L’annullamento del Piano antincendio delle Pinete Grossetane

L’annullamento del Piano antincendio delle Pinete Grossetane

CONSIDERAZIONI SUL RECENTE ANNULLAMENTO DA PARTE DEL CONSIGLIO DI STATO DEL PIANO DI PREVENZIONE ANTINCENDIO BOSCHIVO DELLE PINETE LITORANEE DI GROSSETO E CASTIGLIONE DELLA PESCAIA

GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane

Di recente il Presidente della Repubblica con Decreto del 1° ottobre 2020 ha accolto il Ricorso avverso l’approvazione, avvenuta con delibera della giunta regionale toscana n. 355 del 18.03.2019, del piano specifico di prevenzione AIB per il comprensorio territoriale delle pinete litoranee di Grosseto e Castiglione della Pescaia, da parte della Regione Toscana, nei limiti e con le prescrizioni indicate nelle motivazioni riportate nel parere espresso al riguardo dal Consiglio di Stato nell’adunanza del 24 giugno 2020.

Il piano, oltre ad essere carente dell’analisi storica, per ciò che concerne le cause che avevano scatenato gli incendi nell’area, nei fatti prevedeva esclusivamente come attività di prevenzione dagli incendi boschivi il taglio del 70% pini e dell’80% del sottobosco su circa il 15% della superficie della pineta protetta in pochi anni, oltre all’applicazione del fuoco prescritto. Ricordiamo che l’area protetta oggetto di tanto interesse è costituita da una striscia di bosco ampia poche centinaia di metri, totalmente accessibile, compresa fra il mare e una strada statale, in gran parte pianeggiante e attraversata da numerose piste, con i vigili del fuoco e i tutti i presìdi di lotta agli incendi boschivi presenti in loco.     

Secondo la prima sezione del Consiglio di Stato: “Il ricorso deve giudicarsi fondato e merita accoglimento con conseguente annullamento della delibera …nella parte in cui considera erroneamente come paesaggisticamente irrilevanti – e perciò sottratti alla preventiva autorizzazione paesaggistica- tutti gli interventi previsti nel piano, omettendo una adeguata analisi e valutazione dell’impatto paesaggistico di tali interventi,  nonché nella parte in cui si fonda su una valutazione di incidenza sui siti della rete natura 2000 interessati dalle misure rivelatasi carente nell’istruttoria e nelle motivazioni, oltre che corredata da mere raccomandazioni di buona esecuzione degli interventi prive della consistenza di prescrizioni integrative.”

Il parere espresso dal Consiglio di Stato ha scatenato una serie di reazioni negative in certo ambiente forestale, compreso alcune piccole frange del mondo accademico toscano e nazionale, che erroneamente ritenevano di detenere una competenza esclusiva sui boschi, e che ora sono preoccupate per le “rilevanti” ripercussioni che l’annullamento delle procedure bocciate comporterà sulla gestione futura del settore.

Resta il fatto che il Consiglio di Stato ha semplicemente rilevato quanto riportato dal codice dei beni culturali e del paesaggio; cioè che: all’interno delle aree forestali tutelate attraverso uno specifico provvedimento, ai sensi dell’art. 136 del D.lgs. 42 dell’aprile 2004, gli interventi selvicolturali devono essere sottoposti anche ad una valutazione di tipo paesaggistico. 

Ma la parte più indigesta per chi non accetta tale rilievo del Consiglio, verosimilmente è costituita dai riferimenti riportati nel parere, al recente Testo Unico Forestale (D.lgs. 34/2018) a cui la stessa Regione Toscana e le organizzazioni di categoria avevano fattivamente contribuito alla elaborazione, che riprende e fa proprio l’articolo citato del codice dei beni culturali e del paesaggio. Evidentemente in quel frangente i rappresentanti delle Regioni e delle organizzazioni di categoria del mondo forestale erano distratti. 

Infatti, il Testo Unico Forestale, ai commi 12 e 13 dell’art. 7, recita testualmente: “con i piani paesaggistici regionali, ovvero con specifici accordi di collaborazione stipulati fra le regioni e i competenti organi territoriali del MIBACT, ai sensi del art. 15 della L. 241/1990, vengono concordati gli interventi previsti ed autorizzati dalla normativa in materia riguardanti le pratiche selvicolturali ….antincendio e di conservazione, da eseguirsi nei boschi tutelati ai sensi dell’art. 136 del D.lgs. 42/2004 e ritenuti paesaggisticamente compatibili con i valori espressi nel provvedimento di vincolo… gli interventi vengono definiti nel rispetto di linee guida nazionali di individuazione  e di gestione forestale  delle aree ritenute meritevoli di tutela, da adottarsi con decreto del ministro politiche agricole di concerto con MIBACT, MATTM e d’intesa con la conferenza stato regioni”. 

Questa associazione, che ha contribuito in maniera fattiva alla presentazione del ricorso avverso il Piano in questione, attraverso la produzione delle relazioni e perizie tecniche allegate e partecipando alla stesura degli atti, manifesta piena soddisfazione per l’esito favorevole del lavoro svolto, per le implicazioni e gli sviluppi che le argomentazioni e le decisioni assunte dal Consiglio di Stato potranno avere sulla possibilità di intraprendere fattive azioni di contrasto ad una serie di attività e interventi “predatori”. Interventi che vengono perpetrati, in questi ultimi anni, sui boschi, in maniera diffusa, trincerandosi dietro l’applicazione formale e pedissequa di regole e norme regionali, tesa a favorire i tagli e la mera produzione di legna da ardere, piuttosto che la salvaguardia e il miglioramento dell’efficienza dei molteplici servizi offerti dal patrimonio forestale, in particolare di quello pubblico, e più in generale del territorio e dei beni comuni.

A questo riguardo riteniamo che sia importante evidenziare anche l’altro aspetto messo a nudo dal parere del Consiglio di Stato, paradigmatico della situazione in cui viene a nostro avviso mal gestito il territorio, nello specifico in Toscana, ma anche in altre parti in Italia (sempre le parole del Consiglio): “dall’inadeguatezza istruttoria e motivazionale della valutazione d’incidenza svolta dalla Regione Toscana … che si risolve in  un riscontro piuttosto formalistico di corrispondenza degli interventi… ad alcune voci tipologiche desunte dalla modulistica di settore, senza un’adeguata valutazione d’insieme –con conseguente difetto di motivazione- della reale dimensione degli impatti del piano.”

Questo modo di gestire, svilendo le procedure di valutazione di incidenza ambientale da parte della stessa Regione, per poter realizzare a piacimento interventi tanto pesanti nelle aree protette, costituisce un ulteriore vulnus, che mortifica l’importanza dello strumento normativo, rendendolo di fatto irrilevante. 

Sempre secondo il Consiglio: “Anche le prescrizioni .. avrebbero meritato maggiore attenzione, e comunque migliore motivazione, perché lungi dal costituire “specifiche prescrizioni” come affermato nella memoria difensiva regionale, non sembrano avere alcun contenuto prescrittivo autonomo rispetto a quelle che sono le comuni buone regole tecniche minimali già implicite negli interventi antincendio boschivo presi in considerazione. Si tratta, quindi, di mere raccomandazioni generiche di eseguire a regola d’arte i lavori che non aggiungono e tolgono alcunché a quanto già previsto nel piano. Anche sotto questo aspetto è necessario che correntemente alla regola generale, sia fornita una migliore motivazione della scelta fatta.”

Vogliamo concludere con due ulteriori considerazioni, che a nostro avviso costituiscono l’elemento politico più mortificante di questa vicenda. 

La prima, stigmatizzata dalla stessa Consulta: “l’enucleazione svolta nei precedenti paragrafi dei rilevati vizi di carenza istruttoria e motivazionale, .. fa emergere un ulteriore profilo, …. concernente la mancata partecipazione al percorso elaborativo delle associazioni di tutela ambientale, le quali avevano più volte chiesto di essere ascoltate e di poter contribuire al procedimento.

Se è vero che non si rinvengono nel panorama legislativo nazionale specifiche previsioni che impongano tale partecipazione… è altrettanto vero che non è conforme a criteri generali di buona amministrazione non prendere in considerazione i possibili contributi di portatori d’interesse (pubblico!) quali le associazioni ambientaliste che abbiano chiesto di essere sentite o che abbiano prodotto memorie e documenti.”

L’altra considerazione è costituita dalla posizione assunta dal Ministero dell’Ambiente in questa vicenda, la massima autorità nazionale del settore, quella che dovrebbe tutelare i Siti Natura 2000, la fauna e gli habitat protetti; nonché garantire la corretta applicazione delle procedure di valutazione ambientale adottate dalle Regioni. Il Ministero dell’Ambiente “con la relazione prot. n. 15089 del 2 marzo 2020 … ha dato conto delle difese regionali ed ha concluso per il rigetto del ricorso e della domanda cautelare”, schierandosi così (incomprensibilmente) dalla parte della Regione Toscana, giustificando i tagli abnormi e il piano speciale AIB alla stregua di un qualsiasi intervento di prevenzione dagli incendi boschivi e la scorretta gestione delle procedure di valutazione dell’impatto ambientale da parte della regione stessa.Che dire, parafrasando Brecht, per fortuna che “c’è un giudice a ..Roma”.

POSITION PAPER SUL FUOCO DELIBERATO (O “PRESCRITTO”) IN FUNZIONE DI LOTTA AGLI INCENDI BOSCHIVI.

POSITION PAPER SUL FUOCO DELIBERATO (O “PRESCRITTO”) IN FUNZIONE DI LOTTA AGLI INCENDI BOSCHIVI.

Gli incendi in natura vengono innescati soprattutto dai fulmini e in questo caso sono assai poco frequenti a ripetersi negli stessi areali. Quelli il cui innesco è operato dall’azione dei vulcani invece tendono a riverificarsi nelle medesime zone. Ne deriva che per la stragrande maggior parte del territorio la frequenza degli incendi per un determinato areale è una cosa assai indeterminata e comunque tendenzialmente molto bassa.

In natura gli incendi sono un’eccezione alle regole che in natura caratterizzano gli ecosistemi. Vanno interpretati come #incidenti piuttosto rari, comunque estranei alle dinamiche della vita le cui basi biochimiche ed ecologico-ambientali si svolgono tipicamente su intervalli di temperature molto bassi. Con la nascita delle scienze ecologiche soprattutto dopo il 1940, si scopre anche che il fuoco può essere uno dei fattori ecologici naturali che esercita una pressione selettiva su una moltitudine di specie all’interno degli ecosistemi e che può favorirne altre, come ad esempio le conifere che hanno strobili cementati dalla resina. In Italia ne è un esempio il Pinus halepensis Mill. 1768 i cui strobili con il calore possono aprirsi e diffondere abbondantemente i semi rinnovellando il bosco ove sono state eliminate altre specie, siano esse pregiate e caratteristiche dei luoghi che magari, invasive. Esistono anche i casi dei semi dormienti che possono essere attivati dall’aumento della temperatura. Anche la corazza altamente termoisolante delle querce da sughero (Quercus suber, Linnaeus 1758) rappresenta una strategia evolutiva-adattativa formidabile per fronteggiare l’incendio, ma se andiamo a ben vedere le fiamme sono comunque sempre occasionali anomalie catastrofiche e non la regola comune. In definitiva anche per specie suddette parliamo di resistenza, di strategie evolutive di sopravvivenza e non certo di normale “ordinaria” autoecologia. Si consideri inoltre che gli incendi causati dai fulmini il più delle volte sono mitigati in quanto associati alle piogge temporalesche, a differenza di quelli causati dall’azione dell’uomo che usualmente si producono in periodi siccitosi persistenti. Quelli ad opera degli umani sono innescati da disattenzione, da incidenti per perdita di controllo, da interessi economici o per motivi offensivi quali ad esempio la vendetta: rarissimi (praticamente non esistono) sono invece i piromani, soggetti malati di patologia psichiatrica che provano piacere para-sessuale esaltante ad appiccare e osservare le fiamme. La totalità degli incendi dolosi è quindi opera delinquenziale di incendiari.

L’uomo ha imparato a sfruttare gli incendi fin dall’antichità quale mezzo per controllare ed impedire distruttivamente la naturale successione delle comunità vegetali spontanee tipiche locali e per realizzare e mantenere un paraclimax artificiale favorevole alle proprie esigenze. La tecnica del fuoco “deliberato” è stata così applicata in svariate parti del mondo sempre a fini utilitaristici per liberare dalla vegetazione arborea ed arbustiva da terreni da adibire all’agricoltura o al pascolo, per provocare, con la pratica dell’addebbiatura, la caduta sul suolo dei nutrienti contenuti nella biomassa e resi minerali nelle ceneri, per favorire battute di caccia e, un po dovunque, per motivi militari.

A partire dalla metà del secolo scorso il fuoco prescritto e controllato è stato impiegato deliberatamente anche negli ecosistemi di prateria per eliminare la necromassa vegetale o comunque le specie erbacee ed arbustive particolarmente infiammabili; negli ecosistemi forestali è stato impiegato per creare preventivamente fasce di discontinuità sia orizzontali che verticali per contribuire al confinamento di potenziali incendi devastanti, risparmiandosi di eseguire nel sottobosco rimozioni manuali o con mezzi meccanici delle biomasse più facilmente infiammabili.

Tale tecnica è quindi assunta da suoi attuali sostenitori come alternativa alle operazioni di manutenzione forestale che si rendesero necessarie, quali potature, diradamenti, pascolo e i suoi sostenitori, per risparmiare sui lavori. Gli stessi non mancano di evidenziare che essa consente di evitare il ricorso all’impiego di diserbanti di sintesi chimica.

Una caratteristica che distingue il fuoco prescritto dalle altre pratiche tradizionali e improvvisate ancorchè in qualche modo controllate, è comunque quella della programmazione: perché questa tecnica possa entrare nei propositi di gestione sarebbe indispensabile l’adozione di una serie di prescrizioni programmatiche fondate su basi previsionali riferibili, inevitabilmente, a molteplici fattori: impatto paesaggistico (generalmente preso in poca considerazione), umidità del suolo e del soprassuolo, calendario d’intervento, frequenza, condizioni del vento, geometria della fiamma, condizioni di sicurezza, effetti probabili sulle componenti biotiche interessate: associazioni vegetali (indi flora e vegetazione), substrato batterico, micorrizico, popolamento degli invertebrati del suolo. L’impatto sul suolo vitale è probabilmente il più delicato e difficile da trattare con qualche completezza.

La pratica del fuoco prescritto è molto controversa in quanto se non ancora può dirsi adeguatamente studiata per i diversi ambienti interessati, lo è ancor meno in Italia ove è stata applicata in pochissime occasioni e per i limiti delle nostre conoscenze.

La crisi ecologica attuale e in particolare del clima e della biodiversità e l’accresciuta sensibilità per i temi ambientali in larghe fasce della popolazione, il progredire delle conoscenze scientifiche e, ancora di più, della consapevolezza di quello che non ancora si conosce sulla funzionalità degli ecosistemi, unitamente al dettato di numerose leggi, Direttive e convenzioni internazionali (per tutte si pensi alle leggi che disciplinano le Aree naturali protette e quelle sulla biodiversità e in particolare la Direttiva 92/43/CEE “Habitat”), impongono di dover abbandonare una concezione esclusivamente utilitaristica, economicistica e riduzionistica nelle azioni umane e di abbracciare una visione che tenga conto della complessità dell’ecologia degli ambienti, in tutte le sue forme, soprattutto per azioni come quelle in argomento che comportano alti fattori di rischio molto severi e una intrinseca carica di distruttività.

Se prendiamo a riferimento il complesso dei princìpi messi a punto dall’Unione Europea e che costituiscono anche la base della normativa vigente in materia ambientale e dei quadri d’azione dell’Unione la tecnica del “fuoco prescritto” non può essere ritenuta minimamente ammissibile.

Contrasta infatti con:

– il principio di precauzione introdotto col Trattato dell’UE, secondo il quale gli stati, al fine di proteggere l’ambiente, devono largamente adottare una serie di misure preventive ancor prima che abbia inizio un processo di degrado ambientale;

– di prevenzione (ar.191 del Trattato di Lisbona) che ha l’obiettivo di evitare i danni ambientali azzerando ogni rischio, con il dovere di predisporre tutte le misure dirette ad evitare alterazioni ambientali;

– di integrazione, introdotto con il trattato di Amsterdam (e che sta diventando un principio fondamentale di tutta l’azione comunitaria in materia di ambiente) che prevede che tutte le discipline riguardanti qualsiasi ambito della vita umana devono essere integrate da una valutazione d’impatto ambientale della disciplina stessa (il che implica che le valutazioni devono tener conto degli aspetti ecologici, economici ed ambientali);

– di correzione alla fonte (art. 191 TFEU ex art. 174 CE) che prevede l’immediata rimozione della causa che ha portato (o può portare) all’inquinamento o al degrado secondo la logica che correggere alla radice fa assumere alla correzione maggiore efficacia.

– Il principo di sicurezza affermato oramai da anni, ancor prima dell’evoluzione della costruzione dell’U.E., ed è trasversalmente presente nella complessa legislazione vigente anche in Italia nelle attività sociali.

Se esaminiamo assieme agli aspetti utilitaristici i princìpi sopra citati, dobbiamo trarre la prima conclusione che il “fuoco prescritto” dovrebbe essere programmato con un effettivo, severo approccio olistico, integrato, e basarsi su una solida base conoscitiva dell’ambiente naturale ed umano coinvolto. Il suo impiego dovrebbe essere valutato anche mettendo a confronto le varie opzioni alternative, inclusa l’opzione zero, così come è in uso da anni nelle procedure di Valutazione dell’Impatto Ambientale (V.I.A.) e di Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.), facendo ricorso anche a vari modelli di analisi previsionali.

Oggi, per certo, non disponiamo di una base conoscitiva adeguata per poter programmare operazioni caratterizzate da così grande potenziale distruttivo. Non è possibile, pertanto, prevedere l’impatto effettivo, immediato e nel tempo, nei confronti della biodiversità e delle reti ecologiche caratterizzate da estrema complessità e in gran parte sconosciute. Le nostre conoscenze infatti sono indirizzate per solito alla vegetazione in soprassuolo (ma onestamente non tutta l’autoecologia, specie per specie e pochissimo alle relazioni fra loro e il mondo chimico-fisico, con quello animale e con il regno dei funghi micorrizici); sappiamo ancora pochissimo sulla vita nel suolo, che pure è alla base della fertilità, e sappiamo quasi nulla sulle reti mirabili dei miceli le cui ife sono il tessuto connettivo e di “comunicazione” delle foreste e delle praterie. Fino a qualche anno fa nessuno avrebbe immaginato che un micelio di Armillaria può essere esteso per diversi chilometri o che possa esistere un micelio esteso 10 chilometriquadri. Abbiamo ancora significative carenze conoscitive sul ruolo degli insetti negli ecosistemi forestali. Anche l’impatto sulla fauna superiore è imprevedibile: anfibi, rettili dotati di scarsa mobilità e comunemente nascosti col fuoco sono spacciati, e la stessa mammalofauna, seppur mobile, può trovarsi circondata dalle fiamme e perire.

Negli Stati Uniti, Australia e Sud Africa l’impiego di questa tecnica è stato accompagnato, progressivamente, da studi multidisciplinari, per quanto possibile, sugli aspetti ecologici (flora, vegetazione, fauna, suolo, falde, acque, ecosistemi, paesaggio) protocollari, utilitaristici e legali. Tuttavia gli autori non dichiarano, francamente, di aver raggiunto gli elevati livelli di conoscenza che la questione richiederebbe proprio perché si va ad agire su sistemi complessi e con metodi distruttivi che possono sfuggire al controllo.

Anche in Europa (Francia, Portogallo e Spagna in particolare) ove esperienze di fuoco prescritto sono state avviate verso la fine del 1970 e primi del 1980, sono state condotte ricerche sugli effetti ambientali connessi. Sono stati indagati, in particolare, gli aspetti della prevenzione degli incendi, la formazione del personale addetto, la gestione delle risorse silvo-pastorali e in alcuni casi la conservazione di habitat prioritari ai sensi della Direttiva Habitat. Questi studi appaiono tuttavia inquadrati troppo riduttivamente a finalità utilitaristiche e con l’attenzione rivolta al contenimento dei costi d’intervento rispetto ad altre tecniche alternative (manuali, meccaniche, e con agenti chimici) piuttosto che all’approfondimento dei fattori di rischio associati alla distruzione degli habitat e della qualità del suolo. Si è registrato, ad esempio, come atteso, l’esito di un incremento di nutrienti azotati e fosfatici nel terreno ma anche che questo “beneficio” tende a scomparire presto perché le molecole utili alle piante a causa della loro elevata solubilità sono molto facilmente dilavate alla prima pioggia. Inoltre buona parte dell’azoto, importante macronutriente, con le combustione si disperde nell’aria con i fumi.

Il carbonio delle biomasse vegetali poi, col fuoco va tutto in atmosfera come CO2 a contribuire, con immediatezza, alla crisi climatica. Questa è la prova più lampante della anti-ecologicità del prescritto: esso sottrae carbonio che era immobilizzato al suolo, comparto in cui è prezioso e fattore principe di fertilità, habitat e cibo per numerosi esseri viventi e lo immette nell’atmosfera sottoforma di anidride carbonica ove la concentrazione di questo gas è già in inaccettabile eccesso avendo superato i limiti di tolleranza dell’ecosistema globale e innescato la crisi climatica. Nella complessità del paesaggio ecologico italiano, inoltre, non appaiono considerati affatto o adeguatamente i temi legati ai corridoi ecologici e alle connessioni ecologiche la cui salvaguardia è invece uno dei fattori essenziali per la conservazione della biodiversità.

Altrettanto poco considerati sono gli aspetti genetici intraspecifici legati alla conservazione della diversità biologica: mentre sappiamo distinguere specie e riconoscere endemismi su basi morfologiche (anche se le ibridazioni e le incertezze rendono spesso questa operazione difficile e tale da richiedere il ricorso a specialisti o all’analisi genetica) poco o nulla sappiamo generalmente della diversità genetica esistenti all’interno delle specie – fenotipicamente apparenti identiche- sulle quali andiamo ad agire con il fuoco. Si deve porre, quindi, anche il problema della salvaguardia degli ecotipi locali, per la salvaguardane la biodiversità genotipica. Ricordiamo che gli ecotipi locali delle specie indigene, presenti in sito da generazioni, se non da tempi immemorabili, hanno caratteristiche genetiche che hanno superato il vaglio della selezione naturale: in quanto sopravvissute, risultano essere le più adatte, le più vigorose e resistenti alle avversità rispetto a individui della stessa specie ma evolutisi in luoghi e condizioni assolutamente diversi o, peggio, di allevamento vivaistico-commerciale.

Andrebbero considerati come non secondari i numerosissimi “servizi ecosistemici” che gli ambienti boschivi e/o forestali svolgono a favore del benessere umano, del clima, del ciclo delle acque, nella purificazione dell’aria: cose difficilissime da valutare e la cui quantificazione richiederebbe tempi lunghi e grandi sforzi di ricerca.

In Italia il fuoco prescritto ha mostrato di essere in grado di migliorare la produzione foraggera in incolti produttivi, di migliorare la gestione di terre destinate al pascolo (cosa del resto già nota per l’azione dei fuochi pastorali storici), e con modalità complesse, di poter arginare gli incendi boschivi ma a prezzi ecologici e spesso idrogeologici generalmente molto pesanti e con danni spesso irreversibili. Basta guardare a riguardo le montagne appenniniche liberate dai boschi in epoche passate e che ,soggette a dilavamento ed erosione metereologica superficiale, mostrano oramai da secoli lo scheletro roccioso con aspetto paesaggistico desolante ed asetto ecologicamente povero e banale.

Inoltre vanno considerate, se operiamo un confronto tra le possibili alternative per la prevenzione degli incendi boschivi, le peculiarità del nostro Paese: elevata densità di popolazione, territorio accidentato con prevalenti versanti scoscesi, presenza di case e di piccoli insediamenti abitativi sparsi, l’eccessivo frazionamento fondiario, l’interfaccia estesa e il contatto diretto fra i perimetri dei suoli ad uso agricolo-forestale e insediativo, la presenza pressochè capillare di infrastrutture quali strade, ferrovie, acquedotti, elettrodotti, gasdotti, cavidotti, impianti di depurazione, impianti energetici diffusi anche di piccolissime dimensioni, discariche, depuratori e beni storico-artistici diffusi, dagli eremi di montagna alle chiese pastorali passando per dimore storiche e castelli.

Non riteniamo secondarie, inoltre, le questioni legate alla qualità delle acque sotterranee i cui impatti possono essere valutati con monitoraggi protratti per tempi lunghissimi e solo con analisi sito-specifiche per via delle diversità orografiche, geologiche , idrogeologiche che fanno parlare di fragilità del nostro Paese, accentuata dalle modificazioni climatiche in corso e dalla modificazione del regime e della intensità delle precipitazioni.

Non possono neppure essere messi in secondo piano gli aspetti paesaggistico-percettivi e paesaggistico-funzionali che, oltre agli aspetti pur importanti legati alla bellezza, hanno riflessi sulla vivibilità, sull’economia turistica sostenibile –anche potenziale- e che sono comunque generalmente tutelati tra i princìpi istituzionali dettati dall’art. 9 della Costituzione.

L’Italia non è la brughiera a Calluna vulgaris di molte aree geografiche d’Europa ove si è regolamentato l’uso rurale del fuoco né ha le grandi praterie estese come quelle del continente americano. Ha tanta diversità ambientale, ecologica e culturale per cui non è adatta a una patica tanto pericolosa e distruttiva che presenta il rischio che possa sfuggire al controllo.

Un cittadino anziano in un convegno, appreso dell’esistenza del fuoco prescritto, ha riassunto efficacemente così la propria condivisibile opinione: <..è come se per timore che possa venirmi la carie…, mi facessi estrarre i denti”.

Un po tutti gli studi finora effettuati hanno evidenziato aspetti critici nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda la carenza di adeguate conoscenze di base sull’ambiente nonché sugli aspetti teorici, operativi e sperimentali, e il conflitto con normative vigenti. Alcune Regioni hanno aggiornato così la propria normativa, o dettato prescrizioni di massima o adottato Piani Regionali di Previsione, Prevenzione e Lotta agli Incendi Boschivi ai sensi della L. 353/2000, prevedendo la possibilità di autorizzare sperimentazioni o applicazioni di fuoco prescritto anche nei Parchi Nazionali, Riserve Statali e Regionali. In nome dell’emergenza e della lotta agli incendi, si è preteso persino di operare disboscamenti in zone a tutela paesaggistica ed idrogeologica senza il parere delle Soprintendenze. E’ il caso della Riserva Naturale Litorale Romano ove tagli, non ostante le denunce, il sequestro di un cantiere, interrogazioni parlamentari a camera e senato, continuano. E’ anche il caso del Piano AIB della Regione Toscana per la Pineta litoranea del Tombolo, nel grossetano. Su ricorso al capo dello Stato (prima firmataria Mariarita Signorini all’epoca Presidente di Italia Nostra, di cui oggi è consigliere nazionale, e attualmente del direttivo G.U.F.I.) il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza dettagliatissima di 56 pagine, sugellata come decreto del Presidente della Repubblica, che ha smontato e annullato il Piano AIB e, tra l’altro, ha ribadito che il parere delle Soprintendenze, ove si agisce in zone vincolate, è obbligatorio e ineludibile. Contro l’obbligo di richiedere il parere delle Soprintendenze si è creato un piccolo ma chiassoso e lobbystico movimento appoggiato da alcuni accademici che pretenderebbe di avere mano libera per i tagli dei boschi e che il governo legiferasse per evitare i pareri attualmente richiesti. Di converso 100 associazioni hanno firmato un documento a sostegno della necessità che i vincoli paesaggistico e idrogeologco, ove vigenti, vengano mantenuti e rispettati.

Se fossero condotti minimamente tutti gli studi multidisciplinari che si rendono necessari per l’applicazione del fuoco deliberato, se si rispettassero estesamente le norme esistenti, non ci sarebbe partita per il “Fuoco prescritto” rispetto alle possibili alternative praticabili nei vari habitat.

Gli incendi si possono e si devono prevenire;

  • con la sorveglianza e l’avvistamento precoce
  • con l’intervento immediato, a terra, nello spegnimento, con squadre qualificate, ben attrezzate e addestrate, governate da un Direttore delle Operazioni di Spegnimento (D.O.S.);
  • Con provvedimenti amministrativi,legando possibilmente gli stipendi e salari all’entità delle aree salvate preventivamente tramite incentivazioni e premi , mentre possono essere irrogate penalizzazioni in proporzione alle aree incendiate;
  • con la messa in primo piano anche gli interventi selvicolturali di miglioramento boschivo.
  • con l’addestramento e la conoscenza delle tecniche per controllare i materiali infiammabili in modo da armonizzare e migliorare le tecniche di selvicoltura preventiva rispetto agli incendi.
  • attraverso il pascolo controllato (scelta da preferire) dal momento che oltre al risultato per la prevenzione degli incendi assicura anche un vantaggio economico ed è una pratica che se controllata e pianificata adeguatamente appare molto sostenibile. L’allevamento delle capre anche in zone impervie, organizzato con la dotazione di una mungitrice mobile e un centro di confezionamento di latte fresco, latte a lunga conservazione e di trasformazione lattiero-casearia, è una risorsa economica ed occupazionale di assoluto rispetto che andrebbe incentivata e raccomandata. Ciò, soprattutto, nelle aree in cui è in atto l’espansione dei boschi quale esito all’abbandono di terreni un tempo oggetto di pratiche agricole e che il TUFF espone ai tagli;
  • con la rimozione parziale, in fasce strategiche, della vegetazione infiammabile con procedure meccaniche e manuali. (la potatura e la pulizia manuale è da preferire sempre)

e se proprio non bastassero le misure di prevenzione e d’intervento immediato, con il ricorso a mezzi aerei, che peraltro non possono operare di notte, e su cui si è fatto in Italia troppo affidamento questi devono essere di ausilio (e non sostitutivi) degli interventi a terra!

Ovviamente è necessario predisporre mappe di punti strategici di approvvigionamento dell’acqua, realizzati anche artificialmente ove non presenti in natura.

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I boschi visti come un cancro. Ridicolizzate le tesi ambientaliste dall’asse PD-Lega-Fratelli d’Italia. Lega e PD hanno
presentato due mozioni identiche per chiedere di modificare la Legge che tutela le foreste protette dal Codice del
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economicista dello sfruttamento delle risorse naturali in dispregio alle leggi dello Stato.


Il Consiglio di Stato ha recentemente sancito in un ricorso presentato da Italia Nostra e da altre associazioni per la
Pineta del Tombolo, che anche i boschi sono beni culturali e pertanto meritano di essere tutelati dalla
Soprintendenza. Le mozioni di PD-LEGA- Fratelli d’Italia, chiedendo al Governo di intervenire, mirano a eliminare
l’autorizzazione paesaggistica per il taglio nei boschi “di riconosciuto interesse pubblico” per favorire aziende che
operano nel settore della selvicoltura meno attente alle esigenze ambientali.


“Il parere della Soprintendenza in realtà – ha puntualizzato la consigliera del Movimento Cinque Stelle Silvia Noferi –
non istituisce niente di nuovo ma anzi chiarisce importanti aspetti legislativi che sono stati volutamente ignorati dal
Settore Forestazione della Regione Toscana, sebbene siano stati sollevati da tempo in varie sedi. La responsabilità di
questa situazione di stallo è stata quindi solo degli uffici regionali, che non hanno voluto adeguarsi al cambiamento
già predisposto anche dal TUFF in vigore dal 2018 (D.Lvo 03/04/2018 n 34 – Testo unico in materia di foreste e filiere
forestali). Nel frattempo, tutti i tagli approvati ed eseguiti in aree tutelate dall’art 136 del codice sono stati illegali.”
La lungimiranza e il senso della realtà sembrano non arrivare nell’aula del Consiglio regionale, dove si sono sentite le
argomentazioni più ridicole riguardo agli alberi visti come una sciagura, un cancro “che ha quasi raggiunto i crinali”
devastando le piante di mirtilli e la fauna, o peggio paragonati all’insalata che una volta tagliata ricresce
rapidamente! Le tesi ambientaliste difese dalla Consigliera, sono state tacciate di “estremismo, ortodossia, cose
d’altri tempi, assurde, folli, da non poter essere ascoltate”, tanto che il Presidente del Consiglio le ha permesso di
replicare per “fatto personale”: a lei va quindi tutto l’appoggio e la solidarietà di Italia Nostra.


Evidentemente nessuno si è accorto in Consiglio regionale che in Toscana ci sono problemi gravissimi di
inquinamento ambientale, di mala gestione forestale, che aumenta il rischio idrogeologico e degrada il paesaggio,
mettendo a rischio tutte le altre economie montane. Le argomentazioni opposte dai consiglieri di maggioranza, se
seguite, non andrebbero altro che ad aumentare il rischio idrogeologico in Toscana, laddove la superficie forestale è
vista come minaccia e non come protezione del territorio. Si confonde evidentemente la cura del bosco, la sua
preservazione, con il non controllo ed il taglio colturale non regolamentato. Il Consiglio Regionale mette dunque in
stato d’accusa il principio costituzionale della tutela discendente dall’art. 9 della Carta, accusando di ingerenza
burocratica le funzioni dello Stato garantite dalla Soprintendenza, quando, invece, ha avvallato, sino alla sentenza
del Consiglio di Stato, procedure di governo dei boschi in palese contrasto con la normativa vigente nazionale. Non è
dunque possibile avallare vie illegittime di gestione del territorio da parte di organi legislativi regionali.

Non possiamo neanche barattare soluzioni tecniche di gestione del bosco, come quelle proposte dalla
Soprintendenza, con allocuzioni che denotano confusione, non conoscenza, approssimazione nelle materie trattate,
sino ad espressioni di ingiuria, come sopra citato.


Mariarita Signorini
Vicepresidente Italia Nostra Toscana

INCUBO DI MEZZA ESTATE – Il sogno del barbagianni

INCUBO DI MEZZA ESTATE – Il sogno del barbagianni

Un racconto di Fabio Clauser

Ai primi di agosto il barbagianni di Pian del Tovo ha avuto un terribile incubo.  Racconto qui il sogno e le vicende che lo inquadrano: rappresentano, mi pare,  una situazione virtualmente non molto diversa dalla attuale inquietante realtà  forestale italiana. 

*** 

Viola Erba Diversetti voleva studiare la vegetazione di una grande radura nel  bel mezzo dell’abetina di Montebello: un bel prato pascolato da animali domestici e selvatici. Per arrivarci camminava tra gli abeti con lo sguardo rivolto sempre a terra lamentando tra sé la scarsa presenza di erbe e cespugli. 

Improvvisamente apparve al suo sguardo indagatore il fiorire abbondante  della Luzzola e della Asperula. Se ne rallegrò, ma un attimo dopo si rese conto  di essere entrata in un altro tipo di bosco. Sapeva infatti che quelle erbe erano  tipiche della faggeta: aveva sbagliato sentiero. 

Fu la sua fortuna perché stava avviandosi ad un pericoloso dirupo. Tornò sui  suoi passi. Ritrovata la retta via, raggiunse la grande radura. Camminava leggera. Pensava ai mazzetti di Asperula che tutti gli anni aveva portato al nonno che  la essiccava per ricavarne una grappa profumata, dal bel colore verde brillante.  La conservava assieme a quella di genziana nell’armadietto dei medicinali. *** 

Lo stesso giorno Foresto Boschi Chiari stava percorrendo un rimboschi mento di pino nero d’Austria di poco più di 60 anni, situato sulle pendici assolate  di Montebrullo. Lo aveva coraggiosamente diradato qualche anno prima con il  proposito di favorirne la crescita e contemporaneamente di avviare la penetra zione delle latifoglie. 

Lo scandalo della specie aliena doveva essere eliminato il più presto possibile. Era arrivato il momento di vedere come stavano le cose. Andava guardando  sempre in alto per controllare lo sviluppo delle chiome: che ancora non si toc cassero. Non era facile il camminare: c’era sì tanta più erba, ma a tratti si era  sviluppato un fitto intreccio di pruni spinosi e di rovi insidiosi. Tanto che ad un  certo punto, inciampando nel tralcio robusto di un rovo, Foresto cadde rovino samente a terra. Si rialzò imprecando con parole non riferibili. Non era quella la  biodiversità che si era aspettato. 

Con la faccia tutta insanguinata per le punture degli spini e per i graffi  profondi dei rovi, giurò che si sarebbe vendicato appena possibile con il fuoco prescritto, la cura da lui preferita per prevenire gli incedi. Semplice: se il sottobosco si bruciava prima, l’incendio non si sarebbe sviluppato dopo! Ma se con  il vento passava da chioma a chioma? Foresto ebbe un’idea a dir poco geniale: il  distanziamento sociale! Ne avrebbe parlato con il Professore. 

*** 

Per strana sorte e rara coincidenza, Viola e Foresto pochi giorni dopo si trovarono ad un convegno promosso da una OFG (Organizzazione Filo Governativa) su “La degradante vecchiaia dei nostri boschi”. Nella locandina si auspicava  un urgente soccorso al loro abbandono, alla loro trascurata ed infelice vecchiaia. 

Il sottotitolo diceva: “Attiviamoci per attivare una gestione attiva sostenibile”. Foresto propose di intensificare i diradamenti e i tagli di rinnovazione di ogni  tipo, accompagnando i diradamenti con l’impiego sistematico del fuoco prescritto. Viola, vista la rigogliosa biodiversità della radura, propose di diradare bene  l’abetina circostante in modo che anch’essa ne potesse godere. Le due proposte furono bene accolte e approvate con grande maggioranza. Fu espressa perplessità soltanto da parte di qualche vecchio associato, vale a  dire del tempo in cui l’Associazione non era ancora filogovernativa. Non tornava  il discorso che si dovesse tagliare più di quanto già si stava facendo. Ma poiché  la tesi era sostenuta da illustri accademici e da autorevolissimi burocrati, i pochi  dissidenti ritennero amaramente di non essere più all’altezza o forse alla  profondità abissale dei tempi. La mozione finale auspicò una gestione attiva  ispirata ai sani principi di selvicoltura tanto bene espressi da Viola e Foresto: da  applicare obbligatoriamente su scala nazionale. A chiusura dei lavori tutti si alzarono in piedi per cantare l’inno ufficiale dei taglialegna: 

I nostri boschi vogliam salvare. 

Abbandonati e vecchi 

non li possiam lasciare. 

Ai nostri boschi dobbiam badare. 

Molto di più dobbiam tagliare. 

Con motoseghe e processori 

dai gran motori. 

Tagliam, tagliam di più 

ancor di più tagliam, tagliam. 

Per quanto impervi i territori, 

con grandi ruspe e scavatori 

apriam le piste. 

Cose mai viste! 

Coi soldi facili delle biomasse, 

tutto più semplice fa il mio governo. 

E sostenibile sarà in eterno. 

Taagliam tagliam tagliam, 

Di più ancor tagliam.

Per quanto virtuali, il frastuono del coro stonato e il rumore assordante di tante  motoseghe svegliarono il barbagianni con qualche anticipo sull’apparire delle  stelle: non fece gran caso a quel che aveva sognato, ma lo mise di pessimo umore. 

Attribuì l’incubo al non aver bene digerito la vecchia pantegana predata la  notte precedente. Gli venne tuttavia spontaneo domandarsi: “Le nuove generazioni sarebbero state davvero gratificate dai taglialegna?”. Così avevano solenne mente affermato al convegno, ma il barbagianni non ne era per niente convinto. 

A suo parere, era più probabile che nel prossimo futuro i giovani maledices sero i loro vecchi per quel che avevano combinato, foreste mal gestite comprese: boschi ancor più poveri, meno produttivi e meno protettivi. 

“Le generazioni future si rassegneranno e cercheranno”, pensò, “come sem pre hanno fatto, di riparare alle malefatte delle generazioni passate – guerre, in quinamento ambientale, effetto serra, debiti astronomici, eccetera. E, si spera,  anche alla mala gestione del territorio forestale”. 

Dopo queste sagge considerazioni, il barbagianni, finalmente del tutto sveglio, si mise in volo alla ricerca di qualche topolino più facile da digerire. 

*** 

Vetusto Selvatici era amico del barbagianni. Si può dire fin da quando era  nato: lo aveva trovato a terra malconcio dopo il primo tentativo di volo, lo aveva  raccolto, portato a casa e curato. Il pulcino era guarito e gli svolazzava per stanze  e corridoio, quasi si fosse addomesticato. Poi, incoraggiato da Vetusto, se ne  andò in foresta, ma i due rimasero sempre in contatto. 

“Non devi prendertela con tanta filosofia”, disse Vetusto al barbagianni, “non  era un incubo, ma una premonizione: è anche affar tuo. Di pantegane ne hai  mangiate tante, ma che io sappia, di incubi così inquietanti non ne hai mai avuti.  Guarda che il Governo se la sta prendendo davvero con i boschi, considerati  vecchi già a cinquanta anni. Il castagno ‘bugio’ che ti ospita, di anni chissà quanti  ne ha. Probabilmente sarà uno dei primi alberi a dover essere abbattuto. E tu  dove andrai ad abitare? Con i tempi che corrono sai bene quanto sia difficile  trovare un altro alloggio”. 

“Tu mi vuoi spaventare” disse il barbagianni. Ma la notte successiva, mentre  andava a caccia, si mise a guardare in giro per trovare soluzioni alternative alla  sua bella casa. 

Dopo molte inutili ricerche sentì parlare di certi GUFI, un’Associazione ambientalista che cerca di opporsi a quella sciagurata nuova selvicoltura di Stato.  Trattandosi di uomini e non di gufi veri non si fidava tanto, ma lo considerava  pur sempre un lodevole tentativo. “Se non ci riescono”, pensò infine, “le mie ali  in qualche notte di viaggio mi porteranno in un Paese più civile dove si trovino  ancora boschi veri e case sicure, dove non sia nemmeno immaginabile avere incubi  tanto inquietanti”. 

 

LA STRATEGIA EUROPEA DI BIOECONOMIA: SCENARI, IMPATTI, TERRITORIALI, OPPORTUNITÀ E RISCHI

LA STRATEGIA EUROPEA DI BIOECONOMIA: SCENARI, IMPATTI, TERRITORIALI, OPPORTUNITÀ E RISCHI

IMPATTO SULLA BIODIVERSITÀ

Giovanni Damiani

Il destino delle società contemporanee è stato affidato all’economia e alla finanza, al liberismo globalizzato nell’illusione che questi fossero in grado di autoregolarsi, correggersi da errori e dare un futuro di progresso basato sulla previsione di una crescita continua.  La crisi ecologica, economica e sociale in corso e le disuguaglianze accresciutesi enormemente ci mostrano quanto questa previsione si sia rivelata errata e quanto tempo abbiamo perso per avviare una transizione programmata e poco traumatica. Adesso la transizione energetica ed ecologica, del vivere e del produrre, è sempre più difficile e a tratti si annuncia anche dolorosa. Si parla, oramai, di RESISTENZA, di ADATTAMENTO e di MITIGAZIONE mentre il tempo utile per agire sta per scadere e l’urgenza fattasi estrema non ci consente più di commettere errori. 

La conversione ecologica della società riguarda prioritariamente i settori dell’economia (con i suoi pesanti risvolti sociali),  del clima, della biodiversità.   Essa non può che fondarsi sull’uso di risorse naturali rinnovabili,  in sostituzione delle fonti fossili e su metodi,  stili di vita, tecnologie  e organizzazione sociale compatibili con l’ambiente, con la salute degli ecosistemi  a livello locale e globale.    

Importanza strategica in questa transizione va assegnata alle risorse biologiche, biomasse e derivati provenienti dalla fotosintesi.

L’Europa ha finalmente delineato la macrostruttura di una linea politica per una «bioeconomia sostenibile», «circolare» che intende «rafforzare il collegamento tra economia, società e ambiente».

Ma gli scenari finora delineati presentano rischi (anche di clamorosi fallimenti) e criticità su troppe questioni irrisolte o indefinite, nonché contrasti nei confronti di linee politiche avviate dalla stessa Unione Europea in altri settori tra cui il tema epocale della BIODIVERSITA’ che è intimamente legato a quello del CLIMA.

 Le specie che risultano estinte in Italia, negli anni più recenti, sono 6 sono (lo storione comune e quello ladano, la gru, la quaglia tridattila, il gobbo rugginoso; e un mammifero, il pipistrello rinolofo di Blasius).

Minacciate di estinzione in tempi probabilmente imminenti sono 161 (138 terrestri e 23 marine. Fonte: ISPRA)

Secondo la “lista rossa” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) nel mondo 1.199 mammiferi (il 26% delle specie conosciute), 1957 anfibi (41%), 1.373 uccelli (13%) e 993 insetti (0,5%) sono minacciati di estinzione imminente.   Il 25% delle 625 specie di primati oggi conosciute, organismi a noi zoologicamente più vicini per la loro appartenenza alla famiglia deli Ominidi nella Classe dei Primati,  è in pericolo di estinzione.

Stiamo assistendo alla sesta estinzione di massa su scala globale a causa delle attività umane, tanto che nel 2000 è stato coniato il termine “antropocene” dal chimico e premio Nobel olandese Paul Crutzen, per designare l’era attuale in cui gli esseri umani hanno un impatto enorme su tutto l’ecosistema terrestre.

Tutti gli indicatori e gli indici esistenti, senza eccezione alcuna, mostrano una situazione di grave pericolo per la biodiversità e per gli habitat connessi.

Per gli agrosistemi la situazione è ancora peggiore: il numero delle estinzioni documentate di piante di interesse alimentare o come fonte di materie prime per prodotti pregiati, è pari al doppio della somma complessiva di quelle dei mammiferi, uccelli e anfibi. 

Quando parliamo di biodiversità dobbiamo tenere ben presente che esistono ampie lacune conoscitive, anche in Italia e in Europa, che riguardano le comunità biologiche del suolo, la vita acquatica, gli insetti, il mondo dei funghi e dei batteri, la loro autoecologia, le relazioni tra le componenti biotiche degli ecosistemi e tra loro e il mondo chimico-fisico.   Pertanto i dati già preoccupanti riportati in letteratura sono riferibili a una parte del biota, vale a dire a quello che conosciamo o pensiamo di conoscere ma la complessità dei sistemi naturali è talmente grande da sfuggire alle indagini scientifiche anche molto accurate.   Batteri e microfunghi, ad esempio, sono artefici ubiquitari della scomposizione finale della materia morta  o degli escreti dei viventi  (detrito organico).   Dobbiamo a questo regno biologico vastissimo e quasi negletto le reazioni dei processi catatabolici con i quali vengono scisse le molecole organiche complesse in molecole minerali più semplici e stabili, con conseguente liberazione di energia e messa a disposizione di nutrienti indispensabili per la vita delle piante. Si stima che al mondo esistano ameno 30 milioni di specie microbiche e noi ne sappiamo coltivare circa un migliaio e ne conosciamo appena qualche decina di migliaia.

L’esistenza del ciclo di materia sostenuto da un flusso di energia solare negli ecosistemi dipende completamente dall’efficienza dei microbi saprobici per cui la loro importanza è pari a quella della fotosintesi mentre noi animali negli ecosistemi siamo utili per la velocizzazione dei cicli biogeochimici e per la quantità di materia posta in circolo, ma non tecnicamente indispensabili. Potremmo auto-espellerci da Gaia e gli ecosistemi continuerebbero ad esistere, con lentezza dei cicli, in maniera semplificata, ma rigogliosamente e senza di noi.

A livello della comunità microbica cade anche il determinismo genetico, già caduto a livello di genoma non codificante e con la scoperta dell’epigenetica perché assume forte evidenza l’importanza dei mutevoli  fattori ambientali e delle contingenze nell’adattamento e nell’evoluzione ontogenetica, filogenetica e antropologica.  La scala dell’organizzazione della materia, con l’entropia negativa crescente, inoltre, ci mostra che non esiste l’ambiente.  E’ più corretto parlare di AMBIENTI, ECOSISTEMI, tra loro correlati ed interagenti, sempre in fase evolutiva e quindi, nel tempo, mai identici a sé stessi.   Questo non vale solo per il mosaico di ecosictemi visti “in orizzontale”, ma anche verticalmente.   Il DNA ha come ambiente la cellula che è il suo “ecosistema”; lo stesso vale per un mitocondrio che tra l’altro ha un proprio DNA; un organo non è un insieme di cellule….ma è  l’ambiente in cui si trovano e operano le cellule; un individuo non è un insieme di organi nè di cellule….ma è molto di più ed è inserito in un ecosistema che può essere naturale oppure semiurbano o urbano.   Noi stessi siamo l’ecosistema del nostro microbioma intestinale (e non solo), ove il numero dei batteri simbionti che influenzano il nostro essere è superiore a quello di tutte le altre cellule del nostro organismo.  Ai vari livelli di organizzazione della materia, lungo una scala verticale,  nei vari “ambienti”, si producono proprietà  e regole aggiuntive che non erano presenti nei livelli inferiori a minore contenuto di entropia negativa. Un ecosistema pertanto non è la somma di tutti i suoi componenti ma è molto di più grazie all’integrazione della infinità di ambienti che lo compongono. La biodiversità non è la quantità delle specie presenti in un ecosistema, ma è molto di più.

Il concetto di natura e di biodiversità si sono mostrati assai più complessi di quanto si riteneva solo 20 anni fa.  Oggi appare come un mosaico pluridimensionale che include il parametro tempo, di ambienti mai completamente chiusi ma comunicanti e interattivi, con proprio ordine interno caratterizzato da grande complessità, con vari livelli di organizzazione e varie modalità di comunicazione che garantisce l’integrazione e la resilienza.  Solo recentemente abbiamo scoperto che il livello epigenetico condiziona gli organismi, lo stato di salute, gli ecosistemi con meccanismi di complessità estrema e non conosciuti. Le mutazioni adattative dettate dai meccanismi epigenetici infatti, si sono rivelati assai più veloci di quelle genetiche interpretabili u scala di generazioni con Charles Darwin, Gregory Mendel, James Watson e Francis Crick e Jaques Monod. L’ENTROPIA DEI SISTEMI ECO-BIOLOGICI non si misura con la materia, bensì con l’ordine interno al sistema esaminato, vale a dire con il livello di complessità dato dalla ricchezza e caratteristiche delle sue componenti e dalle relazioni tra le parti (quindi dalla comunicazione attraverso segnali telemediatori acustici, visivi, olfattivi ed elettromagnetici) e con quelle con il biotopo.  L’ecosistema è un mosaico di ambienti. 

A livello attuale delle conoscenze le cause della perdita di biodiversità possono essere così individuate:

  • la perdita degli habitat (conversione agricola industriale dei suoli, edificazione, infrastrutture);
  • eccessivo sfruttamento delle risorse; 
  • frammentazione dello spazio minimo vitale per le specie;
  • inquinamento;
  • interferenze endocrine
  • interferenze nei segnali telemediatori di comunicazione (suoni, colori, forme, sostanze aerodisperse che costituiscono “odori”, campi elettromagnetici)

Su tutto agisce la crisi climatica che produce riscaldamento globale, colpisce gli ambienti acquatici e il suolo con siccità e incendi, consente l’espandersi di parassitosi, provoca scompensi nell’autoecologia, eventi estremi ricorrenti,  la comparsa di specie aliene nei nostri habitat.   Per quanto riguarda quest’ultime i dati del Mediterraneo sono illuminanti.

Complessivamente, ad oggi, nel Mediterraneo sono intruse 565 specie alloctone:

  • ? 132 appartenenti al regno vegetale
  • ?25 celenterati,              ?16 briozoi, 
  • ?141 molluschi,              ?59 anellidi,
  • ?60 crostacei,                 ?12 ascidiacei, 
  • ?120 pesci.

Di queste, 185 specie sono già intruse nei mari italiani

Fonte: Commission Internationale pour l’exploration Scientifique de la Mèditerranèe

Come si pone la Strategia europea sulla bioeconomy di fronte a questo quadro?

Il peccato originale del documento “Una bioeconomia sostenibile per l’Europa” risiede nel fatto che viene individuata come destinataria degli interventi, l’industria, e il rilancio della competitività.    Da questa premessa non possiamo aspettarci molto di buono sul tema della biodiversità.  A livello agroalimentare, per esempio, chi custodisce la variabilità genetica e ha consentito la sopravvivenza di cultivar diversificati, non è certo l’industria che invece persegue la standardizzazione dei prodotti, la massima uniformità possibile e rincorre criteri di vendita competitiva su aspetti estetici dei prodotti quali colore e dimensioni e il minor numero possibile di addetti. Custode della biodiversità è invece la costellazione di produttori agricoli, di aziende artigiane tradizionali che operano sulla base di antichi saperi e che sono detentori di genotipi, anche se questi non garantiscono loro crescita importante dei profitti. Le pratiche agricole di questo tipo sono il risultato di secoli o millenni di ricerca applicata, di sperimentazioni ancorchè empiriche mosse non solo dal desiderio di conoscenza o dal legame con a tradizione, ma dalla necessità di sopravvivenza e di adeguare il loro operato alle condizioni ecologiche locali. I cultivar sono stati trasmessi nel tempo tra le generazioni e le buone pratiche connesse per tradizione orale e  il tutto è stato storicamente  condiviso  in forma cooperativa e per tradizione orale mentre il miglioramento dei prodotti è avvenuto nel rispetto delle leggi della natura, con gradualità nel tempo.    La strategia europea non considera questo grande ed effettivo giacimento di saperi né i detentori diffusi di genotipi locali coltivati in situ, mentre rischia addirittura di minacciarne l’esistenza.  Infatti focalizza, tra gli strumenti attuativi, il tema della certificazione. Ma se la certificazione riguardasse solo i prodotti industriali a cui pare rivolgersi la strategia in forma esclusiva,  potremmo creare un mondo in cui ciò che è prodotto all’infuori della sfera industriale diviene marginale e perente (se va bene), residuale (e destinato all’estinzione, se va male), o addirittura illegale (se va come vorrebbe una certa industria che non ama di certo la concorrenza, anche dei “piccoli” produttori).   Pensate cosa rischierebbe l’Italia dal punto di vista della cultura culinaria, dei prodotti tipici locali di difficile certificazione, del paesaggio agrario.  L’importanza per l’umanità della conservazione dei genotipi d’interesse agronomico non è nuova: il botanico  Nikolai Vavilov, tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso raccolse semi in 65 Paesi e fondò l’istituto che oggi è ancora attivo e conserva 350 mila specie a San Pietroburgo. Resistette con i suoi collaboratori all’assedio nazista senza toccare un solo seme mentre morivano di fame ma fu poi eliminato da Stalin. Oggi l’Istituto  Svalbard Global Seed Vault in Norvegia conserva in un bunker tra i ghiacci 7 milioni di campioni di colture da tutto il mondo. Ma quei ghiacci vanno sciogendosi. In ogni caso è solo questa la salvezza della biodiversità agronomica? Non è meglio rivolgersi alla terra, a valorizzare l’opera degli agricoltori?

Inoltre, una bioeconomia dovrebbe introdurre quanti più possibili meccanismi di cooperazione piuttosto che competitività e, per giunta, misurata come oggi avviene con il P.I.L. che notoriamente include esclusivamente gli aspetti quantitativi dei mercati mentre ignora completamente indicatori di benessere individuale e sociale  nonchè dell’ambiente . La cooperazione, le simbiosi, sono strategie vincenti in natura e nel sociale (Georgeschu Roegen).

La Strategia Europea non fa accenno alla necessità di ridurre i consumi attraverso beni durevoli né considera il fine vita dei prodotti e il loro destino rispettosi dei cicli ecologici. Per quanto riguarda la riduzione dei consumi  il rischio più grande è quello del consumo di suolo.  Se si pensa di sostituire l’impiego dei combustibili fossili, soprattutto per autotrazione, con biofluel (benzine ottenute dalla trans-esterificazione degli oli vegetali,  biogas e biocarburanti in genere)  senza ridurre drasticamente i consumi attuali, occorreranno immense distese di monocolture industriali a solo scopo energetico e il sacrificio di ambienti ed ecosistemi, con connesso incremento della perdita di biodiversità.  Procedere poi al trattamento dei rifiuti organici dell’era “bio” in impianti di gassificazione è  di scarsa efficienza termodinamica, comporta l’introduzione di una complicazione tecnologica inutile rispetto , ad es., al compostaggio aerobico, nonché impiego di risorse  e fornitura di prodotti climalteranti.  

Non prende in considerazione la necessità di ridurre la nostra insostenibile impronta ecologica, possibile  con l’avvio di un processo di abbandono della proprietà privata dei beni per transitare alla fruizione di «servizi» (Paul Hawken, Amory Lovins, L. Hunter Lovins).   Perché possedere in proprio un’automobile, un trattore, quando è possibile che restino in proprietà del produttore e che sia possibile averli a disposizione solo quando serve, a prezzi bassi, pagando solo le ore di uso e quindi il solo servizio reso?  Ciò farebbe cessare l’obsolescenza programmata dei beni costringendo il produttore a progettarli per il massimo della durabilità,  stroncherebbe il consumismo, costringerebbe a realizzare prodotti più performanti e porterebbe ad un’evoluzione tecnologica, ottimizzazione e prezzi accessibili, esattamente com’è avvenuto nel campo delle fotocopiatrici.

L’unità di analisi della Strategia continua a non essere costituita dal benessere degli individui e del complesso della società mentre in bioeconomia vanno valutati insieme a questo le relazioni fra i sistemi biologici ai vari livelli con quelli economico-sociali (G. Bateson).

In economia, a partire da quella famigliare, è decisivo conoscere e tenere sotto controllo l’ammontare del capitale, stimare le rendite, controllare le uscite, avere contezza, in definitiva,  della consistenza economica e del suo trend.  Fare diversamente comporta il rischio di fare prelievi eccessivi e di staccare assegni a vuoto con le conseguenze del caso.  Inoltre viene considerato il merito delle spese in relazione al benessere e alla soddisfazione che possono comportare.  Nella strategia della bioeconomia invece non si pone al centro la quantificazione e il monitoraggio dei flussi di prelievo dal mondo biologico per commisurare l’entità dei prelievi delle risorse alle capacità biogeniche, vale a dire di rigenerazione negli ecosistemi nei tempi dovuti.  Eppure ciò dovrebbe essere alla base della sostenibilità, assieme all’attenzione di prelevare ciò che è la “rendita” possibile dagli ecosistemi senza distruggere il capitale che quella rendita produce.  Intuizioni in tal senso sono oramai datate (l’economista Herman Daly e formulò nel 1972) ma non le vediamo trasposte nella strategia sulla bioeconomy).   La misurazione della “competitività” effettuata col P.I.L.  nulla dice dei riflessi dell’economia sul benessere dei cittadini.

L’Unione Europea produce documenti ricchi di principi generali e condivisibili  ed enfatizza l’integrazione fra tutti i settori d’intervento. Purtroppo in fase di applicazione tali principi spesso si rilevano generici e arrivano persino a produrre l’effetto contrario rispetto alle finalità originarie per cui erano stati postulati.  Un esempio è l’Agenda 2030, stilata in sede delle Nazioni Unite e fatta propria dall’Unione Europea. L’importante il documento determina gli impegni sullo sviluppo sostenibile che dovranno essere realizzati entro il 2030, individuando 17 obiettivi globali (SDGs – Sustainable Development Goals) e 169 target, prevede, d’interesse per il nostro discorso sulla biodiversità,  che:

  • L’agricoltura (Obiettivo 2) ha un ruolo di primo piano all’interno di qualsiasi prospettiva di sviluppo sostenibile, dal momento che è un settore intrinsecamente legato a questioni quali l’occupazione, l’alimentazione, l’aria, i cambiamenti climatici, le risorse idriche, il suolo e la biodiversità;  
  • Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni” (obiettivo 7);
  • Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti (obiettivo 8).        
  • Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo (obiettivo 12).    
  • Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico (obiettivo 13), 
  • Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile (obiettivo 14).   .   
  • Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno e fermare la perdita di diversità biologica (obiettivo 15).

L’Unione però dispone incentivazioni statali all’impego delle biomasse legnose ad uso energetico-industriale che oltre a contraddire i predetti principi perché apre ai disboscamenti,  si pone in contrasto con numerose direttive, dalla Direttiva Habitat 92/42/CEE  passando per la Framework Water Directive (FWD 60/2000/CE) che istituisce un quadro europeo per la difesa dell’acqua, ancorato molto alla difesa e al ripristino della biodiversità degli ambienti acquatici)  alla 2007/60/CE  concernente la difesa dalle alluvioni.  Il disboscamento contrasta inoltre con gli impegni sul clima assunti con gli accordi nel corso della  COP 21 di Parigi nel dicembre 2015.

Il rischio della Strategia sulla bioeconomy, pertanto, è che si possa procedere alla sostituzione dei combustibili fossili per produrre energia con le biomasse legnose, cellulosiche e organiche in genere.

Questo rischio va monitorato e scongiurato per i seguenti motivi:

Bruciare massivamente legno o materia organica, non è neutrale rispetto alle emissioni di carbonio in atmosfera, come si vuol far credere da parte di settori che lucrano su queste attività, appoggiati da qualche accademico, ma è, al contrario, fortemente aggravante della crisi climatica .  L’anidride carbonica emessa, infatti, non è solo quella che deriva dal legno combusto e quindi dal carbonio accumulato dall’albero attraverso la fotosintesi. Vanno considerate le emissioni prodotte nelle fasi del cantiere forestale per l‘approvvigionamento delle biomasse: consumi di carburante per le macchine operatrici, per l’apertura di piste nel bosco, per il taglio dei tronchi e dei rami, per l’accatastamento, per l’esbosco, trasporto, per il carico su camion fino alla nave o ferrovia dirette alla centrale elettrica, per lo scarico, per la cippatura e riduzione i pellet… Se solo si analizza il bilancio complessivo delle operazioni di filiera già si vede che la presunta neutralità non esiste, ma c’è di più. L’uso energetico delle biomasse :

? richiede approvvigionamento notevole di materia prima perché il legno ha un basso potere calorifico;

?  non considera il fattore tempo di rinnovazione del bosco e il tempo di perdita di funzione: mentre la combustione aggrava immediatamente la crisi climatica, alberi piantati ex novo dovranno crescere e passeranno decenni prima che possano svolgere le stesse funzioni di quelli distrutti (ecosistemiche e di assorbimento della CO2) e tutto questo tempo invece per fronteggiare la crisi climatica non c’è;

?  non considera, per le biomasse legnose, che buona parte del carbonio non si trova solo nel tronco e nei rami ma anche nel suolo: la lettiera e l’humus assorbono carbonio fino ad 8 volte più che il legno e lo immobilizzano per tempi lunghissimi;

?  non considera la quota, rilevante, di carbonio esalato dalla respirazione delle radici dell’albero, che non interessa l’aria ma viene assorbito nel sottosuolo perché si discioglie come acido carbonico nell’acqua  e questo acido debole, nell’interazione con le rocce, regola il ciclo dell’acqua dal punto di vista quantitativo e qualitativo;

?Sottrae carbonio ai suoli ove costituisce fattore di fertilità, per immetterlo in atmosfera ove è già in  concentrazioni eccedenti i limiti di tolleranza dell’ecosistema globale.  Così il suolo “muore di fame” e  l’atmosfera  “di indigestione”.

Inoltre la combustione delle biomasse legnose produce inquinamento atmosferico soprattutto da PM10 e da PM2,5 ,  più di qualsiasi altra fonte producendo migliaia di morti premature/anno.

Una strategia sulla bioeconomy dovrebbe pertanto, per coerenza e affidabiltà, intanto revocare gli incentivi statali alle biomasse e rinunciare soprattutto all’utilizzo energetico industriale del legno  e chiarire, senza possibilità di equivoci,  che il suo uso va ammesso e incentivato per tutte le finalità nobili, in sostituzione della plastica, come materiale da opera per cantieristica navale, infissi, pavimenti, tetti, case, strumenti musicali…  Basterebbe scrivere che il legno va utilizzato in qualsiasi modo purchè il carbonio in esso contenuto resti il più possibile allo stato solido.  Sostenibilità significa rispettare il patrimonio arboreo esistente e incrementarlo a partire dagli ambienti urbani e periurbani. E’ possibile, secondo calcoli attendibili, lasciare indisturbato alla libera evoluzione naturale almeno il 50% del patrimonio forestale italiano perchè le foreste non sono solo serbatoi di legname, ma svolgono una molteplicità di funzioni sul clima, sul ciclo dell’acqua, sulla qualità dell’aria e sono scrigno di biodiversità.   Il restante 50% può fornire utilità se gestito con criteri di selvicoltura ecologica, nel rispetto delle funzioni ecosistemiche anche potenziali, della biodiversità, del paesaggio.

Una bioeconomia effettiva, in conclusione, non può basarsi sull’uso energetico delle biomasse siano esse solide, liquide o gassose. Intraprendere una strada simile significa tra l’altro un ritorno al passato, al medio-evo quando c’era solo il legno per riscaldarsi, cuocere i mattoni, lavorare il ferro e il vetro. Significa ancora  e distrarre l’attenzione, gli sforzi, i finanziamenti e gli interventi dalla rivoluzione energetica del futuro che bussa alle porte e che è basata sull’impiego dell’idrogeno  quale vettore energetico, prodotto per elettrolisi  dell’acqua da fonti pulite, appropriate e rinnovabili.

L’ANNULLAMENTO DEL PIANO PAESAGGISTICO DEL LAZIO GETTA NUOVE OMBRE SUL TSM

L’ANNULLAMENTO DEL PIANO PAESAGGISTICO DEL LAZIO GETTA NUOVE OMBRE SUL TSM

Anche le forzature sulla disciplina dei paesaggi montani hanno contribuito all’annullamento del Piano  Territoriale Paesaggistico Regionale del Lazio; una occasione per ripensare le strategie per le montagne del  Lazio e arrestare la devastazione del Terminillo  

La Corte Costituzionale, con sentenza pubblicata pochi giorni fa, ha annullato il Piano Territoriale  Paesaggistico Regionale (PTPR) del Lazio, e lo ha fatto perchè la Regione Lazio ha violato il principio di leale  collaborazione tra istituzioni.  

Il testo del PTPR concordato con il MiBACT come legge impone, infatti, avrebbe dovuto essere approvato tal  quale dal Consiglio Regionale, che di converso ha licenziato un testo modificato in più parti e contenente  norme che scardinano l’obbligo di copianificazione Stato-Regione e che allentano le tutele di molti beni  paesaggistici tra cui le aree montane, dove il PTPR manomesso avrebbe consentito la realizzazione di impianti  sciistici, impianti di innevamento artificiale e attrezzature ricettive al di sopra della fascia dei 1200 metri.  

Questa disattenzione nei confronti della tutela paesaggistica della montagna purtroppo non sorprende.  

Da anni – attraverso le ripetute osservazioni presentate nell’ambito delle procedure di VIA del progetto  Terminillo Stazione Montana (TSM) – il Comitato del #noTSM ha rilevato come la Regione Lazio interpretasse  in maniera ingiustificatamente estensiva le norme del PTPR, e come tali interpretazioni collidessero in  maniera sostanziale anche con le Direttive Comunitarie, il tutto per consentire la realizzazione di un progetto  devastante per il paesaggio e per l’ambiente, economicamente fallimentare e posto fuori dal tempo dal  climate change.  

Duole constatare che fino ad oggi questa insensibilità regionale è stata sostanzialmente condivisa dalla  Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Province di Frosinone, Rieti e Latina, che ha già  emesso parere paesaggistico positivo sul TSM nonostante al tempo di formazione dell’atto fossero in vigore  le norme più restrittive di quelle successivamente manomesse dalla Regione Lazio.  Il nostro auspicio è che questa vicenda spinga la Regione Lazio a considerare con maggiore consapevolezza  la tutela paesaggistica del suo territorio, e che tale consapevolezza si estenda anche alle strutture periferiche  del MiBACT.