CO2 atmosferica e conservazione della biodiversità.

Nella letteratura nazionale pochi, per non dire nessuno (probabile che mi siano sfuggiti), hanno trattato l’argomento delle asportazioni di nutrienti nel corso delle utilizzazioni, in genere e ancor meno in particolare per il ceduo.  L’articolo di André e Ponette (2003), in allegato, tratta l’argomento in questione. In mancanza di una indagine simile su popolamenti forestali nazionali, i risultati del lavoro dei due autori può servire come orientamento generale degli effetti del fenomeno.

Nella tabella che segue sono riassunti alcuni risultati ottenuti da André e Ponette (2003). Si tratta di un ceduo sotto fustaia (fustaia di Quercus petreae, ceduo di Carpinus betulus) dove è stata stimata la concentrazione di alcuni nutrienti nella biomassa epigea, tenendo distinte le varie parti delle piante. Sono riportate le concentrazioni di azoto (N) e fosforo (P). Si rimanda alla pubblicazione per gli approfondimenti.

Le piante di rovere compongono il piano dominante a fustaia, hanno notevoli dimensioni e la loro età è stimata in 100-120 anni. Le 154,4 tonnellate di sostanza secca (t) epigea delle piante di rovere ad ettaro contengono kg 379,8 e kg 28,7 rispettivamente di N e P, le quantità che verrebbero asportate se tutta la massa fosse rimossa. Se invece fossero asportati solo i tronchi scortecciati verrebbe asportato solo il 26% di N (kg 99,2) e il 15% di P (kg 4,4) corrispondenti al 50,7 % (t 78,2) della massa epigea, quella di maggior valore mercantile. Questo è dovuto al fatto che il durame ha una concentrazione bassissima di N e P. In ognuna delle 60 t di durame ci sono mediamente kg 0,97 di N e 0,01 di P. Nell’alburno mediamente sono maggiori (kg 2,26 N e kg 0,22 P) e ancora di più nella corteccia (kg 5,68 N e kg 0,48 P). Sappiamo che maggiori sono i diametri maggiore sarà la percentuale di durame in quanto legata all’età della pianta. Inoltre fino a certi diametri piante anche di notevoli dimensioni possono essere scortecciate direttamente al momento del taglio con mezzi meccanici (bracci idraulici muniti di cesoie che tagliano, sramano, scortecciano e depezzano) oppure manualmente, lasciando sul letto di caduta le parti eliminate asportando solo il durame e l’alburno.

È improbabile che la legna da ardere venga scortecciata e impossibile il legno cippato. Ma è proprio la massa legnosa di minor diametro quella che ha la maggior concentrazione di N e P. I rami di rovere su una biomassa di t 69,0 che insieme alle t 7,1 della corteccia corrispondono a poco meno del 50% della totale epigea, contengono kg 280,3 di N e kg 24,3 di P, quasi 3 volte in più di N e 6 volte di P dei tronchi del fusto scortecciato. Se riportiamo il dato ad 1 t, vediamo che in 1 t di rami più corteccia vi sono kg 3,7 di N e kg 0,31 di P.  Ipoteticamente, visto che stiamo parlando di materiale legnoso ottenibile con turni molto lunghi (le piante hanno mediamente 100-120 anni), possiamo ipotizzare che nel corso di un secolo l’azotofissazione dei batteri possa compensare la perdita di N (tutto da dimostrare).  A questa possiamo supporre che vi possa essere anche un apporto con le piogge e, in particolari situazioni edafiche e di giacitura, da falda superficiale (2-3 metri), da esondazioni, da polveri del deserto. Per il P è molto più difficile in quanto non esiste la fissazione batterica né pioggia, possono sussistere le altre 3 possibilità ma solo in situazioni ancora più ipotetiche che per l’N.

Se consideriamo il caso del ceduo, la situazione si fa ancora più difficile. La biomassa epigea di carpino corrisponde a circa t 37 e contiene kg 118,3 di N e circa kg 10 di P, dovuto alle ridotte dimensioni del materiale condizionato dalla giovane età. Se riportiamo il dato a t, in 1 t abbiamo mediamente kg 3,20 di N e kg 0,27 di P, il tutto per ottenere un assortimento di scarso valore mercantile. L’asportazione in questo caso (in Belgio) avviene a cicli di 25-30 anni. La quantità asportata, in 100-120 anni come nel caso della rovere, va moltiplicata almeno per quattro. I tempi di reintegro dei nutrienti per via “naturale” si riducono e la quantità asportata aumenta. Nel caso di un ceduo inoltre, ma anche in quello di una fustaia sottoposta a taglio raso, se posta in pendice, (come capita in Italia frequentemente) dobbiamo considerare la perdita di suolo, di N e P per erosione che avverrà fino a quando non si sarà ricostituito un manto arboreo. L’erosione nel caso di un ceduo è maggiore in quanto avviene a cadenze più ravvicinate di una fustaia specialmente nei casi in cui i turni sono più brevi (15-20 anni). Inoltre in caso di cedui su pendice l’ipotesi che si possano avere apporti di N e P per esondazione è nulla, per falda superficiale molto improbabile, specialmente in certi contesti geologici (vedi terreni derivati da calcare fessurato).

In particolare per il P l’adozione di sistemi selvicolturali che riducano al minimo la sua asportazione sarebbe auspicabile, visto che tradizionalmente non sono previste concimazioni se non qualche volta al momento della piantagione. In questa ottica conservativa appare manifesto che il ceduo, in particolare quello matricinato, è una pratica che dovrebbe essere superata e sostituita dalla fustaia, come dovrebbe essere superato il taglio raso. Inoltre, sempre nella stessa ottica, l’asportazione dovrebbe essere solo di piante in cui sia elevata la presenza di durame e che siano scortecciabili sul letto di caduta. È evidente che queste indicazioni di massima dovrebbero essere contestualizzate in base alle condizioni edafiche e di giacitura ma dovrebbero essere la linea generale.

Abbiamo bisogno di legno (legname da opera) per manufatti duraturi che conservino la CO2 nel tempo, non per bruciarlo. Se proprio non si può fare a meno di legno da bruciare, almeno usiamo i residui a cascata di quello di scarto prodotto della lavorazione di quello da opera.  Per produrre energia termica ed ancora di più elettrica abbiamo molte alternative alla biomassa.

André F., PonetteQ. 2003 Comparison of biomass and nutrient content between oak (Quercus petraea) and hornbeam (Carpinus betulus) trees in a coppice-with-standards stand in Chimay (Belgium) UniversitéAnn. For. Sci. 60 (2003) 489–502 489 © INRA, EDP Sciences, 2003  DOI: 10.1051/forest:2003042