Come proteggere il verde urbano

Come proteggere il verde urbano

Nel 2016, è stato pubblicato1 il primo corposo studio scientifico globale condotto  su 245 città e metropoli (che ospitano complessivamente un quarto della  popolazione a livello mondiale) da cui risulta che nel corso del secolo corrente la  popolazione urbana del Pianeta aumenterà di 2 miliardi di abitanti e che tra i  fattori di pressione ambientali principali e pericolosi sono stati individuati il PM2,5  (polveri molto sottili, del diametro di 2,5 micron) , attualmente responsabile di 3,2  milioni di decessi prematuri all’anno destinati a divenire 6,2 milioni se non si  adottano provvedimenti di contenimento e le ondate di calore estivo attualmente  responsabili di 12.000 decessi prematuri/anno e di sofferenza per milioni di  persone. Ai ritmi attuali dei cambiamenti climatici che producono aumento  d’intensità e di frequenza delle ondate di calore estivo urbano, i modelli  previsionali stimano la possibilità di arrivare, nel vicino 2050, a 260.000 decessi  anno da stress termico.  

Premessa: perché occuparsi del verde nelle città è divenuto urgente  e molto importante? 

Le 245 città sono state studiate attraverso sistemi satellitari (geospatial  information on forest and land cover), le centraline automatiche per il rilevamento  in continuo dell’inquinamento atmosferico e delle temperature e con tutti i dati di  contorno disponibili. Lo studio ha mostrato che le alberature cittadine  attualmente esistenti (current stock of street trees) producono in maniera  significativa i seguenti benefici alla popolazione: 

– bellezza estetica (paesaggio) 

– aumento del valore economico delle abitazioni 

– difesa del suolo 

– governo delle piogge intense 

– riduzione del rumore 

– sequestro del carbonio per la mitigazione del clima 

– spazi per la ricreazione 

– benessere per la salute fisica e mentale 

– abbattimento del PM 2,5 

– contenimento delle ondate di calore. 

Tra le conclusioni ai fini della difesa della salute, si individuano come prioritarie  le azioni di mantenimento dell’attuale stock di alberi, l’incremento della  dotazione arborea, la necessità di finanziamenti adeguati per il verde  pubblico (attualmente generalmente bassi), finalizzati a due principali obiettivi:  abbattimento dell’inquinamento atmosferico con particolare riguardo al PM2,5 e  l’abbassamento delle temperature estive in ambiente urbano.

La pianificazione del sistema del verde urbano. 

In questa materia, probabilmente più che in altre in ragione della complessità dell’ambiente  antropico e delle esigenze fisiologiche delle piante, è richiesta interdisciplinarietà: le  competenze necessarie afferiscono praticamente a quasi tutte le scienze e quindi includono  quelle dei forestali, agronomi, biologi, naturalisti, architetti, medici, chimici, fisici, storici del  paesaggio, ingegneri, urbanisti, geologi…ed altre ancora. 

Indispensabile, quindi, appare la costituzione, a livello comunale, di consulte o comitati con  buona presenza scientifica multidisciplinare, comprendendo le competenze presenti nel terzo  settore. Tali organismi sono preziosi non solo per conseguire la migliore progettazione ma anche  in fase di gestione e per la verifica, attraverso indicatori ed indici, dei risultati conseguiti nel  tempo, e quindi per valutare l’efficacia del Piano per il Verde, per individuare le eventuali criticità  e introdurre correttivi e miglioramenti continui che si rendessero necessari.  

Indispensabile è anche l’informazione corretta al cittadino e il suo coinvolgimento pieno ed  effettivo nella pianificazione, progettazione e gestione del verde; la partecipazione del pubblico  dovrebbe essere di livello e di intensità ben superiore rispetto a quanto si fa normalmente (e il  più delle volte riduttivamente) nelle ordinarie procedure di Valutazione Ambientale Strategica  (VAS) comunque obbligatoria per legge per i piani e i programmi. Il cittadino, pienamente  coinvolto e adeguatamente informato, deve essere messo in condizione di diventare il più  possibile rispettoso e anche custode attivo del patrimonio verde e, sulla base di un’adeguata  “educazione” acquisita, di poter collaborare alla riuscita della pianificazione ecologica ed  ecosistemica del verde pubblico, anche orientandosi di conseguenza nelle aree private di propria  pertinenza, che spesso per estensione forniscono un contributo significativo al patrimonio  arboreo delle città. 

La normativa nazionale di base che disciplina il verde urbano, vecchia di oltre 50 anni, è  assolutamente inadeguata alle esigenze correnti e avulsa dalla realtà attuale dello stato delle  conoscenze in materia di ecologia, di biodiversità, di clima e di ambiente. Si tratta del Decreto  Interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 che reca “Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza,  di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali  e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi, da  osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli  esistenti…”. Esso disciplina esclusivamente aspetti quantitativi del verde pubblico e fissa come  soglie minime per abitante, 18 mq complessivi per spazi pubblici o riservati alle attività collettive,  così ripartiti: 4,5 mq per scuole e asili, 2 mq per strutture religiose, culturali, sanitarie e per  pubblici servizi, 9 mq per spazi pubblici attrezzati a parco, per il gioco e lo sport e 2,5 mq di aree  di parcheggi. Questi standard urbanistici, tuttora vigenti, includono cose assai diverse nella  categoria del “verde” e pongono sullo stesso piano una pista asfaltata per il pattinaggio e la  superficie complessiva di uno stadio o palazzetto dello sport, con un’area con prati e piantumata  con alberi per cui è possibile pervenire, al limite, ad una pianificazione che, pur rispettando i  limiti minimi fissati dalla legge, può risultare pressoché priva di verde pubblico effettivo,  minimamente degno di questo nome.  

L’ISPRA nel 2010 ha pubblicato un interessante documento di 68 pagine, dal titolo: “Verso una  Ecosistemica delle Aree Verdi Urbane e periurbane. Analisi e proposte”che ha colmato il vuoto 

istituzionale esistito fino ad allora sull’argomento. Il documento è scaricabile dal sito  istituzionale dell’Istituto2.  

La Legge 14 gennaio 2013 n. 10 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, torna  sull’argomento e, tra le altre cose, all’art. 3 prevede l’istituzione presso il Ministero  dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare di un Comitato per lo sviluppo del verde  pubblico. Tra i molteplici compiti attribuiti al Comitato troviamo il monitoraggio sull’attuazione  della legge 29 gennaio 1992, n. 113 (obbligo di piantare un albero per ogni bambino nato), la  promozione di attività degli enti locali interessati al fine di individuare i percorsi progettuali e  le opere necessarie a garantire l’attuazione delle disposizioni, l’elaborazione di una proposta  di Piano nazionale per fissare i criteri e linee guida per la realizzazione di aree verdi permanenti  intorno alle maggiori conurbazioni e di filari alberati lungo le strade, adeguamento dell’edilizia e delle infrastrutture pubbliche e scolastiche che garantisca la riqualificazione degli edifici…  anche attraverso il rinverdimento delle pareti e dei lastrici solari, la creazione di giardini e orti  e il miglioramento degli spazi. All’art. 4 della predetta legge 10 poi è stabilito che il Comitato  segnala “I comuni che risultino inadempienti rispetto alle norme di cui al decreto ministeriale n.  1444 del 1968”. Per quanto riguarda i criteri di pianificazione e di progettazione del verde  pubblico, ribadendo gli standard inadeguati e riduttivi della vecchia legge del 1968, questa più  recente normativa delega al Comitato la redazione di linee guida regolatorie. 

Le “Linee guida per il governo sostenibile del verde urbano”– elaborate dal Comitato per lo  sviluppo del verde pubblico – sono state pubblicate dal Ministero dell’Ambiente, del Territorio e  del Mare nel 2017 (acquisibile dal sito istituzionale del Ministero) e constano di 60 pagine e 7  capitoli che racchiudono: conoscenza, pianificazione strategica, progettazione, piano di  monitoraggio e gestione, indicatori per il governo, formazione degli addetti, comunicazione promozione e partecipazione del pubblico.  

Tuttavia a fronte di un lavoro complesso e accurato a cui hanno partecipato l’ANCI, il CONAF,  l’ISPRA e l’associazione dei Direttori Tecnici dei Pubblici Giardini, va rilevato che (si riporta  esattamente come è scritto nello stesso documento): “le Linee Guida non sono prescrittive, ma  rappresentano solo uno strumento di consultazione e informazione per tutti i comuni italiani,  grandi e piccoli, utili per procedere correttamente e proficuamente nelle attività di pianificazione  e di gestione del verde urbano”.  

Lo Stato, in pratica, non ha adottato ad oggi, con provvedimenti cogenti (tramite decreto o  legge) le linee guida che così rappresentano un mero “suggerimento”, peraltro assai poco  conosciuto. Per coprire la lacuna legislativa sono stati adottati nel tempo a livello locale, diversi  strumenti comunali di programmazione quali il regolamento del verde pubblico e/o privato, il  censimento-anagrafe del verde, la carta del verde urbano, il piano del verde, il piano  regolatore del verde urbano. L’ultimo di tali strumenti – il Piano Regolatore del Verde Urbano a suo tempo avviato dal comune di Viterbo in collaborazione con l’università della Tuscia, è  quello che dal punto di vista dell’efficacia metodologica offre maggiori possibilità di una gestione  adeguata e sostenibile dal punto di vista ecologico, economico, sociale e culturale. Un tale  Piano, in generale, consente al Comune di decidere, in maniera partecipata, la qualità, la  quantità, la composizione, la distribuzione delle specie arboree, arbustive, di liane ed erbacee  da introdurre negli spazi destinati a Parco, giardino pubblico, aree di pertinenza degli edifici  pubblici, filari, prati, aiuole, rotatorie, spartitraffico e, ove esistano, la disciplina della  vegetazione delle sponde dei corsi d’acqua.  

Il Piano Regolatore del Verde Urbano può assorbire e integrare tutti gli altri strumenti sopra  citati adottati dai Comuni: può includere il censimento da riportare nella “carta di rilievo del  verde urbano” preferibilmente realizzata di fine dettaglio e con georeferenziazione su data base, e la “carta del verde urbano”, strumento di indirizzo utile a sensibilizzare e impegnare i  vari attori sociali per la tutela di un bene comune. Utile, unitamente alla sempre necessaria  partecipazione dei cittadini nelle consulte per il verde, anche il coordinamento interno tra uffici  comunali sul medesimo argomento. A tal riguardo si segnala l’attivazione avvenuta diversi anni  fa presso il comune di San Benedetto del Tronto della Conferenza dei Servizi Permanente sul  verde urbano”, composta da tutti i servizi ed uffici che in vario modo svolgono attività che  interessano il verde pubblico o possono incidere su di esso. Il tema del verde urbano non è  quindi da considerare riduttivamente un “settore di intervento” fra i tanti presenti in città: deve  essere inquadrato con ottica di sistema e permeare tutta la programmazione comunale ad ogni  livello: urbanistico, della mobilità ecc. ed essere integrato negli strumenti urbanistici (PRG in  primis) e nell’attività delle Commissioni Edilizie. Solo dando al Piano del verde la dignità  istituzionale e la cogenza amministrativa di un Piano Regolatore Generale è possibile, infatti,  pianificare efficacemente in una visione di medio-lungo periodo il verde urbano ,evitando che  esso sia costituito da ciò che risulta dal diritto ad edificare, con aree frammentate e collocate in  posizioni non ottimali. 

I contenuti minimi del Piano Regolatore Comunale del Verde Urbano consistono nel Quadro  conoscitivo (censimento quali/quantitativo e distribuzione della vegetazione esistente), un  Piano di Indirizzo e Norme Tecniche di Attuazione che includano anche gli interventi manutentivi  e gestionali. Il suo sviluppo applicativo può essere fatto per piani annuali (generalmente  chiamati Progetto del Verde) che possono riguardare anche aree limitate e non l’intero  complesso del verde comunale, analogamente a quanto avviene con i Piani Particolareggiati. Le  linee guida per una gestione sostenibile del verde urbano redatte dal Comitato per lo sviluppo  del verde pubblico, indicano inoltre che nel Piano del Verde dovranno essere poi chiaramente  esplicitati i meccanismi di attuazione e di monitoraggio degli obiettivi prefissati e man mano  raggiunti, tra cui: 

– la relazione, in un’ottica di pianificazione integrata e multi-obiettivo, con altri  strumenti e piani urbani di settore (Piano dei Servizi, Piano del traffico, Piano Urbano  Generale dei servizi nel sottosuolo, etc.);  

– le indicazioni programmatiche per il piano triennale delle opere pubbliche; i progetti operativi e le soluzioni progettuali da realizzare nel breve-medio termine con  le risorse finanziare individuate; 

– gli indicatori di monitoraggio.  

– Nel momento in cui il PdV affronta le problematiche relative alla previsione di nuove  aree, non può prescindere dal definire i cosiddetti “indicatori di rigenerazione urbana”:  questi consentono, ad es., di verificare i valori degli interventi rispetto alla  permeabilità del suolo e alla presenza della vegetazione, sviluppando sistemi che siano  in grado di mitigare gli eventi meteorici intensi legati ai cambiamenti climatici (rain  garden, dry garden, verde tecnologico); più in generale vanno identificati gli indicatori  per monitorare lo sviluppo del piano ed il raggiungimento degli obiettivi prefissati; i meccanismi di finanziamento e di reperimento risorse per la realizzazione delle  soluzioni progettuali individuate (eventuali espropri, etc.); 

– il piano di informazione-comunicazione per il coinvolgimento, la partecipazione e la  sensibilizzazione. 

Anche la Strategia nazionale per il verde pubblicata a Maggio 2018 individua nel Piano  comunale del verde lo strumento chiave per città più resilienti. 

Le piante nell’ambiente urbano.

Alberi, arbusti ed erbe esistevano ben prima della comparsa del genere Homo nel Pianeta e loro  fisiologia, autoecologia e il loro aspetto odierno è frutto della selezione operata dalla natura in  alcune centinaia di milioni di anni. Tuttavia in un ambiente così particolare quale quello urbano,  queste entità sono soggette a molteplici fattori di stress che non avevano mai subìto in natura  nella loro storia evolutiva; ne deriva che per un approccio appropriato al verde urbano, è  necessario assumere un punto di vista olistico e programmare un’adeguata pianificazione  urbanistica locale e una gestione che tengano conto delle esigenze delle piante e dei problemi  di convivenza con l’uomo e le sue attività, inclusi gli aspetti che possono rappresentare, in casi  particolari, perfino un fattore di rischio o di pericolo.  

Le piante in città, in qualsiasi forma o disposizione, sono una componente di grandissima  importanza per l’umanità perché svolgono funzioni estetico-paesaggistiche, identitarie,  ricreative, ecologiche e sanitarie: i cosiddetti “servizi ecosistemici” in quanto promuovono la  salute e il benessere dei cittadini.  

Le funzioni “ambientali” del verde pubblico e privato sono vastissime, e vanno considerate  nell’immediato e a lungo termine anche perché i tempi di maturazione e di vita delle piante sono  diversi da quelli degli umani e generalmente assai più lunghi. La progettazione e il  mantenimento, pertanto, richiedono un largo concorso di esperienze, di osservazioni  specialistiche e storiche, conoscenza del territorio e di abilità e, in definitiva, sempre nell’ottica  dell’interdisciplinarietà e partecipazione dei cittadini informati per una gestione ecosistemica.  

Va chiarito che il verde urbano propriamente detto include diverse tipologie: le alberate, i parchi,  i giardini pubblici e il verde periurbano, che hanno caratteristiche molto diverse fra loro e queste  condizionano la progettazione degli impianti e le loro finalità. A riguardo occorre tenere  presente che gli alberi sono in relazione comunicativa in primis col mondo degli insetti, ma  anche con la fauna superiore, essendosi sincronizzati nel corso della co-evoluzione naturale per  l’impollinazione attraverso attrazione attuata con l’emissione nell’aria di sostanze chimiche che  noi percepiamo generalmente come “profumi di essenze”, per la propagazione dei semi, per la  lotta ai parassiti; in aggiunta comunicano e intrattengono interscambi simbiotici anche con gli  organismi presenti nel suolo (batteri, funghi microscopici e macroscopici, invertebrati);  comunicano altresì fra loro anche sotto terra, attraverso le radici che si intrecciano  reciprocamente formando anastomosi, sia con individui vicini della stessa specie che fra specie  diverse con cui amano costituire “associazioni vegetali” la cui rete di relazioni produce reciproco  vantaggio. La rete di relazioni infra- e inter-vegetazionale, complessa e invisibile che si instaura  e con le altre forme di vita è decisiva per il reciproco sostegno trofico, per la riproduzione, per  la difesa dagli attacchi da parassiti, per la stabilità meccanica. Il finissimo micelio fungino in  rapporto con le radici (simbiosi micorrizica), inoltre, fornisce all’albero sostanze nutrienti e ha la  capacità di sollevare l’acqua da decine di metri di profondità fino agli strati di suolo più  superficiali, mantenendone l’umidificazione a beneficio proprio e dell’albero oltre che delle  forme di vita legate al suolo. Esso svolge anche un’azione protettiva nei confronti delle piante  con cui è in rapporto, dal momento che l’acqua che trasferisce capillarmente viene filtrata da  eventuali contaminanti di origine naturale o antropica. Le condizioni di impianto migliori dal  punto di vista ecologico possono essere riprodotte per i parchi e per il verde periurbano ove è  possibile favorire le associazioni vegetali tipiche fra alberi, arbusti, essenze erbacee e liane come  l’edera. Più delicata è la situazione dei giardini pubblici soggetti a maggiore pressione antropica  e a calpestio e compattazione del suolo mentre quando si vanno a realizzare le alberate dei viali  diviene importante più che mai il “sesto d’impianto” (vale a dire la distanza fra alberi e arbusti)

e l’area libera di pertinenza che deve garantire gli scambi gassosi e la relazione comunicativa fra  gli alberi.  

Nell’architettura moderna sono degni di nota interventi di “verde verticale” sulle pareti degli  edifici, munite di vasconi (grandi fioriere integrate nel costruito), di “tetti verdi” e giardini pensili.  In tali circostanze occorre tenere presente la tipologia dei vegetali da impiantare considerando  il loro sviluppo dimensionale, l’isolamento delle piante, la necessità di fornitura di acqua e  nutrienti che la pianta non è in grado di procurarsi da sola, l’esposizione alla luce e ai venti e  tutti i possibili effetti collaterali anche negativi che un simile impianto può comportare. Ad  esempio si è verificato che pareti verdi intensamente vegetate abbiano provocato, in cortili  scarsamente ventilati, moria per asfissia di piccoli animali per la stratificazione a terra  dell’anidride carbonica esalata dai vegetali di notte quando, cessata la fotosintesi, era attiva  unicamente la respirazione.  

Infine vanno considerati i casi, non diffusamente estesi ma pure importanti, di specie esotiche  come espressione artistica o didattica di giardini e orti botanici (questi ultimi di grande valore  sia storico-culturale che scientifico, per la tutela ex-situ della biodiversità vegetale).  

I fattori di stress delle piante in città.  

In natura e nel corso della loro evoluzione, gli alberi raramente sono vissuti come singoli individui isolati, ma hanno dato luogo a formazioni forestali, ad associazioni vegetali e a rapporti  simbiotici con il mondo animale e con i viventi del suolo, microscopici o visibili a occhio nudo. Il  bosco è un ecosistema ossia un sistema complesso autosufficiente dominato da alberi, la cui  componente biotica è costituita da piante di varie specie, età e dimensioni e da animali, funghi,  batteri ed altri organismi con interrelazioni integrate fra loro e con l’ambiente chimico-fisico. Il  bosco non ha bisogno dell’uomo per perpetuarsi, ha vissuto benissimo per oltre 300 milioni di  anni in assenza degli umani mentre, al contrario, è la vita dell’uomo ad aver bisogno del bosco e del mondo vegetale. La nostra dipendenza dalle piante è assoluta e continua e non solo per gli  alimenti e altre utilità che direttamente o indirettamente producono: basta smettere di  respirare per qualche minuto per rendersene conto. Da tenere presente che l’ossigeno in forma  molecolare presente nell’atmosfera che respiriamo, è prodotto unicamente dalla fotosintesi  clorofilliana; nei tempi remoti non era presente sulla Terra e solo la comparsa dei vegetali che  lo hanno prodotto come loro “rifiuto” ha consentito lo sviluppo della vita superiore e la nostra  di umani. Dobbiamo tutto alle piante, minuto per minuto.  

Per questo semplice motivo il bosco è soggetto di diritti, di cui sono titolari anche gli alberi come  singoli individui che lo costituiscono. L’analisi del DNA degli alberi mostra che ogni individuo è  diverso dagli altri della stessa specie e, come nell’uomo, è possibile verificare i rapporti di  parentela fra loro. In natura nei boschi l’unione fa la forza: le piante più esterne alla formazione,  che possiamo chiamare “piante di frontiera” perché più esposte ai venti, alle bufere, alle  valanghe, agli aerosol marini, all’inquinamento atmosferico, agli attacchi di parassiti, con la loro  presenza e resilienza (capacità di resistere alle perturbazioni ambientali e alle avversità), proteggono lo stato di salute del resto della comunità forestale. Tranne eccezioni gli alberi in  genere non amano stare soli, anche se individui isolati mostrano una straordinaria capacità di  adattamento. In città, invece, soprattutto lungo le strade, se ci pensiamo bene tutti alberi sono  nelle stesse condizioni di quelli di frontiera e in aggiunta esposti senza protezione a innumerevoli 

fattori di stress sconosciuti alla natura e mai incontrati nel corso dell’evoluzione naturale come  quelli prodotti dall’uomo nelle aree densamente popolate. Il fatto di trovarsi in un contesto – quello urbano- così particolare e artificiale non deve farci dimenticare comunque i diritti e le  esigenze minime degli alberi ma, al contrario, ci obbliga anche soltanto dal punto di vista  utilitaristico, a considerare la necessità di ridurre al massimo i fattori di stress e il benessere delle  piante per una convivenza pacifica tanto utile quanto necessaria. I principali fattori di stress sono  di seguito elencati.  

– Sito d’impianto inadeguato: si impiantano alberi senza badare (cosa peraltro facilissima)  allo sviluppo che l’organismo vegetale avrà man mano che cresce. Così dopo qualche  tempo vediamo marciappiedi occlusi, impraticabili, fastidio agli edifici per la eccessiva  vicinanza agli stessi, rischio di interruzioni per le linee aeree elettriche o telefoniche,  oppure sollevamento del manto stradale operato dalle radici troppo superficiali  (fenomeno, questo, indotto soprattutto quando si mettono a dimora alberi di  dimensioni abbastanza grandi, necessariamente “zollate”, in vaso, prive delle radici “a  fittone”, vale a dire verticali che arrivano a profondità elevate aumentando la stabilità  dell’organismo).  

– Specie arboree inadatte: Si piantano alberi e arbusti, orientando le scelte secondo il  capriccio dell’uomo, accordando preferenze il più delle volte a specie e varietà  provenienti da climi completamente diversi dal nostro, pertanto con esigenze diverse e  per questo soggetti a parassitosi, indebolimento e, in generale, a problemi fitosanitari.  Spesso individui di queste specie, deportati dai loro luoghi d’origine spontanea e  inadatte al clima in cui sono collocati, non vivono ma sopravvivono anche miseramente.  Ho potuto constatare, ad esempio, una Sequoia gigantea (Sequoiadendron giganteum),  una cupressacea che in Sierra Nevada e in California raggiunge i 95 m di altezza e 9 m di  diametro al colletto (ma ne esiste un esemplare col diametro incredibile di 32 metri),  che piantata negli anni ’50 in un giardino nei pressi di Latina, al di fuori del suo ambiente  naturale d’origine è rimasto un alberello di modestissime dimensioni che non cresce e  non muore . Altre specie estranee al nostro clima e all’ecologia degli ambienti del nostro  continente possono diventare, al contrario, infestanti e non controllabili. 

– Terreno inadatto: il suolo non è solo il sito di ancoraggio delle piante ma anche la matrice  in cui si svolgono i processi biologici di scambi e di trasformazione di materia  (acquisizione di acqua e di nutrienti, respirazione delle cellule radicali) e di energia  appartenenti alla normale fisiologia delle piante. La qualità del suolo, la sua fertilità, se  scadenti, sono fattori possono danneggiare le piante e il successo degli impianti di nuove  alberature. Va anche detto che la scelta delle essenze da impiantare deve essere  comunque orientata anche rispetto alle condizioni pedologiche del luogo inteso come  microhabitat: in suoli con elevato grado di umidità naturale andranno preferite, ad  esempio, le Salicacee (Pioppi e Salici) oppure Ontani o i Frassini, mentre su suoli  tendenzialmente aridi specie diverse adatte a quelle condizioni puntuali. In ogni caso il  suolo dev’essere fertile, con una buona dotazione di carbonio organico e  biologicamente vivo: con le radici degli alberi entrano in rapporto diversi simbionti, a  partire dalle estese formazioni delle ife microscopiche dei funghi per finire ai lombrichi  e al resto della fauna invertebrata del suolo con particolare riguardo agli artropodi, il 

gruppo animale più numeroso appartenente alla comunità, a sua volta vastissima, degli  invertebrati.  

– Inquinanti atmosferici. Sono soprattutto i gas di scarico residui delle combustioni (che  avvengono in maniera diffusa nei motori e nelle caldaie per il riscaldamento), e  annoverano principalmente ossidi di Azoto (NOx) , ossido di Carbonio (CO), e in minima  parte gli ossidi di Zolfo (anidride solforosa e solforica, diminuite nel tempo rispetto agli  anni ’60 per i provvedimenti di limitazione delle impurità di zolfo contenute nei  combustibili), idrocarburi. Esistono poi altri inquinanti emessi in misura minore ma tutti  pericolosi per la salute umana come le polveri e Composti Organici Volatili (COV) che  alimentano fenomeni fotochimici che portano alla formazione di ozono troposferico (O3) di formazione secondaria sotto l’azione della radiazione solare. I gas inquinanti vengono  abbattuti in maniera significativa dalle piante e dal suolo fertile (inclusi i prati, con le  loro componenti microbiche naturali), specie se umido. L’ossido di carbonio, ad  esempio, viene abbattuto rapidamente dal suolo ove una dozzina di specie di funghi  microscopici comuni in ogni terreno fertile, lo assorbono e se ne nutrono. Se però  quegli inquinanti si trovano nell’ambiente in concentrazioni elevate, in sinergia con altri  contaminanti e in condizioni climatiche sfavorevoli, si può arrivare a superare i limiti di  tolleranza anche per le piante (che annoverano specie più resistenti e specie assai  sensibili), che così si ammalano e arrivano a perire. Particolarmente nociva è anche  l’eccessiva acidificazione dell’aria originata dai gas inquinanti che si combinano con  l’acqua dell’umidità atmosferica. Il complesso suolo-vegetazione in definitiva, è un  efficiente sistema di depurazione naturale dell’aria ma con dei limiti; come si diceva  nella Scuola Salernitana di antica memoria, “contra vim mortis non est medicamen in  hortis..”: contro la forza della morte non v’è rimedio nell’orto. 

– Inquinamento atmosferico da materiale particolato. Il materiale particolato (particelle  che inquinano l’aria, denominate PM10 perchè del diametro medio di 10 Micron, vale a  dire 10 millesimi di millimetro, e PM 2,5 e inferiori), viene trattenuto dal fogliame e  fissato nel suolo fertile, specie se umido. Fra tutti gli inquinanti, queste particelle sono  riconosciute come la principale causa di tumore e di morte per l’uomo: in letteratura è  riportato che in Italia si stimano 91.000 morti prematuri per inquinamento atmosferico  in un anno, e 66.630 sono dovuti al PM2,5, 21.040 al biossido di azoto (NO2) e 3.380  all’ozono (O3). Gli alberi abbattono il particolato intrappolandolo nella micro-peluria  delle foglie o appiccicandolo su quelle, se resinose. Uno studio condotto a Londra  quantificando la polvere depositata sui mobili all’interno delle case lungo strade, con  assenza di alberi e poi sulle stesse alberate con betulle, ha mostrato che l’alberatura  stradale ne abbatteva il 50%. Tuttavia concentrazioni elevate di PM 2,5 alla fine  danneggiano eccessivamente anche le foglie quando vanno a collocarsi diffusamente  all’interno degli stomi (minuscole aperture composte da due cellule, piccole “bocche”  invisibili a occhio nudo, disseminate sulla superficie delle foglie) che così sono impediti  a regolare, grazie alla loro sensibilità, la propria apertura e chiusura per consentire i  necessari scambi controllati di acqua e di gas tra pianta e atmosfera. La pianta così va in  sofferenza. 

– Inquinamento da metalli pesanti. I metalli pesanti tossici (fra cui Piombo, Mercurio,  Cadmio, Zinco, Rame, Stagno, Nichel e, recentemente, anche Platino, Palladio e Rodio e  altri metalli rari, derivanti dalla degradazione delle moderne marmitte catalitiche) 

presenti nell’aria o nei suoli inquinati, possono essere assorbiti dalle piante e fissate nel  proprio tessuto vivente. Talvolta queste sostanze vengono bloccate e trattenute  all’esterno delle radici, oppure incapsulate in vacuoli cellulari che ne neutralizzano la  tossicità rendendoli non biodisponibili oppure assorbite e distribuite nei tessuti  dell’intero organismo. Le piante appartenenti a specie comuni come i pioppi e i salici, in  aree con presenza di contaminanti di origine naturale (ad es. mercurio nel Monte  Amiata, arsenico e idrocarburi nella Majella) hanno acquisito nel corso dell’evoluzione  naturale anche strategie efficaci per difendersi dalla tossicità di queste sostanze  rendendole sequestrate e isolate a livello biologico al loro interno, tanto che molte di  esse vengono oramai utilizzate come assorbitrici di inquinamento per la bonifica di suoli  nei siti contaminati (Fitorimedio). Anche in questo caso però se si superano determinati  limiti la pianta può andare in sofferenza ma, per fortuna, tali limiti sono veramente assai  elevati. 

– Inquinamento da Idrocarburi. Possono essere idrocarburi incombusti (sgocciolamento  di olio lubrificante e particelle di grasso dai veicoli, oppure inquinanti dell’aria derivanti  dallo scarico dei motori a due tempi dei motocicli che ne emettono in quantitativi  elevatissimi) o residui di combustione, in forma di aerosol particolato o sostanze  gassose. Per gli umani molte di queste specie chimiche sono cancerogene (in particolare  lo sono i policiclici aromatici, il benzene, il toluene e lo xilene) ma le piante e il suolo  fertile hanno capacità di depurazione assai elevate; molti inquinanti di questo tipo  vengono demoliti e metabolizzati dal suolo e dalle piante, quindi ridotti in definitiva  all’innocuità. L’attività microbica del suolo accelera la velocità di biodegradazione anche  delle sostanze aromatiche come i fenoli, molecole piuttosto stabili nel tempo e quindi  resistenti alla degradazione.  

– Rumore e vibrazioni Le piante, attraverso il fogliame, attutiscono l’inquinamento  acustico fungendo da vera e propria barriera fonoassorbente vivente. Tuttavia questi  fattori fisici eccessivi e prolungati, possono provocare anche stress, indebolendole in  diversa misura. È nota, infatti, la sensibilità dei vegetali anche alle vibrazioni con  determinate frequenze: quando ad esempio le cellule di una foglia percepiscono i suoni  provocati dalla mandibola di un bruco che incomincia a masticarle, reagiscono  emettendo segnali interni che stimolano l’emissione di cere e di prodotti chimici  repellenti per gli insetti in tutta la pianta e lo stesso fanno quelle vicine. In città le  vibrazioni del suolo prodotte da metropolitana e dai mezzi pesanti, stimolano le piante  ad allungare le radici e a radicarsi più fortemente, fatto positivo perché ne aumenta la  resistenza ai venti molto forti e diminuisce il rischio di schianto. In definitiva le cellule  vegetali “sentono” i segnali acustici, vibrazionali e chimici rendendosi conto  dell’esistenza di pericoli nell’ambiente e reagiscono con proprie strategie di difesa  “avvertendo” anche le consorelle vicine.  

– Inquinamento luminoso. Ê un importante fattore di stress per gli alberi. In inverno,  quando le foglie sono oramai cadute, è facile vedere, ad esempio nei pioppi, che i rami  nei pressi dei lampioni a luce abbastanza forte portano ancora tutte le foglie mentre il  resto dell’albero è spoglio così come tutti quelli, della stessa specie, dell’intorno. Ciò  avviene perché è stato alterato il “fotoperiodo”, l’orologio interno delle piante che si  basa sulla “misurazione” percettiva della durata delle ore di luce rispetto a quella delle  ore di buio e che regola le fasi biologiche annuali del vegetale. 

– Potature mal fatte. L’albero auto-regola la propria forma e postura, per ottenere la  migliore stabilità, capacità di catturare la luce, resistere a venti e alle correnti d’aria del  luogo esatto ove si trovano, per la migliore ricerca dell’acqua e dei nutrienti. I rami sono  disposti nello spazio in maniera da limitare al massimo l’ombra fra di loro e le foglie si  dispiegano perché tutte possano catturare quanta più luce possibile; se osserviamo un  abete, ad esempio, vediamo che le foglioline più in alto sono orientate tutte  verticalmente per lasciar filtrare la luce verso quelle sottostanti e man mano che si  procede verso il basso le stesse sono sempre più orizzontali ed espongono la maggiore  superficie possibile. Le foglie dei pioppi, poi, sono particolari con il loro picciòlo allungato  e stretto lateralmente; così possono oscillare vistosamente con vento anche  debolissimo e lasciare passare luce alle foglie sottostanti, assicurando all’albero  l’energia per la crescita rapida e l’evapotraspirazione che in questa specie sono  fenomeni molto elevati. Potature mal fatte – spesso vere e proprie capitozzature – alterano l’equilibrio posturale spontaneo, rendono instabili gli alberi e, attraverso le  “ferite” da taglio, espongono alla penetrazione nell’albero di microfunghi, batteri, virus  che creano deformazioni, calli mostruosi, carie interna, attacchi del tronco da parte di  funghi saprobici. Praticamente mai, tranne rarissime eccezioni, i tagli da potatura degli  alberi in città vengono protetti con appositi “medicamenti” (in forma di speciali vernici isolanti e non tossiche, peraltro assai poco costose) per scongiurare infezioni che  generano parassitosi e conseguenti cadute di rami e che spesso sono letali per l’albero  con schianti pericolosi per la sicurezza dei cittadini. Le capitozzature producono il  disseccamento delle radici a fittone che sono quelle verticali profonde che più assicurano la stabilità dell’albero. Anche il taglio di rami principali portano al  disseccamento delle corrispettive radici a cui erano fisiologicamente connessi, col  risultato di favorire l’instabilità degli alberi. Altro fattore di instabilità deriva dalle  potature che rendono gli alberi sottili e “filanti”, tutti sviluppati in altezza, con ciò  sottoposti ad un braccio di leva che ne facilita la caduta sotto la spinta del vento.  

– Spazio insufficiente per lo sviluppo delle radici. L’attenzione a creare le condizioni per il  miglior sviluppo delle radici è generalmente bassa o nulla. Eppure da questo dipende  gran parte della salute della pianta e, soprattutto, la sicurezza che l’albero non cadrà su  persone o sulle automobili allo spirare di venti di forte intensità. Al di là della pratica di  reciderle perché magari sollevano pavimentazioni o il manto stradale o per interrare  cavi e tubazioni, occorre considerare che le radici devono potersi sviluppare in maniera  adeguata ed armonica anche per svolgere la funzione di solido sostegno. L’apparato  radicale, dotato di finissima sensibilità, è per gli alberi un importante “centro di  comando” della fisiologia dell’intero organismo, di “comunicazione” col biota  circostante e dal suo sviluppo dipendono il loro stato di salute e la longevità.  

– Atti sconsiderati attuati dall’uomo. Gli alberi in città sono soggetti anche ad attacchi  prodotti dall’uomo, per accidente, per ignoranza o deliberatamente. Si pensi agli insulti  prodotti ai tronchi con all’infissione di chiodi o, peggio, con cercini di metallo, con cappi  di cavi d’acciaio che stringono sempre di più con l’accrescimento e provocano calli  mostruosi e che possono portare la pianta alla morte, letteralmente “per impiccagione”.  Si pensi ancora a chi, dopo aver lavato le vetrine dei negozi o i pavimenti, butta acqua  sporca con detergenti chimici entro le aiuole, avvelenando le radici. Capita anche di  vedere automobili parcheggiate in parte sopra il terreno attorno all’albero o sull’aiola, 

compattandolo, impedendo così l’assorbimento dell’acqua piovana e la respirazione  radicale. Frequenti sono pure le potature abusive fatte in proprio da privati o sollecitate  al Comune, al solo scopo reale di far vedere da tutte le angolazioni e da più lontano  possibile le insegne e le vetrine dei negozi, ed esistono persino avvelenamenti deliberati  di alberi per gli stessi motivi. Questi comportamenti vanno stigmatizzati, sanzionati e  combattuti soprattutto con la cultura e la conoscenza e rimpiazzando sempre e  rapidamente l’albero soppresso. Va detto, di converso, che esistono anche casi opposti,  virtuosi: persone che adottano un’aiuola, un piccolo spazio verde pubblico, che curano  l’albero di fronte alla propria casa o luogo di lavoro, che offrono all’albero sul suolo  pubblico il soccorso con un po di acqua nei periodi di massima siccità.  

I benefici degli alberi in città (servizi ecosistemici resi all’uomo) 

Premesso che gli alberi sono da rispettare in sé, al di là delle considerazioni utilitaristiche, in  quanto organismi complessi, dotati di fortissima autosufficienza, pilastri della biodiversità e degli  ecosistemi naturali, titolari di diritti, elementi fondamentali degli equilibri ecologici locali e  globali, non possiamo non considerare e apprezzare anche i “servizi ecologici” resi da queste  creature anche alla comunità umana. Tali servizi riguardano il sistema albero-ambiente (sia  aereo che in riferimento al suolo fertile) e possono essere così schematicamente riassunti. 

Produzione di ossigeno, fatto noto a tutti ma non altrettanto noto è che, dal momento che la  diffusione di questo gas nell’atmosfera è un fenomeno piuttosto lento, più si è vicini agli alberi  e maggiore è l’ossigenazione benefica localmente presente.  

Assorbimento dell’anidride carbonica : gli alberi, e il mondo vegetale, sono grandi regolatori del  clima globale in quanto contengono il riscaldamento del Pianeta entro limiti ottimali per la vita  e per l’uomo. Non c’è altro sistema o rimedio per sottrarre rapidamente l’anidride carbonica,  principale gas serra, presente attualmente in eccesso nell’atmosfera. La lotta ai cambiamenti  climatici vede negli alberi i principali alleati dell’umanità. 

Regolazione del microclima locale attraverso l’umidificazione dell’aria: in estate nell’aridità  spinta delle città, l’evapotraspirazione delle piante produce notevole miglioramento del  microclima e quindi benessere. 

Contenimento dell’“isola di calore” urbana: le piante non si limitano a produrre ombra e a  riflettere ed assorbire radiazione solare, ma attraverso l’evapotraspirazione, abbassano  sensibilmente la temperatura del luogo in cui si trovano. Creano frescura, comportandosi  come vere e proprie pompe di calore, autentici condizionatori della temperatura dell’aria 

ambiente. Il passaggio di stato dell’acqua da liquida a vapore, infatti, sottrae energia (e quindi  calore) dall’ambiente circostante, raffreddandolo. E fanno questo servizio termodinamico  gratuitamente e in autonomia. Sono pertanto una risposta alla mitigazione e all’adattamento  nei confronti soprattutto delle ondate di calore estive sempre più frequenti soprattutto in città  ove di parla di “isole di calore” esasperate a causa dei mutamenti climatici e dell’intorno  occupato da edificato e asfalto che si riscaldano notevolmente; le ondate di caldo torrido  responsabili, secondo le statistiche, di innumerevoli decessi prematuri soprattutto tra le persone 

anziane. Oggi i decessi prematuri dovuti a questa causa sono stimati, nel mondo, in 12000  all’anno, destinati a divenire 260000 al 2030. 

Miglioramento dell’equilibrio idrogeologico: Le superfici attrezzate a scopo di drenaggio  divengono anche spazi urbani di qualità, verdi, habitat naturali, che contribuiscono a connettere  in rete parchi, giardini, quartieri e possono essere realizzati anche in forma di stagni di bellezza  naturaliformi, utili tra l’altro alla riproduzione di varie specie animali come gli anfibi. Gli  interventi denominati Green Streets consistono nel graduare dolcemente le pendenze di strade,  piazzali e marciapiedi per convogliare le acque piovane verso aiuole o aree fertili ove possono  essere assorbite nel suolo. Si alleggerisce, in questo modo, l’immissione delle acque nel sistema  fognario e si evita che le portate idriche di supero che non possono essere accettate dagli  impianti di depurazione che hanno necessariamente capienza limitata, vengano sversate  direttamente nelle acque superficiali. Queste aree assorbenti rendono assai gradevole il clima  e la bellezza della città e dei quartieri e ne migliorano l’aspetto con una grande varietà di piante che possono contare su maggiori riserve idriche sotterranee di cui alimentarsi. La ricarica delle  falde contribuisce anche all’equilibrio idrogeologico dell’ambiente urbano e alla sopravvivenza  o alla rinascita di sorgentelle locali che spesso alimentano antiche fontane oramai non più  utilizzate a seguito dell’arrivo dei moderni acquedotti o addirittura andate in asciutta, ma che  hanno un valore storico, demo-antropologico e urbanistico e talvolta monumentale. Va pertanto  abbandonata la pratica di isolare gli alberi imprigionandoli in spazi angusti con muretti o  addirittura con inutili vasconi di cemento. 

Detossificazione dell’aria: i cosiddetti “ossidi di azoto”, gas tossici derivanti dalle combustioni,  che chimicamente in realtà andrebbero chiamate “anidridi”, sono molecole avide di acqua con  la quale reagiscono prontamente formano i rispettivi acidi. In condizioni normali i due gas,  l’azoto e l’ossigeno molecolari, componenti normali dell’atmosfera in cui siamo immersi (circa il  78% per l’azoto e 21% per l’ossigeno) non reagiscono fra loro. Per potersi legare e formare le  anidridi occorre che l’aria sia portata a temperature assai elevate che aumenti l’agitazione delle  molecole, un “impazzimento” che produce e urti “efficaci”, oppure che vi sia una compressione  elevatissima che costringa le molecole unirsi per forza. La prima cosa avviene con le  combustioni, ma il motore a combustione interna è lo strumento più efficace perché svolge  entrambe le funzioni: riscaldamento con lo scoppio e simultanea compressione. Gli acidi Nitroso  e Nitrico) derivanti da quelle anidridi gassose reagendo, sempre con rapidità, con i minerali del  suolo e con le superfici lapidee formando nitriti e nitrati, molecole assai solubili, che sono  nutrienti-fertilizzanti per i vegetali. Il sistema suolo-piante, quindi aiutano a rimuovere dall’aria  questi pericolosi inquinanti di cui alla fine i vegetali si nutrono. Le piante assorbono un una  quantità di inquinanti atmosferici oltre ai composti dell’Azoto: esperimenti condotti a New York,  per esempio, hanno stimato che nel 1994 gli alberi della città hanno rimosso circa 1800  tonnellate di inquinanti atmosferici, con un valore in termini di risparmio per la società di 9,5  milioni di dollari. Uno studio condotto su un’area verde a Milano ha mostrato che una superficie  boscata al 30% apportava un sequestro annuo di un quarto degli inquinanti rispetto a pari  superfici prive di alberi. Si ribadisce comunque che questi sono ancora dati parziali e  sottostimati: abbattitori infatti sono anche semplici prati erbosi, arbusti, filari di siepi e il suolo  fertile. Ovviamente anche per questo aspetto gli eccessi sono da evitare perché nuocciono  anche alle piante soprattutto per l’acidificazione delle foglie per le deposizioni dall’aria. In città  l’alternativa all’impiego delle piante nella detossificazione dell’aria siamo noi umani; infatti  ciascuno espone mediamente circa 140 metriquadri di superficie polmonare umida agli  inquinanti atmosferici: inaliamo anidridi trattenendone i rispettivi acidi nel nostro organismo, e 

assorbiamo polveri e particolato, il già descritto PM . A chi obietta sulla necessità di operare  forestazione urbana andrebbe chiesto se la detossificazione dell’aria convenga farla fare ai  vegetali con il loro suolo..oppure alle decine di ettari di superficie polmonare umida dei cittadini  che non possono fare a meno di respirare.  

Contenimento dell’inquinamento da rumore: il fogliame spezza e ammortizza le onde  acustiche, attenuandole. Opportune alberature stradali con specie sempreverdi possono  mitigare il disturbo da inquinamento acustico sia se provocato da fonti dirette che da onde  acustiche riflesse tra le pareti dei palazzi e che si propagano rimbalzando fino ai piani superiori.  Ove necessario e con spazi disponibili con gli alberi in più filari è possibile creare vere e proprie  barriere fonassorbenti vegetali, magari in aggiunta o in alternativa ai classici pannelli. Con la  bellezza di barriere vegetate è infatti possibile anche mascherare e rendere completamente  invisibili i pannelli fonoassorbenti classici, lungo strade e ferrovie, ed evitare che in quelli  trasparenti vadano a collidere gli uccelli in volo. Lo stesso vale per impedire il proliferare  eccessivo dei cartelloni pubblicitari e le scritte imbrattanti sui muraglioni, veri e propri detrattori  ambientali, apportatori di confusione di messaggi e bruttezza percepita. Importante a questo  scopo è l’impiego delle liane in città, ovvero di rampicanti sempreverdi come, ad es. l’edera, per  ottenere bellezza mascherando muraglioni e la riduzione dell’inquinamento acustico.  

Bioindicazione delle qualità dell’aria: il metodo più semplice per valutare la qualità dell’aria ,  puntualmente in un determinato posto, è quello di osservare sui tronchi degli alberi la presenza,  l’estensione e l’abbondanza di specie di licheni epifitici (vale a dire che crescono sui tronchi delle  piante). I licheni reagiscono al complesso degli inquinanti atmosferici e la loro estrema sensibilità  li rende estremamente fragili anche perché la loro vita dipende esclusivamente dalla qualità  dell’aria. In presenza di inquinamento atmosferico le specie più sensibili presto scompaiono e  le altre, più resistenti, riducono il proprio tasso di crescita e poi col crescere dell’inquinamento  riducono le dimensioni del loro tallo. La valutazione grossolana e speditiva – ma significativa della qualità dell’aria in un’area ristrettissima o puntualmente in una strada o in un giardino può  essere fatta osservando le diverse macchie di colore e le diverse forme licheniche e contandole,  su una superficie fissa, senza ripetizioni. Dove vediamo tronchi incrostati da numerose specie  di licheni e presenti in macchie di estensione considerevole, l’aria è di migliore qualità; poche  specie e di ridotte dimensioni indicano aria con un po di inquinamento, mentre la presenza una  sola specie indica aria inquinata e infine l’assenza completa di licheni, chiamata “deserto  lichenico”, indica aria molto inquinata. Anche gli apici vegetativi primaverili delle piante sono  indicatori di qualità dell’aria: tanto più sono verdi e sani e tanto più vuol dire che l’aria è poco o  nulla affetta da inquinamento. Se consideriamo il costo molto elevato delle centraline  automatiche per il monitoraggio chimico della qualità dell’aria (di acquisto, di installazione, di  manutenzione e di gestione ordinaria che richiede personale addetto quotidianamente e analisi  di laboratorio) che impone uno scarso numero di punti di rilevamento nelle città, risulta subito  evidente che l’utilizzo dell’osservazione degli alberi con la propria dotazione spontanea naturale  di licheni per gli stessi fini ha un valore anche economico e sociale elevatissimo. Ha anche un  valore “democratico”, perché consente a chiunque di poter valutare, grossolanamente ma in  maniera attendibile, lo stato di qualità media dell’aria che respira. A Berna da decenni gli alberi  di città, per i licheni che ospitano, fanno parte ufficialmente, assieme alle centraline di analisi  automatiche, del sistema di controllo e valutazione dell’inquinamento atmosferico urbano. Chiaramente la valutazione dell’inquinamento atmosferico basata sui licheni può essere 

effettuata anche in maniera scientifica e specialistica, ma occorre che il metodo standardizzato  sia applicato da personale specializzato (o che intende specializzarsi) nel riconoscimento delle  specie licheniche.3 

Conservazione della biodiversità: Gli alberi ospitano svariate specie di animali, dando loro  rifugio, cibo, luogo di nidificazione. Nelle cortecce distaccate si realizzano nicchie che offrono l  “la casa” a pipistrelli e riparo a numerose specie d’insetti. Nei tronchi morti_in piedi i picchi  prediligono scavare i loro nidi e sui pini vivono coleotteri predatori di insetti e di acari nocivi.  Varie, anche se difficilmente visibili, sono le specie di mammiferi (scoiattoli, ricci, ma non solo)  che utilizzano gli alberi per rifugio anche scavando tane fra le radici e/o alimentazione,  arricchendo così la fauna delle nostre città.  

Contrasto all’alienazione: La monotonia, la spersonalizzazione che l’edificato spesso induce tra  i cittadini (soprattutto se brutto o banale), può essere contrastata dagli alberi soprattutto se  autoctoni. Ci sono ambienti cittadini identici a sé stessi che potrebbero essere in qualsiasi altro  posto lontano, a qualsiasi e latitudine; gli alberi possono ridare identità geografica a posti simili:  in una pianura planiziale, ad es., la presenza di vegetazione tipica spontanea, vale a dire quella  che si sarebbe insediata spontaneamente in quel luogo se non ci fosse stato l’uomo, ha una  funzione identitaria, positiva, aiutando il cittadino a conoscere e apprezzare il luogo in cui vive.  

Spazi attrezzati per lo sport: le attività sportive, sia semplicemente salutistiche che di livello  agonistico, possono trovare negli spazi verdi tal quale o appositamente attrezzati le loro  straordinarie palestre naturali all’aperto, di gran lunga più gradevoli e salutari di quelle chiuse  tra quattro mura, strutture che comunque restano indispensabili nei periodi di maltempo o  quando occorrano attrezzature particolari. Campi da tennis, da pallavolo, da pallacanestro,  piscine all’aperto, piste per marciare, soprattutto se facilmente raggiungibili nel breve tempo di  15 minuti a piedi, appartengono al sistema urbano del verde anche se andrebbero conteggiati  in maniera distinta rispetto alla dotazione “verde/pro capite” in quanto comunque attrezzature  sportive.  

Benessere psico-fisico: Il bosco e gli alberi, con la loro bellezza e con i loro profumi, assicurano  benessere fisico e psichico all’uomo: il contatto regolare col bosco soprattutto se non alterato  dall’uomo, con i parchi urbani alberati e con i camminamenti lungo i filari, aumentano la  resistenza alle malattie, accelerano i processi di guarigione, attivano il benessere psicofisico e  favoriscono la nascita di nuovi neuroni nei cervelli anziani che riacquistano comportamenti  giovanili contrastando diverse patologie degenerative. 

Promozione del paesaggio: la presenza degli alberi costituisce una rivoluzione nella bellezza  complessiva dei luoghi; anche quelli più scialbi, urbanisticamente non attraenti o addirittura  banali, assumono nuova bellezza e divengono attraenti se corredati di una buona dotazione  arborea, con presenza equilibrata di sempreverdi e caducifoglie, con aiuole di suolo fertile, con  arbusti ed erbe con fiori e colori della natura, in definitiva grazie alla biodiversità. Divengono  

3Il metodo per valutare la qualità dell’aria attraverso l’osservazione e la misura della presenza,  estensione su una superficie e frequenza dei licheni si chiama IBL (Indice di Biodiversità lichenica),  pubblicato dall’ISPRA e scaricabile gratuitamente digitando :  

http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/manuali-e-linee-guida/i-b-l-indice-di-biodiversita lichenica.

interessanti i mutamenti di aspetto e di colori al volgere delle stagioni, i profumi, la presenza di  uccelli, la percezione del vento fra le foglie.  

Valorizzazione dei Beni storici, artistici, culturali: anche i beni storici, culturali, monumentali,  artistici se visti nel loro contesto naturale-ambientale di corredo verde nel quale erano stati  concepiti, assumono valore percettivo e maggiore significato e godimento. Un’area archeologica  di epoca italica o romana, un tempio greco o una villa del Palladio, non possono essere godute  nella loro pienezza se circondati di alberi di Eucaliptus originario dell’Australia e della  Tasmania…o da Ailanthus della Cina. Di contro molte delle ville storiche devono la loro bellezza  anche alla piantumazione di specie esotiche che nel tempo sono diventate parte integrante di  quel paesaggio (si pensi ad esempio agli alberi monumentali presenti in svariate città e non di  rado risultato di piantumazioni del passato). In questi casi occorre svolgere una indagine storica  –archivistica e fare ricorso a foto d’epoca o a dipinti, ove possibile. 

Funzione sociale, aggregativa: Isole di alberi in città, anche piccole, magari corredate di  panchine e con prato e giochi per bambini, con un’area recintata di dimensioni adeguate per lo  sgambettamento dei cani, divengono attrattive di persone favorendo la socialità, la conoscenza  tra persone, la responsabilizzazione verso la custodia e la pulizia degli spazi comuni. Esperienze  fatte in grandi città come Parigi, di orti-giardini urbani, hanno mostrato che le aree verdi e orti  accuditi direttamente dai cittadini divengono veri e propri centri sociali, luoghi di aggregazione  di persone di tutte le età, di riduzione dei conflitti e promuovono solidarietà e maggiore  sicurezza. Occorre tuttavia agire con cautela. Per quanto riguarda gli orti urbani, dal momento  che i prodotti sono destinati all’alimentazione umana, occorre prestare attenzione al possibile  inquinamento del suolo nel luogo d’impianto e alle deposizioni di contaminanti che possono  pervenire sulle coltivazioni dall’atmosfera. Per valutare l’idoneità di un suolo alla coltivazione  di alimenti, oltre all’ispezione visiva dell’intorno e del luogo specifico per controllarne l’assenza  di rifiuti e di colorazioni anormali, si può verificare la presenza di invertebrati (lombrichi,  artropodi ) che abbondano in suoli sani (sono indicatori biologici di qualità); in caso di dubbio si  può prelevare un campione composito (vale a dire ottenuto mescolando fra loro piccoli sub campioni di terra prelevati in un ideale reticolo) da sottoporre ad analisi in un laboratorio  chimico specializzato. Per le deposizioni atmosferiche occorre valutare la presenza di arterie  stradali e di altre fonti di inquinamento atmosferico industriale nelle vicinanze che possano  interessare gli orti. Si consideri infine anche la possibilità di realizzare giardini chiusi in serra, con  strutture che possono essere artistiche, con vetrate di bellezza e frutteti sociali. 

Sviluppo della didattica naturalistica e della cultura storico-sociale ed ambientale della città e  del suo territorio: è dimostrato come la didattica svolta in parte all’aperto, concretamente  legata alla conoscenza del territorio utilizzando l’ambiente come laboratorio naturale, con le sue  evidenze e peculiarità , sia estremamente proficua nella formazione del cittadino e delle classi  dirigenti e in definitiva per il raggiungimento della sostenibilità e del vivere civile. La didattica  svolta nel verde, diffusa in Svizzera e nella Scandinavia e sempre più adottata in varie parti del  mondo, ha mostrato vantaggi significativi anche sotto il profilo dell’apprendimento scolastico  generale. 

Benessere, svago ed educazione per i bambini. E’ questo un tema di grande importanza. Le  aree verdi concepite anche a questo scopo devono essere realizzate vicino agli asili, alle scuole  materne ed elementari o all’abitato comunque raggiungibili di norma al massimo nel tempo di  15 minuti circa camminando a piedi. Tali aree possono essere corredate da un piccolo stagno 

pieno di vita o munite di una mini-fattoria degli animali ove è possibile osservare oche, galline,  altri animali domestici da accudire. Questa funzione specifica rivolta ai bambini, può essere  svolta più agevolmente nei vivai, allo scopo opportunamente dotati di attrezzature con animali  domestici. Sono attrattive anche serre attrezzate come “casa delle farfalle” o anche la creazione  di piccoli giardini di specie aromatiche che possono contribuire non solo all’educazione  ambientale ma anche alla biodiversità. 

Le piante nell’ambiente umano: quali criteri per una progettazione  ecologica del verde urbano? 

1) La scelta delle specie da impiantare è molto importante. Occorre dare innanzitutto  preferenza alle specie appartenenti alla flora spontanea potenziale locale che, tra l’altro,  comprende molte entità di particolare bellezza e definibili, in termini forestali, “nobili”  e identitarie. La flora locale è anche quella “più conosciuta” dalla fauna locale ed è la più  adatta ad ospitarla avendo vissuto lunghissimi tempi di relazioni e di co-evoluzione e di  adattamento con vantaggi reciproci. Va applicato il concetto di “restauro ambientale”  imitando i criteri adottati nel restauro di un bene culturale che richiede tipicamente la  comprensione dell’oggetto, la sua conoscenza di dettaglio e della veduta d’insieme che  regoleranno la progettazione delle tecniche risanatorie. Allo stesso modo la  progettazione del verde urbano e periurbano non può essere fatto astrattamente “su  una tela bianca” ma deve seguire criteri ecologici aderenti alla vocazione naturale  spontanea dei luoghi. Adottare criteri diversi comporta non solo la realizzazione di “falsi  culturali” (e colturali) ma anche indebolimento dell’intero impianto che, se inadatto, alla  fine rischia di essere fortemente danneggiato o eliminato, nel tempo, dalle pressioni  selettive della natura o delle attività umane. 

2) Oltre all’individuazione delle “specie giuste”, la preferenza va rivolta per quanto  possibile alle varietà locali di quelle specie, vale a dire agli ecotipi autoctoni. Si  definiscono così le piante indigene, presenti localmente da generazioni, se non da tempi  immemorabili, e che hanno caratteristiche genetiche che hanno consentito loro di  passare indenni il vaglio spietato della selezione naturale in sede locale. In quanto  sopravvissute, esse risultano essere le più adatte, le più vigorose e resistenti alle  avversità che possono presentarsi localmente e quindi necessitano di minori cure  colturali (meno o nulla fitofarmaci e altri interventi di sostegno). Non basta quindi aver  individuato le specie “giuste”, ma occorre rivolgersi anche ai tipi locali di quelle specie.  La pratica qui raccomandata non solo è vantaggiosa per il buon esito degli impianti di  alberi ma costituisce anche uno dei provvedimenti scientificamente corretti e necessari  per la salvaguardia, conservazione e promozione della biodiversità a livello genetico,  oggi messa in pericolo dal vivaismo utilitaristico commerciale che non tiene conto  dell’adattabilità delle piante ai luoghi in cui verranno insediate e non raccoglie per intero  la variabilità genetica esistente all’interno della stessa specie, rischiando di far perdere  molte di quelle caratteristiche che permettono l’adattabilità a mutate condizioni  ambientali. A titolo di esempio vi sono piante che emettono assieme a semi che  germinano normalmente, un certo quantitativo di semi “dormienti” per alcuni anni  prima di germogliare e questo garantisce la sopravvivenza della specie in caso di  calamità naturali come potenti gelate o attacchi generalizzati di parassiti; nei vivai  questi semi non germogliati assieme ai suoi consimili sono considerati sterili, vengono  buttati come rifiuto e con ciò si perde una caratteristica genetica acquisita con 

l’evoluzione per la sopravvivenza della specie. Si tratta, in definitiva, di salvaguardare e  valorizzare la ricchezza dei genotipi presenti nel territorio, anche all’interno delle stesse  specie. È accaduto che una potente gelata abbia seccato circa 40 anni fa quasi tutti gli  allori dell’Italia centrale-adriatica, mentre quelli “selvatici” presenti persino in montagna  o lungo alcuni corsi d’acqua non hanno avuto conseguenze di sorta. Osservandoli nel  tempo si è visto che quegli esemplari avevano anche foglie più profumate e, a differenza  di quelli di origine vivaistica, anche non attaccati dalle cocciniglie: ecco individuato un  ecotipo locale, il cui patrimonio genetico merita di essere conservato attraverso la  moltiplicazione di quelle piante e la loro diffusione. Ovviamente il ricorso alle specie  locali e agli ecotipi locali di quelle specie non dev’essere un dogma: possono essere  impiantate anche specie diverse purchè non infestanti (come ad es. la Ginkgo biloba o il  Cedro del Libano o la Magnolia), in ragione della loro bellezza di portamento o di colore  del fogliame, o per il profumo o per le spiccate funzioni ecosistemiche che possono  fornire (es. perché assorbono inquinanti atmosferici o come barriera contro  l’inquinamento da rumore o per i frutti appetiti dall’avifauna). L’importante è che la  matrice verde della città sia quella potenziale autoctona largamente preponderante e  che le specie alloctone siano l’eccezione consapevole.  

3) La scelta delle entità da impiantare deve essere attentamente valutata rispetto alle  esigenze della pianta e rispetto al suolo (in particolare natura sabbiosa-silicea o  argillosa, calcarea o vulcanica ecc.), al grado di umidità, permeabilità e rispetto alla  presenza di manufatti, abitazioni, strade e marciappiedi. Attenzione particolare va  posta nel garantire che l’albero abbia il suo spazio vitale una volta cresciuto e non  produca fastidi. Tali accortezze eviteranno che la pianta crescendo arrivi ad ostruire il  passaggio dei pedoni, rovini il manto stradale e le pavimentazioni con le proprie radici,  diano fastidio alle abitazioni così da richiedere potature anche estreme e, alla fine,  abbattimenti e sostituzioni.  

4) Va assunta la filosofia per cui ogni potatura è da intendersi come una sconfitta: se  necessaria vorrà dire che sono stati commessi errori all’origine nella scelta della pianta  e nel suo posizionamento il quel luogo. Potature sono possibili ma solo se leggere, di  forma oppure rivolte ai rami secchi che potrebbero cadere sotto la spinta del vento o  sotto il peso della neve. In ogni caso andranno effettuate da personale esperto,  opportunamente addestrato. 

5) La scelta delle specie di alberi e arbusti, ma anche di cespugli erbacei, specie rampicanti  (liane), terrà conto, altresì, del loro sviluppo, della bellezza e delle conoscenze attuali  circa la resistenza specifica delle piante agli stress ambientali e della loro capacità di  abbattere inquinanti atmosferici purificando l’aria e l’inquinamento da rumore. A tal  proposito va considerato che la pianta svolge queste funzioni tanto più quanto è in  buona salute e che questa dipende in gran parte anche dalla naturalità del suo apparato  radicale nella profondità del suolo e nel terreno: pertanto nella scelta della specie più  idonea, oltre all’attenzione alla parte aerea, (tronco, rami e foglie), va considerata anche  quella sotterranea e l’immediato intorno del suolo di pertinenza per il libero ed esteso  sviluppo dell’apparato radicale. Indispensabile è quindi anche la preparazione del  terreno nel luogo d’impianto, che va fatta in profondità e lasciare terreno libero da  asfalto o cemento in cui possano insediarsi fittamente le densissime reti di ife fungine  che, in simbiosi con le radici, svolgono la funzione di sollevare l’acqua dagli strati  profondi verso l’alto, assicurano il miglior reperimento di nutrienti anche a distanza,  rilasciano ormoni della fertilità e vitamine, mentre proteggono l’albero filtrando gli  inquinanti (metalli pesanti, radionuclidi , sostanze organo-clorurate) presenti nel suolo 

e nell’acqua. Le ife fungine, inoltre, mettono in comunicazione fra loro gli alberi a livello  sotterraneo, portando informazioni utili a difendersi dai parassiti o per coordinare la  cosiddetta “pasciona”, vale a dire periodiche fruttificazioni abbondanti coordinate e  simultanee. Vanno pertanto perseguiti, per quanto possibile, raggruppamenti di alberi  o di arbusti delle specie preferibilmente tipiche locali, sia in “corridoi” con impianti sotto  forma di filari per connettere fra loro varie aree verdi e sia con l’importante realizzazione  di “isole verdi”, vale a dire raggruppamenti di alberi da impiantare ove c’è spazio  disponibile preferibilmente con arbusti normalmente ad esse associati (es. a livello  litoraneo, Pino con Mirto e con edera rampicante). Lo stare insieme ed essere connesse  in relazione fra loro, aiuta la salute delle piante ed è ancora più desiderabile per la  riproduzione sessuata delle specie dioiche (vale a dire a sessi separati)mentre porta  vantaggi a tutte le biocenosi. Soprattutto per la conservazione della biodiversità andrà  privilegiata una mescolanza di specie fra loro compatibili (associazioni vegetali note,  sempre dando priorità al modello vegetazionale tipico locale, evitando interventi di  forestazione monospecifici e per quanto possibile la coetaneità) e di varie dimensioni:  ciò oltre a contribuire a creare un habitat più vario per la fauna consente una maggiore  stabilita e resistenza della comunità vegetale (e una maggiore biodiversità vegetale). La  varietà di specie può facilitare anche la colonizzazione da parte di organismi del suolo  (batteri, funghi, invertebrati), essenziali per mantenere nel tempo i nuovi impianti.  

6) Un giusto equilibrio tra piante decidue (caducifoglie) e piante sempreverdi, tra conifere  e angiosperme (piante con fiore e frutto) va tenuto in considerazione per finalità  estetiche e per i servizi ecosistemici in ambiente urbano. Ad es. per costruire barriere  contro il rumore ci si rivolgerà alle sempreverdi e lo stesso vale per i muri con liane per  attutire le onde acustiche riflesse.  

7) Non secondaria è la scelta di essenze vegetali che profumano l’aria. I panorami vegetali  percepiti con la vista sono notoriamente benefici per la salute fisica e psicologica umana.  Non adeguatamente considerata, invece, è l’importanza degli odori delle piante,  percepiti anche col più potente dei nostri sensi –l’olfatto- sottoforma di profumi di  essenze che sono dovuti a molecole volatili che percepiamo anche se presenti in tracce  nell’aria-ambiente. È accertato da numerosi studi che i profumi di origine vegetale  influenzano in modo profondo il nostro benessere e condizionano marcatamente il  “profilo dell’umore”: riducono stati di confusione, tristezza, terrore, senso di colpa,  stanchezza, vigore-iperattività. La presenza di formazioni boschive, in aggiunta, stimola  la formazione e l’azione delle cellule NK (Natural Killer), così chiamate perché producono  proteine anticancro: le persone che trascorrono anche solo due ore in mezzo agli alberi,  godendone vista, profumi, meglio ancora se in panorama sonoro naturale in cui possono  udire esclusivamente il canto degli uccelli, delle cicale e lo “stormire” del vento nelle  fronde, mantengono questa benefica protezione all’incirca per un mese. È accertato,  altresì, che la presenza delle piante in luoghi di cura accelera la guarigione dei pazienti,  di gran lunga rispetto a quelli che sono degenti in ambienti che ne sono privi. Anche  nella formazione psicofisica le piante dànno vantaggi straordinari tanto che in molte  nazioni industrializzate si organizzano diffusamente scuole residenziali nei boschi. In  Giappone il sistema sanitario utilizza lo shirin – yoku, (letteralmente “bagni di alberi”)  per terapie fatte passeggiando per circa almeno 2 km in mezzo ai boschi o nei parchi  alberati di cui le metropoli di quel Paese sono dotate. Tale terapia che potremmo  definire “arborea” è riconosciuta ufficialmente tra i livelli assistenziali dal sistema  sanitario nazionale giapponese. Recentemente, infine, si sta diffondendo l’utilizzo di 

specie aromatiche (lavanda, timo, peperoncino, etc.), soprattutto per costituire siepi  ornamentali o di delimitazione (ad esempio aree cani). 

8) Per la sicurezza dei cittadini, da perseguire evitando cadute di alberi o di rami, sono  richieste diagnosi precoci sulla staticità degli alberi, che solo in prima approssimazione  va effettuata con ispezione visiva. Per avere certezza sulla pericolosità dell’albero  occorrono infatti diagnosi effettuate con adeguati strumenti e da personale esperto e  qualificato. Occorre, in ogni caso, vigilare e nei casi critici assicurare un’eventuale  adeguata manutenzione, scientificamente corretta e non basata sulle mutilazioni  affidate all’opera delle motoseghe ( es. imbracature con tiranti, pali di sostegno, terapie  adeguate). Anche i criteri di sicurezza devono essere tenuti presenti fin dal momento  della scelta delle specie e delle varietà dell’impianto, dal momento che talune specie  sono naturalmente più soggette di altre a patologie, a schianti, ad auto-potatura dei  rami operata dalla neve, e alla fine a cadute. Lo stato di salute delle piante ne aumenta  la stabilità e staticità. Va comunque detto che un livello di sicurezza assoluto non è mai  perseguibile, in questo come in altri campi (es. nei trasporti, nel lavoro e persino in casa) e l’enfatizzazione giornalistica e l’accanimento di qualche persona in caso di caduta di  rami o alberi devono essere culturalmente contrastati e ricondotti alla ragione; non si  vede mai, infatti, in caso immensamente più frequente, anzi quotidiano, di incidente  automobilistico, reclamare l’eliminazione delle automobili dalle città. Questo è ancora  più valido nell’era in cui siamo entrati, di eventi eccezionali ricorrenti a breve termine,  dovuti ai cambiamenti climatici: tifoni, venti che hanno raggiunto nel 2018 i 200 km/h  nel nord-est del nostro Paese. 

9) Vanno evitate fermamente specie arboree, arbustive ed erbacee invasive, infestanti,  estranee al nostro ambiente come, ad es. l’Ailanto e la canna della pampas (Cortaderia  selloana- graminacea che sta infestando la Riserva Naturale Pineta Dannunziana a  Pescara), anche per evitare il propagarsi di fitopatologie e parassitosi. 

10) Data l’impermeabilizzazione del suolo tipico dell’ambiente urbano, cosiddetta  “tecnocrosta” che impedisce all’acqua piovana di infiltrarsi nel suolo e di ricaricare le  falde idriche sotterranee, sicuramente in città, ove prevale l’aridità, si rendono  indispensabili, in taluni periodi, interventi di irrigazione di soccorso. 

11) Aree verdi per il drenaggio delle acque piovane: il deflusso delle precipitazioni piovose  urbane non adeguatamente gestito, può inquinare i corsi d’acqua o sovraccaricare il  sistema fognario provocando allagamenti e danni ingenti alla città e attivazione di  scolmatori di piena che necessariamente inquinano i corpi idrici ricettori . Programmi  avanzati (es. Green Streets in corso di realizzazione a Portland, popolosa città negli USA)  sono impiegati per il contenimento degli impatti di questo deflusso all’origine,  riproducendo alcune condizioni naturali attraverso l’uso di lembi di terra vegetata permeabili. In pratica si fanno diventare ovunque possibile le superfici libere, quelle  liberaste ex asfaltate delle strade e dei marciappiedi, spazi verdi lievemente sotto rilevati in cui convogliare diffusamente l’acqua piovana che così viene assorbita dal  terreno, filtrando anche le sostanze inquinanti (rain gardens). Le piante rallentano, con  il loro fogliame scolante, la caduta dell’acqua sul suolo e aiutano a farla penetrare nel  terreno con le radici. L’acqua piovana, anziché essere trattata come una specie di rifiuto  da convogliare in un tubo e avviare a uno scarico, diventa così una risorsa che ricarica la  falda e rinverdisce l’intero territorio. 

12) Attorno alla base dei tronchi deve essere lasciato un adeguato e significativo  quantitativo di suolo libero, fertile, sopra cui radunare le foglie cadute e altra  necromassa vegetale per pacciamatura, perché possano autocompostarsi e ridare 

nutrimento e fertilità alla pianta e al suolo e ove questo non è possibile, almeno adottare  nell’intorno pavimentazione drenante, inerbita calpestabile e/o rodabile.  

Indicazioni utili sono contenute nelle Linee guida di forestazione urbana sostenibile redatte per  Roma Capitale a cura di ISPRA (scaricabili dal sito istituzionale). 

Un caso particolare: la vegetazione prossima all’acqua 

La vegetazione dei fiumi, torrenti, piccoli corsi d’acqua, laghi, stagni, è assai particolare e  specifica quindi richiede, inevitabilmente, criteri e attenzione particolari. La presenza dell’acqua,  infatti, è il principale fattore di selezione da tenere presente perché solo talune piante si sono  evolute acquisendo la capacità di tenere le radici immerse senza che marciscano. La  distribuzione delle piante in presenza di un fiume, torrente o ruscello, varia se ci spostiamo lungo  una linea (transetto) trasversale alla direzione del flusso dell’acqua allontanandoci da essa.  Dentro l’acqua andranno specie erbacee (idrofite come Apium, il sedano d’acqua), piante  immerse a foglie galleggianti (pleustofite) come il Ceratofillo (Ceratophyllum demersum), il  Ranuncolo(Ranunculus) la lenticchia d’acqua nelle zone a corrente debole o assente (Lemna  minor e Lemna gibba ecc…). Nella zona di transizione tra acqua e terra c’è poi la vegetazione  delle elofite, termine con cui vengono chiamate le piante erbacee che hanno le radici e i rizomi  infissi nel fango, la parte basale del fusto immersa nell’acqua e il resto della pianta svettante in  ambiente aereo come la comune cannuccia d’acqua (Phragmites australis). Questa pianta  erbacea (come altre consorelle quali la Tifa detta anche “mazzasorda” e che comunemente si  rinviene spontanea con due specie: Typha latifolia e Typha angustifolia) è assai flessibile  resistentissima alla trazione, ben ancorata con radici e rizomi (che ossigenano i limi in  profondità) e in grado di resistere alle piene. Allontanandoci pochissimo dall’acqua, sulle  sponde, si insediano principalmente le Salicaceae, (Pioppi e Salici) prima in forma arbustiva e  poi appena dietro a queste, in formazioni arboree che possono raggiungere dimensioni assai  ragguardevoli. Spesso di trova l’Ontano nero (Alnus glutinosa) e il Sambuco (Sambucus nigra). Le Salicaceae sono piante a rapido accrescimento, dai rami assai fortemente flessibili ma  resistentissimi alla trazione, con radici assai fortemente ancorate nel terreno e capaci di  mantenerle ossigenate, caratteristiche che forniscono la capacità di resistere, come avviene per  le elofite, alla violenza delle piene che spezzerebbero o estirperebbero qualsiasi altra pianta a  legno duro e non flessibile. Il loro legno è molto tenero e leggero. Allontanandosi ancora di più  dall’acqua lungo la linea trasversale al flusso delle corrente, troviamo via via alberi con legno più  duro: frassini, olmi e poi ancora, più lontano e in condizioni più asciutte sui rilevati dei terrazzi  fluviali, carpini , querce e altri diversi alberi a legno duro, non più così flessibile e quindi incline  a spezzarsi ma che vivono oramai lontano dai livelli raggiungibili dalle piene, e non sono  minacciate da queste. 

La vegetazione fluviale è un elemento tipico e caratterizzante del paesaggio. Senza di essa con  le sue stupefacenti caratteristiche di adattamento all’essere perennemente in ammollo e a  sopravvivere alla violenza delle piene periodiche alle quali nessun altro tipo di vegetazione può  resistere, tutti i nostri corsi d’acqua apparirebbero spogli, desertificati come i canali di Marte.  Con la sua presenza invece, la vegetazione stabilizza le sponde, frena l’impeto della corrente,  mitiga le piene trattenendo l’acqua a monte e consentendone l’infiltrazione nelle falde, con la sua lettiera funge da filtro tra terra e acqua, impedendone l’intorbidamento e la contaminazione  da inquinamento diffuso. In pratica nel corso dell’evoluzione naturale, il fiume ha costituito un  severo fattore di selezione della vegetazione …e la vegetazione fluviale selezionata così come la  conosciamo, ha costituito fattore ecologico che ha condizionato l’ambiente fluviale nelle sue  caratteristiche funzionali , estetiche e paesaggistiche. L’ecotono acqua-terra, vale a dire la zona 

di transizione fra i due ecosistemi, è la più ricca in assoluto di biodiversità: ospita o dà rifugio a  un numero vastissimo di insetti, a oltre la metà degli uccelli italiani, alla totalità degli anfibi e  buona parte degli animali selvatici. Alcuni scienziati hanno definito questo nastro come  “supermarket of biodiversity”. Va pure tenuto presente che questa vegetazione è essenziale per  l’ecologia dell’ambiente acquatico e per il suo potere autodepurativo naturale: fornisce ombra  all’ambiente acquatico evitandone, anche con l’evapotraspirazione, il riscaldamento, fornisce  apporti trofici alla vita acquatica sottoforma di foglie morte e di necromassa vegetale in genere che cadono nella corrente. Nell’ecologia del paesaggio (Landscape ecology), infine, i corsi  d’acqua sono i principali corridoi ecologici esistenti in natura: dentro di essi, accanto ad essi sulle  sponde, sopra di essi per gli uccelli migratori, sono vere autostrade della natura ed elementi di  orientamento e di riferimento geografico per la fauna. Per questo motivo il corso d’acqua  dev’essere vegetato, senza barriere o interruzioni lungo il continuum dell’asta fluviale e  accessibile anche trasversalmente, per consentire alla fauna la transizione acqua/terra. La sua  vegetazione dev’essere quanto più possibile continua e di adeguato spessore che per i fiumi non  dovrebbe essere inferiore a 30 metri. 

Nella progettazione del verde in prossimità di un corso d’acqua, pertanto, occorre rivolgersi più  che mai alla vegetazione riparia spontanea potenziale del luogo e dispiegare il progetto lungo  un transetto trasversale al corso d’acqua, valutando l’allontanamento dalla stessa. Si tratta in  definitiva, di compiere un processo di vera e propria rinaturalizzazione, su basi scientifiche, pena  clamorosi fallimenti e perdita di funzioni ecologiche essenziali. La vegetazione riparia è  compatibile con percorsi ciclo-pedonali o attrezzati per lo sport, purchè prossimi all’acqua ma  non immediatamente a ridosso della stessa.  

L’importanza dei vivai pubblici 

Il vivaio pubblico (regionale, forestale o comunale) è uno strumento strategico decisivo per la  gestione ecosistemica del verde urbano secondo i criteri sopra indicati. Infatti nell’attuale  panorama del mercato delle piante, è difficile trovare disponibilità di molte specie e degli ecotipi locali “giusti” da impiantare, oltre ad avere i limiti severi della non attenzione alla biodiversità  genetica intraspecifica. Per quanto riguarda gli arbusti e le erbacee, inoltre, molte specie sono  e resteranno introvabili perchè neppure prese in considerazione per lo scarso o nullo valore  commerciale. Ne deriva che per un’adeguata gestione del verde urbano e periurbano molte  specie devono essere necessariamente coltivate in proprio, partendo dall’individuazione degli  ecotipi locali da riprodurre da seme o per clonazione vegetativa e con criteri scientifici (es.  raccolta dei semi composita, diffusa, in condizioni diversificate e mai unicamente da uno stesso  albero….). Ai fini della gestione ecosistemica del verde urbano i macro-obiettivi da assegnare a  un vivaio possono essere così riassunti: 

– Individuare flora spontanea locale e i modelli concettuali vegetazionali spontanei  presenti sul territorio; 

– Coltivare alberi e arbusti tipici del territorio, a partire da ecotipi locali, per destinarli al  verde pubblico e privato (salvaguardia della biodiversità tramite coltivazione ex situ) e  per la bellezza e il decoro urbano; 

– Individuare di aree da poter rinaturalizzare (compatibilmente con le necessità di  fruizione pubblica) e contribuire alla progettarne degli impianti; 

– Individuare i corridoi ecologici da salvaguardare, da ripristinare o da realizzare; – Ridiffondere in ogni modo, direttamente o indirettamente, le piantine prodotte; 

– Svolgere attività didattica sul verde in città; 

– Applicare, d’intesa con il Comune, la Legge 14 gennaio 2013, n. 10, recante “Norme per  lo sviluppo degli spazi verdi urbani” per quanto riguarda l’art. 1 (Svolgimento della festa  dell’Albero) e il complesso delle azioni di cui agli artt. 6 e 7). 

– Dare applicazione alla legge 29 gennaio 1992, n. 113 cosi’ come modificata dalla  precedente legge obbligo per i comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti di  porre a dimora un albero per ogni neonato o minore adottato). 

– Realizzare un orto botanico presso il vivaio, con relativo Centro Studi e Documentazione  e attività didattica. 

I vivai a gestione pubblica o affidati dall’Ente Pubblico a cooperative o Associazioni del Terzo  Settore, necessitano di un salto di qualità: divengano in definitiva, veri musei all’aperto,  biblioteche viventi, centro-studi e di monitoraggio, sedi di ricerca e centri di educazione  ambientale in rapporto con le scuole, Università e Istituti di Ricerca, custodi della  biodiversità e promotori della stessa attraverso la ri-diffusione delle specie vulnerabili e  rarefatte, rare o in via di estinzione, endemismi. Possono recuperare tradizioni legate  all’uso delle specie vegetali (alimentare, per mobili o suppellettili, attrezzi da lavoro,  produzione di fibre e di tessuti e da colorare con sistemi naturali ecc). I vivai sono uno  strumento operativo fondamentale per la conservazione, per la sostenibilità e per  l’elevazione culturale. 

Per concludere: alberi e clima globale 

Le preoccupazioni del mondo scientifico e di larghi settori della pubblica opinione e dei  governi per gli effetti dell’alterazione del clima globale sollecitano azioni immediate ed efficaci per la riduzione della concentrazione dei gas –serra in atmosfera, a partire  dall’anidride carbonica che è quello più abbondante. L’umanità è chiamata, con urgenza, a  rivedere tutto l’attuale modello energetico basato sui combustibili fossili, con cui abbiamo  portato la biosfera sull’orlo del disastro, e avviare una transizione energetica basata sulle  fonti rinnovabili non carboniose (e quindi ad abbandonare anche l’impiego massiccio delle  biomasse legnose per uso energetico) e rispettose dell’ambiente e del paesaggio. Oltre al  vasto tema del risparmio e dell’efficienza energetica, la via della produzione dell’idrogeno  “pulito” da fonte solare-fotovoltaica saggiamente pianificata, come vettore energetico,  appare quella più promettente. Nel frattempo occorre applicare strategie di adattamento  per contenere i danni da alluvioni, tifoni, valanghe, ondate di calore, incendi boschivi,  processi di desertificazione, aumento del livello dei mari, scioglimento dei ghiacciai  (fenomeno che minaccia l’alimentazione di sorgenti, dei fiumi e degli acquedotti), che  oramai vanno verificandosi con frequenze ravvicinate. Tuttavia il contenimento drastico  delle emissioni di anidride carbonica da solo non è sufficiente: ad essere alterato è l’intero  ciclo del carbonio in quanto l’entità delle emissioni ha superato e continua a superare  largamente la possibilità di assorbimento operato dai boschi, dalle foreste e in generale dal  complesso degli alberi ed altri vegetali con i propri processi fotosintetici. Ne deriva che  occorre incrementare in ogni modo la superficie fotosintetica mondiale. L’umanità ha negli  alberi i più formidabili alleati – anzi, gli unici alleati – per contrastare i mutamenti climatici e  fissare a terra il carbonio che si trova in eccesso nell’atmosfera, nelle proprie strutture  (tronchi, rami, radici, foglie, lettiera), nei loro ecosistemi e in quelli correlati. Nella lettiera  di un bosco si fissa da quattro ad otto volte più carbonio di quanto avvenga nel biota legnoso.  Gli alberi possono farlo velocemente. Occorre pertanto rispettare il patrimonio arboreo  esistente e incrementarlo per quanto possibile, con decisione, con ostinazione, fino al 

dettaglio dei pochi metriquadri disponibili anche in città. Il Testo Unico Forestale  recentemente approvato, la proliferazione delle centrali elettriche a biomasse (trasformate  in necromasse) incentivate dai formidabili contributi statali e i tagli delle alberature operati  da moltissimi comuni italiani e dall’ANAS, con rinnovato vigore, sembrano andare in  direzione uguale ma… nel verso perfettamente contrario. È compito di coloro che hanno  capito, svolgere le pressioni necessarie per orientare le cose nel verso scientificamente  giusto per una società capace di futuro. Piantare alberi, piantare, piantare: è la parola  d’ordine che dovrebbe essere adottata e praticata ovunque.

1 Healthly Air, a global analysis of the role of urbani trees in addressing particulate matter pollution and  extreme heat – AA:VV: Nature Conservacy. Studio finanziato da China Global Coneseration Fund e  North America urban programs of nature conservacy), pagg. 1 – 130. (disponibile gratuitamente on line)

2(Chiesura, A. 2010. http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/verso-una-gestione ecosistemica-delle-aree-verdi)

Le piante delle sponde: la vegetazione ripariale

Le piante delle sponde: la vegetazione ripariale

di Giovanni Damiani – pubblicato sul Volume 2 di Simbiosi Magazine (https://www.simbiosimagazine.it/)

La vegetazione spontanea che si insedia lungo le rive dei fiumi, torrenti e ruscelli, viene chiamata “ripariale”.  La sua struttura forestale è condizionata principalmente dalla vicinanza all’acqua. La troviamo pertanto anche sulle rive dei laghi, degli stagni e in zone umide o soggette ad allagamento e dove la falda freatica è raggiungibile dalle radici delle piante. La componente arborea è costituita, in Italia, soprattutto dalle Salicaceae, una grande famiglia che include tutti i pioppi e i salici. Essa è una componente fondamentale degli ecosistemi fluviali e ha caratteristiche molto particolari, acquisite nel corso dell’evoluzione naturale in prossimità all’acqua, del flusso della corrente, del regime idrologico e, non ultimo, dal clima.

Parliamo infatti di piante che hanno la capacità di avere il proprio apparato radicale in immersione perenne o per lunghi periodi nell’acqua, senza che le radici marciscano, e per questo vengono chiamate “freatofite”. Questa è una caratteristica importante, perché la falda freatica in prossimità di un corso d’acqua o di un lago è quasi sempre affiorante o giacente a poche decine di centimetri di profondità.  Gli ambienti di acque correnti poi sono soggetti a scariche di piene e a esondazioni, con energie fortissime che tendono a trascinare via ogni cosa.  Vicino a essi nessuna specie arborea a legname duro e rigido e che non abbia un solido ancoraggio nel terreno potrebbe sopravvivere e prosperare: a ogni piena le piante verrebbero spezzate ed eliminate fin dalla giovane età.  

L’energia cinetica delle acque nel corso dell’evoluzione ha quindi avvantaggiato il tipo di vegetazione particolare adatta a vivere in un ambiente tanto ostile grazie alla flessibilità estrema dei rami e dei giovani tronchi, alla loro resistenza eccezionale alla trazione (vale a dire allo strappo), con solido ancoraggio a terra garantito da apparati radicali assai sviluppati, con diverse ed efficienti modalità di riproduzione e ad accrescimento rapidissimo adatto a fronteggiare i diversi regimi stagionali delle acque. 

Salici e pioppi si riproducono infatti facilmente per polloni e per talea (riproduzione agamica, che praticamente è una clonazione). Attecchiscono con questa modalità anche in luoghi lontani da quello d’origine, perché un tronco sradicato da una piena o dal vento o un ramo verde spezzato e caduto in acqua può dare vita a un nuovo albero anche a molti chilometri di distanza dove sarà stato portato e depositato dalla corrente, in genere presso un’ansa.

Anche la riproduzione sessuata è molto particolare rispetto ad altre essenze forestali. I semi dei pioppi e dei salici, infatti, sono assai minuscoli e leggerissimi. Il frutto è una capsula che contiene semi a forma di bastoncino, in genere in numero di 8 – 10, esili, lunghi uno o due millimetri, privi di albume e quindi  praticamente pressoché privi sostanze nutritive di riserva a differenza, ad esempio, dei frutti dei faggi (fagìole) o delle ghiande delle querce. Essi sono in grado di germinare immediatamente dopo essere stati emessi ma possono restare vitali, in quiescenza,  per un periodo limitato, in genere solo di qualche mese, trascorsi i quali muoiono. I piccolissimi embrioni possono germinare poi solo in condizioni di suoli con elevata umidità. I generi Salix e Populu sono dotati tuttavia di semi non molto longevi.

Le Salicacee sono soggette, in generale, a facile ibridazione. Non è un limite al successo della loro riproduzione sessuale…anzi.  Queste piante infatti impiegano la propria energia vitale per produrre una straordinaria quantità di semi, come possiamo vedere comunemente nei pioppi. Questi sono piante a sessi separati e gli esemplari femminili producono i propri embrioni leggerissimi, circondati da un arillo cotonoso espanso (comunemente chiamati “pappi”), in quantità straordinarie; questi si disperdono “veleggiando” nell’aria e possono essere trasportati dal vento a distanze incredibili; tuttavia per queste piante la modalità di propagazione aerea non è la sola a disposizione, perché ve ne è un’altra che potremmo definire di  “microfluitazione” o di “drift”. Parliamo dei pappi depositatisi sull’acqua dei fiumi, galleggiando sulla superficie, che vengono trasportati a valle e in buona parte terminano il loro viaggio col posarsi su qualche parte del greto ove i semi possono germinare.  Stocasticamente con questa strategia saranno molti i semi “fortunati” che troveranno condizioni idonee di sviluppo, iniziando ad emettere immediatamente una radichetta embrionale che diviene poi un fittone che si accresce in pochi giorni. Così, quando nel nostro clima mediterraneo arrivano le piogge e le piene autunnali-invernali, le plantule che hanno germinato per prima, flessibilissime, e che hanno già acquisito un ancoraggio radicale di 30 – 40 cm o più, piegandosi nella corrente divenuta forte minimizzano la propria esposizione all’acqua, riuscendo a non essere estirpate. 

Tutta la struttura dell’albero sembra adattata allo scopo di una grande produzione di semi e a un accrescimento veloce. Il polline ad esempio è molto piccolo (25-30 millesimi di millimetro) ma molto abbondante e l’impollinazione può essere sia anemofila che entomofila. Osserviamo la foglia di un pioppo: ha un picciolo ben allungato, schiacciato lateralmente, con elasticità “giusta” perché possa oscillare su un piano sub-orizzontale al minimo spirare del vento. L’albero così può permettersi di avere tante foglie a lamine larghe che, come ogni altro albero, sono disposte per captare quanta più luce ma, nel nostro caso, c’è un vantaggio in più dovuto alla facilità e al “tipo” di movimento che fanno sì che  molta luce solare possa filtrare anche negli strati di fogliame inferiori che viceversa rimarrebbero in semi-ombra. Questa particolarità fornisce all’albero maggiore capacità fotosintetica, un “motore biologico turbo” che è alla base della notevole velocità di accrescimento. Vista da lontano la massa delle foglie di un pioppo che oscillano al vento richiama alla mente il brulichio di una folla umana in un mercato o una festa padronale di paese: viene attribuito a questa similitudine il termine  del genere , “Populus” (popolo).  La flessibilità dei rami dei salici è tale che viene sfruttata fin dall’antichità per realizzare, intrecciati finemente, cesti assai leggeri e resistenti, nasse per la pesca fluviale e, in passato, persino per ponti per l’attraversamento dei corsi d’acqua, chiamati “ponti di fascine”. 

In definitiva queste piante assommano in sé una molteplicità di strategie di riproduzione, di crescita e di adattamento che ne determina il successo evolutivo. Se è vero che la presenza del fiume con i suoi episodi di violenza ha determinato la selezione delle caratteristiche uniche di questa vegetazione, è altrettanto vero che essa ha determinato l’aspetto fisico e morfologico dell’ambiente fluviale e del paesaggio. Se non ci fosse questa vegetazione (unitamente a quella erbacea come Fragmites, Tipha, Carex, Scirpus che hanno le medesime caratteristiche di ancoraggio radicale, flessibilità e di resistenza allo strappo), i nostri corsi d’acqua apparirebbero come desolati canali con le ripe franose simili ai canyon del Rio Grande: la violenza delle acque avrebbe eroso, scavato e desertificato tutto l’immediato intorno. 

La vegetazione riparia svolge diverse funzioni essenziali negli ecosistemi acquatici.  Innanzitutto è un efficace filtro -tampone protettivo della qualità dell’acqua. La lettiera riparia è assai spessa, soffice e umificata, in grado di bloccare quasi tutto quello che le acque meteoriche, ruscellando superficialmente, erodono dai terreni circostanti, inclusi gli inquinanti diffusi che vengono trappolati, degradati o, per gli inquinanti persistenti come i metalli pesanti, resi non biodisponibili. Il pabulum microbico della lettiera e dell’humus riesce a scomporre in tempi bevi anche sostanze organiche xenobiotiche normalmente resistenti alla biodegradazione. Un fiume che ha la sua vegetazione integra, inoltre, presenta generalmente acque limpide perché è ridotta o completamente bloccata l’erosione meteorica superficiale dei terreni circostanti.  .  

Inoltre le foglie che in autunno cadono in acqua hanno un ruolo ecologico importantissimo per la vita fluviale: quelle dei pioppi e dei salici sono particolari: presto si rigonfiano divenendo più tenere, poi divengono color marrone perché colonizzate al loro interno da microfunghi che le arricchiscono di elementi nutritivi, e infine costituiscono una dieta ottimale per l’intera copiosa comunità degli organismi invertebrati acquatici detritivori che sono a loro volta alla base, ad esempio, dell’alimentazione dei pesci, del merlo acquaiolo, dell’avifauna limicola e degli anfibi. Gran parte degli apporti trofici negli ecosistemi fluviali deriva dalla vegetazione di sponda, piuttosto che dagli organismi fotosintetici che vivono immersi nella corrente. 

Le funzioni importantissime della vegetazione riparia nell’ecologia fluviale sono ancora tante. Ne fornisco un rapido accenno. Essa fornisce ombreggiamento limitando, nei tratti di alveo fotosintetici, l’eccesso di proliferazione algale e l’abbagliamento delle specie animali che non amano la luce diretta come molti invertebrati e le trote (che sono sprovviste di palpebre) e che predano gli invertebrati.  Protegge inoltre l’acqua dal riscaldamento, sia con la propria ombra e sia per l’evapotraspirazione che è piuttosto elevata; bisogna richiamare il fenomeno fisico per cui il cambiamento di stato dell’acqua da liquida a vapore avviene a spese dell’energia sottratta all’ambiente esterno, cosicchè l’evapotraspirazione funziona come un condizionatore che riduce la temperatura ambientale. Le basse temperature favoriscono un adeguato tenore di ossigeno disciolto a tutto vantaggio per la vita acquatica. La vegetazione dei corsi d’acqua realizza microhabitat per una moltitudine di organismi e favorisce un’elevatissima biodiversità entro l’acqua e sulle sponde; le radici flottanti degli alberi sono microhabitat per molte specie e zone di rifugio per i pesci. È una vegetazione che consolida e stabilizza le sponde, contrastandone l’erosione e il franamento che causano l’interrimento accelerato di zone fluviali di pianura.  Con la sua “rugosità”, unitamente alla vegetazione erbacea e ai salici arbustivi, frena l’impeto della corrente, trattiene più a lungo l’acqua sul territorio mitigando le piene, aumentando i “i tempi di corrivazione” e in definitiva svolgendo un’imponente azione di regimazione che contrasta il rischio idrogeologico. Il permanere dell’acqua rallentata sul territorio inoltre ne favorisce l’infiltrazione laterale e la diffusione all’interno i ghiaioni permeabili delle sponde e quindi la ricarica delle falde.  

La vegetazione riparia intrappola i nutrienti il cui eccesso è assai nocivo per le acque e, per quanto riguarda quelli azotati, attraverso le reazioni nitro-denitro li scompone fino al livello di azoto elementare che viene restituito all’atmosfera. Favorisce inoltre la transizione acqua – terra di specie animali: insetti come le libellule, le effimere, svariate famiglie di ditteri, ma anche vertebrati come tutti gli anfibi, molti rettili… Lo svolgersi del ciclo della materia, tanto più efficace quando maggiore è la biodiversità nell’ecosistema, aumenta l’efficienza dell’autodepurazione biologica tipica delle acque correnti e la cui “funzionalità” è oggi alla base delle finalità della normativa introdotta dalla Direttiva Quadro sulle Acqua (Framework Water Directive 60/2000/CE e della normativa italiana D.Lsl 152/2006 e s.m.i.). 

La fascia ecotonale acqua-terra perennemente umida o di acque bassissime o a inondazione periodica, ricca anche di vegetazione erbacea che ha le radici o i rizomi immersi nell’acqua e la parte restante aerea, come la cannuccia d’acqua, le tife e i carici (chiamata “elofitica”) è quella a più alta efficienza autodepurativa. Questi ambienti infatti vengono oggi “copiati” e riprodotti artificialmente, come veri e propri impianti di depurazione degli scarichi fognari che in Italia sono noti come “fitodepuratori”, raccomandati peraltro dalla normativa per le caratteristiche di basso impatto ambientale e alta efficienza, economicità di gestione e perfetto inserimento nel paesaggio in cui risultano non percepiti alla vista. 

Le fasce ripariali costituiscono i principali habitat di rifugio per la fauna e sono “corridoi ecologici” naturali del territorio per i mammiferi lungo le sponde, per l’avifauna migratrice che memorizza, per orientarsi, le linee dei corsi d’acqua come riferimenti geografici, mentre all’interno delle acque il corridoio fluviale consente le migrazioni interne dei pesci. 

Alcuni ricercatori che studiano gli ambienti fluviali e le zone umide (wetlands) hanno definito questi ambienti “supermarkets of biodiversity”: ambienti ricchissimi di specie. Essi, per gli aspetti della biodiversità,  sono la nostra “Amazzonia”.  Quanto conta la vegetazione riparia sulla buona dotazione di biodiversità, sulla stabilità ecosistemica, sulla resilienza e sulla “funzionalità”, aspetti che garantiscono insieme anche benefici ecosistemici, è cosa che sfugge alla normale comprensione. Cito un esempio illuminante. In Abruzzo fiumi di acque sorgive oligominerali, purissime, come il Vera (Paganica-L’Aquila), il Tirino superiore (Bussi e Capestrano- Pescara) hanno livelli naturalità elevati e di biodiversità straordinari, con presenza di specie rare, come plecotteri, estinti altrove per la loro sensibilità ai disturbi ambientali, ed endemismi. A pochi chilometri nello stesso areale il fiume Giardino (la cui portata è ridotta a causa di captazione della sorgente ad uso acquedottistico), con acque oligomineali e perenni, è privo della quasi totalità delle specie rispetto ai predetti fiumi. 
La differenza sta nel fatto che il Vera e il Tirino superiore hanno ripe vegetate ed alveo naturali, mentre il Giardino ha sponde prive di qualsiasi vegetazione arborea e sponde ed alveo sistemati con il cemento. Quanti danni fanno le sistemazioni degli alvei e delle sponde con il cemento e con  le gabbionate, le cosiddette “regolarizzazioni” di corsi d’acqua, i tagli indiscriminati della vegetazione riparia, che ancora oggi vengono effettuate, per giunta con denaro pubblico! 

Mentre scrivo un albericidio è in atto nel Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, in provincia dell’Aquila, e stragi simili mi vengono segnalate in Romagna e in altre parti d’Italia. Alla base di queste azioni riprovevoli c’è la frammentazione delle competenze, l’interesse a lucrare sul legname, spesso l’ignoranza spinta di funzionari pubblici che rivestono ruoli-chiave nei processi amministrativi, l’assenza di controlli, autorizzazioni date con leggerezza stravagante, errate convinzioni idrauliche (velocizzare le acque perché non esondino localmente, ma aggravando il rischio idraulico a valle), incapacità di cogliere lo spirito e il dettato della Direttiva Quadro Europea delle acque, che ha come obiettivo il ripristino di flora e fauna a un buon livello di integrità ecologica e idromorfologica per garantire il potere autodepurativo degli ambienti acquatici.

La normativa vigente imporrebbe l’esatto contrario di quanto è in atto: la riqualificazione ecologica dei corsi d’acqua, e la restituzione ai fiumi del proprio spazio vitale. Ma questa è materia per un altro articolo. Ovviamente lungo i nostri corsi d’acqua non troviamo solo Salicaceae: importante è la presenza, ad esempio, dell’Ontano nero (Alnus glutinosa), del Sambuco (Sambucus nigra) e diverse altre specie tra cui poco noto è probabilmente l’Oleandro (Nerium oleander) che in fiumi della Sardegna dà luogo a fioriture spettacolari. Man mano che ci allontaniamo dall’acqua troviamo alberi a legname sempre più duro, passando per i frassini (Fraxinus excelsior e F. oxycarpa), olmi (Ulmus minor) ma anche aceri campestri, fino ad arrivare, nelle zone oramai abbastanza asciutte, alle querce, ai faggi e altre specie di habitat completamente diverso.  

Che fare per la riqualificazione dei fiumi e il restauro del paesaggio? Tra le tante cose basterebbe solo un provvedimento di effettiva tutela delle sponde per una fascia spessa circa 150 metri, o per quanto possibile, per vedere rinascere o comunque migliorare di molto la qualità dei nostri fiumi e il paesaggio senza spendere un solo euro. La vegetazione riparia infatti è talmente rapida nel ri-colonizzare spontaneamente i suoi spazi e ad accrescersi che in pochissimi anni con la sola tutela avremmo già risultati sorprendenti. 

                                                     .  

SUL DEPOSITO NAZIONALE PER I RIFIUTI RADIOATTIVI 

SUL DEPOSITO NAZIONALE PER I RIFIUTI RADIOATTIVI 

a cura di Giovanni Damiani 

(già Direttore dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente e Autorità di sicurezza nucleare e  radioprotezione) 

Premessa 

Il presente documento ha finalità di discussione e confronto. E’ rivolto al pubblico, in particolare al  mondo dell’Associazionismo, e vuole contribuire a fornire un quadro per la comprensione  dell’importanza epocale del percorso avviato per l’individuazione del sito per la costruzione del  Deposito Unico Nazionale per i rifiuti radioattivi italiani. Intende stimolare una partecipazione responsabile e cosciente. Pertanto contiene le informazioni essenziali su questo tema, scritte in  maniera il più possibile piana e chiara, e -soprattutto- formula proposte. Non affronta problemi  più vasti legati alla materia nucleare, quali l’assetto istituzionale italiano, la sproporzione economica  e tecnologica tra nord e sud del Paese, il carico di insediamenti tecnologici e il loro impatto regionale nelle varie situazioni, il tema delle alternative energetiche rinnovabili ed effettivamente sostenibili  che sono urgenti e necessarie per fronteggiare la crisi climatica, sociale, occupazionale ecc.. E’  volutamente monotematico perché possa essere utile oggi, rispetto all’iter in corso, per il  posizionamento del Deposito. Aver recintato l’argomento finalizzato a un preciso -importantissimo passaggio di un iter che in questi mesi costituiscono un appuntamento d’importanza storica, non  significa cedere ad una valutazione riduzionista, ma al contrario, si vuole contribuire ad inquadrare  le scelte attuali , tecniche e politiche, nella loro complessità. 

Il programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi 

In quanto programma è stato sottoposto a procedura di V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica)  conclusa con decreto VAS n. 340 del 10 novembre 2018. Il documento, di 58 pagine, articolato in sette capitoli, è consultabile on line:  

https://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/rifiuti_radioattivi/programma_confo rmepdfa.pdf:  

Se ne consiglia la lettura per approfondimenti.  

Il percorso della consultazione 

La Commissione europea nel novembre 2020 ha notificato all’Italia (insieme ad Austria e Croazia)  l’attivazione di una procedura di infrazione per non aver ancora adottato un programma nazionale  per la gestione dei propri rifiuti radioattivi, conformemente alle norme dell’Ue, e in particolare alla  direttiva 2011/70 Euratom sul combustibile esaurito degli impianti nucleari e sugli altri rifiuti  radioattivi. Gli Stati membri erano tenuti a recepire la direttiva entro il 23 agosto 2013 e a notificare  i loro programmi nazionali alla Commissione entro il 23 agosto 2015.  

 Si parla inutilmente della necessità di sistemare questa tipologia di rifiuti dal 1968. Il tentativo  di imporre manu militari e con un commissario che poteva agire extra ordinem la realizzazione del  deposito Unico Nazionale per i rifiuti radioattivi a Scanzano Ionico (MT) nel 2003, senza nessun  riguardo e adeguata informazione per la popolazione, fu giustamente respinta a furore di popolo  con manifestazioni tra le più straordinarie verificatesi in Italia, concluse con la marcia delle 100mila  persone. Oggi non ostante il periodo di pandemia, l’argomento è stato ripreso e iterato in termini  frettolosi e con diverse importanti lacune per via di una documentazione che era da tempo nei cassetti e che non è stata aggiornata. I tempi stretti per evitare le pesantissime possibili sanzioni  dell’Unione Europea rischiano pure di sacrificare la partecipazione effettiva del pubblico, che  dev’essere adeguata, profonda, sostanziale e non burocratica, come passaggio ineludibile per un  argomento di così tanta importanza. 

E’ stata resa nota da parte di SOGIN con l’assenso dei Ministri per lo Sviluppo Economico e il Ministro  dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (di  seguito con l’acronimo CNAPI) per la realizzazione del Deposito Nazionale per i Rifiuti Radioattivi con  annesso Parco tecnologico. 

Dal 5 gennaio 2021 è stata avviata la fase di consultazione, della durata di 60 GIORNI1(documento  per la consultazione), alla quale è possibile iscriversi online;  

Entro 120 GIORNI dalla pubblicazione, si terrà un seminario nazionale a cui parteciperanno vari  soggetti tra cui l’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (di seguito  chiamato con l’acronimo ISIN2), Enti Locali, associazioni di categoria, sindacati, università, enti di  ricerca, portatori di interesse qualificati. 

Dopo il Seminario Nazionale, Sogin raccoglierà NEI SUCCESSIVI 30 GIORNI le ulteriori osservazioni  trasmesse formalmente a Sogin e al Ministero dello Sviluppo Economico e redigerà la proposta di  Carta Nazionale delle Aree Idonee (in seguito con l’acronimo CNAI). 

La CNAI verrà nuovamente sottoposta ai pareri del Ministro dello Sviluppo Economico, dell’ente di  controllo ISIN, del Ministro dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare e del Ministro delle  Infrastrutture e dei Trasporti. 

In base a questi pareri, il Ministero dello Sviluppo Economico convaliderà la versione definitiva della  CNAI, che sarà quindi il risultato dell’integrazione nella CNAPI dei contributi emersi e concordati  nelle diverse fasi della consultazione pubblica. 

Come si arriva all’individuazione del sito idoneo definitivo 

Con l’approvazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), Sogin aprirà la successiva fase di  confronto finalizzata a raccogliere le manifestazioni d’interesse, volontarie e non vincolanti, da parte  delle Regioni e degli Enti Locali il cui territorio ricade anche parzialmente nelle aree idonee a ospitare  il Deposito Nazionale con annesso Parco Tecnologico. 

Nel caso in cui non venissero espresse, da parte di Enti Locali, manifestazioni d’interesse, o qualora  queste fossero pervenute ma successivamente ritirate, Sogin “dovrà promuovere trattative bilaterali  con le Regioni nel cui territorio ricadono le aree idonee”.  

In caso di insuccesso delle trattative bilaterali (mancata intesa), verrà convocato un tavolo  interistituzionale, come ulteriore tentativo di pervenire a una soluzione condivisa.3  

Non è specificato, dai documenti ufficiali, cosa accadrebbe in caso di assenza assoluta e ripetuta di  manifestazione d’interesse per cui riteniamo che non sia escluso che si agirebbe d’ufficio. 

Dopo l’individuazione del sito sono necessarie altre due procedure 

Il progetto del Deposito dovrà essere sottoposto a V.I.A. (Valutazione dell’Impatto Ambientale)  Nazionale, sulla base di un S.I.A. (Studio d’Impatto Ambientale) redatto dalla SOGIN in qualità di  proponente. Dovrà contenere opzioni a confronto sulle scelte effettuate, un quadro programmatico  che verifichi l’aderenza a tutte le norme esistenti, ai trattati internazionali, alla pianificazione  territoriale, e previsioni d’impatto su aria, acque superficiali e sotterranee, suolo, rumore, flora,  fauna, ecosistemi, salute pubblica, elettromagnetismo, accessibilità, eventuale cumulo con altri  progetti o insediamenti impattanti fino all’impatto percettivo dalle varie visuali. La V.I.A. , corredata  anche da un documento di sintesi non tecnica, richiede obbligatoriamente il diritto di  partecipazione del pubblico, di Enti, delle categorie interessate quali Sindacati, Associazioni di  protezione Ambientale, ecc…) che possono visionare il progetto e formulare osservazioni alle quali  va data risposta. Richiede altresì il parere obbligatorio delle Regioni, delle ARPA e delle  Soprintendenze competenti per territorio. Il parere di compatibilità ambientale VIA è reso con  Decreto, può contenere prescrizioni e compensazioni vincolanti e prevedere verifiche di  ottemperanza. Fra le prescrizioni particolare attenzione può essere rivolta anche agli aspetti  percettivi-visuali relativi all’inserimento delle opere nel paesaggio con coperture a verde secondo il  modello vegetazionale spontaneo naturale di luoghi. 

Il progetto dovrà altresì ottenere il parere dell’ISIN per tutti gli aspetti radiologici e di radioprotezione  sanitaria e ambientale del Deposito, con riguardo ai lavoratori, alle popolazioni interessate e  all’ambiente in area vasta con prescrizioni sulle cautele connesse da adottare. 

Qual’è l’origine dei rifiuti radioattivi italiani e dove si trovano attualmente? 

I rifiuti provengono: 

➔ Dalle quattro centrali elettronucleari chiuse a seguito del referendum del 1987 e consistono  in elementi di combustibile irraggiato, rifiuti gestionali, parti radiologicamente contaminate  esito del decommissioning (vale a dire dello smantellamento) in corso4

➔ Dagli impianti di ricerca e/o di riprocessamento (Eurex in Saluggia – Vercelli; ITREC in  Rotondella – Matera , OPEC e IPU in Roma alla Casaccia; ma esistono altre casistiche come  Fabbricazioni Nucleari (FN) di Bosco Marengo (Alessandria) e laboratori in ambito  universitario.  

➔ Dai reparti di medicina nucleare e di radiologia medica (cosiddetti “medicali”). ➔ Dall’industria (gamma-grafie per la verifica delle possibili imperfezioni interne delle saldature  meccaniche, dalla produzione di lastre in macchine a controllo numerico ottimizzato…). ➔ Da materiali dismessi del secolo scorso (sorgenti di gamma-grafia di officine meccaniche  dismesse, parafulmini radioattivi, aghetti di Radio o sorgenti usati in medicina, sorgenti di  Cobalto60 usate in passato per l’irraggiamento di sementi e tuberi [problema: vagabonding5 di materiale radioattivo che può potenzialmente verificarsi con il recupero di ferro, acciaio o  alluminio destinati al riciclo]. 

Ne deriva che quando parliamo di materiali radioattivi non dobbiamo pensare solo alle centrali  elettronucleari di potenza, agli impianti di riprocessamento dei combustibili irraggiati di quelle  centrali, ma ci riferiamo a un mondo assai più vasto che ha prodotto in passato e continuerà a  produrre in futuro anche se in maniera molto ridotta per la chiusura delle centrali nucleari, rifiuti  radioattivi che è necessario gestire. 

Non tutti gli impianti sono affidati a SOGIN, com’è visibile dalla figura che segue. 

Le Linee Guida che regolano le valutazioni per il sito e per il deposito 

La GUIDA TECNICA n. 29 dell’ISPRA (emanata nel 2014 e approvata dall’Agenzia Atomica  Internazionale – IAEA – nel 2013) reca: Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento  superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. 

La GUIDA TECNICA n. 30 dell’ISIN (emanata a metà novembre 2020) reca: Criteri di sicurezza e  radioprotezione per i depositi di stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi e di combustibile  irraggiato. ( si noti il plurale: depositi). 

AREE INDIVIDUATE DA SOGIN POTENZIALMENTE IDONEE  

Delle 67 aree individuate dalla Sogin , 22 sono nel Lazio, 14 in Sardegna, 11 in Basilicata, 4 al  confine tra Basilicata e Puglia, 1 in Puglia, 8 in Piemonte, 4 in Sicilia, 2 in Toscana. 

La Sogin ha anche aggiunto una lista più ristretta di 23 luoghi come “aree verdi”, cioè i posti ritenuti  più favorevoli per realizzare il Deposito dei rifiuti radioattivi:  

8 in Piemonte tra le province di Torino e Alessandria (territori comunali di Caluso, Mazzè,  Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo)

2 in Toscana tra Siena e Grosseto (che comprendono territori comunali di Pienza, Campagnatico); 

7 nel Lazio in provincia di Viterbo (comuni di Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia,  Vignanello, Corchiano); 

6 in Basilicata-Puglia tra Matera e Bari (nei territori dei comuni di Altamura, Matera, Laterza e  Gravina di Puglia). 

Le novità nella carta CNAPI riguardano l’inclusione di siti nella Sardegna e nella Sicilia, regioni che  nella precedente ricognizione del 1999, eseguita dalla commissione presieduta da Carlo Bernardini,  erano state escluse per valutazioni riconducibili ai rischi del trasporto dei rifiuti su distanze lunghe e  per giunta via mare.  

Nel 2003 il generale Carlo Jean, presidente della SOGIN e Commissario della stessa, in audizione  parlamentare affermava che l’esclusione delle isole non era stata determinata dai rischi del  trasporto, bensì dalla volontà di evitare contestazioni da parte di Greenpeace lungo il percorso del  trasferimento del materiale radioattivo. Lasciava così intendere che le isole erano (o potevano  essere) rimesse in gioco confermando implicitamente le indiscrezioni che davano per candidata la  Sardegna ad ospitare il Deposito. Dopo mobilitazioni in Sardegna e iniziative parlamentari, il primo  ministro Berlusconi intervenne dicendo che la Sardegna turistica veniva da lui esclusa per i rifiuti  radioattivi.  

Come sono classificati i rifiuti radioattivi 

Il DLsl 45 del 2014 che recepisce la Direttiva 2011/70 EURATOM ha applicazione col regolamento di  cui al DM 7 agosto 2015 che riporta gli standard IAEA6che classifica i rifiuti radioattivi in 5 categorie7

a vita molto breve 

ad attività molto bassa 

a bassa attività 

a media attività 

ad alta attività 

La vecchia classificazione indicata nel Decreto Legislativo 31/2010, suddivideva i rifiuti radioattivi in  Ia, IIa e IIIa categoria rispettivamente caratterizzati da bassa, media e alta attività.  

La Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia, nell’aprile del 1999  aveva approvato, all’unanimità, un documento di indirizzo per il Governo in cui si proponeva la scelta  di uno o più depositi di superficie per i rifiuti nucleari di IIacategoria cui tempi di decadimento  radioattivo, fino al raggiungimento dei livelli simili a quelli del fondo naturale della crosta terrestre,  richiedono circa 300 anni. Proponeva lo smantellamento accelerato delle centrali nucleari italiane e  la collocazione dei rifiuti ad alta attività nel medesimo deposito per alcuni decenni, “viste le piccole  quantità dei volumi da sistemare”.  

Mentre per i rifiuti delle categorie Ia e IIasi ipotizzava una collocazione affrontabile realisticamente  alla luce delle attuali tecnologie, per quelli ad alta attività la commissione non formulava proposte  definitive perché allora come oggi non esiste una soluzione accettabile. 

In definitiva nel Deposito Unico Nazionale:  

• possiamo escludervi la collocazione i rifiuti a vita molto breve la cui radioattività decade a  livelli accettabili nel giro di giorni o di mesi e divengono presto rifiuti innocui ordinari. • abbiamo possibilità tecnologiche di sistemare, definitivamente, dopo averli trattati  (inertizzati in matrici solide come ad es. in cementi speciali) quelli ad attività molto bassa e  bassa. 

• abbiamo problemi da risolvere per quelli a media attività e problemi ancora più impegnativi  per i rifiuti ad alta attività i cui tempi di dimezzamento sono estremamente lunghi. Si tenga  presente che nella trasduzione fra la vecchia classificazione e quella nuova in 5 classi, i rifiuti  di media e di alta attività vanno considerati nella stessa, impegnativa, categoria. 

Gli elementi che costituiscono il cocktail dei rifiuti ad alta attività sono in determinate percentuali  isotopi creati artificialmente attraverso i fenomeni di fissione che avvengono in un reattore nucleare.  Il Plutonio 239, che è quello a maggiore presenza, decade di un millesimo della sua attività iniziale in  240 millenni. L’Uranio 235 che pure esiste in natura, dimezza la sua attività in 700 milioni di anni, ma  con l’arricchimento in protoni nel reattore diviene in buona parte Uranio238 che ha un tempo di  dimezzamento (e non di decadimento!) di circa 4,5 miliardi di anni, pari all’età del pianeta Terra.  Nella catena dei decadimenti dalla filiera dell’Uranio238 si formano Torio234, Uranio 234, Torio 230 e  Radon che è un gas radioattivo che esala dai terreni e viene a costituire la “radioattività naturale” con cui abbiamo a che fare, a macchia di leopardo, in aree un po dovunque nel Paese. Alla fine dei  decadimenti si origina il Piombo206 finalmente stabile e privo di attività radiologica.  

I tempi descritti rendono improponibile e non accettabile l’ipotesi di una sistemazione dei rifiuti  di questo genere in depositi geologici “definitivi”.  

La Terra ha le sue dinamiche geologiche attive, lente ma inesorabili, i continenti si spostano, le  montagne si formano, si alzano e si disfano, le falde acquifere e il corso dei fiumi cambiano  significativamente in tempi simili. Il mare Adriatico, ad esempio, mostra una tendenza per cui fra  circa 58 milioni di annisi stima che non esisterebbe più e la costa italiana sarà unita a quella balcanica  albanese, croata, bosniaca e slovena. Come si può pensare, di fronte ai tempi di emivita dei  radioisotopi ad alta attività, di realizzare un deposito sotterraneo geologico profondo, pretendere  che possa essere “definitivo”, che duri in sicurezza diversi milioni di anni o un miliardo di anni?  

Oggi in Europa le scorie radioattive ad alta attività sono allocate in una ventina di siti ma nessuno di  essi è definitivo. I tentativi fatti in Germania di sistemazione in depositi geologici profondi (miniere  di salgemma) sono falliti. 

Il progetto più avanzato in questo campo è quello di Olkiluoto in Finlandia per collocare i rifiuti a 400  metri di profondità e progettato per durare 100 millenni. Il costo iniziale previsto, di 3 miliardi di €,  sono lievitati ad oggi a 10 miliardi e la prevista entrata in funzione nel 2009 è stata riposizionata, per  adesso, al 2023. Altri Paesi (Svezia, Inghilterra, Francia, Repubblica Ceca, Svizzera, Romania) si  trovano ancora in fase di valutazione. La Cina si è dotata di 2 depositi “definitivi” per l’alta attività e  nel mondo 4 sono in via di realizzazione.  

Per quanto riguarda invece i rifiuti a bassa e media attività esistono in Europa diversi depositi  nazionali definitivi: a Drigg (vicino Sellafield in Inghilterra, ove c’è un impianto in cui si trovano  diverse barre italiane di combustibile irraggiato per il riprocessamento e l’inertizzazione, e i cui  residui diminuiti in volume e solidificati ci verranno rimpatriati), uno in Spagna a El Cabril, due nella  Penisola Scandinava, poi in Slovenia, Belgio, Romania, Slovacchia, Ungheria.  

La questione della sistemazione dell’alta attività invece appare effettivamente irrisolta e lontana  dall’esserlo. 

Una prima considerazione è d’obbligo: bene hanno fatto gli italiani a interrompere la produzione di questa tipologia di rifiuti ad emivita lunghissima e altissima pericolosità, col loro voto sul referendum  d’iniziativa popolare che l’8 e 9 novembre 1987 vide circa il 72% di Si all’uscita dal nostro Paese dalla  generazione dell’energia elettrica da fonte nucleare. Oggi i rifiuti italiani di alta attività sono tutto  sommato modesti a confronto di altri Paesi che sono in condizioni assai peggiori. 

La seconda considerazione d’obbligo è che è largamente motivato, ad oggi, dire NO alla previsione  di un ipotetico, futuro, sito geologico definitivo di profondità per la sistemazione dei rifiuti a  lunghissima emivita di attività. 

I quantitativi dei rifiuti radioattivi italiani da sistemare 

Rifiuti a vita molto breve: non richiedono sistemazione in un apposito deposito definitivo. Si lascia  che la radioattività decada tenendoli in sicurezza e divengano in poco tempo rifiuti comuni privi di  vincoli radiologici. 

Rifiuti ad attività bassa e molto bassa esistenti: (che hanno un tempo di decadimento a livelli per  cui il rischio da radioattività diviene minimo accettabile in circa 300 anni)…………..……….. 33000 m3   Ad attività bassa e molto bassa previsti per il futuro 8…………..………………………..……….……… 45000 m3 Totale capienza del deposito nazionale per questa tipologia……………………………………..…..78000 m3 

Nel Deposito Nazionale, inoltre, saranno stoccati «temporaneamente» i rifiuti a media e alta attività, ossia  quelli che perdono la radioattività in migliaia di anni , per…………………………………………………………… 17000 m3 

Questi comprendono 400 m3residui dal riprocessamento delle barre di combustibile irraggiato delle  centrali italiane, spedite da tempo in Francia e in Inghilterra e che verranno restituiti per contratto  approvato dal Parlamento, e dalle barre non riprocessabili.  

 TOTALE GENERALE 95000 m3 

Per la loro sistemazione definitiva è dichiarato che «richiedono la disponibilità di un deposito  geologico» [criticità! n.d.r.]. 

La Direttiva 2011/70/EURATOM stabilisce che ogni Paese ha la responsabilità di sistemare i propri  rifiuti radioattivi entro i propri confini nazionali. 

La direttiva prevede anche la possibilità di costruire uno o più depositi di profondità condivisi fra  Paesi europei con quantità limitate di rifiuti a media e alta attività.  

In considerazione degli elevati costi di realizzazione e di gestione di un deposito per tale tipologia di  rifiuto, alcuni Paesi stanno valutando l’opportunità di una sistemazione definitiva comune dei propri  rifiuti a media e alta attività, ma nulla di concreto o di impegnativo è dato di registrare.  L’Italia persegue la strategia, richiamata in ambito europeo, del cosiddetto ‘dual track’, ossia l’analisi  di fattibilità di un deposito da realizzare all’estero e condiviso fra più Paesi (possibilità che allo stato  attuale appare inesistente ma che è giusto tenere in ipotetica considerazione data la relativa  modesta quantità dei nostri rifiuti a lunga emivita) e, in parallelo, in caso l’ipotesi estera non risulti  praticabile, lo studio di una soluzione “definitiva” a livello nazionale. C’è da chiedersi, in merito, cosa significa la parola “definitiva”. 

Un deposito unico nazionale “temporaneo” ma di “lunga durata” 

Abituati a ragionare su tempi storici e non geologici, sembra un ossimoro chiamare una cosa  temporanea e nel contempo dire che è di lunga o lunghissima durata, ma i tempi del decadimento  radioattivo sono inevitabilmente talmente lunghi che i due concetti possono in realtà coesistere.  Un deposito siffatto consente di stoccare in sicurezza i rifiuti la cui attività radiologica si esaurisce in  circa 300 anni ma può ospitare (com’è previsto “temporaneamente”) anche quelli a media e alta  attività derivanti in massima parte dall’esercizio delle installazioni nucleari e la cui emivita radiologica  si protrae per migliaia o decine di migliaia di anni.  

Nel caso dell’Italia, come già avviene in Europa (Paesi Bassi, Svezia e Svizzera), i rifiuti a media e alta  attività verranno conferiti a un’apposita struttura centralizzata, pesso il Deposito Unico Nazionale,  denominata “Centro Stoccaggio Alta Attività” (acronimo CSA). 

La proposta di Deposito Unico Nazionale di superficie con annesso CSA e Parco Tecnologico prevede le seguenti caratteristiche: 

– Estensione 150 ettari (di cui 110 occupati dal Deposito e 40 dal Parco Tecnologico) 

– 90 grandi contenitori in cemento armato, detti “celle”, in cui verranno collocati grandi  contenitori in calcestruzzo cementizio speciale cosiddetti “moduli” entro cui saranno  alloggiati i contenitori metallici contenenti i rifiuti radioattivi già condizionati (ovvero in forma solida, racchiusi in matrice inerte che potrebbe essere vetrosa o di ceramica o  cementizia a seconda dei casi). In pratica sono tre contenitori inseriti l’uno dentro l’altro,  come le bambole souvenir russe “matrioska”. 

– Nel Deposito Nazionale italiano sarà realizzato un complesso di edifici (CSA – Complesso  Stoccaggio Alta attività), idoneo allo stoccaggio «temporaneo» dei rifiuti a media e alta  attività italiani tra cui i residui derivanti dal riprocessamento del combustibile nucleare  esaurito, inviato in Francia e nel Regno Unito e che dovranno rientrare necessariamente in  Italia, in conformità a specifici accordi internazionali. 

– Costo previsto 900 milioni di € che in base alle esperienze simili condotte all’estero  potrebbero lievitare di tre volte.  

Considerazioni critiche 

1) Le scelte che siamo chiamati a fare in questo periodo storico costituiscono la tessera di un  mosaico mondiale la cui definizione condizionerà, in materia di controllo della radioattività di  origine antropica, le generazioni umane che dovranno venire nel futuro della Terra. Quindi  grande dev’essere la responsabilità nel non commettere errori non sanabili. La rilevanza  nazionale e temporale e il livello di complessità richiedono pertanto che ad occuparsene debba  essere l’intero governo e non delegare, come avviene, la gestione del procedimento e persino  le trattative bilaterali con le Regioni e con gli Enti Locali a SOGIN che è un organismo tecnico ed  esecutivo. Ad esempio aspetti legati alla normativa sui beni Culturali, pur richiamata nelle  Guide Tecniche, non sono poi inseriti chiaramente nei criteri di esclusione per l’individuazione  del sito, né è sviluppato adeguatamente il tema occupazionale. Analogamente non sono  sviluppati i rischi legati al trasporto, sia su lunghe tratte che via mare su cui pare siano stati fatti  passi indietro rispetto alle previsioni del 1999 che escludevano Sardegna e Sicilia. 

2) L’informazione al pubblico, ancorchè migliorata rispetto alla debacle del 2003 quando si tentò di imporre il sito di Scanzano Ionico sollevando un moto popolare di protesta, è ancora  largamente insufficiente: gli atti istruttori e il progetto sono visionabili unicamente nelle sedi  delle 4 centrali nucleari italiane in corso di smantellamento (Caorso, Trino Vercellese, Latina e  Garigliano) e presso la sede nazionale della SOGIN in Roma. Compatibilmente con le necessità di sicurezza nazionale9 non sono stati resi pubblici e messi online, e per quanto possibile resi  accessibili a chiunque, tutti gli atti e i documenti che afferiscono al procedimento. Non sono  disponibili “sintesi non tecniche”, del tipo in uso nelle procedure di V.I.A. per consentire anche  ai cittadini non addentro alla materia di capire e valutare. 

3) Non sono previsti meccanismi permanenti istituzionalizzati per una partecipazione e controllo  –qualificato e non generico- del pubblico, attraverso proprie rappresentanze, nelle scelte che  si andranno a compiere e successivamente nel governo e gestione del Deposito e del Parco  Tecnologico; 

4) La carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) appare datata e necessita di  verifica per un suo eventuale aggiornamento. 

5) La valutazione nella scelta deisiti potenzialmente idonei è stata effettuata unicamente secondo  la Guida Tecnica dell’ISPRA n. 29, redatta nel 2013 e pubblicata nel 2014 e all’epoca unico  strumento regolatorio esistente. Non è stata condotta una rivalutazione secondo il disposto  della recente Guida Tecnica dell’ISIN n. 30 (Criteri di sicurezza e radioprotezione per i depositi  di stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi e di combustibile irraggiato), pubblicata il 10  novembre 2020, solo due mesi prima dell’avvio della consultazione. La scelta del sito non può prescindere all’essere armonizzata con quanto disposto nella recente Guida Tecnica almeno per  i punti: 4.3 (condizioni operative e categorie di eventi); 5.1 Criteri e requisiti generali di  progetto; 5.2 Eventi di riferimento e requisiti specifici di progetto. In definitiva, per questo  punto, si ritiene che la qualità del sito debba essere valutata anche in confronto con i requisiti  del progetto dal momento che l’una cosa (il sito) influenza l’altra (il progetto) e viceversa.  

Conclusioni 

Anche se è doloroso e impopolare (a volte è meglio essere impopolari che anti-popolari) occorre  prendere atto che la realizzazione di un deposito nazionale unico di superficie per TUTTI i rifiuti  radioattivi prodotti in Italia, esistenti e futuri, è cosa necessaria, indispensabile, responsabile e  INELUDIBILE . Sono rifiuti prodotti in Italia ed è impossibile non occuparsene sul suolo nazionale  anche perché soluzioni condivise a livello europeo non esistono se non nell’espressione di vaghe intenzioni.  

Nel nostro Paese l’inventario di questo materiale è sufficientemente controllato anche se  attualmente ci sono carenze di sicurezza in diversi siti tra i circa venti in cui sono stipati: sono più idonei quelli provvisori realizzati presso le centrali dismesse10, meno o molto meno idonei in altre  circostanze. Tuttavia inviare i nostri rifiuti all’estero significherebbe correre il rischio di perderne il  controllo com’è avvenuto e continua ad avvenire per i rifiuti elettronici e per le plastiche con cui le  società opulente continuano a creare vergognosi inammissibili disastri ambientali e umanitari in  Africa. Altrettanto inaccettabile è la previsione -che in passato sembrava strada da favorire- di  inviare i nostri rifiuti radioattivi in Russia ove le cautele ambientali e sanitarie in materia sono di gran  lunga meno attente delle nostre. Politicamente ed eticamente tocca a noi sistemare in sicurezza i  nostri rifiuti. Ne abbiamo capacità, competenze, tecnologia, possibilità. 

Proposte 

Perché la realizzazione del Deposito possa essere accettata pienamente o con mugugno dalle  popolazioni e una scelta definitiva possa essere difesa con motivazioni oggettive e inoppugnabili, verificabili, occorre che vengano apportati miglioramenti procedurali e in particolare: 

→ prolungare adeguatamente i tempi della consultazione pubblica che non può essere accettata  compressa nel limite di 60 giorni, in periodo di lockdown ove è impossibile anche viaggiare per  visionare o acquisire documenti e in aggiunta in periodo di crisi istituzionale con il governo, che  dev’essere il principale interlocutore, che cambia i suoi ministri e probabilmente le sue direzioni  generali.  

→ Garantire la più assoluta trasparenza nelle scelte, l’accesso agli atti fornendo risposte a ogni  singola obiezione da parte di cittadini singoli o associati. 

→ Prevedere ampi meccanismi di partecipazione e di possibilità di verifica continuativa da parte  dei cittadini, associazioni di categoria, attraverso persone qualificate da loro designate, prevedendo  anche -se richieste- il rimborso delle spese ai rappresentanti del volontariato del Terzo Settore per  la partecipazione a riunioni e sopralluoghi. 

→ vedere coinvolto l’intero governo della Repubblica per una scelta di questa rilevanza: meno  SOGIN (che comunque è sempre una S.p.A.) e più Stato, in maniera complessiva e integrata. 

→ Prendere in considerazione, nella procedura per l’individuazione finale del sito, contestualmente  entrambe le Guide Tecniche, la n. 29 e la n. 30 in quanto oggettivamente interconnesse. 

→ ESCLUDERE ESPLICITAMENTE che possano essere autorizzati eventuali depositi definitivi privati,  ad eccezione di quelli destinati ad ospitare radionuclidi a vita molto breve che comunque devono  rispettare i criteri delle Autorità regolatorie. Questo significa che i soggetti privati attualmente autorizzati al ritiro o alla detenzione di rifiuti radioattivi rientranti nelle categorie del Deposito Unico  Nazionale, devono vedersi imposto l’obbligo di conferire il materiale raccolto o detenuto al Deposito  Unico Nazionale, secondo le specifiche a loro impartite. La pericolosità di questo genere di rifiuto e  le esigenze di sicurezza impongono infatti che la loro custodia definitiva sia pubblica. 

ESCLUDERE FIN DA SUBITO l’ipotesi di un collocamento definitivo in deposito geologico  profondo dei rifiuti a media ed alta attività perchè non è concepibile concretamente e  realisticamente che possano essere realizzate opere che durino, e in isolamento, svariati milioni di  anni. Per meglio comprendere l’entità dei tempi di cui si parla si consideri a confronto che i  dinosauri sono estinti “solo” 65 milioni di anni fa e per quanto riguarda l’umanità, che le piramidi  egizie, tra le grandi opere più antiche conosciute, sono “vecchie” di circa 4500 anni e la grande  muraglia cinese di “solo” 2200 anni. E’ impossibile prevedere come sarà il mondo fra milioni di anni,  quando le lingue attuali saranno pressochè certamente estinte e un sito realizzato oggi per  contenere sostanze tanto pericolose dovrebbe essere segnalato con ideogrammi comprensibili ai  posteri piuttosto che con iscrizioni. 

→ PREVEDERE l’INTERIM STORAGE di lunghissima durata, nel Deposito Unico Nazionale, dei rifiuti  ad alta attività e con emivita radiologica di millenni. Oggi disponiamo di contenitori, cosiddetti  cask, di metallo speciale per rifiuti radioattivi ad elevata attività. Questi contenitori sono stati  realizzati in programmi di ricerca multidisciplinare internazionali, sottoposti a numerosi test anche  spettacolari, per verificarne la capacità di resistere ad urti violentissimi, a cadute da aereo, ad  attacco aereo e missilistico e validati e selezionati dalla IAEA referente indipendente dell’ONU. Una  delle proprietà tra le più importanti di questi contenitori è quella di schermare la radiazione nucleare  evitando che arrivi a fuoriuscire al loro esterno. Così che possono essere ispezionati, movimentati o  rimossi senza necessità per gli operatori di protezioni individuali. Possono essere tenuti sigillati  garantendo sicurezza per i lavoratori del deposito, per la popolazione interessata nell’area vasta e per l’ambiente. Tali cask, cilindrici, hanno tre coperchi di chiusura successivi e la superficie esterna  ondulata che facilita la dispersione del calore che si produce inevitabilmente al loro interno in  conseguenza del lento decadimento radioattivo. Calore che nel Deposito dev’essere rimosso, così  come avviene nelle centrali nucleari che hanno ambienti a pressione negativa, con ventilazione  afferente a un camino. 

Allo stato attuale l’unica soluzione credibile è che i rifiuti ad elevate attività vengano mantenuti  entro I cask, sistemati in una zona idonea del Deposito, controllati militarmente, fino a quando  non si troverà, per loro, da parte delle generazioni future, una soluzione migliore. 

Dalla ricerca abbiamo indizi che possono farci sperare, moderatamente, che in futuro possano  essere scoperte tecnologie per ridurre significativamente o far decadere la radiazione nucleare. Va  detto che comunque per adesso questo è un sogno: siamo ben lontani dal poter considerare tali  indizi prossimi ad esiti conclusivi. Si segnala in merito l’esperimento che ha meritato l’assegnazione  del premio Nobel a Carlo Rubbia per cui bersagli bombardati con protoni ad altissima energia  producono urti anelastici contro i nuclei atomici degli elementi transuranici che si spezzano in  frammenti producendo altri e diversi radionuclidi e altri protoni attivi nel contribuire al  bombardamento. Il fenomeno di transmutazione, denominato più gergalmente “spallazione”, fa  pensare che si possano “incenerire” Ie scorie radioattive trasmutandole in nuovi e diversi  radionuclidi a minore emivita e quindi più “trattabili” per una loro sistemazione definitiva.  

Effetti simili sono stati ottenuti anche con laser ad altissima energia, ma anche questo risultato  rappresenta solo un indizio di possibilità che comunque non porta al decadimento radioattivo delle  masse ma a una loro trasmutazione in divesi radionuclidi che conservano comunque un elevato  grado di radioattività anche se inferiori alle condizioni di partenza.  

Allo stato attuale è solo il fattore “tempo” che garantisce il decadimento radioattivo spontaneo e  siccome i tempi per taluni elementi sono lunghissimi, l’unica soluzione possible è tenere custoditi  i rifiuti ad alta attività irraggiante in sicurezza entro i propri cask rimuovibili, ispezionabili,  sorvegliati, manutenuti. 

→ Acquisire al patrimonio pubblico e per finalità sociali le aree liberate con il decommissioning.  SOGIN, S.p.A. a pressochè completa partecipazione pubblica su fondi del Ministero dei Tesoro (fondi derivanti dalle accise sulle bollette elettriche degli italiani) ha il compito di smantellare le  centrali nucleari italiane fino al raggiungimento delle condizioni di un “green field”, vale a dire  lasciando al posto dell’ex centrale nucleare un campo verde privo di vincolo radiologico.  Probabilmente la “mission” assegnata a SOGIN è esagerata: nelle centrali nucleari le palazzine  degli uffici amministrativi, i locali mensa, l’aula delle riunioni, edifici che mai hanno avuto a che  fare con la radioattività e che talvolta sono pure di notevole pregio costruttivo con elementi di  particolare eleganza, potrebbero essere non demoliti, ma acquisiti dallo Stato ed assegnati ad  Associazioni per finalità sociali11. In ogni caso e’ giusto chiedere che alla fine delle operazioni di decommissioning, le aree liberate da vincoli radiologici devono essere acquisite al patrimonio dello  Stato dal momento che il loro recupero viene pagato con cospicui fondi pubblici e non dall’ENEL, al  tempo proprietaria degli impianti e “titolare”della contaminazione. Si tratta anche di evitare che  su un terreno bonificato con fondi pubblici possa successivamente verificarsi speculazione privata. 

→ Precisare la natura e le funzioni del Parco Tecnologico su cui si può esprimere consenso a  condizione che esso sia meglio definito come una struttura frequentata, viva, con ricercatori, stagisti  e persino con persone residenti nel complesso. Anzi, si ritiene che la frequentazione della struttura  debba essere ampliata ed incentivata ad esempio introducendovi un “museo nazionale  dell’energia” che copra tutta l’evoluzione tecnologica dell’umanità dalla scoperta del fuoco,  passando per l’energia idraulica, poi del vapore e quindi dell’era della “piro-tecnica”, del nucleare di fissione, fino alle più moderne scoperte e applicazioni del fotovoltaico, dell’idrogeno e delle celle  a combustibile. Può essere un luogo che ospiti laboratori di ricerca dell’ISPRA e dell’ENEA (magari  per la riduzione dell’attività delle scorie nucleari…), laboratori di metrologia o di analisi chimico fisiche rare d’eccellenza, del CNR o di Università. Un sito di Deposito popolato verrebbe infatti  percepito non come tetro cimitero di scorie pericolose da cui stare il più lontano possibile,  circondato dal perenne sospetto di essere causa di tutte le patologie che possono verificarsi  nell’area vasta interessata, ma come una struttura viva, frequentata, polo culturale e promotore di  cultura e sviluppo umano. Ovviamente la frequentazione larga dovrà essere resa anche accettabile  sotto il profilo della sicurezza (in senso militare del CSA – Complesso Stoccaggio Alta attività, ma le  due esigenze possono trovare soluzioni adeguate. 

Andrebbe anche preso in considerazione il recupero del calore derivante dal condizionamento del  deposito: il flusso di aria tiepida potrebbe essere indirizzato all’interno di serre per la coltivazione  dei fiori o per un vivaio forestale, strutture che potrebbero essere realizzate in prossimità del  Deposito Unico Nazionale.  

In ogni caso in questa fase iniziale del percorso verso il Deposito Unico Nazionale per i rifiuti  radioattivi, occorre dispiegare il massimo della trasparenza, informazione, consentire e promuovere  la partecipazione del pubblico, essere aperti al dialogo e a verifiche pubbliche sulle opzioni per  pervenire alla scelta motivata del sito più idoneo (o, meglio, del meno inidoneo) e non accontentarsi  di una ubicazione magari “più disponibile” perchè più accettata, ma carente di idoneità.  Opposizioni aprioristiche e non motivate non sono eticamente accettabili. 

della centrale del Garigliano che ha locali spaziosi e luminosi e una scala interna autoportante, disegnata da un grande  architetto italiano e unica nel suo genere.

 

Esempi di casks per i rifiuti nucleari ad alta attività

1 Dai ministeri è stato diffusa la notizia di una probabile proroga, data la crisi di governo e la pandemia in atto. All’atto  della chiusura di questo documento (12 febbraio 2021) non si registra alcun provvedimento ufficiale in merito.

2ISIN istituito con Dlgs n. 45/2014 subentra all’ISPRA dal cui Dipartimento Nucleare-Rischio Tecnologico e Industriale  (oggi ex) eredita personale e le funzioni. Precedentemente le funzioni sulla sicurezza nucleare e la radioprotezione  erano state: dal 1982 al 1984 dell’ENEA-DISP; dal 1994 al 2002 dell’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione  dell’Ambiente); dal 2002 al 2008 dell’ISPRA. Attualmente ISIN è allocato presso in Ministero dell’Ambiente, e non più  nell’ambito tecnico-scientifico più generale dell’ISPRA ove sarebbe stato più logico e naturale che rimanesse. La  tendenza dei ministeri a divenire strutture elefantiache concentrando in sé funzioni tecnico-scientifiche parziali e  improprie, sottratte alle Istituzioni preposte e a volte in concorrenza con esse, andrebbe messa in seria discussione.

3La CNAPI, il progetto preliminare, i documenti per la consultazione pubblica e altri materiali di approfondimento  sono disponibili sul sito www.depositonazionale.it, curato da Sogin.

4La Centrale elettronucleare di Latina, a gas e grafite, è la più antica delle centrali italiane e al tempo della sua  costruzione la più importante d’Europa e tra le prime al mondo. Costruita dal 1958 al 1962, è entrata in funzione nel  1963 e chiusa nel 1987- La Centrale del Garigliano è stata in esercizio dal 1964 al 1982; La Centrale di Caorso dal 1981  al 1986. Quella di Trino Vercellese è la più recente: costruita dal 1991 al 1997, entrata in esercizio nel 1998, è stata  fermata per “arresto forzato” nel 2009 e si è rinunciato al suo raddoppio; questa centrale non è raffreddata ad acqua,  ma è dotata di due caratteristiche grandissime torri per il raffreddamento ad aria. 
5 Alla fine del maggio 1998 in Italia del nord, nel sud-est della Francia ed in Svizzera è stato rilevato un temporaneo  significativo aumento del livello di Cesio 137 presente nell’aria. La radioattività risultò provenire da un’acciaieria di  Algeciras (Spagna – Cadige), nei pressi di Gibilterra, ove una sorgente nascosta tra le lamiere incidentalmente finì nei  forni della fonderia. Un incidente simile si era verificato molti anni prima in Italia a Saronno. Nel 1989, nella fonderia di Rovello Porro (Como) un carico di alluminio radioattivo proveniente dall’Europa dell’Est è stato inavvertitamente fuso,  immettendo nell’aria e nelle acque sostanze radioattive. Come sempre avviene in questi casi, dopo la scoperta, la  fonderia venne chiusa e bonificata: alcune tonnellate d’asfalto, di terra e di detriti contaminati vennero prelevati e  trasferiti nella discarica nucleare di Capriano del Colle.
6IAEA è l’International Atomic Energy Agenzy , organismo autonomo che si rapporta, come Agenzia specializzata, con  il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Produce rapporti periodici per l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza delle  Nazioni Unite, alla stregua di un’agenzia specializzata. Nata nel 1957 per gli sviluppi dell’uso pacifico del nucleare e per  la sua sicurezza, nel tempo ha abbandonato l’impegno nella promozione del nucleare per concentrarsi esclusivamente  sulla sicurezza, incolumità, scienza e tecnologia, verifica e salvaguardia. Svolge tre compiti principali: ispezioni  periodiche degli impianti nucleari esistenti per assicurarne l’uso pacifico; fornire informazioni e consulenze per migliorare gli standard per la sicurezza e di fungere da luogo d’incontro e interscambio per addetti ed esperti nelle  tecnologie nucleari.
7Sostituisce la vecchia classificazione ENEA-DISP del 1987
8Le sorgenti nucleari che rientrano in questa categoria continueranno necessariamente ad incrementare nel tempo  perché derivanti dagli ospedali ove sono impiegate sorgenti per diagnosi e cura, dall’industria di precisione per la  qualità dei prodotti e per la sicurezza, ad es., delle componenti dei mezzi di trasporto.
9I materiali più pericolosi devono necessariamente essere custoditi in sicurezza anche di tipo militare per evitare in  ogni modo che possano in ipotesi finire nelle mani di terroristi.
10 L’ “idoneità” a mantenere i rifiuti presso la centrale ove sono stati prodotti è una forzatura necessaria accettabile solo  in via molto temporanea. Questo perché c’è incompatibilità di requisiti tra un sito ove sorge una centrale nucleare e un  sito idoneo per ospitare un Deposito Definitivo per i rifiuti radioattivi a media e alta attività. Infatti una centrale  dev’essere necessariamente collocata nelle vicinanze di acqua (fiume o mare) necessaria per il raffreddamento, mentre  tale vicinanza è tra i criteri di esclusione nella scelta di un sito di deposito definitivo che deve durare per secoli o svariati  millenni.
11 Nel Decommissioning sarebbe anche assai opportuno conservare, a fini museali, parti pregiate della meccanica  dell’impianto. Ad esempio le giranti delle turbine che sono “pezzi unici”, realizzati da industrie italiane, con le centinaia  di alette saldate perfettamente da mani abilissime, esempi di realizzazione “artigiana” ma di qualità costruttiva e di  perfezione meccanica meritevoli di essere esposte. Allo stesso modo sarebbe una sciocchezza demolire la palazzina

FINE

Febbraio 2021 

NO A UNA NUOVA STRADA INUTILE NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

NO A UNA NUOVA STRADA INUTILE NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

IL NO DECISO DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI ALLA DEVASTAZIONE AMBIENTALE DELL’APPENNINO ABRUZZESE ED ALLO SPRECO DI RISORSE PUBBLICHE CHE LA NUOVA STRADA, ROCCARASO-SCANNO-ORTONA DEI MARSI, CAUSEREBBE

La Stazione Ornitologica Abruzzese (SOA) dopo aver appreso dai mezzi di comunicazione del progetto e  dopo averne acquisito la proposta preliminare presentata in occasioni pubbliche dalla DMC Alto Sangro  (l’agenzia regionale di promozione turistica ) e dall’ UNCEM Abruzzo(Unione Nazionale Comuni  Comunità Enti Montani) ha prodotto un documento inviato nei giorni scorsi ai Comuni interessati ed  all’Ente PNALM da cui emergono aspetti a dir poco sconcertanti sia in termini economico-finanziari e di  corretta definizione in merito alla compatibilità con i principi del Recovery Fund , sia di reale utilità in  alternativa alla viabilità esistente che in riferimento agli impatti ambientali a dir poco devastanti e del  tutto sottovalutati. 

Il percorso della nuova strada a due corsie partirebbe dall’ Altopiano delle 5 Miglia per penetrare dentro  la Montagna Spaccata all’interno della splendida Foresta Demaniale di Chiarano Sparvera per inerpicarsi  fino al suo crinale e con una galleria di oltre 2,4 Km passare dalla intatta Bocca di Chiarano alla  sottostante Valle di Jovana. Tra l’altro il tracciato passerebbe dalla Montagna Spaccata che  attualmente è una forra strettissima dove a mala pena sale una mulattiera, il che richiederebbe la  distruzione completa del piccolo canyon, una “perla” dell’Appennino abruzzese. 

Dalla valle di Jovana la strada proseguirebbe a mezza costa sul versante orografico destro della stessa,  dove ora esiste una sola casa abitata, per scendere sempre sullo stesso versante in un territorio con  boschi e senza alcuna strada o fabbricato fino a Scanno. A valle dell’abitato attraverso un’ altra galleria  seguirebbe sulla sponda orografica sinistra del Lago omonimo per raggiungere Villalago, quindi, poco a monte dell’ abitato un’ altra galleria e viadotti per oltre 4 km porterebbero a San Sebastiano dei Marsi  per raggiungere infine Ortona dei Marsi ed un nuovo svincolo autostradale a Carrito . 

Le associazioni scriventi fanno notare che si andrebbe cosi a sfregiare una parte consistente del  paesaggio montano abruzzese ancora integro che comprende Siti di Interesse Comunitari ( SIC e ZSC ),  Zone di Protezione Speciali (ZPS), aree contigue ai Parchi nazionali e Riserve naturali regionali. 

Tutte le specie animali dell’Appennino abruzzese, molte delle quali protette dalla Direttiva HABITAT  della UE ne sarebbero gravemente impattate esponendo la nostra regione ad una più che sicura  procedura di infrazione comunitaria. L’areale dell’Orso marsicano verrebbe letteralmente stravolto  vanificando tutte le azioni portate avanti da Ministero, Regione , aree protette ed associazioni negli  ultimi 15 anni andando a devastare proprio quel corridoio di connessione che tutti fino ad oggi hanno  definito vitale per garantire l’ampliamento dell’areale della specie e lo scambio di individui tra un parco  nazionale e l’altro. Giova ricordare che qui è nata Amarena, la “famosa” femmina balzata agli onori  della cronaca nazionale la scorsa estate. L’orsa è nata, si è riprodotta ed alleva i suoi 4 orsacchiotti tra  Villalago e San Sebastiano dei Marsi proprio dove passerebbe la nuova strada. 

Ma a cosa servirebbe poi questa strada ? Ha senso in un momento di recessione economica grave  prevedere di spendere 750 MILIONI DI EURO ( ma quali saranno i costi reali ?) per accorciare un  percorso di soli 20 Km che tra l’altro taglierebbe fuori tutto l’Alto Sangro meta di un turismo  escursionistico naturalista da anni in crescita costante ? Roccaraso e Rivisondoli hanno bisogno di una  strada simile quando sono gia servite comodamente ? Lo stato di generale abbandono della viabilita  dell’Abruzzo interno non giustificherebbe invece interventi di miglioramento e manutenzione ormai  irrimandabili piuttosto che una nuova strada “nel nulla” che non serve a nessuno se non alle ditte che se  ne aggiudicheranno la costruzione ? I servizi disastrati dei Comuni della montagna abruzzese (ospedali,  ambulatori, servizi di trasporto pubblico, Farmacie, RSA etc etc..) non meriterebbero questi fondi  invece di aggiungere altro asfalto ad un territorio già piagato dal dissesto idrogeologico ? 

In alternativa a questo progetto insostenibile per la natura e per le popolazioni residenti, le associazioni  invitano la Regione Abruzzo, UNCEM Abruzzo, DMC Alto Sangro e i Comuni interessati a chiedere al  Presidente del Consiglio ed al Governo i fondi per la messa in sicurezza delle strade esistenti. In vista del  centenario del PNALM (2023), bisogna adeguare l’intera rete stradale con aree per la sosta temporanea  dei turisti nei punti panoramici indicati dall’Ente Parco, dotate dei necessari servizi di informazione al  turista e di promozione di tutta l’area e dei suoi prodotti tipici. Sarebbe bene anche affidare la suddetta  rete viaria all’ANAS, evitando cosi altri casi come quello del ponte sul Giovenco sulla SP 17 che attende  ancora il completamento dalla sua riapertura nell’Aprile del 2019 ( dopo che la sua chiusura impose un  anno d’isolamento ai borghi della valle del Giovenco !! ). In conclusione al neo Ministro alle  Infrastrutture e Trasporti Enrico Giovannini ricordiamo che dei 32 miliardi che il Recovery Plan assegna a  infrastrutture e traporti, la metà dovrà essere investita in mobilità sostenibile ed alla luce di quanto  sopra, gli chiediamo di inserire nel suo programma immediato la messa in sicurezza di tutte le strade del  PNALM, comprese le aree attrezzate per i turisti e il recupero e rilancio del treno più alto  dell’Appennino, L’Aquila – Sulmona – Pescocostanzo – Castel di Sangro, per la mobilità dolce all’interno  del sistema dei parchi naturali abruzzesi (Pnalm, Majella, Sirente-Velino, Gran Sasso e Monti della Laga). 

Per le motivazioni di cui sopra le associazioni scriventi fanno appello a tutti i comuni coinvolti alla  Regione, all’ Ente PNALM ed alle Riserve interessate dall’opera affinché prendano le distanze dal 

progetto in argomento ed adottino atti formali di dissenso in merito allo stesso, tali da impedirne il  finanziamento e la, seppur parziale, realizzazione. 

Per info 3355388206 

Firmano il comunicato : 

1. ITALIA NOSTRA Abruzzo 

2. MOUNTAIN WILDERNESS Abruzzo 

3. WWF Abruzzo 

4. LIPU Abruzzo 

5. ITALIA NOSTRA Abruzzo 

6. CAI Abruzzo 

7. STAZIONE ORNITOLOGICA ABRUZZESE 

8. PRO NATURA Abruzzo 

9. SALVIAMO L’ORSO 

10. APPENNINO ECOSISTEMA  

11. Rewilding Apennine 

12. Associazione MONTAGNA GRANDE – Valle del Giovenco 

13. ORSO and Friends 

14. TOURING CLUB ITALIANO Abruzzo 

15. DALLA PARTE DELL’ORSO – Pettorano sul Gizio 

16. FARE VERDE Abruzzo 

17. Società Italiana per la Storia della Fauna “Giuseppe Altobello” 

18. I GUFI 

19. SALVIAMO IL PAESAGGIO 

20. Federtrek – Escursionismo e Ambiente 21. Associazione Italiana Wilderness

La storia di un bosco

La storia di un bosco


Tra gli alberi che formano il Bosco di Valzo si può ritrovare una storia, passo dopo passo, ripercorrendo le tracce di una passione per la scienza e per lo sviluppo della cultura.

È un bosco che ha un nome proprio e permette di ricordare la figura di Carmela Cortini Pedrotti. Il bosco acquistato da Franco Pedrotti, botanico di fama internazionale che ha voluto creare questa riserva naturale per proteggere la biodiversità e dare un senso concreto alla memoria per la sua compagna di una vita intera.

Si trova a Valzo, comune di Vallecastellana, Provincia di Teramo, nel territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso – Monti della Laga. Si estende fra 800 e 1100 metri su un’area di 32 ettari ed è formato da un bosco di roverella, con presenza di carpino nero, cerro, castagno, leccio sui “valzi” rocciosi e – nella parte più alta – anche faggio; lungo il ruscello che nasce da una sorgente all’interno del bosco cresce il salice bianco.

Il “Bosco” attualmente è un ceduo con pochi alberi di alto fusto; è destinato a diventare spontaneamente un bosco di alto fusto con alberi di grandi dimensioni e cioè una fustaia disetanea interessata dal processo ecologico della fluttuazione, ove gli alberi compiono il loro ciclo completo – dal seme allo sviluppo della plantula e quindi dell’albero – fino alla loro caduta per cause naturali.

Dal 18 gennaio 2021, il Bosco “Carmela Cortini” di Valzo, con la firma dell’atto notarile, è diventato proprietà del Fondo Ambiente Italiano (FAI), che ne curerà la protezione, la conservazione e la valorizzazione naturalistica.

Un bosco può significare molte cose: un ecosistema; un elemento vitale nel quale si rinnovano i cicli naturali e si “producono” i servizi ecosistemici; un modo per conservare la natura e gli equilibri. Questo bosco ha un valore aggiunto che è dato dalla testimonianza di una vita dedicata alla scienza e alla natura. Una donna che ha dedicato la propria vita a far crescere la conoscenza scientifica, svolgendo attività di ricerca e di docenza, pubblicando studi e partecipando a conferenze di rilevanza internazionale.

È bello immaginare che quei rami, quei tronchi, continuino a crescere ed evolvere, dimostrando il ruolo della scienza come guida per affrontare il futuro che ci attende: un bosco che è un laboratorio vivo, dove svolgere ricerche scientifiche e studiare le modificazioni e i cambiamenti, raccogliendo dati e apprendendo lezioni (a cura di Andrea Ferraretto, Roma).

Video dedicato al Bosco Carmela Cortini di Valzo
https://www.youtube.com/watch?v=LWEzvxOfzyo&t=1412s

Servizio del TG1 sul bosco di Valzo
http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-1c02e321-b49c-46de-91b7-9f445a389477-tg1.html

L’annullamento del Piano antincendio delle Pinete Grossetane

L’annullamento del Piano antincendio delle Pinete Grossetane

CONSIDERAZIONI SUL RECENTE ANNULLAMENTO DA PARTE DEL CONSIGLIO DI STATO DEL PIANO DI PREVENZIONE ANTINCENDIO BOSCHIVO DELLE PINETE LITORANEE DI GROSSETO E CASTIGLIONE DELLA PESCAIA

GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane

Di recente il Presidente della Repubblica con Decreto del 1° ottobre 2020 ha accolto il Ricorso avverso l’approvazione, avvenuta con delibera della giunta regionale toscana n. 355 del 18.03.2019, del piano specifico di prevenzione AIB per il comprensorio territoriale delle pinete litoranee di Grosseto e Castiglione della Pescaia, da parte della Regione Toscana, nei limiti e con le prescrizioni indicate nelle motivazioni riportate nel parere espresso al riguardo dal Consiglio di Stato nell’adunanza del 24 giugno 2020.

Il piano, oltre ad essere carente dell’analisi storica, per ciò che concerne le cause che avevano scatenato gli incendi nell’area, nei fatti prevedeva esclusivamente come attività di prevenzione dagli incendi boschivi il taglio del 70% pini e dell’80% del sottobosco su circa il 15% della superficie della pineta protetta in pochi anni, oltre all’applicazione del fuoco prescritto. Ricordiamo che l’area protetta oggetto di tanto interesse è costituita da una striscia di bosco ampia poche centinaia di metri, totalmente accessibile, compresa fra il mare e una strada statale, in gran parte pianeggiante e attraversata da numerose piste, con i vigili del fuoco e i tutti i presìdi di lotta agli incendi boschivi presenti in loco.     

Secondo la prima sezione del Consiglio di Stato: “Il ricorso deve giudicarsi fondato e merita accoglimento con conseguente annullamento della delibera …nella parte in cui considera erroneamente come paesaggisticamente irrilevanti – e perciò sottratti alla preventiva autorizzazione paesaggistica- tutti gli interventi previsti nel piano, omettendo una adeguata analisi e valutazione dell’impatto paesaggistico di tali interventi,  nonché nella parte in cui si fonda su una valutazione di incidenza sui siti della rete natura 2000 interessati dalle misure rivelatasi carente nell’istruttoria e nelle motivazioni, oltre che corredata da mere raccomandazioni di buona esecuzione degli interventi prive della consistenza di prescrizioni integrative.”

Il parere espresso dal Consiglio di Stato ha scatenato una serie di reazioni negative in certo ambiente forestale, compreso alcune piccole frange del mondo accademico toscano e nazionale, che erroneamente ritenevano di detenere una competenza esclusiva sui boschi, e che ora sono preoccupate per le “rilevanti” ripercussioni che l’annullamento delle procedure bocciate comporterà sulla gestione futura del settore.

Resta il fatto che il Consiglio di Stato ha semplicemente rilevato quanto riportato dal codice dei beni culturali e del paesaggio; cioè che: all’interno delle aree forestali tutelate attraverso uno specifico provvedimento, ai sensi dell’art. 136 del D.lgs. 42 dell’aprile 2004, gli interventi selvicolturali devono essere sottoposti anche ad una valutazione di tipo paesaggistico. 

Ma la parte più indigesta per chi non accetta tale rilievo del Consiglio, verosimilmente è costituita dai riferimenti riportati nel parere, al recente Testo Unico Forestale (D.lgs. 34/2018) a cui la stessa Regione Toscana e le organizzazioni di categoria avevano fattivamente contribuito alla elaborazione, che riprende e fa proprio l’articolo citato del codice dei beni culturali e del paesaggio. Evidentemente in quel frangente i rappresentanti delle Regioni e delle organizzazioni di categoria del mondo forestale erano distratti. 

Infatti, il Testo Unico Forestale, ai commi 12 e 13 dell’art. 7, recita testualmente: “con i piani paesaggistici regionali, ovvero con specifici accordi di collaborazione stipulati fra le regioni e i competenti organi territoriali del MIBACT, ai sensi del art. 15 della L. 241/1990, vengono concordati gli interventi previsti ed autorizzati dalla normativa in materia riguardanti le pratiche selvicolturali ….antincendio e di conservazione, da eseguirsi nei boschi tutelati ai sensi dell’art. 136 del D.lgs. 42/2004 e ritenuti paesaggisticamente compatibili con i valori espressi nel provvedimento di vincolo… gli interventi vengono definiti nel rispetto di linee guida nazionali di individuazione  e di gestione forestale  delle aree ritenute meritevoli di tutela, da adottarsi con decreto del ministro politiche agricole di concerto con MIBACT, MATTM e d’intesa con la conferenza stato regioni”. 

Questa associazione, che ha contribuito in maniera fattiva alla presentazione del ricorso avverso il Piano in questione, attraverso la produzione delle relazioni e perizie tecniche allegate e partecipando alla stesura degli atti, manifesta piena soddisfazione per l’esito favorevole del lavoro svolto, per le implicazioni e gli sviluppi che le argomentazioni e le decisioni assunte dal Consiglio di Stato potranno avere sulla possibilità di intraprendere fattive azioni di contrasto ad una serie di attività e interventi “predatori”. Interventi che vengono perpetrati, in questi ultimi anni, sui boschi, in maniera diffusa, trincerandosi dietro l’applicazione formale e pedissequa di regole e norme regionali, tesa a favorire i tagli e la mera produzione di legna da ardere, piuttosto che la salvaguardia e il miglioramento dell’efficienza dei molteplici servizi offerti dal patrimonio forestale, in particolare di quello pubblico, e più in generale del territorio e dei beni comuni.

A questo riguardo riteniamo che sia importante evidenziare anche l’altro aspetto messo a nudo dal parere del Consiglio di Stato, paradigmatico della situazione in cui viene a nostro avviso mal gestito il territorio, nello specifico in Toscana, ma anche in altre parti in Italia (sempre le parole del Consiglio): “dall’inadeguatezza istruttoria e motivazionale della valutazione d’incidenza svolta dalla Regione Toscana … che si risolve in  un riscontro piuttosto formalistico di corrispondenza degli interventi… ad alcune voci tipologiche desunte dalla modulistica di settore, senza un’adeguata valutazione d’insieme –con conseguente difetto di motivazione- della reale dimensione degli impatti del piano.”

Questo modo di gestire, svilendo le procedure di valutazione di incidenza ambientale da parte della stessa Regione, per poter realizzare a piacimento interventi tanto pesanti nelle aree protette, costituisce un ulteriore vulnus, che mortifica l’importanza dello strumento normativo, rendendolo di fatto irrilevante. 

Sempre secondo il Consiglio: “Anche le prescrizioni .. avrebbero meritato maggiore attenzione, e comunque migliore motivazione, perché lungi dal costituire “specifiche prescrizioni” come affermato nella memoria difensiva regionale, non sembrano avere alcun contenuto prescrittivo autonomo rispetto a quelle che sono le comuni buone regole tecniche minimali già implicite negli interventi antincendio boschivo presi in considerazione. Si tratta, quindi, di mere raccomandazioni generiche di eseguire a regola d’arte i lavori che non aggiungono e tolgono alcunché a quanto già previsto nel piano. Anche sotto questo aspetto è necessario che correntemente alla regola generale, sia fornita una migliore motivazione della scelta fatta.”

Vogliamo concludere con due ulteriori considerazioni, che a nostro avviso costituiscono l’elemento politico più mortificante di questa vicenda. 

La prima, stigmatizzata dalla stessa Consulta: “l’enucleazione svolta nei precedenti paragrafi dei rilevati vizi di carenza istruttoria e motivazionale, .. fa emergere un ulteriore profilo, …. concernente la mancata partecipazione al percorso elaborativo delle associazioni di tutela ambientale, le quali avevano più volte chiesto di essere ascoltate e di poter contribuire al procedimento.

Se è vero che non si rinvengono nel panorama legislativo nazionale specifiche previsioni che impongano tale partecipazione… è altrettanto vero che non è conforme a criteri generali di buona amministrazione non prendere in considerazione i possibili contributi di portatori d’interesse (pubblico!) quali le associazioni ambientaliste che abbiano chiesto di essere sentite o che abbiano prodotto memorie e documenti.”

L’altra considerazione è costituita dalla posizione assunta dal Ministero dell’Ambiente in questa vicenda, la massima autorità nazionale del settore, quella che dovrebbe tutelare i Siti Natura 2000, la fauna e gli habitat protetti; nonché garantire la corretta applicazione delle procedure di valutazione ambientale adottate dalle Regioni. Il Ministero dell’Ambiente “con la relazione prot. n. 15089 del 2 marzo 2020 … ha dato conto delle difese regionali ed ha concluso per il rigetto del ricorso e della domanda cautelare”, schierandosi così (incomprensibilmente) dalla parte della Regione Toscana, giustificando i tagli abnormi e il piano speciale AIB alla stregua di un qualsiasi intervento di prevenzione dagli incendi boschivi e la scorretta gestione delle procedure di valutazione dell’impatto ambientale da parte della regione stessa.Che dire, parafrasando Brecht, per fortuna che “c’è un giudice a ..Roma”.