Mille miliardi di illusioni

Mille miliardi di illusioni

di Giovanni Damiani

Il G20 tenutosi a Roma in questo novembre 2021 ha espresso consenso sulla proposta di piantare, a livello mondiale, 1000 miliardi di alberi entro il 2030 per contrastare la crisi climatica. La proposta, rivolta alla COP 26 di Glasgow, è suggestiva ma espressa in un contesto che presenta severe criticità che, se non affrontate e risolte, la rendono demagogica e di scarsissima efficacia.

Non è stato minimamente stabilito il rispetto dello stock di alberi esistenti, oggi sotto attacco massiccio – incentivato con lauti contributi statali – per la produzione di energia elettrica da biomasse legnose e di pellet per il riscaldamento degli edifici.

Bruciare alberi è aggravante della crisi climatica: come si può concepire che, mentre si intende piantare nuovi alberi, si continuerà a tagliare quelli esistenti nelle città, nei boschi anche evoluti, – con perdita netta della superficie fogliare fotosintetica che assorbe CO2 dall’atmosfera – e continuare, viceversa, ad aumentare le emissioni dello stesso gas-serra per il legame combusto?

I danni alla biodiversità nelle foreste esistenti non sono messi in discussione, saranno aggravati, così come pure l’inquinamento atmosferico e l’alterazione del ciclo dell’acqua, della depurazione dell’aria e danni al paesaggio.

Occorrono, viceversa, politiche di conservazione dei boschi esistenti, disciplinare il prelievo eco-compatibile delle biomasse legnose con esclusione e disincentivazione del loro uso a scopo energetico. In definitiva i nuovi alberi da piantare dovrebbero essere aggiuntivi al patrimonio arboreo e forestale esistente e non sostitutivi.

– Piantare nuovi alberi “entro il 2030” vuol dire che qualora si partisse da subito con un’imponente ed epocale opera di rimboschimento, (cosa improbabile e di cui non si rinviene traccia nella programmazione, nell’individuazione dei soggetti attuatori, nei criteri, nell’individuazione delle aree e nei fondi nei bilanci delle Istituzioni), i nuovi alberi alla data stabilita avrebbero meno di otto anni di età! E i boschi di neo-formazione artificiale sarebbero in fase evolutiva assai fortemente arretrata per il periodo indicato.

Bene quindi piantare nuovi alberi, ma non facciamoci illusioni sul loro contributo, nei tempi strettissimi a disposizione per contenere la temperatura media globale al di sotto di 1,5 gradi, entro la medesima data del 2030.

– Non è stabilita, inoltre, alcuna verifica sul numero degli alberi da piantare: chi tiene la contabilità?

– Domanda d’obbligo: ammettendo pure che tutte le nazioni si mettano, virtuosamente e auspicabilmente, a piantare alberi, quanti di questi sopravviveranno?

Stiamo vedendo come la crisi climatica abbia portato periodi di aridità prolungata, aumento delle aree avviate a desertificazione, aumento degli incendi boschivi e a uragani e piogge di straordinaria intensità, fattori questi in grado di annullare sforzi di forestazione che pure sono necessari.

Non basta piantare, ma occorre quindi anche curare che i nuovi alberi possano crescere ed evolvere.

– Che la proposta lanciata abbia sapore propagandistico è dimostrato dal fatto che, mentre si parla, almeno nel nostro Paese, di piantare nuovi alberi, non si rispettano i boschi di neo-formazione naturale che si sono formati spontaneamente sui terreni abbandonati dalle pratiche agricole di sussistenza del passato.

Infatti il TUFF (Testo Unico per le Foreste e le Filiere Forestali) neppure li considera boschi e ne autorizza il taglio col pretesto di restituire quelle aree a un improbabile ritorno alle pratiche agricole che nessuno richiede!

Questi boschi giovanissimi sono cresciuti senza intervento dell’uomo, gratis, non hanno avuto bisogno di finanziamenti, di vivai, di macchine operatrici e hanno il pregio qualitativo di essere generati da genotipi locali, ecotipi più idonei di altri perché selezionati dall’evoluzione naturale nelle condizioni ecologiche locali. Come si può accettare che, mentre si intende piantare nuovi alberi per nuove foreste, si consenta o si incentivi l’eliminazione di quelle nate spontaneamente negli ultimi decenni? Impedire loro di evolvere nelle successioni secondo le regole della natura?

E come non gridare allo scandalo sul fatto che le Regioni continuano ad autorizzare il pascolo negli ecosistemi boschivi, anche di pregio, fatto notoriamente distruttivo del rinnovamento naturale in quanto le giovani piante vengono brucate?

– Si stima che l’umanità, dalla nascita dell’agricoltura ad oggi, abbia tagliato circa la metà degli alberi del Pianeta da 6000 miliardi agli attuali (forse residui) 3000 miliardi, e che la deforestazione è stata particolarmente intensa nei secoli più recenti, a partire dal XVI. Nel contempo le emissioni di CO2 sono aumentate vertiginosamente, come mai. Se fossero piantati mille miliardi effettivi di alberi (cosa auspicabile) ne avremmo portato il quantitativo sulla Terra a 4000 miliardi con benefici climatici che sarebbero visti tra diversi decenni.

Ma nulla si dice di come far cessare da subito le imponenti deforestazioni in atto, in Amazzonia, in Congo, in Uganda, nel Medio Oriente ove si perdono milioni di Km2 all’anno per profitti economici immediati, né di come fronteggiare la perdita di intere parti di continenti con foreste vetuste o primigenie, a causa degli incendi che richiederebbero di essere fronteggiati con cooperazione internazionale e sforzi cospicui.

L’impegno delle nazioni è quello di rinviare, e di far cessare la deforestazione al 2030 e neppure si dice come raggiungere questo obiettivo!

Da dove verranno i mille miliardi di nuove piante di cui si parla? Quelle dei boschi di neo-formazione lo sappiamo: vengono dagli ecotipi locali, spontanei, ma quelli di cui si parla proverranno dal mercato globalizzato che nulla ha a che fare con le regole della natura.

Si deporteranno varietà geneticamente uniformi, selezionate dalle esigenze commerciali, da una parte all’altra dei continenti, in climi diversi, a rischio non solo di sopravvivenza ma anche di ibridazione con gli ecotipi selvatici, indebolendo nel tempo interi ecosistemi forestali già minacciati dal riscaldamento globale e dal diffondersi di parassitosi.

Un’operazione scientificamente corretta ed ecologicamente accettabile sarebbe invece quella di avviare la realizzazione di vivai pubblici rivolti alla conservazione e propagazione della vegetazione spontanea dei luoghi specifici da riforestare. Insomma se i tempi da qui al 2030 sono strettissimi, l’approntamento di tutto quanto occorrerebbe per la pianificazione, per la raccolta e propagazione dei genotipi autoctoni nei vari luoghi del Pianeta, occupa buona parte di tale tempo, così da arrivare al fatidico 2030 – se fossero fatti sforzi giusti ed imponenti – avendo alberelli piccolissimi la cui superficie fotosintetica sarebbe di scarsa rilevanza per gli scopi di mitigazione climatica che si vorrebbero conseguire.

Anche in questa proposta rispetto alla questione climatica non viene considerato il fattore “tempo” in relazione al fatto che la cattura del carbonio negli ecosistemi forestali non avviene solo a opera della fissazione nel legno: quantitativi altrettanto importanti vengono fissati nel suolo a livello della lettiera e dell’humus e parte finisce nel ciclo dell’acqua sottoforma di ione bicarbonato. Ciò è significativo nelle foreste evolute (ragione fondamentale perché vengano conservate) e per gli alberi adulti, mentre è minimo nei nuovi virgulti.

Le priorità d’intervento andrebbero rivolte nell’immediato alle città e alle aree peri-urbane, per i benefici straordinari che gli alberi forniscono per il contenimento dell’inquinamento atmosferico, delle ondate di calore, per il microclima locale.

CONCLUSIONI

Piantare nuovi alberi è cosa buona e giusta, ma l’efficacia rispetto alla crisi climatica, nei tempi strettissimi di 5- 11 anni a disposizione per contenere il riscaldamento medio globale al di sotto de 1,5 gradi celsius, è di scarsissima rilevanza.

L’operazione è complessa e richiederebbe una quantità di operazioni che, se non improntate a criteri delle scienze ecologiche, rischia di fallire in buona parte o addirittura di produrre danni agli ecosistemi.

Efficacia maggiore, nei tempi a disposizione, è arrestare da subito le deforestazioni in corso e lasciare alla libera evoluzione naturale i boschi di neo-formazione spontanea, eliminare gli incentivi statali all’uso energetico delle biomasse legnose.

Vanno individuati i boschi di tutela, in almeno il 50% del patrimonio forestale nazionale esistente, e disciplinato il prelievo del legno con una selvicoltura ecologica che produca il minor danno possibile ai boschi di produzione. Su tutto va tutelata la biodiversità negli ecosistemi con un’ottica globale attenta anche a tutti i benefici forniti dal mondo delle piante.

Diversamente, i mille miliardi di alberi sono una foglia di fico sulle vergogne dell’inazione dei governi nei confronti della crisi climatica, una suggestiva trovata suadente alle orecchie del pubblico ma demagogica, una promessa d’intenti che si configura come elemento di distrazione di massa.

Occorrono coraggio, creatività, politiche serie ed adeguate e una mobilitazione generale per evitare una catastrofe annunciata sulla Terra, di entità pari a quella dei periodi di guerra, ma stavolta per la pace e maggiore equità. I più validi combattenti, si sa, non sono i bambini: ben vengano quindi gli alberi neonati, infanti verdi, ma non saranno quelli che ci salveranno. Lasciamo lavorare in pace gli alberi adulti che tra l’altro negli ecosistemi sanno cooperare. La crisi climatica si affronta con una molteplicità di azioni da tutte le componenti del vivere e del produrre, e gli alberi sono una delle componenti della soluzione, ma bisogna innanzitutto fermare la deforestazione e il sovrasfruttamento del patrimonio forestale, e programmare eventuali riforestazioni con rigorosi criteri scientifici.

La Legge Ammazza Foreste, spiegata facile

La Legge Ammazza Foreste, spiegata facile

Il Testo Unico per le Filiere Forestali (TUFF), approvato dal Governo Gentiloni nel 2018, si è meritata l’appellativo di Legge Ammazza Foreste per i danni che causa al patrimonio boschivo italiano. Il GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane nasce in prima battuta per combattere questa legge, che all’epoca dell’approvazione suscitò le fortissime, e purtroppo inascoltate, proteste del mondo scientifico.

La legge mira ad aumentare la produzione di legname ricavata dai boschi italiani, aumentando quindi il taglio di alberi, e arriva persino a prevedere il taglio coatto di boschi privati i cui proprietari vogliono lasciarlo crescere. È una legge con finalità produttive, che non si preoccupa minimamente di conservare l’ecosistema forestale.

Qui ve l’abbiamo riassunta in pochi punti:

  • Il TUFF ripropone per i boschi definizioni ormai superate, mentre andrebbero impiegate quelle della FAO – utilizzate già dagli inizi degli anni 2000 – che garantiscono di poter effettuare statistiche in linea con quanto richiede l’Europa e la FAO stessa e di conseguenza permette di fare confronti accurati. 
  • Fatta eccezione per le aree protette, nel cosiddetto Testo Unico non viene considerata alcuna ipotesi di zonizzazione del patrimonio forestale nazionale, ossia una distinzione tra boschi da destinare alla produzione e quelli che invece devono essere conservati per ragioni ecologiche, paesaggistiche, idrogeologiche, genetiche, culturali, sociali. Un salto indietro di 95 anni: la legge Serpieri del 1923 operava tale distinzione finalizzata alla difesa idrogeologica. Nella vicina Svizzera si discute di almeno 12 tipologie di boschi, ciascuna con destinazione e cure diverse. Inoltre, non vengono presi in considerazione neppure i boschi degradati da restaurare.
    Le attività di carattere produttivo, che per la gestione a ceduo significa destinare la legna alla mera produzione energetica (un uso che dovrebbe diventare residuale, privilegiando altre fonti energetiche realmente sostenibili), possono essere applicate ovunque senza distinzione degli aspetti ecologici, floristici, selvicolturali ed evolutivi. 
  • Il decreto afferma che la conversione a ceduo delle fustaie è sempre vietata; poi però contraddice l’affermazione aprendo a una pletora di eccezioni, nel caso in cui le Regioni decidano il contrario. Alla fine arriva a includere la conversione a ceduo di ogni tipo di utilizzazione forestale, purché si abbia rinnovazione. Praticamente si può ceduare tutto perché prima o poi, anche tra secoli, la rinnovazione delle condizioni iniziali è sempre ipotizzabile!
  • La legge equipara i terreni agricoli in cui non è stata più esercitata attività, e che sono in via di rinaturalizzazione spontanea, a “terreni forestali” che “hanno superato il turno” e quindi debbono essere gestiti attivamente a suon di motosega. Tutto questo anche se si tratta di boschi che si trovano nella fase di colonizzazione da parte di specie pioniere e che si avviano alla fase di maturità. La cosa è scientificamente infondata perché si estende il concetto di “turno” – che dev’essere applicato unicamente alle colture (ad es. ai cedui semplici o matricinati e alle fustaie coetanee che sono create e sostenute dall’uomo) – al bosco che invece cresce ed evolve autonomamente.
  • Vengono definiti “prodotti forestali non legnosi” anche i singoli alberi fuori dal bosco, che misteriosamente non sono ritenuti legnosi (eppure non sono di plastica) e poco importa che il più delle volte caratterizzano il paesaggio in maniera identitaria, come i cipressi o i tassi nei pressi delle abbazie, o le grandi querce isolate.  
  • Viene introdotto, mal interpretando il regolamento U.E. 1307/2013, il concetto di “bosco ceduo a rotazione rapida” (vale a dire sottoposto a tagli più ravvicinati nel tempo), mentre tale definizione andrebbe applicata solo ai terreni agrari con alberi piantati, suscettibili di reversibilità d’uso a fine ciclo. Il “miglioramento” delle condizioni del patrimonio forestale nazionale, per questa legge, consiste solo nelle varie modalità di taglio dello stesso.
  • Tutti i rimboschimenti, anche quelli “storici” eseguiti a fine Ottocento e che quindi fanno ormai parte del patrimonio paesaggistico tradizionale e che hanno maturato una loro configurazione ecologica, che il Testo Unico sostiene di voler preservare, vengono esclusi dalla categoria “bosco” e quindi possono essere eliminati. Parliamo di rimboschimenti effettuati con dispendio di denaro pubblico statale e lo stesso dicasi per quelli eseguiti con finanziamenti dell’Unione Europea.
  • I boschi vengono messi sullo stesso piano produttivo dei terreni agrari, come se fossero sistemi artificiali e non dotati di una propria capacità auto-organizzativa e di una propria ecologia complessa. Si considerano inoltre abbandonati i boschi cedui che non abbiano subito tagli per un periodo superiore alla metà del turno consuetudinario o le fustaie che non abbiano subito diradamenti negli ultimi venti anni. Pertanto, un bosco che per volere del suo legittimo proprietario evolve naturalmente verso forme più complesse e stabili, viene considerato abbandonato. Egualmente viene giudicato abbandonato dalla legge un terreno agricolo non coltivato negli ultimi tre anni. Tale è reputato anche un campo non arato da anni e riconquistato dalla vegetazione spontanea, in particolare forestale: i cosiddetti boschi di neoformazione.
  • Se il proprietario dei boschi abbandonati non provvede direttamente al taglio degli stessi, l’autorità pubblica provvede al recupero “produttivo” agendo in proprio o delegando gli interventi a soggetti terzi come, ad esempio, le cooperative giovanili. Questa disposizione rappresenta, di fatto, un esproprio immotivato nei confronti della natura e della volontà di quei cittadini che intendono conservare il proprio bosco per vederlo crescere, invecchiare, rinnovare spontaneamente e godere della sua bellezza in tutti gli aspetti. 
  • Secondo numerose Associazioni il Testo Unico viola gli artt. 9 e 117 della Costituzione perché ignorando l’aspetto ambientale del patrimonio boschivo, confligge con la tutela costituzionale dell’ambiente e dell’ecosistema. Violerebbe anche l’art. 41 della Costituzione perché l’iniziativa economica “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
  • Si introduce il termine “trasformazione” intesa come “ogni intervento che comporti l’eliminazione della vegetazione arborea e arbustiva”. Viene così liberalizzata, surrettiziamente, la possibilità di cambi di destinazione d’uso del suolo non consentiti dalla normativa vigente.  
  • L’eliminazione del bosco, inoltre, può essere “compensata”. Si fa presente che l’istituto della “compensazione” è utilizzato (ad es. nei pareri di Valutazione dell’Impatto Ambientale) solo quando un’opera risulti assolutamente necessaria, in assenza di alternative praticabili e nonostante l’adozione di tutte le mitigazioni possibili. Non è certo questo il caso della cancellazione di un bosco: trasferendo il concetto agli umani, potremmo dire che quando una persona muore in realtà si è “trasformata”. La legge prevede che la trasformazione del terreno boschivo può essere compensata con altre opere e servizi, inclusi anche con l’apertura di strade e opere simili che vanno a vantaggio delle aziende che operano i tagli. In definitiva, l’eliminazione di un bosco, magari di pregio, può essere compensata con un rimboschimento qualsiasi, anche fisicamente lontano, e non è tutto: la compensazione può risolversi addirittura in un contributo monetario da versare alla regione.  
  • Il decreto demanda alle regioni e alle province autonome la scelta dei soggetti a cui affidare la redazione e l’attuazione dei Piani di Gestione, purché dotati di “comprovata competenza professionale”. Il requisito richiesto per attestare tale competenza è talmente vago da lasciar ipotizzare seri rischi di discrezionalità e abuso: i laureati in Scienze Forestali, specialisti in questo settore, iscritti al proprio Ordine Professionale, potrebbero quindi essere ignorati e i compiti affidati a soggetti più vicini ai saperi dei taglialegna i quali, ottenuto un primo incarico, possono in seguito “comprovare” nel proprio curriculum la “competenza” e candidarsi ad assumere ulteriori incarichi. Stupisce, anche per questo, il sostegno dato a questo decreto dagli Ordini Professionali.
  • Il provvedimento pone ripetutamente l’accento sulla necessità della gestione del patrimonio forestale nazionale attraverso la selvicoltura. Di fatto, per contro, introduce delle scadenze temporali agli interventi che, paradossalmente, sono contrari sia ai criteri della selvicoltura correttamente eseguita sia di quella meramente produttivistica. Si impongono in definitiva limiti che contrastano con la necessità del selvicoltore di adattare le modalità di intervento a quelle che sono le caratteristiche proprie di ciascun popolamento forestale e del contesto in cui questo si è sviluppato. In sostanza, con questa legge la sola attività realmente praticabile su larga scala è la produzione di biomasse per scopi energetici, ossia il taglio del bosco per l’alimentazione delle centrali a biomasse forestali. 
  • Nel Testo Unico manca qualsiasi riferimento alla fauna, alle sue funzioni negli ecosistemi forestali, e alla sua protezione, agli arbusti, alle erbe, ai funghi, ai licheni, alle associazioni vegetali, al complesso della biodiversità, alle funzioni di regolazione, regimazione e qualità delle acque. È un testo affetto dal più incredibile riduzionismo e dalla noncuranza della complessità e stabilità dinamica degli ecosistemi.
Un bosco abbandonato è un bosco restituito alla natura

Un bosco abbandonato è un bosco restituito alla natura

Quando si parla delle foreste italiane vengono spesso fatte due affermazioni. La prima è che i boschi italiani siano in forte espansione. La seconda è che il nostro patrimonio boschivo soffra di “abbandono” e abbia bisogno di una maggiore manutenzione e di essere “gestito” per rimanere in salute.

La prima è solo una mezza verità. La seconda è un’affermazione falsa e smentita dalla scienza.

Partiamo dalla prima. Se è vero che la mera superficie dei boschi italiani è in aumento, va ricordato che il punto di partenza da cui si calcola questo aumento è il minimo storico di superficie raggiunto nel secondo dopoguerra: solo negli ultimi decenni i nostri boschi hanno cominciato a riprendersi dopo secoli di disboscamento selvaggio. E la situazione non è rosea come viene spesso descritta.

Quanto è verde il nostro paese? In Italia, circa un terzo del territorio nazionale è coperto da boschi. Ma solo una piccola parte delle foreste è sottoposta a vincoli ambientali che la proteggano: l’11% del paese, contro una media europea del 14%. Come stanno, davvero, le nostre foreste? Ha senso basarsi solo sulla mera espansione della loro superficie per definirle in salute? La realtà è più complessa di così. Per le statistiche nazionali, che contano solo la superficie, viene definita foresta anche un territorio intensivamente sfruttato, dove gran parte degli alberi (i più vecchi) sono stati tagliati e il sottobosco è stato completamente distrutto. Nel valutare lo stato di salute di una foresta, è importante considerarne non solo la superficie, ma anche la quantità di biomassa presente nella stessa. Venti ettari di foresta vetusta, con alberi grandi e piccoli, un sottobosco intatto e una buona quantità di necromassa (legno morto, indispensabile per la sopravvivenza di molte specie) sono venti ettari di meraviglia della natura e traboccano di biodiversità. Altrettanti venti ettari di bosco gestito a ceduo, dove sopravvivono solo pochi giovani alberi su un terreno spogliato del sottobosco e seccato dal sole, i cui raggi non vengono più filtrati dalla canopea degli alberi, sono qualcosa di completamente diverso: la biodiversità si riduce drasticamente, si espone quel territorio al rischio idrogeologico, il terreno privo di sottobosco perde gran parte della sua umidità e favorisce la propagazione degli incendi.

Eppure, per le statistiche nazionali, entrambe le situazioni sono “una foresta”. Ma a volte a contare come foresta sono persino le strade: questo avviene già per le strade piccole, e adesso verranno contate come territorio forestale anche strade enormi. Il Decreto Viabilità approvato dal Ministero delle Politiche Agricole (a cui è affidato il coordinamento a seguito del trasferimento dei poteri alle Regioni) stabilisce che sulle montagne italiane possano essere aperte strade larghe fino a 6 metri per garantire la “manutenzione” dei boschi. Uno scempio ambientale che le statistiche nazionali non registreranno, perché, stando al decreto, la metratura della strada continuerà ad essere conteggiata come superficie boschiva. Il decreto viabilità è un decreto attuativo del TUFF, il Testo Unico Forestale, la legge ammazza-foreste approvata dal governo Gentiloni che provocò l’insorgere degli scienziati italiani, che in oltre 250 firmarono una lettera di protesta, rimanendo purtroppo inascoltati.

La seconda affermazione, quella secondo cui un bosco dove non si tagliano alberi sarebbe “abbandonato” e quindi in pericolo, è assolutamente falsa. Chi porta avanti questa teoria promuove il taglio degli alberi più vecchi (importantissimi per la foresta: basti pensare a tutte le specie che fanno il nido nella cavità dei loro tronchi) per lasciare solo i più piccoli e giovani. Il turno di taglio in Italia è ormai solo quello che in termini tecnici si definisce “turno finanziario”: ovvero tagliare ogni 15-20 anni per massimizzare il profitto. Ma soli quindici anni, per una foresta, sono un battito di ciglia. La manutenzione così spesso invocata consiste anche nel rimuovere il legno morto e distruggere il sottobosco, colpevole di ostacolare il passaggio dei macchinari per il taglio degli alberi.

I boschi hanno davvero bisogno di tutto ciò per rimanere in salute? Assolutamente no. Le prime foreste sono comparse sul nostro pianeta circa 350-400 milioni di anni fa, mentre l’essere umano (inteso come Homo sapiens) vive sulla Terra da poco più di 200mila anni. È quindi lapalissiano che le foreste si siano evolute e siano sopravvissute per centinaia di milioni di anni senza alcun intervento da parte dell’uomo, e hanno invece prosperato e coperto gran parte delle terre emerse.Chiunque abbia avuto l’ormai raro privilegio di camminare in una foresta vetusta, antica e poco disturbata dalla mano dell’uomo, capisce intuitivamente quanto sia arrogante e antropocentrico pensare che ecosistemi così complessi e ricchi di biodiversità, frutto di milioni di anni d’evoluzione, possano avere bisogno dell’intervento costante dell’ultima specie arrivata (la nostra) per prosperare.

Il bosco è un ecosistema, e come tutti gli ecosistemi è autosufficiente e attraverso complesse relazioni tra piante, animali, funghi e batteri che vivono al suo interno crea un equilibrio perfetto dove ogni suo abitante trova riparo, nutrimento e ciò che occorre alla sopravvivenza della sua specie. L’uomo non fa eccezione: anche noi abbiamo bisogno del bosco per trarne ciò che ci serve per vivere. La differenza sta nel fatto che l’uomo non si ferma dopo aver prelevato il necessario: supportato dalla tecnologia e spinto da interessi economici, ha un potenziale distruttivo sconosciuto alle altre specie e può alterare l’equilibrio di un ecosistema, anche fino alla sua scomparsa. Se è vero che l’uomo ha bisogno di prelevare del legname per le sue necessità, questo dimostra solo che siamo noi a essere dipendenti dalle foreste, e non certo il contrario: una dipendenza di cui dobbiamo tenere conto nel momento in cui decidiamo quanto e cosa tagliare. Al momento, solo una piccola parte del legname prodotto in Italia viene usato per scopi nobili come la produzione di mobili: la maggior parte viene bruciato nelle centrali a biomasse forestali per produrre energia elettrica. Un sistema di produzione di energia che gode di lauti sussidi in quanto considerato “energia rinnovabile”, che però sta mettendo sotto forte pressione il nostro patrimonio boschivo.

Le foreste, oltre a costituire la nostra migliore arma nella lotta al cambiamento climatico, sono fondamentali per la salute umana: la deforestazione e la perdita di habitat sono tra i fattori più rilevanti nella nascita delle pandemie. Non è quindi il bosco ad aver bisogno di noi, siamo noi ad aver bisogno del bosco. E dei nostri boschi stiamo facendo un uso scellerato.

Un esempio di ciò è la proposta di allargare i cosiddetti “usi civici”, una prerogativa storica di alcune piccole realtà, a gran parte del territorio nazionale. Gli usi civici sono una tradizione antica che giustamente considera le foreste come patrimonio collettivo, e quindi permette agli abitanti di una certa zona – e solo a loro – di fare piccoli prelievi di legname dal bosco, a uso domestico e per motivi di sussistenza, quali far andare la stufa in un’epoca in cui certo non era possibile utilizzare il metano o i pannelli solari per scaldarsi. Si trattava quindi di prelievi moderati e a basso impatto, anche perché la cultura contadina di una volta era infinitamente più consapevole dell’importanza del bosco e della necessità di non rovinarlo.

L’idea di allargare enormemente gli usi civici e il considerare la proprietà privata delle foreste come un male costituisce un grave pericolo per il patrimonio boschivo. L’equiparazione di un bosco privato che i proprietari stanno lasciando alla sua evoluzione naturale a un terreno incolto e abbandonato, come stabilito dal Testo Unico Forestale, lascia alle amministrazioni comunali la possibilità di alienare boschi privati che sono diventate piccole oasi naturali, per aprirle al taglio. L’allargamento degli usi civici, pensati per un contesto economico, culturale e demografico completamente differente da quello attuale, può portare facilmente ad abusi che distruggeranno quanto costruito da generazioni di cittadini consapevoli.

È quindi importante che, nel parlare di aumento della superficie forestale italiana, si tenga conto anche dell’effettivo stato di salute delle nostre foreste; che si smetta di parlare di “abbandono del bosco”, perché la natura, senza gli umani, sta benissimo; che si smetta di definire “manutenzione” o “gestione” pratiche che in realtà sono volte alla produzione di legname e non certo alla protezione dell’ambiente; e che non si snaturi la tradizione degli usi civici per creare occasioni di taglio persino nei boschi privati che i cittadini hanno restituito alla natura.

Le foreste non hanno bisogno della nostra manutenzione, hanno bisogno del nostro rispetto.

Lo spazio e il tempo per le foreste resilienti

Lo spazio e il tempo per le foreste resilienti

Articolo pubblicato su L’Italia Forestale e Montana / Italian Journal of Forest and Mountain Environments 75 (2): 69-81, 2020 © 2020 Accademia Italiana di Scienze Forestali

di ALESSANDRO BOTTACCI

Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Professore a contratto di “Nature Conservation”, School of Biosciences & Veterinary Medicine, Plant  Diversity and Ecosystems Management unit, University of Camerino; via Pontoni, 5 – 62032 Camerino  (MC), Italy

Le foreste sono ormai universalmente considerate come sistemi complessi adattativi. La capacità adattativa di questi ecosistemi è direttamente proporzionale alla loro resistenza, resilienza e adattabilità/plasticità. Questi attributi sono, a loro volta, funzione del grado di biocomplessità (compositiva, strutturale e funzionale/relazionale) raggiunto dal sistema stesso. 

Perchè una foresta possa raggiungere un elevato livello di complessità è necessario che siano assicurati un adeguato spazio fisico tridimensionale e un intervallo di tempo molto lungo. 

Le foreste gestite sono spesso limitate nella superficie (a causa della frammentazione fisica o ecologica) e nell’altezza (a causa di tagli troppo precoci e intensi, che non permettono al piano delle chiome di occupare tutto il biospazio a disposizione); questo le rende più semplificate e quindi meno resilienti. Per quanto riguarda il tempo, frequentemente non si tiene conto della diversità tra tempo dell’Uomo e tempo delle foreste, tentando di accelerarne, in modo innaturale, la crescita e la successione delle fasi strutturali. La velocità è nemica della complessità, specialmente di quella relazionale, sulla quale si basa la capacità  delle foreste di rispondere ai disturbi esterni. 

Il cambiamento globale e le nuove sfide per il futuro del Pianeta richiedono un deciso cambiamento dei criteri e dei metodi di gestione forestale, considerando anche il grande valore degli ecosistemi lasciati alla libera  evoluzione naturale. 

Parole chiave: sistemi complessi adattativi; resilienza; biocomplessità forestale; foreste ad evoluzione naturale; spazio e tempo. 

Citazione: Bottacci A., 2020 – Lo spazio e il temo per le foreste resilienti. L’Italia Forestale e Montana, 75 (2): 69-81. https://doi.org/10.4129/ifm.2020.2.02 

INTRODUZIONE 

La foresta è universalmente considerata un sistema biologico complesso autopoietico adattativo (Ciancio e Nocentini, 1996; Puettmann et al., 2009; Mes sier e Puettmann, 2011; Nocentini, 2011), cioè un sistema capace di autogovernarsi nel tempo attraverso le reciproche interazioni dei suoi componenti e di  adattarsi alla variazione degli input ambientali esterni conservando la propria  funzionalità (Puettman, 2014).

Le foreste seguono un ordine interno naturale, che possiamo definire un  “ordine spontaneo” (Clauser, 2003), secondo il quale si accrescono e si sviluppano per stadi successivi, adattandosi all’ambiente nel quale si trovano. Si tratta  di sistemi interattivi e compositi, costituiti da molti elementi diversi interagenti  tra loro secondo i principi della teoria fisica della Criticità autorganizzata (Piovesan e Schirone, 1995). 

Esse seguono sempre il percorso a minor dispendio energetico complessivo,  passando da strutture più semplici a strutture più complesse, da uno stato metastabile a un altro, in conseguenza di processi innescati da eventi anche di  piccola entità. Questo non avviene in modo totalmente lineare e prevedibile, ma secondo cicli adattativi (crescita, conservazione, collasso e rilascio, riorganizzazione) su diverse scale spaziali e temporali secondo i processi tipici della  Panarchia (Gunderson e Holling, 2002; Allen et al., 2014). 

Non si raggiunge mai un vero e proprio equilibrio ma il sistema si muove sempre sul confine tra disordine (caos, χάος) e ordine (cosmos, κόσμος), per rimanendo nello stadio dinamico della complessità (Messier e Puettmann, 2011).  

La complessità diviene pertanto una condizione necessaria per limitare il rischio di cadere in quelle che Carpenter e Brock (2008) hanno definito “trappola della povertà”, quando il sistema è talmente semplificato da non avere nessuna possibilità di recuperare con le sue sole forze, e “trappola della rigidità”, quando il sistema è totalmente ordinato e diviene pertanto una struttura rigida e statica. In entrambe le condizioni il dinamismo del sistema si blocca. È quindi fondamentale che l’approccio alla gestione degli ecosistemi forestali si basi sui principi della teoria dei sistemi complessi, tenendo conto di tutte le  componenti – e non solo della componente arborea -, delle numerosissime interazioni esistenti tra queste e della capacità di rispondere ai disturbi esterni. Nella gestione forestale la semplificazione non è ammessa. Una visione riduzionistica concettuale è fuorviante e foriera di gravi errori (Ciancio e Nocentini, 1996; 2003; Simard e Durall, 2004). 

Possiamo considerare la complessità di un ecosistema forestale a tre livelli diversi ma necessariamente integrati tra loro: 

Complessità compositiva, legata soprattutto al numero di specie, animali e vegetali, presenti. Questa ricchezza è massima negli ecosistemi forestali intatti e  ne determina il grande valore ambientale (Watson et al., 2018); 

Complessità strutturale, legata alla conformazione fisica della foresta (tipo di  occupazione dello spazio, distribuzione dei volumi, rapporti allometrici delle  componenti, ecc.). La complessità strutturale influisce positivamente su vari  aspetti dell’ecosistema (biodiversità, resilienza, adattabilità, ecc.) (Franklin et  al., 2004; Stiers et al., 2018); 

Complessità relazionale/funzionale, legata alla rete di relazioni tra le varie componenti del sistema e tra di esse e l’ambiente nel quale sono inserite. Possiamo includere in questa complessità anche la varietà di nicchie ecologiche presenti (Sabatini et al., 2010). La complessità relazionale è talmente varia e piena di retroazioni da potersi considerare come la componente più difficilmente misurabile o valutabile di un ecosistema (Mayr, 1988). Essa  può essere anche espressa in termini di posizionamento dei vari componenti organici all’interno della complessa rete trofica. Questo posiziona mento non è casuale, ma segue un ordine preciso, misurato da quella che  viene definita coerenza trofica, che, a sua volta, rende le reti più stabili  (Johnson et al., 2014).  

A questo proposito è importante anche segnalare i fondamentali studi sulla rete di ectomicorrize che, nel suolo, collega gli apparati radicali di una foresta, fungendo da sistema di comunicazione e di scambio di carbonio e di altre sostanze nutritive (Clemmensen et al., 2013). 

Gli studi sulle foreste indisturbate (old growth forests) hanno permesso di comprendere, in modo più preciso e ampio, la biocomplessità naturale, i processi ad essa collegati, nonché i meccanismi che sottendono all’evoluzione dei  sistemi forestali (Faliński, 1986; Faliński, 1988; Blasi et al., 2010; Stiers et al.,  2018). 

Uno dei risultati fondamentali di questi studi è aver compreso la stretta relazione tra biocomplessità e resistenza, resilienza e adattabilità degli ecosistemi  forestali. 

Aldilà delle molte definizioni esistenti, ai fini del presente lavoro ritengo che queste tre caratteristiche possano essere riassunte nel seguente modo:

Resistenza: è la capacità di un ecosistema di mantenere il proprio equilibrio strutturale e funzionale di fronte ad un disturbo esterno. 

Resilienza: è la capacità di recuperare il proprio equilibrio qualora questo venga alterato da un disturbo esterno o anche “la capacità di tollerare disturbi senza collassare in uno stato qualitativamente diverso” (Holling, 1973). 

Adattabilità/plasticità: è la capacità di modificare la propria struttura in conseguenza di un cambiamento ambientale permanente senza perdere la propria funzionalità. 

La stabilità di un ecosistema è strettamente legata alla sua capacità adattativa, a sua volta dipendente della sua biocomplessità (Colwell, 1998; Michener et  al., 2001; Bottacci, 2014; Bottacci, 2018a). Si deve assolutamente tenere conto di questo assunto quando si vogliano conservare e gestire foreste in modo da tutelarne l’evoluzione e la stabilità dinamica. 

Per favorire il raggiungimento e la conservazione di alti livelli di complessità degli ecosistemi forestali, dobbiamo considerare che essa è funzione di due fattori fondamentali: lo spazio ed il tempo (Clauser, 1991). Non tenendo conto di  questi due fattori, come avviene troppo spesso in una selvicoltura a preminente finalità economica, si rischia di alterare in modo sostanziale la foresta, inficiandone il futuro, al solo scopo di massimizzare un ricavo attuale, oltretutto relativamente basso in relazione ai costi ambientali alti, come avviene nel caso della  forma di governo a ceduo (Clauser, 1989).

LO SPAZIO 

Lo spazio è un parametro fondamentale per le foreste. Prima che l’azione  antropica riducesse in modo drastico la superficie forestale del nostro Pianeta,  le foreste occupavano quasi la metà delle terre emerse, formando, in molti casi, estensioni di milioni di ettari senza soluzione di continuità. Ancora oggi questa riduzione non si arresta, continuando ad interessare, in modo drammaticamente preoccupante, anche le foreste primarie intatte (Potapov et al., 2017). Lo spazio è indispensabile perché si possa sviluppare pienamente la complessità sotto forma di mosaico di fasi del ciclo strutturale (rinnovazione, affermazione, esclusione, maturazione, diversificazione, crollo, ecc.). In questo modo, su una adeguata estensione, la foresta può raggiungere e mantenere uno stato nel quale i disturbi, pur presenti, hanno un’influenza limitata sul cambiamento della struttura generale e, anzi, aiutano a mantenere lo stato di complessità. Solo con una adeguata superficie, al di sopra di quella che si può definire la “superficie minima vitale della foresta”, si può avere l’insieme di piccoli e continui cambiamenti che interessano i componenti di quella data fitocenosi e dei suoi vari strati, che costituisco l’articolato processo della fluttuazione,  ampliamente studiato da Faliński nella foresta primeva di Białowieża (Faliński,  1986; Faliński, 1988; Pedrotti, 2007).  

La ricerca dei valori di questo parametro è ancora relativamente scarsa, nonostante si tratti di un argomento molto stimolante e basilare per la conservazione e la gestione delle foreste. 

Harris (1984), nel suo fondamentale testo sulla frammentazione forestale, colloca tra 2 e 20 ha la soglia minima al di sotto della quale il sistema perde di efficienza. 

Uno dei principi fondamentali della Biologia della Conservazione, contenuto nel 3° postulato di Soulé (1986), è il rapporto tra le dimensioni di una comunità e la sua possibilità di sopravvivenza: riducendo la superficie di un popolamento – ed io direi ancora di più il volume da essa occupato – diminuisce la sua vitalità e resilienza (Bellarosa et al., 1991).  

Zacharias e Brandes (1989), citati in Bellarosa et al. (1991), hanno evidenziato una relazione lineare tra la superficie di boschetti isolati del Querco-Fagetea in  Germania e la frequenza delle specie più rare. Questi autori hanno rilevato che,  per avere la saturazione di tutte le specie, comprese le più rare, un popolamento doveva ricoprire una superficie continua non inferiore a 500 ha. 

La riduzione delle superfici forestali, oltretutto, innesca le tipiche problematiche della frammentazione degli habitat (Diamond, 1975; Crooks e Sanjayan,  2006). In caso di superfici ridotte, la percentuale di area marginale (più disturbata) aumenta, rispetto a quella occupata dalla core area, agendo negativamente  sulle varie complessità, specialmente sulla complessità relazionale. 

Per una corretta valutazione dell’influenza dello spazio sulla stabilità degli ecosistemi forestali è fondamentale tenere conto che lo sviluppo strutturale delle foreste non è solo quello bidimensionale della superficie, ma quello tridimensionale del volume. Le foreste, rispetto agli altri ecosistemi terrestri naturali, tendono ad occupare molto più spazio anche in senso verticale, sia verso  l’alto, con le chiome che possono arrivare fino ad oltre cento metri, che nel  sottosuolo, dove le radici si possono approfondire di molti metri (ad es. fino a  7 m di profondità per le radici strutturali delle foreste tropicali) e rappresentare una notevole frazione della biomassa totale (circa il 20%) (Brunner et al., 2004;  Crown, 2005; Galvagni et al., 2006; Lasserre et al., 2006). 

Per questo possiamo affermare che le foreste sono soprattutto strutture verticali. 

A questo proposito forniscono un’utile informazione gli studi sulle strutture forestali basati su un approccio allometrico, nei quali si mostra che  l’occupazione dello spazio tridimensionale non è casuale ma segue un model lo basato sulla legge di potenza, che sottende un comportamento frattale. L’aumento dell’altezza del popolamento (nel caso specifico dell’altezza tipica degli alberi più alti), determina un aumento proporzionale del volume della  foresta per unità di superficie. Al fine di massimizzare l’energia solare utilizzata, le foglie devono riempire quanto più possibile questo volume e lo fanno seguendo proprio una strutturazione frattale sia orizzontale che verticale  (West et al., 2009; Enquist et al., 2009; Simini et al., 2010; Anfodillo et al., 2013;  Sellan et al., 2017). In conseguenza di ciò la produttività di una foresta è funzione anche dello spazio verticale occupato. 

Lo sviluppo della foresta nello spazio verticale, che possiamo anche defi nire “spessore ecologico” o “biospazio”, ha anche un valore ecologico. Esso determina gradienti di microclima che vengono occupati da specie e da comunità di specie differenti, contribuendo così ad aumentare la biocomplessità del sistema (Ishii et al., 2004; Nadkarni, 2010). Già molti anni fa Mac Arthur e  Mac Arthur (1961) avevano evidenziato una relazione positiva tra altezza del  piano delle chiome e ricchezza di specie di uccelli, attribuendola alla presenza di una maggiore disponibilità di nicchie ecologiche. Più recentemente Roll et al. (2015) hanno confermato questa relazione per tutti i vertebrati ed in parti colare per gli anfibi. 

Cazzolla et al. (2017) hanno trovato una correlazione significativa tra la ricchezza di specie di piante vascolari e l’altezza media del piano delle chiome (considerato come indicatore del volume) sia a livello globale che macro climatico. 

L’intervento umano altera questa stratificazione verticale di habitat e riduce la biodiversità del popolamento, soprattutto diminuendo l’altezza del piano delle chiome e semplificandone la struttura (Brokaw e Lent, 1999). Questo suggerisce l’opportunità di una maggiore attenzione al biospazio negli studi ecologici e nella pianificazione e gestione dei siti naturali. Le foreste intatte, infatti, mostrano come un ampio spessore ecologico (biospazio) favorisca la diversità verticale e contribuisca alla biocomplessità totale dell’ecosistema e, di conseguenza , alla sua funzionalità.

IL TEMPO 

Il tempo è stato definito da Clauser (1991) come la quarta dimensione del bosco ed è una dimensione troppo spesso sottovalutata. 

Un approccio semplicistico alle foreste tende a mettere in correlazione il tempo solo con l’incremento di volume degli alberi, dando addirittura un significato colturale di maturità alla culminazione dell’incremento stesso, nelle sue  varie forme (corrente, medio, percentuale), culminazione che invece avviene sempre ad un’età del bosco molto bassa. 

Occorre perciò chiarire che il tempo delle foreste non è il tempo dell’Uomo. Si tratta  di due ordini di grandezza diversi. Considerare i tempi della foresta con il riferimento temporale dell’Uomo è uno degli errori fondamentali che hanno  commesso e commettono molti forestali. 

La lentezza – relativamente ai parametri umani – è la legge per la foresta (Wohlleben, 2016) ed è fondamentale tenerne conto. 

Addirittura è stato evidenziato che proprio le piante ad accrescimento più lento sono quelle destinate a vivere più a lungo (Piovesan et al., 2019a; Piovesan  et al., 2019b) 

Le foreste hanno bisogno di tempo per poter evolvere passando da una fase strutturale all’altra (Leibundgut, 1978), fino allo stadio più evoluto possibile in quel luogo e in quel momento. 

Raggiunto questo stadio le variazioni strutturali sono ancora più lente e indotte da disturbi naturali a bassa intensità (crollo di alberi o gruppi di alberi) o a grande intensità (tempesta di vento, incendio naturale, attacco parassita rio, frana, valanga, ecc.). In entrambi i casi, comunque, con tempi di ritorno,  generalmente, molto lunghi. Questi disturbi sono importanti per la rinnovazione dell’ecosistema e per il mantenimento di una parte della sua complessità  (Yamamoto, 2000). 

Oltretutto la foresta non segue il ciclo vitale dei suoi componenti principali: gli alberi. Questi nascono, crescono, invecchiano e muoiono, rimanendo soggetti alle leggi del tempo, la foresta è invece soggetta “a una agitazione eterna”  (Stevens, 1990 in Motta, 2018). 

Il tempo sottende anche alla biocomplessità strutturale di una foresta. I parametri di altezza e volume sono evidentemente legati al tempo, ma anche lo sviluppo degli apparati radicali o la maturazione sessuale dei singoli componenti. La strutturazione e l’occupazione del biospazio (verticale, orizzontale, sopra e dentro al suolo) sono, come già ricordato, processi fondamentali che la foresta conduce secondo il modello della criticità autorganizzata. Questi processi organizzativi svolgono una funzione sintropica, cioè di bilanciamento della entropia (Schirone, in stampa). Come nel caso dell’entropia (secondo principio della termodinamica), anche la sintropia è funzione del tempo: col trascorrere del tempo, infatti, l’ecosistema aumenta la propria organizzazione funzionale e  strutturale, tendendo spontaneamente verso una condizione metastabile, vicina al punto critico (Solé et al., 2002; Solé e Bascompte, 2006).

Il tempo influisce anche su una componente fondamentale dell’ecosistema forestale: il suolo. Il suolo è il frutto di interazioni tra componente organica, componente inorganica e clima, che a loro volta sono funzione del tempo. Un  suolo forestale, per raggiungere stadi evoluti, richiede molti anni (talvolta secoli). Recenti studi hanno mostrato l’importanza, per la funzionalità e per la produttività degli ecosistemi forestali, della complessa rete di simbiosi che si formano nel suolo tra gli apici radicali delle piante arboree e le ectomicorrize (ECM) (Simard, 2009; 2018; Steidinger et al., 2019). Lo sviluppo di questa rete è legato alla presenza di alberi vetusti (detti alberi madre) e di un suolo evoluto, fattori questi che sono entrambi funzione del tempo e del non disturbo antropico. Un altro importante parametro dell’ecosistema forestale legato all’età del bosco, e quindi al fattore tempo, è la presenza del legno morto (Travaglini et al., 2012). È ormai universalmente riconosciuto il ruolo della necromassa per la conservazione della biodiversità (WWF Switzerland, 2004; Marchetti e Lombardi, 2006). Lasciare alla foresta il tempo per raggiungere le fasi strutturali più avanzate è fondamentale perché si accumuli in modo naturale una massa di legno morto capace di creare nicchie ecologiche tali da incrementare la biocomplessità e, in particolare, la rete trofica. 

CONCLUSIONI 

Da quanto detto appare evidente che vi sia un contrasto stridente tra la fondamentale importanza di concedere spazio e tempo agli ecosistemi forestali e le  azioni, ancora troppo diffuse, di una “selvicoltura attiva” che prescinde spesso dalla conservazione del capitale produttivo e si concentra principalmente, se non esclusivamente, sul prodotto ritraibile in tempi brevi e sulle più ampie superfici possibili (Bottacci, 2018b), prescindendo spesso dall’attuale conoscenza  ecologica e conservazionistica (Chiarucci e Piovesan, 2018). 

Quasi sempre si continua a considerare il bosco non come un sistema complesso autopoietico, ma come un semplice insieme di alberi da utilizzare, insieme incapace di sopravvivere senza l’intervento dell’uomo, del quale non si considerano né le esigenze di spazio né quelle di tempo. 

Come afferma giustamente Pedrotti (2007), il processo di sinantropizzazione delle foreste produce cambiamenti negativi, che portano alla degenerazione (impoverimento senza compromissione della fitocenosi originaria) e anche alla  regressione (forma più grave dove le fitocenosi originarie sono sostituite da fitocenosi meno complesse e a fitomassa minore). 

Olaczek (1974), già molti anni fa, considerava, tra le forme di degenerazione degli ecosistemi forestali, il ringiovanimento (juvenalization), cioè il mantenimento delle fitocenosi agli stadi iniziali a causa dei tagli periodici, che limitavano a  pochi decenni il tempo a disposizione. 

I tagli sono disturbi innaturali che, se si presentano con frequenze accelerate e su superfici ampie, possono innescare questi fenomeni di regressione, costringendo l’ecosistema forestale a permanere nei suoi stadi iniziali, più semplificati e meno stabili. 

La biocomplessità è alterata da tagli intensi e ripetuti a breve distanza (con  cambiamenti repentini nella struttura e composizione del sistema). È noto che negli ecosistemi forestali naturali o con basso disturbo antropico, la biocomplessità è maggiore anche a causa della presenza di molte specie rare e minacciate, quasi del tutto assenti in quelli gestiti (Christensen e Emborg, 1996). 

Anche tenendo conto del ruolo prioritario delle foreste nell’attenuazione del global change, è fondamentale cambiare decisamente i principi di fondo della gestione, tenendo decisamente più in considerazione i parametri che abbiamo discusso nel presente lavoro: lo spazio e il tempo. 

Una selvicoltura per le foreste del futuro dovrà innanzi tutto partire da un assunto, che forse a molti forestali apparirà “eretico”: partendo dal principio che, in generale, gli interventi di taglio rappresentano un disturbo innaturale  per le foreste e che, d’altro canto, l’uomo ha la necessità di avere a disposizione i prodotti legnosi che le foreste forniscono, la corretta selvicoltura dovrà operare in modo da ottenere quanto serve all’uomo, riducendo al minimo il disturbo all’ecosistema forestale, contenendolo cioè entro i limiti della sua capacità resiliente e dando alle foreste lo spazio e il tempo di cui hanno bisogno. 

Per ottenere questo risultato sarà fondamentale, prima di tutto, preservare la  continuità ecologica della foresta; continuità sia in senso spaziale (evitando la frammentazione, fisica ed ecologica, dei popolamenti), sia in senso temporale  (evitando repentini e frequenti cambi strutturali del popolamento stesso). 

Fornendo agli ecosistemi forestali un adeguato spazio (almeno uguale o superiore alla superficie minima vitale) e un tempo indefinito (prescindendo  quindi dalla definizione di turni), si potrà attuare anche una gestione che si può  definire delle alte provvigioni, ottenendo foreste ricche di biomassa. In esse si  potrà ottenere una ripresa importante, pur mantenendo molto basso il tasso di  utilizzazione (parametro che, in qualche modo, può essere indicativo dell’entità  del disturbo arrecato con i prelievi). 

La continuità ecologica e l’intervento antropico nullo o di bassa intensità favoriranno la costituzione di popolamenti sempre più resilienti e quindi, secondo la definizione di selvicoltura data sopra, anche più capaci di supportare e  sopportare una gestione con finalità economiche. 

Come mostrato, lo spazio ed il tempo influiscono positivamente sulla bio complessità delle foreste; questa, a sua volta, è la base della resilienza che le rende stabili (Rist e Moen, 2013). Per cui la moderna gestione forestale non potrà più prescindere da questi due parametri. Di fronte alla riduzione continua delle superfici forestali della Terra (18 milioni di km2 di superficie forestale persi negli  ultimi 8.000 anni) (FAO, 2018), alla loro pericolosa semplificazione e alla minaccia incombente dei cambiamenti climatici, diventa indispensabile liberarsi dalla  visione antropocentrica (pericolosa eredità dell’Illuminismo), che attribuisce all’Uomo una capacità di indirizzo superiore anche a quella della Natura stessa, e imboccare la via di una decisa azione di “conservazione del processo naturale”.

In considerazione del loro grande valore, è ineluttabile fare una scelta radicale di rispetto per gli ecosistemi naturali indisturbati (tra i quali, in primo luogo, quelli forestali) (Watson et al., 2018), riservando loro la metà della Terra,  come proposto da Wilson (2016), facendo così in modo che non vi siano limitazioni di spazio e di tempo all’espressione delle loro potenzialità. 

Il caso della Pineta Dannunziana e le aree protette

Il caso della Pineta Dannunziana e le aree protette

di Giovanni Damiani


Gentili Renzo Motta, Davide Ascoli, Marco Marchetti e Giorgio Vacchiano,

faccio riferimento a quanto pubblicato a Vs firma sulla Rivista SISEF il 04/08/2021 dal titolo Prevenzione antincendio e la conservazione dell’ambiente: il caso della Pineta Dannunziana di Pescara.

L’articolo ha suscitato diffuso stupore per il contenuto di affermazioni assolutamente non veritiere su cui sono impiantate conclusioni altrettanto non accettabili. Esse sono riprese e rimbalzate evidentemente dalle posizioni assunte dal Presidente dell’Ordine Provinciale dei dottori Agronomi e dei dottori Forestali, dr. Matteo Colarossi, autentiche “rivelazioni” inedite che sono poste come basi alla richiesta di togliere lo status di “Riserva Naturale “alla Pineta per applicarvi la selvicoltura a scopo di prevenzione AIB.   

Queste in sintesi le palesi notizie false che anche Voi, evidentemente male informati e senza operare verifiche, incredibilmente rilanciate.

NOTIZIE INFONDATE SULLA GENESI DELLA PINETA

È stato sostenuto che “La pineta, localizzata all’interno della città di Pescara, è l’eredità di un rimboschimento fatto dal Marchese D’Avalos nel ‘500. “  Si tiene a riferire che questa affermazione emerge per la prima volta in un’intervista resa alla RAI – TG3 regionale il 7 maggio 2021 dal dr Colarossi : “La pineta è coltivata dal 1500” dice Colarossi “e non esisteva al tempo dei romani. Non si tratta di foresta vergine“ [1]

Dal momento che tale affermazione contrasta con quanto finora emerso da tutti gli studi storici, dalle ricerche archivistiche e le conseguenti valutazioni logico-deduttive, da più parti c’è stata la richiesta all’Ordine Professionale presieduto dal dr.  Colarossi di fornire gli elementi documentali posti alla base della rivelazione.    Tali richieste sono state pubbliche, sono tutt’ora reiterate anche con insistenza, ma sono rimaste, ad oggi, senza risposta. Ma il Presidente Provinciale dell’Ordine ha cambiato successivamente versione e ha sostenuto in sintesi che la Pineta “c’era all’epoca dei romani e anzi è lì prima della comparsa dell’uomo…”  ma è stata tagliata, ha riconfermato essere stata successivamente ripiantata dal Marchese D’Avalos nel 1500, ma tagliata di nuovo e… quello che vediamo oggi sarebbe opera dell’impianto artificiale fatto dal Corpo Forestale dai primi del secolo scorso addirittura fino negli anni ’80. Tuttavia anche queste sono tutte notizie nuovissime, sfuggite anche agli studiosi più attenti e a tutti i ricercatori e archivisti, notizie che cambiano la storia e non solo del territorio abruzzese … ma si continua a non rivelare quali siano le fonti archivistiche o bibliografiche di tanta rivoluzionaria novità. E anche in questo caso vi sono state richieste reiterate e pubbliche di spiegazioni, citando il contrasto con le numerose fonti documentali esistenti, con le cartografie storiche che riportano la “Silva Lentisci” talvolta chiamata “Selva dei Chiappini” e con fatti oggettivi sulla storia dei D’Avalos che erano Marchesi di Pescara e non avrebbero potuto impiantare pinete a Pino d’Aleppo su quasi l’intera costa adriatica, in aree vastissime al di fuori delle loro limite proprietà. La fonte più antica dell’esistenza della foresta risale in realtà al 1114 ad opera del grande geografo arabo Eldrisi (o Al- Idrisi) incaricato di redigere cartografie da Re Ruggero II di Palermo, che riporta che da Campomarino ad Ancona, per circa 300 miglia di costa adriatica: “in queste solitudini vive gente che s’annida nelle foreste e vi ha luoghi di caccia e in questi deserti va in cerca di miele”. In archivio di Stato si trovano documenti circa l’entità dei tagli effettuati storicamente su tale foresta ed anche le date ed entità e specie utilizzate nei rimboschimenti, sempre parziali, effettuati nel tempo. Esistono anche studi storici sulla Pineta effettuati all’inizio del 1800 e parlano ancora i toponimi “Montesilvano”, “Silvi” … Una fotografia d’epoca dannunziana datata 1927, inoltre, mostra dei tronchi di Pino d’Aleppo di dimensioni imponenti che sicuramente non potevano essere stati piantati da poco tempo.  Prendo atto che qualche dubbio è venuto anche a Voi, se alle posizioni del Dr Colarossi avete aggiunto “in massima parte” frutto di rimboschimento …

In definitiva le notizie – peraltro contraddittorie – sull’origine non naturale della Pineta di Pescara rivelate dal dr Colarossi restano, ad oggi, totalmente infondate e l’area va considerata un relitto, prezioso, di un’antichissima foresta che copriva la quasi totalità del litorale adriatico. Relitto sicuramente non qualificabile come “foresta vergine” ma sicuramente molto particolare perché le condizioni geologiche -idriche (con riferimento alla falda ivi assai superficiale che crea sacche limitate di umidità frammiste a mosaico in diverse  aree xeriche)  dànno  luogo a un corrispondente mosaico di vegetazione xerica associata al Pino d’Aleppo o addirittura a flora dunale su residui di dune fossili, accanto a vegetazione tipica di zone umide, risultandone una straordinaria biodiversità.

SE IL Dr COLAROSSI, appoggiato dal CONAF e ripreso dalla SISEF, AVESSERO RAGIONE SULL’ORIGINE ARTIFICIALE DELLA PINETA DANNUNZIANA?

È oramai chiaro che la richiesta di dequalificazione della PINETA dallo status di Riserva Naturale perché la stessa sarebbe di recente impianto artificiale è una grave sciocchezza.  Ma se, per assurdo, effettivamente la Pineta fosse artificiale, avremmo grandissimi e validissimi MOTIVI IN PIÙ più per mantenerla RISERVA NATURALE. Anzi sarebbe un obbligo. Infatti la straordinaria biodiversità presente, le specie arboree, arbustive ed erbacee collocate al posto giusto rispetto alle condizioni e alla natura del suolo, alla distanza dal piano della falda, la distribuzione spaziale delle stesse, la disetaneità, insomma le tantissime specie “giuste” messe al posto “giusto”, renderebbero questo ecosistema una delle più mirabili produzioni intellettuali dell’Uomo. Rappresenterebbe probabilmente una realizzazione del più elevato sapere botanico-forestale e delle discipline delle scienze naturali prodotte in Italia, meritevole di ATTENZIONE E VANTO NONCHÉ DI TUTELA AGGIUNTIVA ALLE MOTIVAZIONI NATURALISTICHE e non la squalifica che chiede l’Ordine Professionale.

NOTIZIE FALSE SUL PRESUNTO IMPEDIMENTO DEL PIANO DI ASSETTO NATURALISTICO AD EFFETTUARE INTERVENTI AIB

Nell’articolo a Vs firma è detto: “Prima dell’istituzione della Riserva venivano regolarmente effettuate operazioni colturali come i diradamenti forestali, lo sfalcio delle invasive erbacee ed arbustive e la rimozione della necromassa, proprio per ridurre il pericolo di incendi tenendo conto della particolare localizzazione del bosco. Con l’istituzione della Riserva, tuttavia, è stato adottato un Piano di assetto naturalistico che ha imposto di non effettuare interventi colturali ed assecondare lo sviluppo della vegetazione secondo la sua dinamica naturale.

Non è vero che siano mai esistite nella Pineta di Pescara le citate “operazioni colturali”, diradamenti ecc… in funzione AIB e che poi queste sarebbero cessate perché impedite dalle norme di tutela. 

La Pineta è stata acquistata dal Comune di Pescara, dai discendenti dei Marchesi D’Avalos nel 1975. Una nutrita commissione multidisciplinare istituita da esperti in varie discipline e da amministratori comunali indicò una porzione di essa (comparto n. 5) meritevole di tutela integrale per le preziosità botaniche e per la pregevole composizione ecosistemica, che ne portò alla recinzione e alla chiusura alla frequentazione pubblica, destinandola a frequentazione a scopi didattico-scientifico controllata ai fini della conservazione.   Proprio quel comparto 5 è quello preso di mira dagli incendiari: lì sono stati messi gli inneschi.  La Riserva è stata istituita nel 2000 ed il Piano di Assetto Naturalistico (di seguito PAN) è stato approvato nel corrente 2021, con circa 20 anni di ritardo rispetto al provvedimento di protezione.  Pertanto è falso che sia stato il PAN ad “imporre di non effettuare interventi colturali” ecc: quell’area era a tutela integrale continuativamente da 46 anni mentre la Riserva esiste sulla carta da 20 e il PAN è adottato da pochi mesi.   È falso pertanto che la tutela abbia favorito il propagarsi dell’incendio, mentre è vero il contrario: è l’assenza di tutela, prevista nel PAN e ancora di più nel Piano Comunale di Protezione Civile totalmente inapplicato a dover essere chiamato in causa.  La Riserva a gestione comunale ha ricevuto per venti anni fondi dalla Regione per la sua gestione ma ciò non ostante non ha mai avuto un direttore, personale dedicato, alcuna vigilanza, neppure quando i bollettini della Protezione Civile indicavano – come nel caso in questione – alto rischio d’incendio; è largamente sprovvista di prese idriche antiincendio per la maggior parte della sua estensione e persino lungo il perimetro d’interfaccia fra abitazioni e bosco, ove è presente una sola manichetta antincendio di realizzazione privata, sita in ambito privato dell’Istituto delle Suore e con possibile raggio d’azione di pochi metri entro la Pineta. È falso anche che interventi silvoculturali erano effettuati e sarebbero cessati con il PAN.  Riporto a riprova, di seguito, quanto stabilito dal PAN stesso: Pag. 46

Problematiche relative al comparto 5

Il comparto 5 presenta caratteristiche peculiari che lo differenziano sostanzialmente dagli altri settori della Riserva Dannunziana; infatti la chiusura al pubblico (seppure il comparto risulti frequentato abusivamente da alcune persone, che ne hanno causato lo stato di degrado e di rischio in cui attualmente si trova), ha permesso di preservare lo sviluppo di alcune specie vegetali e di migliorare le caratteristiche chimico-fisiche del suolo.      Si propone che il PAN preveda per questo comparto una destinazione di conservazione con finalità scientifiche e didattiche e si limiti la frequentazione antropica a visite guidate e controllate.

È il nucleo meglio strutturato e con caratteri di maggiore naturalità di tutta la Pineta. Esso ricorda una componente del modello dell’antico mosaico forestale, nel quale la successione di dossi dunali e depressioni interdunali davano origine ad una serie di tessere vegetazionali in cui gli elementi portanti erano rappresentati dalla macchia mediterranea e dal bosco igrofilo. Tale sistema è stato, nel tempo, cancellato quasi del tutto, in quanto i diversi elementi sono compenetrati e resi poco riconoscibili dai reiterati interventi antropici.

Il comparto è stato da molto tempo chiuso al pubblico, anche se, purtroppo, è stato sempre frequentato abusivamente ed è cosparso di rifiuti. Gli impatti antropici, quindi, anche qui sono stati pesanti ed hanno condizionato la sua funzionalità ecologica.

Nella porzione più meridionale del comparto l’antica presenza di un vivaio, dismesso da molto tempo, ha favorito l’affermazione di numerose specie esotiche invasive (Ligustrum lucidum, Phoenix canariensis, Acer negundo, Cortaderia selloana), sfuggite a coltura, che andrebbero estirpate.

La vegetazione del comparto, rappresentata da un bosco a dominanza di Olmo campestre, Pino d’Aleppo e Roverella, è in evoluzione verso condizioni di maggiore maturità ed equilibrio. Per tale motivo, e per favorire il dinamismo, si ritiene inopportuno intervenire nella compagine forestale, anche se essa presenta, in alcuni stands, segni di degrado.

“Per questo comparto si propongono, pertanto, solo interventi di ripristino e razionalizzazione dei sentieri, sia per finalità scientifiche, legate allo studio della flora, della fauna, della vegetazione e del suo dinamismo, che didattiche, queste ultime da perseguire anche con una idonea etichettatura delle specie più significative e con un cartello che illustri le caratteristiche del bosco.”

ERBACCE O BIODIVERSITÀ VEGETALE?

Riguardo alla rimozione delle specie erbacee c’è da dire che la Pineta di Pescara è probabilmente una delle aree più studiate l’Italia. Studi pubblicati su riviste scientifiche, condotti da insigni botanici, biologi e naturalisti sono stati condotti nei decenni.  Sul Pinus helepensis è stata condotta anche la caratterizzazione del DNA ribosomale, il cui pattern è stato confrontato con quello dei pini della stessa specie italiani e della costa est dell’Adriatico. La Pineta include 345 specie vegetali (cosa notevole per un’area di modeste dimensioni, stimabili in effettivi 37 ettari), di cui 26 rare, 4 endemiche (Salix Apennina; Verbascum niveum subsp. Garganicum; Centaurea nigrescens subsp neapolitana, l’orchidea Ophrys promontorii) e due esclusive per l’Abruzzo.  Nulla e nessuno ha impedito lo sfalcio delle erbacee invasive che, anzi, il PAN prevede di eradicare in maniera selettiva, mirata e scientificamente fondata ma questo non è stato fatto per incuria benché se ne parli da anni.  Si tiene qui a sottolineare che la “pulizia” del sottobosco se effettuata come si vorrebbe con sfalci generalizzati, senza tener conto delle preziosità botaniche, costituirebbe un delitto contro la biodiversità!  Un ecosistema del genere, peraltro relittuale e rifugiale per molte specie, non può essere trattato come un giardinetto pubblico né tantomeno come un lotto di bosco coltivato con criteri silvocolturali.

DIRADAMENTI E FASCE TAGLIAFUOCO AVREBBERO FERMATO LE FIAMME?

Nell’articolo SISEF viene lamentata la “mancanza previsionale di opere antincendio quali piste, fasce tagliafuoco e ripulitura del sottobosco a prevenzione sia della pineta ma soprattutto della città…” e di “opere selvicolturali preventive atte a scongiurare che il fuoco possa passare da radente a quello di chioma”.

L’incendio del primo di Agosto è avvenuto col corollario di un lungo periodo di siccità con temperature elevatissime, di domenica, con una temperatura di 40°C e con un vento caldo fortissimo, tanto che il Sindaco che evidentemente non ha dimestichezza con le misure fisiche, ha dichiarato essere di “150 km/h”, tanto per dare l’idea della sensazione percepita. Le fiamme si sono propagate liberamente e senza contrasto di sorta per oltre un’ora (!) da quando tempestivamente cittadini residenti hanno dato l’allarme a Comune, VVFF, Carabinieri Forestali, Protezione Civile, FFSS, ANAS.  A fronte di  una sola unità di VVFF finalmente arrivata[1], i cittadini residenti senza alcuna esperienza e senza dispositivi di protezione individuale, fronteggiavano le fiamme con tubi di irrigazione dei giardini e con tappeti inzuppati di acqua usati come batti-fuoco. I mezzi aerei sono arrivati, finalmente, dopo oltre 4 ore. L’incendio ha preso vigore, tra l’altro, entro un attiguo grande impianto di autodemolizione in cui si sono verificati scoppi dei serbatoi di carburante e delle bombole del gas GpL delle autovetture ed ha trovato ulteriore alimento nei rifiuti infiammabili mai rimossi (la cui presenza è stigmatizzata persino nel PAN che ne indica la rimozione) nell’area a maggiore protezione -sulla carta – : numerosi materassi, bottiglie di plastica, gomme d’auto, sedie e tavolini di plastica, cartoni.

L’aria surriscaldata provocava violenti turbini ascensionali che hanno sollevato fino all’altezza di 25 metri, tizzoni ardenti che, con la componente del vento laterale, hanno scavalcato palazzi di 4 o 5 piani, alcune file di abitazioni, strade, ricadendo a 250-300 metri di distanza in mare e lungo l’arenile ove hanno incendiato ombrelloni e strutture balneari notoriamente prive sia di arbusti che di erbe secche in soprassuolo arenoso.  L’incendio ha viaggiato quindi anche largamente al livello delle chiome. In quelle condizioni le operazioni silvo-culturali preventive citate dal dr Colarossi e prese come “caso Pescara” nell’articolo a Vs firma:

  1. sarebbero state impossibili a realizzarsi perché per impedire quanto è successo sarebbero occorse fasce tagliafuoco larghe 200 – 250 m, che avrebbero richiesto di lasciare in Pineta meno di 10 esemplari di Pino d’Aleppo;
  2. avrebbero richiesto l’eliminazione della biodiversità erbacea ed arbustiva della macchia mediterranea (Cisti, Mirto, Lentisco, Smilace, ecc..) distruggendo un patrimonio naturale unico, identitario;
  3. in ogni caso, mentre avrebbe distrutto l’ecosistema boschivo, non avrebbero potuto fermare le fiamme per il complesso delle condizioni in cui la cattiveria di delinquenti le hanno innescate.

Ne deriva che quando c’è intenzione di dolo e organizzazione del crimine, i piani antincendio basati sugli interventi a carico della foresta (giusti o sbagliati che siano) servono a ben poco.

La protezione AIB deve seguire, soprattutto per situazioni come il “caso della Pineta di Pescara” altre e diverse strategie da quelle indicate semplicisticamente dal dr Colarossi (anche al netto delle notizie false che ha reiterato) ed essere basata su altri criteri: sorveglianza, avvistamento precoce, intervento immediato a terra con personale addestrato ed opportunamente equipaggiato, informazione e indicazioni comportamentali alla popolazione nelle zone d’interfaccia, numerose ed accessibili prese d’acqua, cose tutte previste e non attuate. 

In definitiva, se esiste un “Caso Pineta di Pescara” esso si compone di tre fattispecie concrete. La prima è data dalle esternazioni stravaganti dell’Ordine Provinciale degli Agronomi e Forestali; la seconda è che queste vengano sposate acriticamente e rilanciate da esponenti nazionali e della SISEF in articoli pubblicati, in RAI3 Scienza; la terza è il non considerare “cosucce” come la biodiversità e il necessario approccio multidisciplinare a situazioni complesse e meritevoli di conservazione.

Infine: invito a riflettere sulle possibili conseguenze connesse con la richiesta di squalifica della Pineta di Pescara dallo status di Riserva Naturale. Se l’intento dei criminali che hanno appiccato i 7 (certi, ma forse furono 13) inneschi era quello di eliminare i vincoli esistenti su quelle aree, passerebbe il messaggio che ovunque si voglia eliminare l’esistenza di un’area naturale protetta si può tentare di conseguire il risultato incendiandola. E questo precedente non è ammissibile, oltre ad essere vietato dall’art. 10 della legge 353/2000 che vieta per 15 anni il cambio di destinazione d’uso delle aree boschive che hanno subito un incendio.

Cordiali saluti

dr Giovanni Damiani

NOTE

[1] Nella medesima intervista affermava, a sostegno del previsto abbattimento di alberi adulti (Quercus pubescens e Pinus halepensis di notevoli dimensioni) per la realizzazione di una strada che possiede a pochi metri un tracciato alternativo che non richiede abbattimenti, che “La ripiantagione, in questo caso, di 173 alberi viene condivisa”.Non è vero che le piante piccole stoccano meno CO2 di quelle adulte”. Le piante piccole in fase di crescita tolgono più CO2 e l’ossigeno (!) e quindi è benefico l’effetto.  Evidentemente viene confuso il “tasso di crescita” che misura l’incremento di biomassa nel tempo (Crop Growth Rate, C.G.R., g m-2d-1) con i valori assoluti di fissazione del carbonio nella biomassa (Absolute Growth Rate – AGR.   Sul tema “dell’assorbimento dell’ossigeno” non ci sono commenti da fare: è talmente clamoroso da doverlo ritenere una svista involontaria, un errore marchiano che tuttavia è stato lanciato via etere senza essere stato mai corretto.  

[2] Ritardo comprensibile perché erano in atto contemporaneamente 11 altri incendi boschivi importanti:  nella pineta di Vallevò a Punta Cavalluccio, andata tutta distrutta in territorio di Rocca San Giovanni, nella Riserva Naturale dell’Acquabella a Ortona cuore della Costa dei Trabocchi, a Farindola nel Parco Nazionale  del Gran Sasso-Monti della Laga, a Penne, a Bolognano, a Caramanico Terme, a S.Valentino in Abruzzo Citeriore e a Bolognano  (quattro località, queste,  nel Parco Nazionale della Majella-Morrone), a Città S.Angelo, a Montorio a Vomano, a Sant’Omero, a Mosciano S. Angelo).Inoltre, la Regione Abruzzo proprio quest’anno ha ridotto di 180 mila € lo stanziamento in convenzione al VVFF, rimasti unico fragile Soggetto chiamato ad intervenire dopo lo scioglimento del Corpo Forestale dello Stato che aveva storicamente avuto delega a tutte le operazioni AIB in Abruzzo.    

l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato e gli incendi boschivi

l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato e gli incendi boschivi

di Silvano Landi

[Teresa Bellanova, Viceministra delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, ha difeso l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato con queste parole: “Chiunque strumentalmente parli di abolizione da parte del Governo Renzi del Corpo forestale dello Stato sa di dire una menzogna. Nel 2015 non si è abolito un bel nulla: si è dato vita ad una nuova struttura CFS-CC agroambientale e forestale, all’interno dell’arma dei Carabinieri. Godendo dei vantaggi di stare dentro ad un corpo con più risorse, più grande e capillarmente presente su tutto il territorio nazionale e facendo risparmiare 31 milioni di euro. Grazie a quella scelta si è continuato in modo serrato a lavorare nella lotta contro gli ecoreati, contro lo sfruttamento e per la salvaguardia del territorio”]


Signora Bellanova, dopo aver letto il suo post sul Corpo Forestale dello Stato, che a suo dire non sarebbe stato abolito, e dopo una vita intera spesa nel Corpo, ho deciso di risponderle, limitandomi ai fatti e cercando di ignorare la componente emotiva molto forte e l’immensa delusione.

Risponderò per punti:

1- È nel suo testo che leggo cose molto lontane dalla realtà e del tutto diverse dalla verità dei fatti, compreso un riferimento non corretto alle date di quello che lei presenta come un accorpamento in una nuova struttura CFS – CC e che invece è consistito in una brutale e non democratica cancellazione dalla storia del CFS, di alcune sue specificità e competenze che poi non sono state attribuite ad altri per negligenza, per distrazione, per incompetenza e di alcune unicità che oggi non si ravvisano da nessuna parte e che quindi, a questo punto, si possono considerare del tutto perdute.

2- Dimentica inoltre che si è trattato di una militarizzazione coatta – fatto gravissimo e incostituzionale – che non ha tenuto in nessun conto la volontà di donne e uomini del Corpo Forestale dello Stato che si sono trovati, loro malgrado, inseriti in un altro contesto non desiderato dopo aver seguito un percorso formativo e lavorativo molto diverso, con uno spreco finale di esperienze, di competenze particolari, di ore investite nella formazione specifica, di risorse a spese del Paese che già da sé dovrebbe essere condannato nel modo più duro da parte di cittadini vigili e informati.

3- Nel post che leggo, che contiene davvero molti elementi imprecisi, tace il fatto che il provvedimento, da noi forestali definito subito ‘sciagurato’, non si è limitato a far transitare nell’Arma la gran parte di donne e uomini del CFS contro la loro volontà, ma ha – sempre in modo coatto – trasferito un contingente alla Polizia di Stato, un altro contingente ai Vigili del Fuoco, un piccolo contingente alla Guardia di Finanza e infine per circa 620 unità è stata prevista la mobilità a richiesta, ma pressoché alla cieca, presso altri uffici dello stato, con mansioni completamente diverse dalla propria professionalità per cui molti si sono trovati impreparati o si sono davvero demotivati.

4- Circa il disagio del personale del Corpo, trattato in modo indegno, incivile e al di fuori dei Diritti Costituzionali, ci riserviamo, Signora, di tornare sull’argomento. Basterebbe sondare le opinioni degli ex Forestali interessati al provvedimento di soppressione del Corpo – ignorati del tutto, peraltro, quando esso è stato preso – e bisognerebbe poi anche avere il coraggio di accettare le risposte e valutarle con lucidità, umiltà e rispetto. Proprio lei che spesso ha detto di volersi presentare come portavoce degli umili, nella fattispecie si è dimenticata dei Forestali ed è stata supinamente soggetta alla disciplina di partito.

5- Ha parlato poi di nuovi vantaggi dell’accorpamento, di presenza capillare sul territorio, ma vede, con oltre 1100 Comandi di Stazione i Forestali avevano certamente il vantaggio di una linea di comando snella, veloce, pronta, in presa diretta, all’occorrenza, con la magistratura.

6- Lei parla di risparmio, ma da più parti si è evidenziata, cifre alla mano, una maggiorazione di spese. Si tace, naturalmente, da parte di chi ha voluto la soppressione, quanto possa essere costato il solo restyling con il cambio scritte su divise, autovetture, elicotteri: una spesa assurda che in questi anni di crisi proprio non si doveva chiedere al Paese. La Corte dei Conti, guarda caso, ha scelto come procuratore per raccogliere dati e coordinare le audizioni in merito, un ex ufficiale superiore dell’Arma. Al lettore le valutazioni sull’opportunità di tale scelta.

7- Circa gli incendi boschivi, l’impressione è che lei ignori le problematiche specifiche, il crepitio sinistro del fuoco che avanza distruggendo tutto ciò che incontra e le questioni legate all’elevata specializzazione che deve avere il personale che opera contro il fuoco nel bosco. Le scrivo dopo aver comandato il primo reparto pilota antincendi boschivi del Corpo Forestale dello Stato che per anni ha lottato contro gli incendi nelle varie regioni predisponendo tecniche, mezzi e nuove strategie. Fra l’altro tenga presente che le varie specie forestali non bruciano tutte allo stesso modo, ma si diversificano molto a seconda della resina, degli oli essenziali, del fatto che si tratti di conifere o di latifoglie. Per lo spegnimento non si può prescindere, dunque, da conoscenze in campo forestale, come del resto dalla conoscenza dei territori, dei versanti, della sentieristica. Saperi, questi, che di generazione in generazione i Forestali si erano tramandati e che i Vigili del Fuoco, impagabili, mai adeguatamente tutelati per il loro sacrificio, bravissimi nei loro contesti operativi canonici, purtroppo non hanno nel loro pur preziosissimo bagaglio formativo.
Forse non sa o finge di non sapere che nell’ambito del CFS era stato organizzato un centro operativo aereo che rappresentava un modello di efficacia, con personale altamente specializzato nella lotta contro il fuoco, con 35 mezzi aerei schierati su alcune basi in zone critiche. Il risultato di quella che lei presenta come una razionalizzazione è che una parte dei velivoli (oltre la metà), degli uomini e dei mezzi sono stati assegnati all’Arma, ma non per l’antincendio perché l’Arma stessa ha tenuto subito a ribadire con circolari interne che la competenza esclusiva nel settore era dei vigili del fuoco. Questi, spesso eroici in tanti settori, oltre a non avere alcune conoscenze tecniche, botaniche e selvicolturali indispensabili per quanto riguarda gli incendi boschivi e già ricordate, non hanno altresì una dislocazione territoriale periferica e purtroppo gli incendi nei boschi richiedono interventi tempestivi.

Sull’incremento esponenziale delle superfici boschive percorse dal fuoco in questi ultimi anni, Signora Bellanova, i dati sono incontrovertibili e sono di un’evidenza agghiacciante. Il resto sono solo vuote e mistificanti parole della politica. E sono dati pubblici perché resi noti, ad esempio, dall’EFFIS (European Forest Fire Information System) con il dettaglio del numero, della localizzazione e delle superfici percorse dal fuoco che toglie ogni speranza: nella lotta attiva siamo tornati indietro di mezzo secolo e gli effetti sono una catastrofe annunciata (da pochi). Consideri che quelli che erano i D.O.S. (Direttori operazioni spegnimento) nella spartizione selvaggia e non razionale di uomini e mezzi sono transitati per la maggior parte nell’Arma, dove cioè non servono. I mezzi aerei per lo più sono quelli che le regioni fanno intervenire in ragione di convenzione con società private.

Qual è il risultato? Ritardi, errori nei lanci, e un aumento esponenziale dei costi che viene taciuto ai cittadini e che la maggior parte di loro non sospetta neppure, altro che risparmio! Ci si è accaniti a sopprimere il CFS e nelle regioni a statuto speciale, con migliaia di operai forestali da sempre confusi con i Forestali del CFS, anche quest’anno si registra il maggior numero di incendi.

La sua tardiva difesa d’ufficio di una sciagurata riforma, basata questa volta sì su tante menzogne, è veramente poca cosa. I risultati, purtroppo, dicono il contrario di quello che lei afferma e sono sempre più sotto gli occhi di tutti e di quei tanti partiti che erano distratti, non c’erano e se c’erano dormivano mentre il Corpo Forestale dello Stato veniva eliminato. I Forestali veri hanno vissuto la soppressione come un vilipendio a una bandiera, la loro, alle sue medaglie, ai suoi caduti che in Paesi più civili non ci si sarebbe mai sognati non dico di perpetrare, ma persino di concepire.

Non parliamo poi della questione della prevenzione, sempre fondamentale per evitare un disastro ecologico. D’altra parte della prevenzione non si occupa più nessuno. Ci si occupa solo e ancora non adeguatamente della repressione. I Forestali del Corpo Forestale dello Stato si occupavano prevalentemente di prevenzione. Poco si preoccupavano dell’apparire, molto dell’essere. E non solo di boschi, ma di tutta la vita che ospitano, di cui sistematicamente ci si dimentica quando si fanno le stime sugli incendi. Ma lei evidentemente non si è accorta di questo. Le è stato detto e fatto credere che oggi tutto va bene, persino meglio, forse.

Speriamo di averla ospite in un pubblico dibattito, chiedendole la cortesia e la prudenza di informarsi prima sulla questione.

Saluti


Silvano Landi
già comandante delle Scuole di Formazione del C.F.S.,
socio fondatore dei GUFI – Gruppo unitario per le foreste italiane,
socio della SIRF – Società italiana di restauro forestale,
già docente di Organizzazione e tecnica della lotta contro gli incendi boschivi, Legislazione forestale e ambientale, Economia ed estimo forestale e ambientale per l’Università della Tuscia, Viterbo