RAVENNA:  SULLA CO2 CHE ENI HA IN PROGRAMMA DI STOCCARE SOTTO I FONDALI MARINI

RAVENNA:  SULLA CO2 CHE ENI HA IN PROGRAMMA DI STOCCARE SOTTO I FONDALI MARINI

Un aspetto preoccupante dell’impatto.

Eni e altre compagnie del mondo dei combustibili fossili programmano di entrare “nell’era dell’idrogeno” ma ottenendolo dagli idrocarburi fossili.  Siccome questa scelta produttiva genera anidride carbonica che dev’essere smaltita in qualche modo, programmano di adottare il metodo Ccs (acronimo di Carbon capture and storage). In parole semplici vogliono pompare sotto terra, negli interstizi dei giacimenti di gas esauriti (in tutto o in parte), milioni di tonnellate di CO2.   Il governo opportunamente  ha revocato – su iniziativa del Movimento 5 Stelle – la previsione di finanziare questo progetto coi fondi del Recovery Plan ma il progetto molto probabilmente andrà avanti con fondi propri perché assai conveniente per l’Azienda. Infatti questo consente ad Eni di restare nel business dei combustibili fossili, legandolo addirittura all’era dell’idrogeno, di portare avanti progetti come il TAP (chi si opporrà verrà accusato di essere sabotatore della produzione dell’ecologico idrogeno) e di finire di sfruttare i giacimenti che oggi rendono poco perché è economicamente difficile estrarre il gas residuo. L’anidride carbonica infatti è una molecola pesante e si stratifica nelle parti più base del giacimento per cui man mano che si accumula e il suo livello cresce dal fondo del deposito, spinge verso l’alto l’ultimo gas da sfruttare, come una sorta di pistone.  Ma qual è il possibile impatto, soprattutto a lungo termine, dell’immissione di tanta CO2 nel sottosuolo?     Bisogna considerare molto seriamente il fatto che la CO2 a differenza del metano, in presenza di acqua reagisce spiccatamente con le rocce (non solo carbonatiche…ma con diverse altre tipologie  e persino col cemento armato come per la vicenda del Ponte Morandi a Genova). Il discioglimento delle rocce produce soprattutto  bicarbonati solubili.   Le nostre grotte estese ed amplissime, la “spugnosità” delle nostre montagne, le “marmitte dei giganti” , in definitiva il carsismo,  hanno origine  dalla CO2 che con l’acqua diviene acido carbonico che attacca le rocce.  Il fenomeno è tanto più imponente quanto più l’anidride carbonica è pura (vale a dire la sua pressione parziale è prossima a quella totale) e quanto più la pressione in atmosfere è alta.  A limitare lo scioglimento nell’acqua di strato dei depositi è solo la salinità. Quante caverne gigantesche potranno formarsi sotto il fondale marino negli anni a venire? Quante nel corso dei secoli??  Quale la loro possibile estensione nell’area vasta?  Le cavità potranno arrivare ad interessare la terra, risalire verso l’alto fino a sciogliere le rocce di copertura e arrivare ad innescare i noti  “sinkholes” antropogenici, vale a dire cedimenti, sprofondamenti anche in zone abitate di sedi stradali, ferroviarie, ville comunali, parchi o giardini, nonché aree occupate da piazze, cortili e edifici?  Ravenna è già interessata da una preoccupante subsidenza : ci saranno interferenze?.    A tutte le sacrosante motivazioni, essenzialmente di politica energetica, per essere contrari alla produzione di questo chiamato suggestivamente “idrogeno blu”, si aggiunga l’assenza di assicurazioni fondate sulle conseguenze nel tempo che il Ccs può avere e si rifletta sull’effettiva imprevedibilità del pericolo connesso: fattori probabilmente prioritari. L’alternativa esiste: è l’idrogeno “verde” ottenuto dall’acqua, per elettrolisi, con energia elettrica da fonti rinnovabili e sostenibili. Questa è la strada. 

Giovanni  Damiani
Presidente GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane