Le proposte dell’Europa sulle bioenergie sono solo vuota retorica verde

Le proposte dell’Europa sulle bioenergie sono solo vuota retorica verde

La Direttiva europea sulle energie rinnovabili non protegge il clima, le foreste e la salute umana

La Forest Defenders Alliance, gruppo di associazioni che proteggono le foreste di cui fa parte l’italiana GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, esprime forte delusione per quanto emerso nelle bozze della Direttiva sulle Energie Rinnovabili (RED). Nonostante la forte opposizione di oltre 100 associazioni, di molti scienziati e di oltre 250mila cittadini, la Commissione Europea continua a promuovere la combustione del legno delle nostre foreste per produrre energia.

Parte del pacchetto “Fit for 55”, la revisione della direttiva dovrebbe contribuire al raggiungimento degli obiettivi europei di riduzione del 55% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030.

La combustione di biomasse forestali è fortemente controversa perché emette più CO2 per unità di energia rispetto ai combustibili fossili, e gli stessi scienziati della Commissione Europea hanno riconosciuto che le foreste ricrescono troppo lentamente per compensare le emissioni causate dalla combustione del loro legno nel lasso di tempo che l’Europa si è data per il contenimento delle emissioni.

La scienza ha da tempo lanciato l’allarme: l’intensificarsi dei tagli boschivi per la produzione di biomasse a uso energetico sta danneggiando gravemente le nostre foreste, e gli scienziati chiedono di cambiare lo status delle biomasse forestali all’interno della direttiva europea, smettendo di considerarle una fonte rinnovabile.

Le associazioni temono che la nuova direttiva non riduca la pressione e lo sfruttamento intensivo delle foreste, come invece sarebbe indispensabile fare per permettere il ripristino degli ecosistemi e la mitigazione del cambiamento climatico, e che la prolungata dipendenza dalla combustione di legno non consentirà all’UE di ridurre le emissioni climalteranti.

Le modifiche della nuova direttiva rispetto a quella precedente sono:

  • Gli stati membri della UE non potranno più dare incentivi per l’utilizzo a scopo energetico di legname di qualità, ceppaie e radici. Ma, secondo quanto dichiarato dalla stessa Commissione Europea, questi materiali costituiscono solo una piccola parte delle biomasse forestali utilizzate per la produzione di energia
  • A partire dal 2027, gli stati membri non potranno più dare incentivi a impianti a biomasse forestali che producano esclusivamente energia elettrica, a eccezione delle centrali che si trovano in regioni particolarmente dipendenti dai combustibili fossili, o che utilizzino sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. Il provvedimento però consente di continuare a bruciare biomasse forestali all’interno di vecchie centrali a carbone, in particolare nei paesi europei fortemente dipendenti dal carbone.
  • La Commissione Europea adotterò un atto delegato sull’applicazione del principio a cascata delle biomasse, e su come ridurre l’utilizzo di legname di qualità per la produzione di energia. Si tratta di un passo nella giusta direzione, che riconosce l’importanza di dare priorità agli utilizzi nobili del legno rispetto alla combustione per produzione di energia, ma si tratta solo di un piccolo passo, in quanto circa metà del legno prodotto in europa viene bruciato a scopi energetici, e le modifiche alla direttiva non fanno nulla per affrontare questo problema
  • Cambiano i criteri di sostenibilità della direttiva RED, che nella revisione chiedono che gli interventi di taglio tengano in considerazione il mantenimento la qualità del suolo e la biodiversità, evitando il prelievo di ceppaie e radici, salvaguardando le foreste primarie, evitando la conversione da foresta a piantagione di alberi, minimizzando i tagli a raso estensivi e incoraggiando il rilascio di legno morto sul sito di taglio. Queste direttive, però, riguardano solo una piccola parte del legno bruciato per scopi energetici, in quanto le foreste primarie costituiscono solo il 3% delle foreste europee, mentre le ceppaie e le radici già adesso raramente vengono utilizzate per la produzione di energia.  
  • La nuova direttiva impone criteri di sostenibilità alle centrali al di sopra di 5MW, soglia che prima era fissata a 20MW. Purtroppo, questi criteri di sostenibilità non affrontano il problema centrale, ovvero che la raccolta e combustione del legno per produrre energia aumenta le emissioni e compromette le foreste. Mentre la strategia europea per la biodiversità chiede di ridurre lo sfruttamento delle foreste, nessuna delle modifiche proposte alla RED va nella direzione di una riduzione della raccolta del legno. Al pari della versione precedente della direttiva, il nuovo documento persiste nel sostenere che la combustione di biomasse forestali riduce le emissioni in confronto all’utilizzo dei combustibili fossili, ignorando quanto affermato dagli stessi scienziati della Commissione Europea.

L’aumento della quota di energia rinnovabile a scapito delle foreste è un errore di proporzioni globali. Quando la UE sostiene di ridurre l’utilizzo di combustibili fossili e le emissioni, ma brucia sempre più foreste, l’unico risultato è l’aumento delle emissioni e il deterioramento delle foreste europee.

È tragico che la Commissione Europea non abbia colto l’opportunità di fare una riforma significativa della sua politica sulle biomasse. Il rifiuto dei politici europei di riconoscere i fatti scientifici sull’utilizzo delle biomasse forestali è paragonabile al negazionismo sul cambiamento climatico.

La Commissione ha compreso che gli incentivi alla combustione di legname di qualità vanno ridotti. Ora la stessa logica deve essere applicata a tutta la biomassa forestale, in quanto la combustione di tutte le qualità di legno aumenta le emissioni su lassi di tempo rilevanti per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico. L’industria delle bioenergie sta facendo enormi guadagni a spese dei contribuenti europei, che pagano inconsapevolmente per il taglio e la combustione degli alberi e la distruzione delle ultime aree verdi. Significativa in questo senso è la lettera inviata pochi giorni fa dalle associazioni italiane del settore delle bioenergie ai ministri Patuanelli e Cingolani, che, criticando la Strategia Forestale Europea, sostiene che la filiera legno-energia sia sostenibile e contribuisca alla lotta contro il cambiamento climatico e chiedendo un maggiore spazio (e, presumibilmente, maggiori incentivi) per le bioenergie. È completamente da respingere la richiesta delle associazioni del settore delle bionergie di considerare la gestione forestale una questione di pertinenza nazionale. Il riscaldamento climatico e la perdita di habitat e biodiversità sono fenomeni globali e che impongono di ragionare a livello globale.

Qualunque tipo di legno venga bruciato, lo sfruttamento intensivo delle foreste per la produzione di energia danneggia gli ecosistemi forestali e la loro biodiversità. La revisione della direttiva RED vieta i tagli nelle foreste primarie, ma dato che queste ultime costituiscono solo il 3% del patrimonio forestale europeo, la direttiva lascia senza protezione il restante 97%.

In un momento di crisi climatica e rapida estinzione delle specie, non è più possibile tollerare altri passi falsi nella gestione delle foreste e nella produzione di energia. La rapida estinzione di moltissime specie, molte non ancora adeguatamente studiate, è letale per l’umanità al pari del cambiamento climatico. Se non ci concentriamo da subito sulle energie realmente rinnovabili come il sole e il vento, ma continuiamo a distruggere foreste, perderemo per sempre un numero inaccettabile di habitat e specie, e con loro tutti i benefici ecosistemici che questi offrono all’umanità.

Le foreste sono molto di più che alleate contro la crisi climatica. La loro presenza è fondamentale per la nostra salute: le foreste mantengono pure l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo. La triste realtà è che finora le politiche europee hanno incoraggiato la combustione del legno delle nostre foreste e accelerato il deterioramento del patrimonio forestale europeo. Per rimediare ai danni fatti è necessaria una riduzione dello sfruttamento delle foreste per la produzione di legname, ma la revisione della direttiva RED non porterà a questo.

Le foreste non sono rinnovabili, sono ecosistemi che possono essere ripristinati ma non ricreati. Si possono piantare alberi, ma non si possono ricreare foreste. Abbiamo bisogno di bruciare meno legna e di meno monoculture forestali.

Un modo efficace per ridurre la conversione delle foreste in monoculture è rimuovere gli incentivi che stanno trainando la domanda di legname per le centrali a biomasse forestali. Invece, la Commissione Europea sceglie di supportare sia l’offsetting che l’energia dalla combustione di biomasse forestali.

“Fit For 55” non protegge a sufficienza le foreste e non contrasta in modo adeguato il cambiamento climatico. Abbiamo un bisogno disperato di politiche oneste che includano tutte le emissioni nelle nostre statistiche. Chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di essere all’altezza della situazione quando toccherà a loro votare.

Le biomasse forestali pongono inoltre gravi problemi di inquinamento dell’aria e costituiscono una minaccia alla salute umana. La combustione di legna produce grandi quantità di polveri sottili, che secondo le stime uccidono circa 400mila europei ogni anno. La combustione di legno emette anche carbonio, azoto, metalli pesanti, mercurio e furani. Questo tema è stato completamente ignorato nella proposta di modifica della direttiva RED.

È quindi vitale che l’Europa riduca rapidamente la sua dipendenza dalle foreste per produrre combustibile, rimuovendo le biomasse forestali dalle energie rinnovabili. Le associazioni si appellano al Consiglio Europeo e al Parlamento Europeo affinché fermino lo sfruttamento intensivo delle foreste a scopi energetici e si assicurino che i target di energia pulita vengano raggiunti tramite tecnologie realmente pulite e a basse emissioni.

Commenti al Piano Nazionale di Resilienza e Rilancio (PNRR)

Commenti al Piano Nazionale di Resilienza e Rilancio (PNRR)

Sono passati diversi mesi dalla presentazione della seconda bozza del PNRR da parte del governo
Conte al parlamento in data 15 gennaio, un documento che era già connotato da un grave
squilibrio nella ripartizione interna tra i quattro capitoli della Missione “Rivoluzione verde e
transizione ecologica”. Il primo M2C1 era finanziato con 69,8 Miliardi sul totale di 196, ma di cui
solo il 10% pari a 7 Miliardi erano destinati alla “sostenibilità ambientale” in agricoltura ed alla
attuazione di politiche di “economia circolare”.
Dei 7 Miliardi veniva destinata all’“Economia circolare” una quota di appena 4,5 Miliardi – pari al
6,44% del budget – di fatto finanziando soltanto il “recupero di energia”, fase che non fa più parte
dell’economia circolare che prevede le sole fasi di prevenzione-riutilizzo-riciclaggio. In particolare
si prevedeva di utilizzare per il progetto impropriamente titolato “economia circolare” la quasi
totalità dei fondi (3,7 dei 4,5 Miliardi) destinati a sostenere esclusivamente la produzione di
combustibili come il “BIO-METANO”, derivato dalla depurazione del BIOGAS prodotto a sua volta
da scarti agricoli e dalla frazione organica dei rifiuti urbani, senza considerare che l’articolo 3 punto
15 bis, l’articolo 11 comma 2 e l’articolo 11 bis comma 5 della direttiva 851/2018/CE, della
direttiva 851/2018/CE, recepita dal parlamento con il D. Lgs. 116/2020, hanno introdotto il
“recupero di materia” ed escluso del tutto dagli obiettivi di riciclaggio dell’economia circolare
questo tipo di recupero di energia.
Con l’insediamento del governo Draghi pensavamo che tali evidenti squilibri fossero superati e che
nel comparto “Rivoluzione verde e transizione ecologica” venisse supportata la vera “economia
circolare” basata sul “recupero di materia” attraverso il riutilizzo di beni, il compostaggio aerobico
dell’organico ed il riciclaggio delle frazioni inorganiche per quanto riguarda la valorizzazione dei
rifiuti differenziati. Per quanto riguarda il comparto energia ci saremmo aspettati una visione di
medio – lungo termine con un chiaro rifiuto del ricorso all’idrogeno “grigio” o “blu”, quindi da
metano o bio-metano, che non sono a emissioni zero.
Dobbiamo constatare invece che anche nella bozza del PNRR del governo Draghi le scelte principali
vengono confermate attribuendo alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” la cifra ancora
troppo bassa di 4,5 Miliardi, attribuendola quasi interamente alla produzione di bio-metano (con
1,5 Miliardi per la riconversione a “bio-metano” del 70% degli ottocento vecchi impianti di biogas
e 2,2 Miliardi per la costruzione di nuovi impianti per la produzione di “bio-metano”). In pratica la
scelta strategica del governo Draghi si basa sull’assunto che l’economia circolare è rappresentata
dal passaggio dai combustibili fossili al biometano derivato dal biogas ed a questo passaggio
assegna ingenti risorse, affermando che “Il bio-metano è strategico per la decarbonizzazione e
l’economia circolare, massimizzando l’energia di recupero da scarti biologici agricoli e
agroindustriali” per “sostituire i combustibili fossili con il biogas” !
A proposito di “bio”-metano, ricordiamo anche che esso risulta indistinguibile nella sua struttura
chimica da quello di origine fossile, e che questo gas deve essere combusto per essere utilizzato.
Diversi recenti studi mostrano altresì come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2
e particolato di quelli alimentati a diesel o a benzina. E’ noto che le combustioni in generale non
possono rappresentare un’alternativa alla decarbonizzazione ad “emissioni zero” né tantomeno
uno strumento di contrasto ai cambiamenti climatici. Occorre considerare altresì che un impianto
di biogas da 1 Megawatt necessita di circa 400 ettari di terreno per coltivare mais e sorgo come
“materia prima”, per cui OGGI i 1.600 impianti attuali in gran parte nel Nord Italia “occupano”
oltre 640.000 ettari sottratti alle coltivazioni per l’alimentazione umana e zootecnica, sebbene il
PNRR del governo Draghi ne citi “soltanto” 560 da riconvertire.
Tra le note criticità dovute alla gestione di impianti che producono biogas, specialmente nel Nord
Italia, vi è un severo danno ambientale dovuto alla pessima qualità del “digestato” prodotto,
contenente composti azotati e metalli pesanti che vengono quindi sparsi sui campi contaminando
coltivazioni, terreni e corsi d’acqua. Tutto ciò è accompagnato dalla falsa narrazione secondo cui il
Bio-metano potrebbe addirittura “sostituire i combustibili fossili”, nell’utilizzo per autotrazione.
Diversi recenti studi mostrano come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2 e altro
particolato tossico rispetto a diesel e benzina. Nel paper redatto a settembre 2019 dalla
“European Federation for Transport and Environment AISBL” viene riportato che il GNL (Gas
naturale liquefatto / metano al 99%) e lo stesso Bio-metano utilizzato per autotrazione non
sarebbero affatto sostenibili, anzi produrrebbero un inquinamento atmosferico da NOx e da
particolato PM2,5 e PM10 5 volte superiore ai motori Diesel modello 2013.

https://www.transportenvironment.org/sites/te/files/publications/2019_09_do_gas_trucks_reduce_emissions_paper_IT.pdf


Dai dati ufficiali del GSE – il Gestore Servizi Energetici, si apprende inoltre che il finanziamento
annuo a fondo perduto per la quota di elettricità prodotta da “Fonti Energetiche Sostenibili” e da
fonti “assimilate” (come inceneritori – centrali a biomasse – impianti a biogas/biometano) è pari a
circa 12 miliardi di euro, di cui per il solo biogas circa 1,5 miliardi di euro, a fronte di una
produzione di energia da biogas nel periodo 2015-2020 pari solo allo 0.04% del totale.

https://www.gse.it/documenti_site/Documenti%20GSE/Studi%20e%20scenari/Energie%20rinnovabili_scenari%20al%202020.pdf

L’interpretazione dell’“Economia circolare” che emerge dalla bozza di PNRR del governo Draghi
rischia dunque di ritardare la transizione ecologica e di mettere seriamente a rischio la possibilità
per l’Italia di accedere ai fondi del NextGenerationUE, la cui erogazione dovrà rimanere coerente
ai principi stabiliti e a quanto previsto nelle direttive europee sull’economia circolare. Citiamo
pertanto la comunicazione del 12 febbraio 2021 della Commissione Europea secondo cui “il
regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF, Recovery and Resilience
Facility) stabilisce che nessuna misura inserita in un piano per la ripresa e la resilienza (RRP,
Recovery and Resilience Plan) debba arrecare danno agli obiettivi ambientali ai sensi dell’articolo
17 del regolamento Tassonomia. Ai sensi del regolamento RRF, la valutazione degli RRP deve
garantire che ogni singola misura (ossia ciascuna riforma e ciascun investimento) inclusa nel piano
sia conforme al principio “non arrecare un danno significativo” (DNSH, “do no significant harm”)”
Invitiamo quindi tutte le forze politiche della maggioranza e dell’opposizione parlamentare a
riflettere attentamente sulla gravità di queste previsioni illegittime, anche se ancora in fase di
definizione, ed invitiamo tutte le associazioni “ambientaliste”, i comitati, i medici, i giovani e tutti i
cittadini a cui preme la tutela della salute pubblica e dell’ambiente a sottoscrivere il presente
comunicato per avviare un dibattito pubblico sulle azioni che condizioneranno il futuro di tutti, per
contrastare scelte che non sono sostenute da prove scientifiche né per quanto attiene ai benefici
ambientali né tantomeno per la salute. L’attuale situazione richiede il massimo rigore e la massima
adesione alle evidenze per scongiurare non solo una sostanziale inefficacia delle misure adottate,
ma, cosa davvero grave, un ulteriore peggioramento delle condizioni ambientali, climatiche e di
salute.
Per info e adesioni : leggerifiutizero@gmail.com oppure postmaster@pec.leggerifiutizero.org
I co-promotori del presente comunicato si impegnano a coordinare ed a darne ampia diffusione:

  1. Massimo Piras per il Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare,
  2. Roberto Romizi per ISDE Italia medici per l’ambiente,
  3. Angelo Consoli per il Centro Europeo Terza Rivoluzione Industriale – CETRI-TIRES,
  4. Giovanni Damiani per il Gruppo Unitario per le Foreste Italiane – G.U.F.I.
  5. Stefano Deliperi per il Gruppo di Intervento Giuridico – GrIG
  6. Gianni Cavinato per l’ Associazione Consumatori Utenti – ACU
  7. Maurizio Pallante per il movimento Sostenibilità Equità Solidarietà – SEquS

    Aderiscono al presente appello le prime associazioni, comitati territoriali e singoli attivisti:
    • Associazione ambientalista VAS Onlus
    • Associazione Rifiuti Zero Piemonte
    • Associazione Zero Waste Sardegna
    • Associazione Impatto Ecosostenibile Zero Waste Campania
    • Associazione Zero Waste Lazio

• Associazione Osservatorio Molisano Legalità
• Dott. Massimo Blonda – biologo ricercatore IRSA-CNR Bari
• Associazione Aria pulita Spilimbergo (PN) – Friuli-Venezia Giulia
• Associazione Ambiente Futuro Lombardia
• Friday For Future – gruppo di Roma
• Arch. Paolo Gelsomini – attivista comitato DeLiberiamo Roma
• Coordinamento Provinciale Comitati Ambiente e Salute – Reggio Emilia
• Carlo Lugli – D.E.S. Modena (Distretto di Economia Solidale delle Provincia di Modena)
• Vanda Morbilli – attivista comitato DeLiberiamo Roma
• Paolo Venezia – attivista Roma
• Associazione Mamme Salute Ambiente ODV – Venafro ISERNIA
• Marco Conte – portavoce comitato DeLiberiamo Roma
• Associazione DiversaMente di Vallefoglia PU – Marche
• Marcello Paolozza – attivista comitato DeLiberiamo Roma
• Movimento Azione Civile – Molise
• Prof.ssa Daniela Poli – Dipartimento di Architettura Università degli studi di Firenze
• Studio legale Saltalamacchia – Napoli
• Comitato No Biodigestore Saliceti – La Spezia
• Forum provinciale per i Beni Comuni Pesaro-Urbino
• Forum Rifiuti Zero Veneto
• Centro per le Comunità solari – Bologna
• Rete Emergenza Climatica e Ambientale – EmiliaRomagna
• Friday For Future – Ferrara
• WWF – Rimini
• Associazione La Lupus in Fabula – Pesaro Urbino
• Associazione Viviamo Vitinia Onlus – Roma
• Comitato Stanga – Padova
• Associazione Arianova – Pederobba Treviso
• Dott.ssa Vitalia Murgia – Università di Pavia
• Associazione Ambiente Basso Molise – Guglionesi CB
• Cooperativa mutuo soccorso Generazioni Future – Roma
• Associazione cittadina “Solidarietà e Partecipazione” – Castrovillari – CS
• Associazione Ambientalista “il riccio” – Castrovillari CS
• Società Italiana Protezione Beni Culturali – sezione Molise
• Comitato No Megadiscarica Villacidro – Medio Campidano VS
• Assemblea permanente Villacidro – Medio Campidano VS
• Italia Nostra Sardegna
• Unione Sindacale di Base – USB Sardegna
• Comitato Vogliamo Pane non Oil – Bologna

Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Appello a Draghi per le foreste. Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia.

Presidente del Consiglio dei Ministri – Prof. Mario Draghi 

Ministro della Salute – On. Roberto Speranza 

Ministro della Transizione ecologica – Prof. Roberto Cingolani 

Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali – On. Stefano Patuanelli  ministro@politicheagricole.it 

Ministro dello Sviluppo Economico – On. Giancarlo Giorgetti 

Produzione di energia da biomassa legnosa e salvaguardia del patrimonio forestale  internazionale. 

Egr. Presidente del Consiglio dei Ministri, 

in occasione della Giornata Mondiale delle Foreste indetta dalle Nazioni Unite il 21 marzo di ogni  anno, vogliamo richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla effettiva tutela del nostro patrimonio  forestale oggi sottoposto ad un crescente sfruttamento per la produzione di biomassa a fini energetici.  

Ciò si somma alle minacce che storicamente ne compromettono l’estensione e soprattutto la qualità,  come gli incendi, i cambiamenti climatici e il sovra-sfruttamento. 

Negli ultimi anni, il crescente fabbisogno energetico della nostra società ha avviato l’utilizzo dei  nostri boschi e di foreste in altre parti del Pianeta per produrre biocombustibile per le centrali a  biomassa. Un recente articolo pubblicato sulla rivista “Nature” riporta un incremento del 49% della  superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento delle perdita di biomassa del 69% in  tutta Europa, nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance  (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila metricubi tra  il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’ultimo rapporto annuale del EU Joint Research  Centre (2021) riporta che ‘il divario tra gli usi e le fonti dichiarate di biomassa legnosa possono  essere in gran parte attribuito al settore energetico e consistono principalmente in rimozioni  sottostimate“. In altre parole, la gran parte di legno non contabilizzato a livello europeo può essere  attribuita principalmente al consumo di energia! 

A questo si aggiunge che l’Italia è tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, generando prelievi forestali e impatti sugli ecosistemi forestali fuori dal nostro Paese. 

Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia a livello europeo, sia nazionale, di deduzioni fiscali e di incentivi economici che hanno alimentato l’incremento dell’uso di questo combustibile per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come “ecologico” e rinnovabile, sebbene  sussistano varie criticità in merito.

La produzione di energia è centrale nello sviluppo delle nostre società e per la qualità della vita dell’uomo, tuttavia è ormai improcrastinabile avviare una decisa conversione dei sistemi di  produzione, abbandonando le fonti fossili e sviluppando le fonti rinnovabili e sostenibili. Nonostante  lo sviluppo di fonti rinnovabili negli ultimi anni, purtroppo i livelli crescenti dei consumi energetici  ci dicono che la produzione di energia da fonti rinnovabili è stata finora in aggiunta e non sostitutiva  rispetto quella da fonti fossili. 

In questo processo di transizione occorre prestare la dovuta attenzione e cautela agli impatti che la  produzione di energia da fonti rinnovabili può determinare. Vogliamo infatti sottolineare che  rinnovabile non vuol dire di per sé sostenibile, se viene trascurata la mitigazione e la compensazione delle minacce per la biodiversità e il paesaggio. Nel caso dell’uso delle biomasse forestali occorre  anche considerare che non è una produzione neutra e che complessivamente, per ogni chilowattora di  calore o elettricità prodotta, è probabile che l’uso del legno inizialmente aggiunga in atmosfera da due  a tre volte più carbonio rispetto ai combustibili fossili. 

Con questa lettera, Green Impact e Gruppo Unitario per le Foreste Italiane (GUFI) – le due  organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance, un’alleanza che riunisce oltre  100 Organizzazioni Non Governative in 27 Paesi del Mondo (https://forestdefenders.eu/) – desiderano esprimere la crescente preoccupazione sull’inclusione delle biomasse forestali tra le fonti rinnovabili e sostenibili. Tale inclusione sta dando una forte spinta all’utilizzo dei nostri boschi e delle foreste di  molte altri parti del Pianeta, compromettendo ecosistemi forestali di elevato valore naturalistico e i  benefici che questi producono in termini di servizi ecosistemici.

L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni  di anidride carbonica in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del  riscaldamento globale, secondo gli accordi assunti a Parigi nel 2015, ben al di sotto dei 2ºC con i  sforzi per limitarlo a 1,5ºC. La presunta neutralità è smentita dalle emissioni necessarie per l’apertura  dei cantieri e delle piste forestali, per i tagli, per la movimentazione con mezzi meccanici, per i  trasporti in centrale, per la frantumazione o riduzione in pellet. Va altresì considerata la quota di  carbonio immobilizzata nei boschi nella lettiera, nell’humus e nel biota vivente dei suoli e la  componente non esalata in atmosfera che nel sottosuolo si combina con l’acqua dando origine a  bicarbonati solubili che stabilizzano il pH degli ecosistemi acquatici rendendoli idonei ad ospitare  notevole biodiversità e resilienza. Si aggiunga a questo che mentre le emissioni in atmosfera derivanti  dalla combustione sono immediate, l’assorbimento richiede molto tempo per la perdita di funzioni  degli ecosistemi disboscati e per i lunghi tempi di crescita di nuove piante.

Inoltre, la produzione di biomassa legnosa da conferire come combustibile nelle centrali a biomassa  sta spingendo nel nostro Paese alla conversione a ceduo con turni brevi determinando il serio rischio  di compromettere il capitale naturale a medio e lungo termine. Basta citare un dato: nel nostro Paese  le utilizzazioni forestali negli ultimi 15 anni sono aumentate di circa il 70%. 

Ad evidenziare l’importanza di questo tema, a febbraio scorso oltre 500 scienziati, anche italiani,  hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea,  Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati  Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della  Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine  forestale per produrre energia su grande scala.

Vogliamo in modo analitico e sintetico soffermarci sui punti chiave per cui riteniamo che la  produzione di energia dalla combustione della biomassa forestale rappresenta un elemento di forte  criticità:

la conversione dei sistemi di produzione energetica con l’abbandono dei combustibili  fossili come petrolio, carbone e gas naturale è imposta dalla necessità di ridurre  l’immissione in atmosfera di gas clima-alteranti, mentre l’uso delle biomasse forestali  produce anidride carbonica e allo stesso tempo compromette le funzioni degli  ecosistemi forestali di assorbirla e di produrre ossigeno. Contrariamente all’opinione  diffusa, la combustione del legno non è climaticamente neutra e contribuisce in modo  significativo all’effetto serra. 

✓ La combustione del materiale legnoso, in ambito domestico e in grande quantità negli  impianti industriali di produzione energetica, produce particolato sotto forma di polveri  sottili PM 2,5 e PM 10, oggi riconosciute all’origine di molte patologie umane e causa  di morte nell’ordine di decine di migliaia di persone all’anno. In molti contesti la  tecnologia idonea a eliminare o almeno ridurre le emissioni non è adottata. 

✓ Sebbene negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un aumento in termini di superficie  dei nostri boschi a causa dell’abbandono delle aree marginali agricole collinari e  montane, lo stesso non si può dire per la loro qualità, come testimoniano i bassi livelli  di biodiversità nei boschi di neo-formazione e anche dal volume medio della biomassa  legnosa italiana, meno della metà degli altri Paesi europei (circa 150 mc/ha, contro  quella di altri Paesi europei di 350 mc/ha). 

✓ La produzione di biomassa legnosa per le centrali a biomassa impone modelli di  gestione a ceduo con cicli brevi che compromettono la qualità dei boschi e i servizi  ecosistemici forniti. La gestione a ceduo per la produzione di biomassa a scopo  energetico arreca un danno, reale e potenziale, all’intera filiera del legno con perdita  delle specie pregiate (es. le specie del Genere Acer e alcune del Genere Quercus)  utilizzate nell’industria del mobile, del parquet, della cantieristica, della piccola  manifatturiera (es. strumenti musicali) e l’artigianato. La gestione del patrimonio  boschivo deve invece essere guidata da principi ecologici che garantiscano il  rinnovamento, l’aumento della qualità forestale, i livelli di biodiversità in modo  compatibile con la produzione di massa legnosa. 

✓ I boschi devono essere considerati non come un’insieme di alberi, ma come un  complesso ecosistema composto da migliaia di specie vegetali e di decompositorie (complessi ecosistemi composti da migliaia e migliaia di organismi autotrofi ed  eterotrofi) e quindi la loro gestione non può essere affrontata ponendosi come obiettivo  la produzione di materiale legnoso e al contempo trascurando le specie viventi e le  funzioni ecologiche. 

✓ Gli ecosistemi forestali forniscono numerosissimi servizi ecosistemici alla biodiversità  e alla specie umana, dai servizi di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi,  il riciclo dei nutrienti ai servizi di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre, ect),  a quelli di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la  barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la  qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici. Per la nostra specie si aggiungono i  servizi culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. Per  questo la gestione degli ecosistemi deve tenere in considerazione tutte queste funzioni.

GREEN IMPACT 
Start-up non profit che promuove pratiche trasformative ecologiche ed economiche. Il nostro  principale obiettivo è conservare e ripristinare l’equilibrio del pianeta, dando impulso all’innovazione  della cultura e dei saperi, così da migliorare il benessere degli animali, domestici e selvatici. Nel  portare avanti la nostra missione di tutela dell’ambiente, degli animali e dei loro habitat, privilegiamo  soluzioni che abbiano un impatto socio-economico multidisciplinare, facendo leva sull’innovazione  e sugli sviluppi tecnici, scientifici e normativi. Grazie alla nostra rete di esperti, offriamo soluzioni  tecniche e normative in grado di determinare reali cambiamenti. Mettiamo a disposizione della  comunità internazionale dei soggetti interessati tutte le nostre soluzioni a fine di permettere un’  accelerazione di azione collettiva verso il cambiamento. 
Contatti stampa Green Impact
Fabrizio Bulgarini |338 2198878 | f.bulgarini@tiscali.it
www.greenimpact.it/it
www.greenimpact.it/it/green-economy-per-il-cambiamento

GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane 
L’obiettivo primario del GUFI è quello di assicurare la conservazione del patrimonio forestale  nazionale affinché possa essere lasciata in eredità alle generazioni che verranno. Perché la tutela della  biodiversità e del paesaggio naturale dei boschi italiani e dei benefici ecosistemici che questi  assicurano all’uomo sia assicurata è necessario che almeno il 50% della copertura forestale del Paese  sia lasciata alla libera evoluzione. Ciò è possibile senza entrare in conflitto con le esigenze  economiche di tipo produttivo. Per il GUFI l’idea del futuro forestale dell’Italia è quella di un Paese  in cui i boschi possano tornare ad occupare gran parte dello spazio che è stato sottratto loro dall’uomo  ripopolando le aree attualmente marginali e improduttive e andando a costituire ampie cinture verdi  intorno alle città. Inoltre, i boschi destinati alla produzione devono essere gestiti al fine di produrre  materiali legnosi e non destinati a usi ad alto valore aggiunto. 
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La centrale a biomasse di Mercure non deve riaprire né ora né mai

La centrale a biomasse di Mercure non deve riaprire né ora né mai

L’associazione GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane appoggia la richiesta portata avanti da diverse associazioni di sospensione della riapertura della centrale a biomasse di Mercure. La megacentrale collocata nel Parco Nazionale del Pollino brucia 350.000 tonnellate di legno vergine all’anno (frutto del taglio di centinaia di migliaia di alberi) per produrre energia elettrica: una modalità di produzione di energia che l’Italia deve abbandonare per quattro importanti ragioni.


In primis, bruciare biomasse forestali accelera il riscaldamento globale: le energie da biomasse legnose sono più climalteranti persino delle energie fossili poiché, a parità di energia prodotta, emettono il 150% di CO2 rispetto al carbone e il 300% rispetto al gas naturale (da “Letter From Scientists To The Eu Parliament Regarding Forest Biomass” del gennaio 2018), mentre il riassorbimento di equivalenti quantità di CO2 da parte di nuovi alberi richiederà molti decenni: un tempo che non abbiamo a disposizione. Il taglio di un numero così elevato di alberi va ad aggravare il riscaldamento globale di cui una delle concause principali è proprio la deforestazione. Per rimuovere la CO2 accumulata abbiamo bisogno di grandi alberi e delle foreste vergini, che la assorbono oltre 50 volte in più rispetto ai nuovi alberi e alle piantagioni.


Secondo, la combustione di biomasse forestali presenta un grave rischio per la salute dei cittadini, in particolare in una zona come la Valle del Mercure, dove i fumi di combustione ristagnano a lungo a causa del fenomeno dell’inversione termica. La combustione di tutte le biomasse legnose, secondo i dati ufficiali dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) e di ISPRA, per la sola emissione in atmosfera di PM2,5, causa in Italia circa 20.000 morti premature ogni anno, senza contare le patologie dovute alle emissioni di inquinanti emessi nella combustione del legno (arsenico, mercurio, diossina, furani, IPA…). L’Italia detiene il triste record in Europa per morti premature derivanti dalla cattiva qualità dell’aria.


Terzo, l’utilizzo delle biomasse legnose come fonte di energia minaccia le foreste. Il patrimonio boschivo italiano è ormai sfruttato intensivamente e ben oltre i limiti di rigenerazione dello stesso. Un disastro ecologico che compromette gravemente gli ecosistemi forestali, privando le specie animali e vegetali del loro habitat, e che ha effetti anche sulla popolazione, in quanto la conservazione del patrimonio forestale è essenziale per la stabilità del suolo e la regimazione delle acque.


Quarto, il rapporto presente tra la distruzione di habitat naturali – soprattutto forestali – e l’innesco di epidemie causate dalla migrazione degli animali selvatici cacciati dal loro habitat. Virus di cui gli animali sono portatori possono fare il salto di specie e infettare l’uomo. È avvenuto con Hersa in Australia, arrivata dai pipistrelli, che si è diffusa prima tra i cavalli per poi passare all’uomo; con Ebola in Africa, dove i cercatori d’oro hanno disturbato la foresta casa di diverse specie di primati; con la malattia di Lyme negli USA, dove la scomparsa dei boschi ha decimato i predatori degli artropodi e causato un forte aumento delle zecche che trasmettono la malattia all’uomo; e in tantissimi altri casi riportati nella bibliografia scientifica e nell’ormai noto best seller Spill Over di David Quammen.


La produzione di energia da combustione di biomasse legnose non può quindi essere considerata energia pulita, non dovrebbe poter usufruire di generosi incentivi economici, e andrebbe abbandonata al più presto per la salute del pianeta, dei cittadini e per la nostra sicurezza sanitaria e sociale. GUFI è per un utilizzo razionale e sostenibile del legno, ottenuto da selvicoltura ecologica e in boschi destinati all’uopo, e per qualsiasi prodotto in cui il carbonio in esso contenuto resti allo stato solido.

Taglialegna #stateacasa: l’assalto ai boschi italiani continua persino durante la quarantena

Taglialegna #stateacasa: l’assalto ai boschi italiani continua persino durante la quarantena

ISDE Italia – Medici per l’Ambiente e GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane chiedono alle istituzioni di non autorizzare la ripresa dei tagli boschivi, un’attività che nel caso delle latifoglie è anche fuori tempo massimo: è ormai primavera e i tagli nei boschi di latifoglie sono vietati per consentire alle piante il periodo vegetativo. Aperta una petizione su Change.org.

Roma, aprile 2020 – GUFI e ISDE chiedono alle istituzioni di non accogliere la richiesta avanzata da CONAIBO (Coordinamento nazionale delle imprese boschive), AIEL (Associazione italiana energie agroforestali), Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) e alcuni Comuni montani di riaprire le attività di taglio degli alberi in deroga alla quarantena, e hanno aperto una petizione sul sito Change.org per chiedere il sostegno dei cittadini che hanno a cuore l’ambiente e la salute pubblica.

Le attività forestali sono infatti ferme in quanto considerate non necessarie, e nel momento in cui l’Italia ripartirà sarà concesso solo, fino al prossimo inverno, il taglio dei boschi di conifere. Questo perché nei boschi di latifoglie (querce, faggi, carpini…) non è concessa l’attività di taglio durante il periodo vegetativo, cioè quando le piante hanno già messo le foglie. Tagliare le latifoglie in primavera, tramite la tecnica del ceduo che rimuove il tronco dell’albero lasciando solo un ceppo da cui nascono nuovi polloni, le danneggerebbe gravemente con evidenti ricadute sugli ecosistemi. Il taglio delle foreste di conifere (pini, abeti) è invece concesso tutto l’anno, perché nel loro caso la tecnica del ceduo non si può utilizzare e la riproduzione avviene unicamente tramite seme.

Le associazioni dei tagliatori non stanno quindi chiedendo solo di violare la quarantena a cui sono sottoposte tutte le altre aziende, ma anche di poter violare la legge che protegge i boschi di latifoglie, tagliando a primavera ormai giunta: quest’anno, infatti, la stagione risulta particolarmente anticipata, a seguito di quello che è stato l’inverno più caldo di sempre in Europa (3,4 gradi in più rispetto alla media del periodo).

Perché questo accanimento?

È importante ricordare che in Italia è in corso da anni un vero e proprio assalto alle foreste, viste non come bene prezioso per il pianeta, per la salute dei cittadini e come arma contro il riscaldamento globale, ma unicamente come fonte di energia. Il proliferare in Italia di centrali a biomassa, che bruciano legno per produrre energia elettrica, ha scatenato una vera e propria corsa al taglio. Le nostre foreste, che per mera superficie sono in aumento, vengono gravemente impoverite e compromesse da continui tagli che interessano gli alberi più grandi: un diradamento che, se lascia intatta la superficie della foresta, di fatto la spoglia quasi completamente riducendola a pochi alberi giovani e sottili, distanti tra loro. Una devastazione evidentissima anche a un occhio non esperto (si allega foto di una foresta governata a ceduo).
GUFI e ISDE ricordano che bruciare il legno provoca maggiori emissioni di CO2 e di polveri sottili persino rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili, con ricadute drammatiche in termini di contrasto al cambiamento climatico e di impatto sulla salute. Le biomasse forestali non possono essere considerate una fonte rinnovabile di energia: anche piantando un albero in sostituzione di quello tagliato, questo impiegherà anche un secolo ad assorbire le emissioni di quello abbattuto, sempre ammesso che non venga tagliato prima – un lasso di tempo che non ci è concesso prenderci nella lotta al riscaldamento globale e per la conservazione della biodiversità. Non a caso, due anni fa ben 784 scienziati hanno scritto al Parlamento Europeo per segnalare che usare legna come combustibile accelererà il cambiamento climatico, mentre sempre più studi rivelano l’importanza delle foreste mature e intatte nella lotta al riscaldamento globale. Inoltre, come evidenziato da un comunicato stampa del WWF a marzo, esiste uno strettissimo legame tra pandemie e danni all’ecosistema.

La richiesta delle associazioni dei taglialegna di riprendere le attività in violazione della quarantena e addirittura di prolungare il taglio delle latifoglie anche durante il periodo primaverile è causato dal desiderio di placare la fame insaziabile delle centrali a biomassa, per le quali il solo legno di conifera tagliato al termine della quarantena parrebbe non sufficiente. Eppure, come fatto notare dagli stessi promotori della richiesta di deroga alla quarantena, rimangono a terra milioni di tronchi schiantati dalla tempesta Vaia, che stanno venendo acquistati da imprese austriache proprio per produrre legna da ardere. Il recupero del legno schiantato dalla tempesta (che giace lì da moltissimi mesi, quindi non si comprende l’urgenza) può essere autorizzato con un provvedimento ad hoc, senza riprendere i tagli su tutto il territorio nazionale. Trattandosi di conifere, inoltre, il prelievo di questi alberi potrà riprendere immediatamente dopo la fine della quarantena, anche se andrà fatto con oculatezza per evitare l’erosione del terreno e il conseguente rischio idrogeologico.

Non vi è inoltre alcun rischio di esaurimento a breve termine delle scorte di legno, dato che quelle per il prossimo inverno sono già state approntate e non sarà eventuale legna raccolta ora, ancora verde, ad aumentarle. Inoltre in questo momento sono chiusi alberghi di montagna, ristoranti, rifugi, pizzerie ed altri esercizi che fanno grande consumo di legna da ardere: il fabbisogno di legna nell’ultimo mese è crollato.

Le imprese e le loro associazioni lamentano inoltre la necessità di produrre imballaggi di legno (pallets) per i settori fondamentali. I pallets però vengono prodotti perlopiù con il legno delle conifere: non c’è quindi ragione di tagliare le latifoglie in deroga alle norme ambientali. Inoltre i pallet sono riutilizzabili. Il settore agroalimentare non utilizza pallets ma contenitori di plastica, e lo stesso vale per i prodotti farmaceutici. Non ci sono quindi attività essenziali che abbiano bisogno di un’immediata produzione di pallets.

Inoltre è legittimo chiedersi in quali condizioni sanitarie le aziende di taglio vorrebbero far operare i loro lavoratori durante la pandemia: sono tristemente note le continue violazioni delle norme basilari di tutela dei lavoratori nel settore dei tagli boschivi, dove è inoltre ampiamente diffuso il lavoro nero.

In conclusione, GUFI e ISDE ritengono che non vi sia alcuna ragione per ritenere il taglio di alberi come attività necessaria che meriti una deroga durante la quarantena; che eventuali (e da dimostrare) necessità di legname possano essere soddisfatte utilizzando il legno schiantato dalla tempesta Vaia tramite un provvedimento ad hoc, che non includa le altre foreste sul territorio italiano; e che la richiesta di riaprire il taglio nei boschi di latifoglie in deroga alle leggi a protezione dell’ambiente sia irricevibile.

GUFI e ISDE invitano tutti i cittadini che hanno a cuore la salute e l’ambiente (e conseguentemente la propria) a firmare la petizione “Taglialegna #stateacasa” sul sito Change.org all’indirizzo: http://chng.it/g9zHLWXc

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Valentina Venturi – Ufficio stampa GUFI

Mail: press@gufitalia.it | Tel: 3403386920

Le foreste italiane meritano un’informazione corretta

Le foreste italiane meritano un’informazione corretta

Sul Fatto Quotidiano del 19 gennaio u.s. è comparso un articolo firmato da Renzo Motta e Giorgio Vacchiano dal titolo “Le foreste italiane meritano un’informazione migliore”. Nel loro scritto i due autori, noti sostenitori di un approccio antiecologico alla gestione delle foreste, sostengono tesi che, lungi dal fornire “un’informazione migliore”, risultano prive di fondamento scientifico, fuorvianti e a volte addirittura irrispettose del buon senso.

Di seguito si riportano i commenti all’articolo di Motta e Vacchiano inviati da alcuni esperti alla redazione del Fatto Quotidiano.

Cara Redazione,

considero Il Fatto Quotidiano l’unico giornale veramente libero dell’Italia. Vi seguo da anni e condivido la vostra impostazione nel raccontare i fatti. Per questo sono veramente meravigliato e anche amareggiato per lo spazio dato a Motta e Vacchiano per raccontare una verità distorta sui tagli delle foreste italiane e sulle centrali a biomasse.
L’articolo dice molte cose inesatte mescolate ad alcune verità ma inserite in un contesto alterato. Le foreste italiane sono certamente in aumento rispetto a 100 anni fa, ma occorre sapere che la data di riferimento è quella nella quale la superficie forestale italiana ha toccato il minimo storico. È una informazione fuorviante dire che le nostre foreste sono in aumento senza ricordare che siamo di gran lunga al disotto della superficie forestale potenziale ed inoltre senza dire che il volume medio dei boschi italiani è di 159 m3 ad ettaro contro i 360 m3 di Austria e Germania (veri paesi con economia forestale). È folle spingere ora sulle utilizzazioni boschive come se fossimo un paese ricco di boschi e pigro nello sfruttarli.
Per raggiungere i paesi forestalmente più avanzati dovremmo continuare ancora 50 anni con questo tasso di prelievo. Aumentarlo vuol dire solo allontanare questa data. Oltretutto la gran parte del prodotto dei nostri boschi è di scarsa qualità e destinabile solo al mercato delle biomasse a scopo energetico.
Chi spinge ora per il taglio dei boschi (come gli autori dell’articolo) favorisce solo (volontariamente o involontariamente) la lobby delle biomasse, dietro la quale ci sono speculatori senza tanti scrupoli. La filiera legno/biomasse è una filiera economicamente drogata, che fa guadagnare pochi sui finanziamenti pubblici, a scapito del popolo italiano che si trova con meno boschi e meno soldi. Guardate cosa succede alla centrale a Biomasse del Mercure in Calabria.
Le centrali a biomasse sono pericolose per la salute delle persone e dell’ambiente (distruggono i boschi e il verde urbano e emettono anidride carbonica e polveri sottili). Non si tratta di energie rinnovabili ma vengono lo stesso incentivate come tali. I boschi sono oggi uno dei più efficaci strumenti di lotta ai cambiamenti climatici e propugnarne lo sfruttamento di bassa economia è un delitto contro l’umanità (come ha detto anche il Prof. Mancuso).
Non possiamo preoccuparci dei tagli nelle foreste equatoriali e boreali e degli incendi forestali in Australia e poi appoggiare chi vuole spingere ad un insano incremento delle utilizzazioni forestali in Italia. È una follia sottovalutare quello che sta accadendo nei nostri boschi soprattutto quello che si vorrebbe far accadere a breve.
Il Fatto Quotidiano, che sta sempre dalla parte della verità e dalla parte dell’onestà, non può cadere in trappole come queste e spero che dia la possibilità di replicare.
Siete persone ascoltate e stimate, non potete veicolare un messaggio così sbagliato e pericoloso.

Buon lavoro,

Prof. Alessandro Bottacci
Docente di Conservazione della Natura, Università di Camerino.
Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

Spett. Redazione de Il Fatto Quotidiano,

scrivo per intervenire riguardo all’articolo pubblicato recentemente sul vostro giornale, nel quale vengono sostenute tesi, a nome degli esperti Motta e Vacchiano, a favore dei tagli nelle foreste italiane e per l’uso energetico del legno.
Ciò dipende dal fatto che le biomasse sono considerate energie rinnovabili.
La logica seguita è la seguente: bruciando un albero, liberiamo in atmosfera una quantità di CO2 che un nuovo albero, crescendo fino alle dimensioni del primo, riassorbirà integralmente: con bilancio complessivo neutro, pari a zero.
Ma questo ragionamento è fallace, per vari motivi;

1) Le biomasse sono gravemente climalteranti: per ogni kW ora di elettricità prodotta con biomasse legnose viene emessa 1,5 volte la CO2 emessa col carbone e 3 volte la CO2 emessa con gas naturale. Tale CO2 viene emessa in pochi secondi bruciando un albero di 100 anni e occorreranno altri 100 anni perché un nuovo albero (sempre che venga piantato!), crescendo, la assorba. E noi questo tempo non lo abbiamo: proseguendo con questo aumento, tra 100 anni le emissioni di CO2 avranno reso impossibile la vita umana sulla terra. Soprattutto, secondo il rapporto dell’8.10.2018, redatto a Incheon (Corea del Sud) dall’IPCC (Intergovernmental Panel for Climate Change, Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico dell’ONU), frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori di 44 paesi che hanno esaminato 6.000 studi e valutato 42.000 dichiarazioni di colleghi e governi, il riscaldamento globale supererà la soglia di +1,5 gradi nel 2030. Quindi sono disponibili solo pochi anni per invertire la tendenza e per diminuire significativamente le quantità di CO2 emesse in atmosfera non dobbiamo più bruciare combustibili fossili, e in primo luogo le biomasse legnose, che ne emettono più degli altri!
Oltre alle emissioni dirette della combustione, vi sono ulteriori importanti emissioni dovute al taglio e trasporto a distanza delle biomasse.
Infine, gli accordi internazionali prevedono che la biomassa importata per la combustione non venga conteggiata nel bilancio delle emissioni del paese importatore e ciò aggrava notevolmente il bilancio effettivo della CO2 emessa dalle nostre centrali.

2) Soprattutto, le biomasse uccidono circa 20.000 italiani ogni anno. Il calcolo è semplice e preciso: l’Agenzia Ambientale Europea-EEA (Air Quality in Europe, Report 2018) attribuisce all’Italia (dati riferiti al 2015) 60.600 morti precoci ogni anno per il PM2,5 atmosferico. Secondo ISPRA, circa la metà del PM2,5 è secondario e circa la metà è primario emissivo; sempre secondo ISPRA oltre il 68% del PM2,5 primario emissivo è emesso dalla combustione di tutte le biomasse solide (dalle stufe alle centrali). Le biomasse, quindi, causano con certezza circa 20.000 morti precoci ogni anno. Ci sono poi malattie e morti in più, difficili da stimare come numero, dovute alle emissioni di diossina e furani, mercurio, arsenico, IPA, ecc., che vengono liberati bruciando legno. Una parte di queste morti precoci è dovuta alle emissioni di PM2,5 delle centrali a biomasse direttamente incentivate con denaro pubblico dal GSE (causando come minimo circa 1500 morti/anno), ma di fatto tutta la combustione del legno viene incentivata in vari modi (IVA agevolata, ecc.) e ciò è assolutamente inammissibile. I dati sono costanti: ad esempio, l’Air Quality in Europe, Report 2019, da poco uscito, certifica una lieve diminuzione, cioè 58.600 morti precoci/anno in Italia per PM2,5 (dati riferiti al 2016), ma ISPRA, che è avanti di un anno rispetto all’EEA, nel suo “Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera 1990-2017, Informative Inventory Report 2019”, anch’esso da poco uscito, certifica che nel 2017 vi è stato un aumento del PM2,5 emissivo in atmosfera, totalmente dovuto alle emissioni delle biomasse che sono incrementate del 9,4% ripeto al 2016. Di conseguenza si può prevedere che le morti precoci stimate per il PM2,5, nel prossimo Report EEA che sarà riferito al 2017, segneranno un nuovo aumento per l’Italia.

Non è ammissibile che per le pressioni delle “lobby del legno”, cioè delle industrie che producono pellet, caldaie, centrali a biomasse, ecc. e di coloro – agronomi e ditte forestali – che traggono lauti guadagni dai progetti di taglio degli alberi, lo Stato Italiano debba incentivare la combustione del legno che ogni anno uccide, dati alla mano, oltre 20.000 suoi cittadini: quando l’uso del gas naturale, che produce 2.000 volte meno PM2,5, produrrebbe 2.000 volte meno morti precoci, cioè 10 (dieci) morti/anno anziché ventimila!
Ed è parimenti inammissibile che la Società pubblica partecipata “Ricerca Sistema Energetico, RSE S.p.A.”, in data 25/11/2019 su un dossier concernente “Energia delle Biomasse legnose” possa impunemente sostenere tesi opposte alle concordi evidenze scientifiche affermando: a) che le emissioni di CO2 delle biomasse siano “del tutto equivalenti al fotovoltaico (clamoroso falso, come sopra indicato); b) che le emissioni di particolato siano drasticamente ridotte dai filtri a maniche. E’ vero l’opposto. ISPRA, nell’Italian Emission Inventory 1990-2017: Informative Inventory Report 2019 riferito alle emissioni 2017, mostra come nel settore M2, composto al 99% dalla combustione di tutte le biomasse legnose, le emissioni di PM2,5 siano aumentate di quasi il 10% rispetto al 2016. Sempre ISPRA ha comunicato che il tasso di emissione attuale delle biomasse legnose sia di 388g di PM2,5 per ogni Gj di energia prodotto (312g/Gj per le centrali a biomasse). Ciò conferma il fatto, anch’esso scientificamente verificato, che le dimensioni delle polveri sottili emesse dal legno siano dell’ordine della nanoparticelle (diametro dell’elica del DNA), che nessun filtro è in grado di trattenere. Non è possibile che interessi economici debbano portare ad affermazioni false da parte di società partecipate dallo Stato, tacendo inammissibili rischi per la vita delle persone!

3) Senza incentivi, produrre energie da biomasse può essere antieconomico e l’energia utilizzata può addirittura superare l’energia prodotta! Lo dimostrano vari studi riportati nell’articolo “Le biomasse legnose non sono vere energie rinnovabili e il loro uso causa gravi effetti sulla salute” (Corrieri, 2019).

4) Le biomasse comportano rischi di incendi e di infiltrazioni mafiose. Secondo il Procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo e il Capo della Protezione civile regionale calabrese Carlo Tansi (Avvenire.it del 9.8.2017), dietro gli incendi nel Parco della Sila ci sono aziende forestali, che riforniscono di legname le centrali elettriche a biomasse. Infatti,  gli alberi bruciati mantengono un 70% di potere calorico e vengono cippati e bruciati nelle centrali. Senza incendi, nel territorio di un Parco nazionale nessuno avrebbe potuto toccarli.

5) Le biomasse sono responsabili del taglio generalizzato degli alberi. Stanno causando la distruzione delle nostre foreste e delle alberature delle nostre città. Il consumo italiano di biomasse forestali vergini, secondo GSE (2017), tra elettrico e termico è circa 52 Mton/anno mentre secondo ENEA (2017) disponiamo “solo” di 26 Mton/anno di biomasse vergini: la metà! Per mantenere accese le centrali stiamo deforestando e tagliando alberi dappertutto con le più varie motivazioni, ovviamente surrettizie. Viceversa, stanno emergendo sempre maggiori evidenze di come sia fondamentale difendere, mantenere e sviluppare alberi e foreste senza tagliarli. Sul numero di aprile 2019 di Nature è stato pubblicato un importante articolo scientifico che mostra come solo le foreste lasciate alla loro evoluzione naturale, ricche di biodiversità, possano essere potentemente efficaci nel fissare la CO2 in eccesso rimuovendola dall’atmosfera. Le foreste vergini possono salvarci mentre le piantagioni di nuovi alberi, secondo gli autori, non sono parimenti efficaci. Un grande albero maturo rimuove dall’atmosfera CO2 e inquinanti per un fattore di 50 volte maggiore rispetto a un albero appena piantato per sostituirlo. Se continuiamo a tagliare alberi e ripiantarli, andremo verso la rovina. Un articolo apparso sul numero di Science del luglio 2019 mostra come, se piantiamo nuove foreste escludendo le aree agricole e urbane, c’è spazio sulla Terra per circa un miliardo di ettari in più di copertura arborea che, se lasciata a sé stessa, potrebbe immagazzinare fino a 205 Gton di carbonio in più: esattamente la quantità che secondo l’IPCC occorre togliere dall’atmosfera per impedire il disastro climatico! Le foreste ci salverebbero da sole: basterebbe incrementarle e restaurarle smettendo di tagliarle. Queste sono le verità da dire a coloro che promuovono il taglio degli alberi!

6) Cominciamo ad avere anche evidenze scientifiche dirette di danni alla salute: danni respiratori, neurotossici e aumento del rischio cancerogeno sono stati dimostrati da vari studi sui lavoratori e sugli abitanti vicino alle centrali a biomasse (cfr. Corrieri, 2019).
Data l’estrema importanza per la salute delle persone e la possibilità di evitare ventimila morti precoci ogni anno in Italia, chiedo formalmente, come Coordinatore per il Centro Italia di ISDE-Medici per l’Ambiente, di poter essere ascoltato da Codesto spett. Giornale, assieme ad altri scienziati e ricercatori che potranno meglio illustrare a voce i dati qui solo accennati.

Dott. Ugo Corrieri
Coordinatore di ISDE- Medici per l’Ambiente per il Centro Italia

Spett. Redazione,

intervengo sull’articolo pubblicato con grande spazio e rilievo sul Fatto, in cui Motta e Vecchiano lanciano sostanzialmente un messaggio a favore dei tagli nelle foreste italiane e per l’uso energetico del legno (a prescindere dal ministro che ne ha maggiore competenza). Scrivo perché quelle sono posizioni assai pericolose per l’ambiente, per l’aggravamento della crisi climatica e per la salute, basate su verità riduttive, parziali o distorte.
Le foreste italiane sono certamente in aumento rispetto al secolo scorso, ma non ci viene detto che il periodo preso a riferimento per giustificare questo incremento che si vuole fare apparire strepitoso e da taluni addirittura eccessivo è quello in cui le nostre foreste erano ridotte già ai minimi termini storici.  Se prendessimo a riferimento, invece, periodi preindustriali (cosa non assurda se consideriamo la longevità di moltissime specie arboree che solo oggi iniziamo a conoscere con lo studio degli anelli annuali di accrescimento, scoprendo alberi che dal medioevo sono arrivati, vivi e sani, fino a noi e che continuano a riprodursi), in cui sarebbe stato possibile viaggiare da Roma a Parigi passando senza soluzione di continuità tra i boschi, il giudizio sarebbe stato molto diverso. E lo sarebbe stato ancora di più se avessimo preso a riferimento la superficie forestale necessaria per abbattere parte consistente dell’anidride carbonica immessa in eccesso in atmosfera o la superficie potenzialmente idonea al rimboschimento.  Con questi riferimenti avremmo, come conclusione, che occorre rispettare il più possibile il patrimonio arboreo esistente, lasciarlo alla sua evoluzione naturale e impiantare nuovi alberi (aggiuntivi e non sostitutivi di quelli abbattuti) ovunque possibile, incluso l’ambiente urbano, e saperli amministrare.
Il contenuto dell’articolo non è accettabile perché lascia intendere una presunta “invasione” in atto da parte dei boschi che, come rappresentata, non tiene conto della loro qualità. “L’Italia è ricca di boschi…poveri” . Così, con apparente ossimoro, sintetizzava la situazione nazionale Alfonso Alessandrini, per 15 anni Capo del Corpo Forestale dello Stato. Infatti non si può mettere sullo stesso piano per qualsiasi aspetto (ecologico, estetico, dei benefici ecosistemici resi all’uomo, per la biodiversità che è in grado di ospitare, per la stabilizzazione idrogeologica, ecc.) una foresta vetusta o semplicemente evoluta con boschi giovani, di neoformazione, che hanno alberelli che andrebbero considerati infanti e che non sono ancora evoluti come bosco vero e proprio, nelle sue successioni naturali.
In questo periodo storico in cui studi scientifici raccomandano il rispetto dei boschi come principali alleati per contrastare la crisi climatica, in Italia vengono abbattuti alberi su intere superfici boschive, lungo le strade extraurbane e nelle città, con intensità stupefacente, sotto la spinta dei generosi incentivi statali gravanti sulle nostre bollette elettriche. Sotto attacco, tra le maglie larghe della legislazione, persino boschi in aree naturali protette a livello regionale, nazionale o europeo come i cosiddetti SIC e ZPS. (Litorale Romano, Tombolo Grossetano, Caprarola..)  Eppure è scientificamente dimostrato che produrre energia bruciando legna ha un rendimento di gran lunga inferiore a quello di altre fonti, è fortemente climalterante e non è neutro come si vuol far passare: nei bilanci non si considerano (oltre al dispendio di energia fossile per taglio, accatastamento, trasporto, cippatura, ecc…) il carbonio fissato nel legno, negli apparati radicali, nella lettiera e nell’humus al suolo (di gran lunga superiore a quello presente nei tronchi e nei rami), quello che viene inglobato nel ciclo dell’acqua come ione idrocarbonico, né la perdita della funzionalità ecologica del bosco eliminato. 
La combustione del legno produce fumi assai nocivi per la salute.  Conto è che questo avvenga in una stufa in montagna ove è assicurata ventilazione e diluizione nell’ambiente, e conto è che avvenga in città densamente popolate. I filtri comuni, infatti, seppure fossero adottati, non riescono ad abbattere efficacemente le polveri più fini (PM10 e PM2,5, notoriamente cancerogene): occorrerebbero tecnologie improponibili nelle stufe e negli impianti in genere, per costi, fabbisogno manutentivo, ingombri, per consumo di acqua necessaria… Così le stufe a pellet, in ambiente urbano, diventano fattori temibili per l’aumento di casi di cancro e ciò diventa assai grave in caso di inversione termica, fenomeno che si verifica quando l’aria fredda, pesante, si pone come un “tappo” o coperta su quella calda degli strati bassi impedendo la dispersione e la diluizione degli inquinanti e la città diviene una sorta di camera a gas. E’ stupefacente che non si consideri che un bosco non è un insieme di alberi, così come un giornale non è un mero assemblaggio di parole: parliamo di ecosistemi, di resilienza, di purificazione dell’aria, di formazione di suolo fertile, di ambienti complessi caratterizzati da un’infinità di relazioni e interrelazioni al loro interno che ci forniscono aria e acqua buona, una quantità di benefici ecosistemici che regolano la vita a livello globale.
Siamo per una selvicoltura ecologica e sostenibile, per usi nobili del legno in sostituzione della plastica. Ma oggi il quadro legislativo e la pratica non vanno in questa direzione perché non si distinguono i boschi di tutela da quelli da produzione.  Secondo voi quando c’è da tagliare, le motoseghe verranno indirizzate verso le parti boschive dai tronchi e rami grandi che danno maggior profitto, oppure verso gli alberelli di neoformazione boschiva? Ecco dove porta l’assenza di valutazione della qualità dei boschi. E dire che in questo campo ci sarebbe una delle più straordinarie potenzialità di creazione di posti di lavoro qualificati (i tagli viceversa richiedono viceversa bassa manovalanza), se avviassimo una gestione selvicolturale ecosistemica ed effettivamente sostenibile.

Cordiali saluti,
Dott. Giovanni Damiani   
Biologo, Presidente G.U.F.I. – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, già Direttore dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente.