Il caso della Pineta Dannunziana e le aree protette

Il caso della Pineta Dannunziana e le aree protette

di Giovanni Damiani


Gentili Renzo Motta, Davide Ascoli, Marco Marchetti e Giorgio Vacchiano,

faccio riferimento a quanto pubblicato a Vs firma sulla Rivista SISEF il 04/08/2021 dal titolo Prevenzione antincendio e la conservazione dell’ambiente: il caso della Pineta Dannunziana di Pescara.

L’articolo ha suscitato diffuso stupore per il contenuto di affermazioni assolutamente non veritiere su cui sono impiantate conclusioni altrettanto non accettabili. Esse sono riprese e rimbalzate evidentemente dalle posizioni assunte dal Presidente dell’Ordine Provinciale dei dottori Agronomi e dei dottori Forestali, dr. Matteo Colarossi, autentiche “rivelazioni” inedite che sono poste come basi alla richiesta di togliere lo status di “Riserva Naturale “alla Pineta per applicarvi la selvicoltura a scopo di prevenzione AIB.   

Queste in sintesi le palesi notizie false che anche Voi, evidentemente male informati e senza operare verifiche, incredibilmente rilanciate.

NOTIZIE INFONDATE SULLA GENESI DELLA PINETA

È stato sostenuto che “La pineta, localizzata all’interno della città di Pescara, è l’eredità di un rimboschimento fatto dal Marchese D’Avalos nel ‘500. “  Si tiene a riferire che questa affermazione emerge per la prima volta in un’intervista resa alla RAI – TG3 regionale il 7 maggio 2021 dal dr Colarossi : “La pineta è coltivata dal 1500” dice Colarossi “e non esisteva al tempo dei romani. Non si tratta di foresta vergine“ [1]

Dal momento che tale affermazione contrasta con quanto finora emerso da tutti gli studi storici, dalle ricerche archivistiche e le conseguenti valutazioni logico-deduttive, da più parti c’è stata la richiesta all’Ordine Professionale presieduto dal dr.  Colarossi di fornire gli elementi documentali posti alla base della rivelazione.    Tali richieste sono state pubbliche, sono tutt’ora reiterate anche con insistenza, ma sono rimaste, ad oggi, senza risposta. Ma il Presidente Provinciale dell’Ordine ha cambiato successivamente versione e ha sostenuto in sintesi che la Pineta “c’era all’epoca dei romani e anzi è lì prima della comparsa dell’uomo…”  ma è stata tagliata, ha riconfermato essere stata successivamente ripiantata dal Marchese D’Avalos nel 1500, ma tagliata di nuovo e… quello che vediamo oggi sarebbe opera dell’impianto artificiale fatto dal Corpo Forestale dai primi del secolo scorso addirittura fino negli anni ’80. Tuttavia anche queste sono tutte notizie nuovissime, sfuggite anche agli studiosi più attenti e a tutti i ricercatori e archivisti, notizie che cambiano la storia e non solo del territorio abruzzese … ma si continua a non rivelare quali siano le fonti archivistiche o bibliografiche di tanta rivoluzionaria novità. E anche in questo caso vi sono state richieste reiterate e pubbliche di spiegazioni, citando il contrasto con le numerose fonti documentali esistenti, con le cartografie storiche che riportano la “Silva Lentisci” talvolta chiamata “Selva dei Chiappini” e con fatti oggettivi sulla storia dei D’Avalos che erano Marchesi di Pescara e non avrebbero potuto impiantare pinete a Pino d’Aleppo su quasi l’intera costa adriatica, in aree vastissime al di fuori delle loro limite proprietà. La fonte più antica dell’esistenza della foresta risale in realtà al 1114 ad opera del grande geografo arabo Eldrisi (o Al- Idrisi) incaricato di redigere cartografie da Re Ruggero II di Palermo, che riporta che da Campomarino ad Ancona, per circa 300 miglia di costa adriatica: “in queste solitudini vive gente che s’annida nelle foreste e vi ha luoghi di caccia e in questi deserti va in cerca di miele”. In archivio di Stato si trovano documenti circa l’entità dei tagli effettuati storicamente su tale foresta ed anche le date ed entità e specie utilizzate nei rimboschimenti, sempre parziali, effettuati nel tempo. Esistono anche studi storici sulla Pineta effettuati all’inizio del 1800 e parlano ancora i toponimi “Montesilvano”, “Silvi” … Una fotografia d’epoca dannunziana datata 1927, inoltre, mostra dei tronchi di Pino d’Aleppo di dimensioni imponenti che sicuramente non potevano essere stati piantati da poco tempo.  Prendo atto che qualche dubbio è venuto anche a Voi, se alle posizioni del Dr Colarossi avete aggiunto “in massima parte” frutto di rimboschimento …

In definitiva le notizie – peraltro contraddittorie – sull’origine non naturale della Pineta di Pescara rivelate dal dr Colarossi restano, ad oggi, totalmente infondate e l’area va considerata un relitto, prezioso, di un’antichissima foresta che copriva la quasi totalità del litorale adriatico. Relitto sicuramente non qualificabile come “foresta vergine” ma sicuramente molto particolare perché le condizioni geologiche -idriche (con riferimento alla falda ivi assai superficiale che crea sacche limitate di umidità frammiste a mosaico in diverse  aree xeriche)  dànno  luogo a un corrispondente mosaico di vegetazione xerica associata al Pino d’Aleppo o addirittura a flora dunale su residui di dune fossili, accanto a vegetazione tipica di zone umide, risultandone una straordinaria biodiversità.

SE IL Dr COLAROSSI, appoggiato dal CONAF e ripreso dalla SISEF, AVESSERO RAGIONE SULL’ORIGINE ARTIFICIALE DELLA PINETA DANNUNZIANA?

È oramai chiaro che la richiesta di dequalificazione della PINETA dallo status di Riserva Naturale perché la stessa sarebbe di recente impianto artificiale è una grave sciocchezza.  Ma se, per assurdo, effettivamente la Pineta fosse artificiale, avremmo grandissimi e validissimi MOTIVI IN PIÙ più per mantenerla RISERVA NATURALE. Anzi sarebbe un obbligo. Infatti la straordinaria biodiversità presente, le specie arboree, arbustive ed erbacee collocate al posto giusto rispetto alle condizioni e alla natura del suolo, alla distanza dal piano della falda, la distribuzione spaziale delle stesse, la disetaneità, insomma le tantissime specie “giuste” messe al posto “giusto”, renderebbero questo ecosistema una delle più mirabili produzioni intellettuali dell’Uomo. Rappresenterebbe probabilmente una realizzazione del più elevato sapere botanico-forestale e delle discipline delle scienze naturali prodotte in Italia, meritevole di ATTENZIONE E VANTO NONCHÉ DI TUTELA AGGIUNTIVA ALLE MOTIVAZIONI NATURALISTICHE e non la squalifica che chiede l’Ordine Professionale.

NOTIZIE FALSE SUL PRESUNTO IMPEDIMENTO DEL PIANO DI ASSETTO NATURALISTICO AD EFFETTUARE INTERVENTI AIB

Nell’articolo a Vs firma è detto: “Prima dell’istituzione della Riserva venivano regolarmente effettuate operazioni colturali come i diradamenti forestali, lo sfalcio delle invasive erbacee ed arbustive e la rimozione della necromassa, proprio per ridurre il pericolo di incendi tenendo conto della particolare localizzazione del bosco. Con l’istituzione della Riserva, tuttavia, è stato adottato un Piano di assetto naturalistico che ha imposto di non effettuare interventi colturali ed assecondare lo sviluppo della vegetazione secondo la sua dinamica naturale.”

Non è vero che siano mai esistite nella Pineta di Pescara le citate “operazioni colturali”, diradamenti ecc… in funzione AIB e che poi queste sarebbero cessate perché impedite dalle norme di tutela. 

La Pineta è stata acquistata dal Comune di Pescara, dai discendenti dei Marchesi D’Avalos nel 1975. Una nutrita commissione multidisciplinare istituita da esperti in varie discipline e da amministratori comunali indicò una porzione di essa (comparto n. 5) meritevole di tutela integrale per le preziosità botaniche e per la pregevole composizione ecosistemica, che ne portò alla recinzione e alla chiusura alla frequentazione pubblica, destinandola a frequentazione a scopi didattico-scientifico controllata ai fini della conservazione.   Proprio quel comparto 5 è quello preso di mira dagli incendiari: lì sono stati messi gli inneschi.  La Riserva è stata istituita nel 2000 ed il Piano di Assetto Naturalistico (di seguito PAN) è stato approvato nel corrente 2021, con circa 20 anni di ritardo rispetto al provvedimento di protezione.  Pertanto è falso che sia stato il PAN ad “imporre di non effettuare interventi colturali” ecc: quell’area era a tutela integrale continuativamente da 46 anni mentre la Riserva esiste sulla carta da 20 e il PAN è adottato da pochi mesi.   È falso pertanto che la tutela abbia favorito il propagarsi dell’incendio, mentre è vero il contrario: è l’assenza di tutela, prevista nel PAN e ancora di più nel Piano Comunale di Protezione Civile totalmente inapplicato a dover essere chiamato in causa.  La Riserva a gestione comunale ha ricevuto per venti anni fondi dalla Regione per la sua gestione ma ciò non ostante non ha mai avuto un direttore, personale dedicato, alcuna vigilanza, neppure quando i bollettini della Protezione Civile indicavano – come nel caso in questione – alto rischio d’incendio; è largamente sprovvista di prese idriche antiincendio per la maggior parte della sua estensione e persino lungo il perimetro d’interfaccia fra abitazioni e bosco, ove è presente una sola manichetta antincendio di realizzazione privata, sita in ambito privato dell’Istituto delle Suore e con possibile raggio d’azione di pochi metri entro la Pineta. È falso anche che interventi silvoculturali erano effettuati e sarebbero cessati con il PAN.  Riporto a riprova, di seguito, quanto stabilito dal PAN stesso: Pag. 46

Problematiche relative al comparto 5

Il comparto 5 presenta caratteristiche peculiari che lo differenziano sostanzialmente dagli altri settori della Riserva Dannunziana; infatti la chiusura al pubblico (seppure il comparto risulti frequentato abusivamente da alcune persone, che ne hanno causato lo stato di degrado e di rischio in cui attualmente si trova), ha permesso di preservare lo sviluppo di alcune specie vegetali e di migliorare le caratteristiche chimico-fisiche del suolo.      Si propone che il PAN preveda per questo comparto una destinazione di conservazione con finalità scientifiche e didattiche e si limiti la frequentazione antropica a visite guidate e controllate.

È il nucleo meglio strutturato e con caratteri di maggiore naturalità di tutta la Pineta. Esso ricorda una componente del modello dell’antico mosaico forestale, nel quale la successione di dossi dunali e depressioni interdunali davano origine ad una serie di tessere vegetazionali in cui gli elementi portanti erano rappresentati dalla macchia mediterranea e dal bosco igrofilo. Tale sistema è stato, nel tempo, cancellato quasi del tutto, in quanto i diversi elementi sono compenetrati e resi poco riconoscibili dai reiterati interventi antropici.

Il comparto è stato da molto tempo chiuso al pubblico, anche se, purtroppo, è stato sempre frequentato abusivamente ed è cosparso di rifiuti. Gli impatti antropici, quindi, anche qui sono stati pesanti ed hanno condizionato la sua funzionalità ecologica.

Nella porzione più meridionale del comparto l’antica presenza di un vivaio, dismesso da molto tempo, ha favorito l’affermazione di numerose specie esotiche invasive (Ligustrum lucidum, Phoenix canariensis, Acer negundo, Cortaderia selloana), sfuggite a coltura, che andrebbero estirpate.

La vegetazione del comparto, rappresentata da un bosco a dominanza di Olmo campestre, Pino d’Aleppo e Roverella, è in evoluzione verso condizioni di maggiore maturità ed equilibrio. Per tale motivo, e per favorire il dinamismo, si ritiene inopportuno intervenire nella compagine forestale, anche se essa presenta, in alcuni stands, segni di degrado.

“Per questo comparto si propongono, pertanto, solo interventi di ripristino e razionalizzazione dei sentieri, sia per finalità scientifiche, legate allo studio della flora, della fauna, della vegetazione e del suo dinamismo, che didattiche, queste ultime da perseguire anche con una idonea etichettatura delle specie più significative e con un cartello che illustri le caratteristiche del bosco.”

ERBACCE O BIODIVERSITÀ VEGETALE?

Riguardo alla rimozione delle specie erbacee c’è da dire che la Pineta di Pescara è probabilmente una delle aree più studiate l’Italia. Studi pubblicati su riviste scientifiche, condotti da insigni botanici, biologi e naturalisti sono stati condotti nei decenni.  Sul Pinus helepensis è stata condotta anche la caratterizzazione del DNA ribosomale, il cui pattern è stato confrontato con quello dei pini della stessa specie italiani e della costa est dell’Adriatico. La Pineta include 345 specie vegetali (cosa notevole per un’area di modeste dimensioni, stimabili in effettivi 37 ettari), di cui 26 rare, 4 endemiche (Salix Apennina; Verbascum niveum subsp. Garganicum; Centaurea nigrescens subsp neapolitana, l’orchidea Ophrys promontorii) e due esclusive per l’Abruzzo.  Nulla e nessuno ha impedito lo sfalcio delle erbacee invasive che, anzi, il PAN prevede di eradicare in maniera selettiva, mirata e scientificamente fondata ma questo non è stato fatto per incuria benché se ne parli da anni.  Si tiene qui a sottolineare che la “pulizia” del sottobosco se effettuata come si vorrebbe con sfalci generalizzati, senza tener conto delle preziosità botaniche, costituirebbe un delitto contro la biodiversità!  Un ecosistema del genere, peraltro relittuale e rifugiale per molte specie, non può essere trattato come un giardinetto pubblico né tantomeno come un lotto di bosco coltivato con criteri silvocolturali.

DIRADAMENTI E FASCE TAGLIAFUOCO AVREBBERO FERMATO LE FIAMME?

Nell’articolo SISEF viene lamentata la “mancanza previsionale di opere antincendio quali piste, fasce tagliafuoco e ripulitura del sottobosco a prevenzione sia della pineta ma soprattutto della città…” e di “opere selvicolturali preventive atte a scongiurare che il fuoco possa passare da radente a quello di chioma”.

L’incendio del primo di Agosto è avvenuto col corollario di un lungo periodo di siccità con temperature elevatissime, di domenica, con una temperatura di 40°C e con un vento caldo fortissimo, tanto che il Sindaco che evidentemente non ha dimestichezza con le misure fisiche, ha dichiarato essere di “150 km/h”, tanto per dare l’idea della sensazione percepita. Le fiamme si sono propagate liberamente e senza contrasto di sorta per oltre un’ora (!) da quando tempestivamente cittadini residenti hanno dato l’allarme a Comune, VVFF, Carabinieri Forestali, Protezione Civile, FFSS, ANAS.  A fronte di  una sola unità di VVFF finalmente arrivata[1], i cittadini residenti senza alcuna esperienza e senza dispositivi di protezione individuale, fronteggiavano le fiamme con tubi di irrigazione dei giardini e con tappeti inzuppati di acqua usati come batti-fuoco. I mezzi aerei sono arrivati, finalmente, dopo oltre 4 ore. L’incendio ha preso vigore, tra l’altro, entro un attiguo grande impianto di autodemolizione in cui si sono verificati scoppi dei serbatoi di carburante e delle bombole del gas GpL delle autovetture ed ha trovato ulteriore alimento nei rifiuti infiammabili mai rimossi (la cui presenza è stigmatizzata persino nel PAN che ne indica la rimozione) nell’area a maggiore protezione -sulla carta – : numerosi materassi, bottiglie di plastica, gomme d’auto, sedie e tavolini di plastica, cartoni.

L’aria surriscaldata provocava violenti turbini ascensionali che hanno sollevato fino all’altezza di 25 metri, tizzoni ardenti che, con la componente del vento laterale, hanno scavalcato palazzi di 4 o 5 piani, alcune file di abitazioni, strade, ricadendo a 250-300 metri di distanza in mare e lungo l’arenile ove hanno incendiato ombrelloni e strutture balneari notoriamente prive sia di arbusti che di erbe secche in soprassuolo arenoso.  L’incendio ha viaggiato quindi anche largamente al livello delle chiome. In quelle condizioni le operazioni silvo-culturali preventive citate dal dr Colarossi e prese come “caso Pescara” nell’articolo a Vs firma:

  1. sarebbero state impossibili a realizzarsi perché per impedire quanto è successo sarebbero occorse fasce tagliafuoco larghe 200 – 250 m, che avrebbero richiesto di lasciare in Pineta meno di 10 esemplari di Pino d’Aleppo;
  2. avrebbero richiesto l’eliminazione della biodiversità erbacea ed arbustiva della macchia mediterranea (Cisti, Mirto, Lentisco, Smilace, ecc..) distruggendo un patrimonio naturale unico, identitario;
  3. in ogni caso, mentre avrebbe distrutto l’ecosistema boschivo, non avrebbero potuto fermare le fiamme per il complesso delle condizioni in cui la cattiveria di delinquenti le hanno innescate.

Ne deriva che quando c’è intenzione di dolo e organizzazione del crimine, i piani antincendio basati sugli interventi a carico della foresta (giusti o sbagliati che siano) servono a ben poco.

La protezione AIB deve seguire, soprattutto per situazioni come il “caso della Pineta di Pescara” altre e diverse strategie da quelle indicate semplicisticamente dal dr Colarossi (anche al netto delle notizie false che ha reiterato) ed essere basata su altri criteri: sorveglianza, avvistamento precoce, intervento immediato a terra con personale addestrato ed opportunamente equipaggiato, informazione e indicazioni comportamentali alla popolazione nelle zone d’interfaccia, numerose ed accessibili prese d’acqua, cose tutte previste e non attuate. 

In definitiva, se esiste un “Caso Pineta di Pescara” esso si compone di tre fattispecie concrete. La prima è data dalle esternazioni stravaganti dell’Ordine Provinciale degli Agronomi e Forestali; la seconda è che queste vengano sposate acriticamente e rilanciate da esponenti nazionali e della SISEF in articoli pubblicati, in RAI3 Scienza; la terza è il non considerare “cosucce” come la biodiversità e il necessario approccio multidisciplinare a situazioni complesse e meritevoli di conservazione.

Infine: invito a riflettere sulle possibili conseguenze connesse con la richiesta di squalifica della Pineta di Pescara dallo status di Riserva Naturale. Se l’intento dei criminali che hanno appiccato i 7 (certi, ma forse furono 13) inneschi era quello di eliminare i vincoli esistenti su quelle aree, passerebbe il messaggio che ovunque si voglia eliminare l’esistenza di un’area naturale protetta si può tentare di conseguire il risultato incendiandola. E questo precedente non è ammissibile, oltre ad essere vietato dall’art. 10 della legge 353/2000 che vieta per 15 anni il cambio di destinazione d’uso delle aree boschive che hanno subito un incendio.

Cordiali saluti

dr Giovanni Damiani

NOTE

[1] Nella medesima intervista affermava, a sostegno del previsto abbattimento di alberi adulti (Quercus pubescens e Pinus halepensis di notevoli dimensioni) per la realizzazione di una strada che possiede a pochi metri un tracciato alternativo che non richiede abbattimenti, che “La ripiantagione, in questo caso, di 173 alberi viene condivisa”. “Non è vero che le piante piccole stoccano meno CO2 di quelle adulte”. Le piante piccole in fase di crescita tolgono più CO2 e l’ossigeno (!) e quindi è benefico l’effetto.  Evidentemente viene confuso il “tasso di crescita” che misura l’incremento di biomassa nel tempo (Crop Growth Rate, C.G.R., g m-2d-1) con i valori assoluti di fissazione del carbonio nella biomassa (Absolute Growth Rate – AGR.   Sul tema “dell’assorbimento dell’ossigeno” non ci sono commenti da fare: è talmente clamoroso da doverlo ritenere una svista involontaria, un errore marchiano che tuttavia è stato lanciato via etere senza essere stato mai corretto.  

[2] Ritardo comprensibile perché erano in atto contemporaneamente 11 altri incendi boschivi importanti:  nella pineta di Vallevò a Punta Cavalluccio, andata tutta distrutta in territorio di Rocca San Giovanni, nella Riserva Naturale dell’Acquabella a Ortona cuore della Costa dei Trabocchi, a Farindola nel Parco Nazionale  del Gran Sasso-Monti della Laga, a Penne, a Bolognano, a Caramanico Terme, a S.Valentino in Abruzzo Citeriore e a Bolognano  (quattro località, queste,  nel Parco Nazionale della Majella-Morrone), a Città S.Angelo, a Montorio a Vomano, a Sant’Omero, a Mosciano S. Angelo).Inoltre, la Regione Abruzzo proprio quest’anno ha ridotto di 180 mila € lo stanziamento in convenzione al VVFF, rimasti unico fragile Soggetto chiamato ad intervenire dopo lo scioglimento del Corpo Forestale dello Stato che aveva storicamente avuto delega a tutte le operazioni AIB in Abruzzo.    

POSITION PAPER SUL FUOCO DELIBERATO (O “PRESCRITTO”) IN FUNZIONE DI LOTTA AGLI INCENDI BOSCHIVI.

POSITION PAPER SUL FUOCO DELIBERATO (O “PRESCRITTO”) IN FUNZIONE DI LOTTA AGLI INCENDI BOSCHIVI.

Gli incendi in natura vengono innescati soprattutto dai fulmini e in questo caso sono assai poco frequenti a ripetersi negli stessi areali. Quelli il cui innesco è operato dall’azione dei vulcani invece tendono a riverificarsi nelle medesime zone. Ne deriva che per la stragrande maggior parte del territorio la frequenza degli incendi per un determinato areale è una cosa assai indeterminata e comunque tendenzialmente molto bassa.

In natura gli incendi sono un’eccezione alle regole che in natura caratterizzano gli ecosistemi. Vanno interpretati come #incidenti piuttosto rari, comunque estranei alle dinamiche della vita le cui basi biochimiche ed ecologico-ambientali si svolgono tipicamente su intervalli di temperature molto bassi. Con la nascita delle scienze ecologiche soprattutto dopo il 1940, si scopre anche che il fuoco può essere uno dei fattori ecologici naturali che esercita una pressione selettiva su una moltitudine di specie all’interno degli ecosistemi e che può favorirne altre, come ad esempio le conifere che hanno strobili cementati dalla resina. In Italia ne è un esempio il Pinus halepensis Mill. 1768 i cui strobili con il calore possono aprirsi e diffondere abbondantemente i semi rinnovellando il bosco ove sono state eliminate altre specie, siano esse pregiate e caratteristiche dei luoghi che magari, invasive. Esistono anche i casi dei semi dormienti che possono essere attivati dall’aumento della temperatura. Anche la corazza altamente termoisolante delle querce da sughero (Quercus suber, Linnaeus 1758) rappresenta una strategia evolutiva-adattativa formidabile per fronteggiare l’incendio, ma se andiamo a ben vedere le fiamme sono comunque sempre occasionali anomalie catastrofiche e non la regola comune. In definitiva anche per specie suddette parliamo di resistenza, di strategie evolutive di sopravvivenza e non certo di normale “ordinaria” autoecologia. Si consideri inoltre che gli incendi causati dai fulmini il più delle volte sono mitigati in quanto associati alle piogge temporalesche, a differenza di quelli causati dall’azione dell’uomo che usualmente si producono in periodi siccitosi persistenti. Quelli ad opera degli umani sono innescati da disattenzione, da incidenti per perdita di controllo, da interessi economici o per motivi offensivi quali ad esempio la vendetta: rarissimi (praticamente non esistono) sono invece i piromani, soggetti malati di patologia psichiatrica che provano piacere para-sessuale esaltante ad appiccare e osservare le fiamme. La totalità degli incendi dolosi è quindi opera delinquenziale di incendiari.

L’uomo ha imparato a sfruttare gli incendi fin dall’antichità quale mezzo per controllare ed impedire distruttivamente la naturale successione delle comunità vegetali spontanee tipiche locali e per realizzare e mantenere un paraclimax artificiale favorevole alle proprie esigenze. La tecnica del fuoco “deliberato” è stata così applicata in svariate parti del mondo sempre a fini utilitaristici per liberare dalla vegetazione arborea ed arbustiva da terreni da adibire all’agricoltura o al pascolo, per provocare, con la pratica dell’addebbiatura, la caduta sul suolo dei nutrienti contenuti nella biomassa e resi minerali nelle ceneri, per favorire battute di caccia e, un po dovunque, per motivi militari.

A partire dalla metà del secolo scorso il fuoco prescritto e controllato è stato impiegato deliberatamente anche negli ecosistemi di prateria per eliminare la necromassa vegetale o comunque le specie erbacee ed arbustive particolarmente infiammabili; negli ecosistemi forestali è stato impiegato per creare preventivamente fasce di discontinuità sia orizzontali che verticali per contribuire al confinamento di potenziali incendi devastanti, risparmiandosi di eseguire nel sottobosco rimozioni manuali o con mezzi meccanici delle biomasse più facilmente infiammabili.

Tale tecnica è quindi assunta da suoi attuali sostenitori come alternativa alle operazioni di manutenzione forestale che si rendesero necessarie, quali potature, diradamenti, pascolo e i suoi sostenitori, per risparmiare sui lavori. Gli stessi non mancano di evidenziare che essa consente di evitare il ricorso all’impiego di diserbanti di sintesi chimica.

Una caratteristica che distingue il fuoco prescritto dalle altre pratiche tradizionali e improvvisate ancorchè in qualche modo controllate, è comunque quella della programmazione: perché questa tecnica possa entrare nei propositi di gestione sarebbe indispensabile l’adozione di una serie di prescrizioni programmatiche fondate su basi previsionali riferibili, inevitabilmente, a molteplici fattori: impatto paesaggistico (generalmente preso in poca considerazione), umidità del suolo e del soprassuolo, calendario d’intervento, frequenza, condizioni del vento, geometria della fiamma, condizioni di sicurezza, effetti probabili sulle componenti biotiche interessate: associazioni vegetali (indi flora e vegetazione), substrato batterico, micorrizico, popolamento degli invertebrati del suolo. L’impatto sul suolo vitale è probabilmente il più delicato e difficile da trattare con qualche completezza.

La pratica del fuoco prescritto è molto controversa in quanto se non ancora può dirsi adeguatamente studiata per i diversi ambienti interessati, lo è ancor meno in Italia ove è stata applicata in pochissime occasioni e per i limiti delle nostre conoscenze.

La crisi ecologica attuale e in particolare del clima e della biodiversità e l’accresciuta sensibilità per i temi ambientali in larghe fasce della popolazione, il progredire delle conoscenze scientifiche e, ancora di più, della consapevolezza di quello che non ancora si conosce sulla funzionalità degli ecosistemi, unitamente al dettato di numerose leggi, Direttive e convenzioni internazionali (per tutte si pensi alle leggi che disciplinano le Aree naturali protette e quelle sulla biodiversità e in particolare la Direttiva 92/43/CEE “Habitat”), impongono di dover abbandonare una concezione esclusivamente utilitaristica, economicistica e riduzionistica nelle azioni umane e di abbracciare una visione che tenga conto della complessità dell’ecologia degli ambienti, in tutte le sue forme, soprattutto per azioni come quelle in argomento che comportano alti fattori di rischio molto severi e una intrinseca carica di distruttività.

Se prendiamo a riferimento il complesso dei princìpi messi a punto dall’Unione Europea e che costituiscono anche la base della normativa vigente in materia ambientale e dei quadri d’azione dell’Unione la tecnica del “fuoco prescritto” non può essere ritenuta minimamente ammissibile.

Contrasta infatti con:

– il principio di precauzione introdotto col Trattato dell’UE, secondo il quale gli stati, al fine di proteggere l’ambiente, devono largamente adottare una serie di misure preventive ancor prima che abbia inizio un processo di degrado ambientale;

– di prevenzione (ar.191 del Trattato di Lisbona) che ha l’obiettivo di evitare i danni ambientali azzerando ogni rischio, con il dovere di predisporre tutte le misure dirette ad evitare alterazioni ambientali;

– di integrazione, introdotto con il trattato di Amsterdam (e che sta diventando un principio fondamentale di tutta l’azione comunitaria in materia di ambiente) che prevede che tutte le discipline riguardanti qualsiasi ambito della vita umana devono essere integrate da una valutazione d’impatto ambientale della disciplina stessa (il che implica che le valutazioni devono tener conto degli aspetti ecologici, economici ed ambientali);

– di correzione alla fonte (art. 191 TFEU ex art. 174 CE) che prevede l’immediata rimozione della causa che ha portato (o può portare) all’inquinamento o al degrado secondo la logica che correggere alla radice fa assumere alla correzione maggiore efficacia.

– Il principo di sicurezza affermato oramai da anni, ancor prima dell’evoluzione della costruzione dell’U.E., ed è trasversalmente presente nella complessa legislazione vigente anche in Italia nelle attività sociali.

Se esaminiamo assieme agli aspetti utilitaristici i princìpi sopra citati, dobbiamo trarre la prima conclusione che il “fuoco prescritto” dovrebbe essere programmato con un effettivo, severo approccio olistico, integrato, e basarsi su una solida base conoscitiva dell’ambiente naturale ed umano coinvolto. Il suo impiego dovrebbe essere valutato anche mettendo a confronto le varie opzioni alternative, inclusa l’opzione zero, così come è in uso da anni nelle procedure di Valutazione dell’Impatto Ambientale (V.I.A.) e di Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.), facendo ricorso anche a vari modelli di analisi previsionali.

Oggi, per certo, non disponiamo di una base conoscitiva adeguata per poter programmare operazioni caratterizzate da così grande potenziale distruttivo. Non è possibile, pertanto, prevedere l’impatto effettivo, immediato e nel tempo, nei confronti della biodiversità e delle reti ecologiche caratterizzate da estrema complessità e in gran parte sconosciute. Le nostre conoscenze infatti sono indirizzate per solito alla vegetazione in soprassuolo (ma onestamente non tutta l’autoecologia, specie per specie e pochissimo alle relazioni fra loro e il mondo chimico-fisico, con quello animale e con il regno dei funghi micorrizici); sappiamo ancora pochissimo sulla vita nel suolo, che pure è alla base della fertilità, e sappiamo quasi nulla sulle reti mirabili dei miceli le cui ife sono il tessuto connettivo e di “comunicazione” delle foreste e delle praterie. Fino a qualche anno fa nessuno avrebbe immaginato che un micelio di Armillaria può essere esteso per diversi chilometri o che possa esistere un micelio esteso 10 chilometriquadri. Abbiamo ancora significative carenze conoscitive sul ruolo degli insetti negli ecosistemi forestali. Anche l’impatto sulla fauna superiore è imprevedibile: anfibi, rettili dotati di scarsa mobilità e comunemente nascosti col fuoco sono spacciati, e la stessa mammalofauna, seppur mobile, può trovarsi circondata dalle fiamme e perire.

Negli Stati Uniti, Australia e Sud Africa l’impiego di questa tecnica è stato accompagnato, progressivamente, da studi multidisciplinari, per quanto possibile, sugli aspetti ecologici (flora, vegetazione, fauna, suolo, falde, acque, ecosistemi, paesaggio) protocollari, utilitaristici e legali. Tuttavia gli autori non dichiarano, francamente, di aver raggiunto gli elevati livelli di conoscenza che la questione richiederebbe proprio perché si va ad agire su sistemi complessi e con metodi distruttivi che possono sfuggire al controllo.

Anche in Europa (Francia, Portogallo e Spagna in particolare) ove esperienze di fuoco prescritto sono state avviate verso la fine del 1970 e primi del 1980, sono state condotte ricerche sugli effetti ambientali connessi. Sono stati indagati, in particolare, gli aspetti della prevenzione degli incendi, la formazione del personale addetto, la gestione delle risorse silvo-pastorali e in alcuni casi la conservazione di habitat prioritari ai sensi della Direttiva Habitat. Questi studi appaiono tuttavia inquadrati troppo riduttivamente a finalità utilitaristiche e con l’attenzione rivolta al contenimento dei costi d’intervento rispetto ad altre tecniche alternative (manuali, meccaniche, e con agenti chimici) piuttosto che all’approfondimento dei fattori di rischio associati alla distruzione degli habitat e della qualità del suolo. Si è registrato, ad esempio, come atteso, l’esito di un incremento di nutrienti azotati e fosfatici nel terreno ma anche che questo “beneficio” tende a scomparire presto perché le molecole utili alle piante a causa della loro elevata solubilità sono molto facilmente dilavate alla prima pioggia. Inoltre buona parte dell’azoto, importante macronutriente, con le combustione si disperde nell’aria con i fumi.

Il carbonio delle biomasse vegetali poi, col fuoco va tutto in atmosfera come CO2 a contribuire, con immediatezza, alla crisi climatica. Questa è la prova più lampante della anti-ecologicità del prescritto: esso sottrae carbonio che era immobilizzato al suolo, comparto in cui è prezioso e fattore principe di fertilità, habitat e cibo per numerosi esseri viventi e lo immette nell’atmosfera sottoforma di anidride carbonica ove la concentrazione di questo gas è già in inaccettabile eccesso avendo superato i limiti di tolleranza dell’ecosistema globale e innescato la crisi climatica. Nella complessità del paesaggio ecologico italiano, inoltre, non appaiono considerati affatto o adeguatamente i temi legati ai corridoi ecologici e alle connessioni ecologiche la cui salvaguardia è invece uno dei fattori essenziali per la conservazione della biodiversità.

Altrettanto poco considerati sono gli aspetti genetici intraspecifici legati alla conservazione della diversità biologica: mentre sappiamo distinguere specie e riconoscere endemismi su basi morfologiche (anche se le ibridazioni e le incertezze rendono spesso questa operazione difficile e tale da richiedere il ricorso a specialisti o all’analisi genetica) poco o nulla sappiamo generalmente della diversità genetica esistenti all’interno delle specie – fenotipicamente apparenti identiche- sulle quali andiamo ad agire con il fuoco. Si deve porre, quindi, anche il problema della salvaguardia degli ecotipi locali, per la salvaguardane la biodiversità genotipica. Ricordiamo che gli ecotipi locali delle specie indigene, presenti in sito da generazioni, se non da tempi immemorabili, hanno caratteristiche genetiche che hanno superato il vaglio della selezione naturale: in quanto sopravvissute, risultano essere le più adatte, le più vigorose e resistenti alle avversità rispetto a individui della stessa specie ma evolutisi in luoghi e condizioni assolutamente diversi o, peggio, di allevamento vivaistico-commerciale.

Andrebbero considerati come non secondari i numerosissimi “servizi ecosistemici” che gli ambienti boschivi e/o forestali svolgono a favore del benessere umano, del clima, del ciclo delle acque, nella purificazione dell’aria: cose difficilissime da valutare e la cui quantificazione richiederebbe tempi lunghi e grandi sforzi di ricerca.

In Italia il fuoco prescritto ha mostrato di essere in grado di migliorare la produzione foraggera in incolti produttivi, di migliorare la gestione di terre destinate al pascolo (cosa del resto già nota per l’azione dei fuochi pastorali storici), e con modalità complesse, di poter arginare gli incendi boschivi ma a prezzi ecologici e spesso idrogeologici generalmente molto pesanti e con danni spesso irreversibili. Basta guardare a riguardo le montagne appenniniche liberate dai boschi in epoche passate e che ,soggette a dilavamento ed erosione metereologica superficiale, mostrano oramai da secoli lo scheletro roccioso con aspetto paesaggistico desolante ed asetto ecologicamente povero e banale.

Inoltre vanno considerate, se operiamo un confronto tra le possibili alternative per la prevenzione degli incendi boschivi, le peculiarità del nostro Paese: elevata densità di popolazione, territorio accidentato con prevalenti versanti scoscesi, presenza di case e di piccoli insediamenti abitativi sparsi, l’eccessivo frazionamento fondiario, l’interfaccia estesa e il contatto diretto fra i perimetri dei suoli ad uso agricolo-forestale e insediativo, la presenza pressochè capillare di infrastrutture quali strade, ferrovie, acquedotti, elettrodotti, gasdotti, cavidotti, impianti di depurazione, impianti energetici diffusi anche di piccolissime dimensioni, discariche, depuratori e beni storico-artistici diffusi, dagli eremi di montagna alle chiese pastorali passando per dimore storiche e castelli.

Non riteniamo secondarie, inoltre, le questioni legate alla qualità delle acque sotterranee i cui impatti possono essere valutati con monitoraggi protratti per tempi lunghissimi e solo con analisi sito-specifiche per via delle diversità orografiche, geologiche , idrogeologiche che fanno parlare di fragilità del nostro Paese, accentuata dalle modificazioni climatiche in corso e dalla modificazione del regime e della intensità delle precipitazioni.

Non possono neppure essere messi in secondo piano gli aspetti paesaggistico-percettivi e paesaggistico-funzionali che, oltre agli aspetti pur importanti legati alla bellezza, hanno riflessi sulla vivibilità, sull’economia turistica sostenibile –anche potenziale- e che sono comunque generalmente tutelati tra i princìpi istituzionali dettati dall’art. 9 della Costituzione.

L’Italia non è la brughiera a Calluna vulgaris di molte aree geografiche d’Europa ove si è regolamentato l’uso rurale del fuoco né ha le grandi praterie estese come quelle del continente americano. Ha tanta diversità ambientale, ecologica e culturale per cui non è adatta a una patica tanto pericolosa e distruttiva che presenta il rischio che possa sfuggire al controllo.

Un cittadino anziano in un convegno, appreso dell’esistenza del fuoco prescritto, ha riassunto efficacemente così la propria condivisibile opinione: <..è come se per timore che possa venirmi la carie…, mi facessi estrarre i denti”.

Un po tutti gli studi finora effettuati hanno evidenziato aspetti critici nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda la carenza di adeguate conoscenze di base sull’ambiente nonché sugli aspetti teorici, operativi e sperimentali, e il conflitto con normative vigenti. Alcune Regioni hanno aggiornato così la propria normativa, o dettato prescrizioni di massima o adottato Piani Regionali di Previsione, Prevenzione e Lotta agli Incendi Boschivi ai sensi della L. 353/2000, prevedendo la possibilità di autorizzare sperimentazioni o applicazioni di fuoco prescritto anche nei Parchi Nazionali, Riserve Statali e Regionali. In nome dell’emergenza e della lotta agli incendi, si è preteso persino di operare disboscamenti in zone a tutela paesaggistica ed idrogeologica senza il parere delle Soprintendenze. E’ il caso della Riserva Naturale Litorale Romano ove tagli, non ostante le denunce, il sequestro di un cantiere, interrogazioni parlamentari a camera e senato, continuano. E’ anche il caso del Piano AIB della Regione Toscana per la Pineta litoranea del Tombolo, nel grossetano. Su ricorso al capo dello Stato (prima firmataria Mariarita Signorini all’epoca Presidente di Italia Nostra, di cui oggi è consigliere nazionale, e attualmente del direttivo G.U.F.I.) il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza dettagliatissima di 56 pagine, sugellata come decreto del Presidente della Repubblica, che ha smontato e annullato il Piano AIB e, tra l’altro, ha ribadito che il parere delle Soprintendenze, ove si agisce in zone vincolate, è obbligatorio e ineludibile. Contro l’obbligo di richiedere il parere delle Soprintendenze si è creato un piccolo ma chiassoso e lobbystico movimento appoggiato da alcuni accademici che pretenderebbe di avere mano libera per i tagli dei boschi e che il governo legiferasse per evitare i pareri attualmente richiesti. Di converso 100 associazioni hanno firmato un documento a sostegno della necessità che i vincoli paesaggistico e idrogeologco, ove vigenti, vengano mantenuti e rispettati.

Se fossero condotti minimamente tutti gli studi multidisciplinari che si rendono necessari per l’applicazione del fuoco deliberato, se si rispettassero estesamente le norme esistenti, non ci sarebbe partita per il “Fuoco prescritto” rispetto alle possibili alternative praticabili nei vari habitat.

Gli incendi si possono e si devono prevenire;

  • con la sorveglianza e l’avvistamento precoce
  • con l’intervento immediato, a terra, nello spegnimento, con squadre qualificate, ben attrezzate e addestrate, governate da un Direttore delle Operazioni di Spegnimento (D.O.S.);
  • Con provvedimenti amministrativi,legando possibilmente gli stipendi e salari all’entità delle aree salvate preventivamente tramite incentivazioni e premi , mentre possono essere irrogate penalizzazioni in proporzione alle aree incendiate;
  • con la messa in primo piano anche gli interventi selvicolturali di miglioramento boschivo.
  • con l’addestramento e la conoscenza delle tecniche per controllare i materiali infiammabili in modo da armonizzare e migliorare le tecniche di selvicoltura preventiva rispetto agli incendi.
  • attraverso il pascolo controllato (scelta da preferire) dal momento che oltre al risultato per la prevenzione degli incendi assicura anche un vantaggio economico ed è una pratica che se controllata e pianificata adeguatamente appare molto sostenibile. L’allevamento delle capre anche in zone impervie, organizzato con la dotazione di una mungitrice mobile e un centro di confezionamento di latte fresco, latte a lunga conservazione e di trasformazione lattiero-casearia, è una risorsa economica ed occupazionale di assoluto rispetto che andrebbe incentivata e raccomandata. Ciò, soprattutto, nelle aree in cui è in atto l’espansione dei boschi quale esito all’abbandono di terreni un tempo oggetto di pratiche agricole e che il TUFF espone ai tagli;
  • con la rimozione parziale, in fasce strategiche, della vegetazione infiammabile con procedure meccaniche e manuali. (la potatura e la pulizia manuale è da preferire sempre)

e se proprio non bastassero le misure di prevenzione e d’intervento immediato, con il ricorso a mezzi aerei, che peraltro non possono operare di notte, e su cui si è fatto in Italia troppo affidamento questi devono essere di ausilio (e non sostitutivi) degli interventi a terra!

Ovviamente è necessario predisporre mappe di punti strategici di approvvigionamento dell’acqua, realizzati anche artificialmente ove non presenti in natura.

Bibliografia

Senatore G (2000). Il fuoco prescritto: discussa tecnica di gestione di risorse silvo-pastorali. L’Italia forestale e montana 55 (1): 41-50.

 Stefani A (1985). Bruciare o non bruciare? Economia montana 4: 3-9.

Bovio G, Ascoli D (2009). Fuoco prescritto: opportunità di applicazione. In: “La gestione della difesa dagli incendi boschivi”. Fondazione S. Giovanni Gualberto – Osservatorio Foreste e Ambiente, I Quaderni, no. 9, pp. 25-34.

Bovio G, Ascoli D (2011). Ricerche sul fuoco prescritto in Piemonte: applicazione e formazione. In: “Piano regionale per la programmazione delle attività di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi 2011-2014”. Regione Piemonte, Torino, pp. 151-159.

Bovio G, Ascoli D (2012). Fuoco prescritto: stato dell’arte della normativa in Italia. L’Italia Forestale e Montana. [in corso di stampa]

Ascoli D, Bovio G (2009). Il fuoco prescritto in Italia e l’esperienza in Piemonte. In: Atti del “III Congresso Nazionale di Selvicoltura”.Taormina (CT), 16-19 ott. 2008. Accademia Italiana di Scienze Forestali, Firenze, pp. 378-384.

Buresti E, Sulli M (1983). Il fuoco strumento colturale? Annali dell’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura, Arezzo XVI: 355-385.

Calabri G (1981). Il fuoco prescritto, una discussa tecnica per la gestione dei boschi. Monti e boschi 32 (1): 35-42.

De Ronde C (2007). Manuale di gestione del fuoco: applicazione del fuoco prescritto e protezione integrata dal fuoco nelle foreste litoranee di Pino d’Aleppo della Regione Basilicata. Regione Basilicata, doc. interno non pubblicato.

Leone V (2004). Fuoco prescritto. In: “Incendi e complessità ecosistemica – Dalla pianificazione forestale al recupero ambientale” (Blasi C, Bovio G, Corona P, Marchetti M, Maturani A, Ministero Ambiente e Tutela del Territorio e Società Botanica Italiana eds). Palombi & Partner, Roma, pp. 214-216.

Mazzoleni S, Bellelli M, Esposito A, Ricotta C, Di Pasquale G, Blasi C (2001). Incendi e paesaggio vegetale: il caso del Cilento, Campania. Italia Forestale e Montana 6: 417-429.

INCUBO DI MEZZA ESTATE – Il sogno del barbagianni

INCUBO DI MEZZA ESTATE – Il sogno del barbagianni

Un racconto di Fabio Clauser

Ai primi di agosto il barbagianni di Pian del Tovo ha avuto un terribile incubo.  Racconto qui il sogno e le vicende che lo inquadrano: rappresentano, mi pare,  una situazione virtualmente non molto diversa dalla attuale inquietante realtà  forestale italiana. 

*** 

Viola Erba Diversetti voleva studiare la vegetazione di una grande radura nel  bel mezzo dell’abetina di Montebello: un bel prato pascolato da animali domestici e selvatici. Per arrivarci camminava tra gli abeti con lo sguardo rivolto sempre a terra lamentando tra sé la scarsa presenza di erbe e cespugli. 

Improvvisamente apparve al suo sguardo indagatore il fiorire abbondante  della Luzzola e della Asperula. Se ne rallegrò, ma un attimo dopo si rese conto  di essere entrata in un altro tipo di bosco. Sapeva infatti che quelle erbe erano  tipiche della faggeta: aveva sbagliato sentiero. 

Fu la sua fortuna perché stava avviandosi ad un pericoloso dirupo. Tornò sui  suoi passi. Ritrovata la retta via, raggiunse la grande radura. Camminava leggera. Pensava ai mazzetti di Asperula che tutti gli anni aveva portato al nonno che  la essiccava per ricavarne una grappa profumata, dal bel colore verde brillante.  La conservava assieme a quella di genziana nell’armadietto dei medicinali. *** 

Lo stesso giorno Foresto Boschi Chiari stava percorrendo un rimboschi mento di pino nero d’Austria di poco più di 60 anni, situato sulle pendici assolate  di Montebrullo. Lo aveva coraggiosamente diradato qualche anno prima con il  proposito di favorirne la crescita e contemporaneamente di avviare la penetra zione delle latifoglie. 

Lo scandalo della specie aliena doveva essere eliminato il più presto possibile. Era arrivato il momento di vedere come stavano le cose. Andava guardando  sempre in alto per controllare lo sviluppo delle chiome: che ancora non si toc cassero. Non era facile il camminare: c’era sì tanta più erba, ma a tratti si era  sviluppato un fitto intreccio di pruni spinosi e di rovi insidiosi. Tanto che ad un  certo punto, inciampando nel tralcio robusto di un rovo, Foresto cadde rovino samente a terra. Si rialzò imprecando con parole non riferibili. Non era quella la  biodiversità che si era aspettato. 

Con la faccia tutta insanguinata per le punture degli spini e per i graffi  profondi dei rovi, giurò che si sarebbe vendicato appena possibile con il fuoco prescritto, la cura da lui preferita per prevenire gli incedi. Semplice: se il sottobosco si bruciava prima, l’incendio non si sarebbe sviluppato dopo! Ma se con  il vento passava da chioma a chioma? Foresto ebbe un’idea a dir poco geniale: il  distanziamento sociale! Ne avrebbe parlato con il Professore. 

*** 

Per strana sorte e rara coincidenza, Viola e Foresto pochi giorni dopo si trovarono ad un convegno promosso da una OFG (Organizzazione Filo Governativa) su “La degradante vecchiaia dei nostri boschi”. Nella locandina si auspicava  un urgente soccorso al loro abbandono, alla loro trascurata ed infelice vecchiaia. 

Il sottotitolo diceva: “Attiviamoci per attivare una gestione attiva sostenibile”. Foresto propose di intensificare i diradamenti e i tagli di rinnovazione di ogni  tipo, accompagnando i diradamenti con l’impiego sistematico del fuoco prescritto. Viola, vista la rigogliosa biodiversità della radura, propose di diradare bene  l’abetina circostante in modo che anch’essa ne potesse godere. Le due proposte furono bene accolte e approvate con grande maggioranza. Fu espressa perplessità soltanto da parte di qualche vecchio associato, vale a  dire del tempo in cui l’Associazione non era ancora filogovernativa. Non tornava  il discorso che si dovesse tagliare più di quanto già si stava facendo. Ma poiché  la tesi era sostenuta da illustri accademici e da autorevolissimi burocrati, i pochi  dissidenti ritennero amaramente di non essere più all’altezza o forse alla  profondità abissale dei tempi. La mozione finale auspicò una gestione attiva  ispirata ai sani principi di selvicoltura tanto bene espressi da Viola e Foresto: da  applicare obbligatoriamente su scala nazionale. A chiusura dei lavori tutti si alzarono in piedi per cantare l’inno ufficiale dei taglialegna: 

I nostri boschi vogliam salvare. 

Abbandonati e vecchi 

non li possiam lasciare. 

Ai nostri boschi dobbiam badare. 

Molto di più dobbiam tagliare. 

Con motoseghe e processori 

dai gran motori. 

Tagliam, tagliam di più 

ancor di più tagliam, tagliam. 

Per quanto impervi i territori, 

con grandi ruspe e scavatori 

apriam le piste. 

Cose mai viste! 

Coi soldi facili delle biomasse, 

tutto più semplice fa il mio governo. 

E sostenibile sarà in eterno. 

Taagliam tagliam tagliam, 

Di più ancor tagliam.

Per quanto virtuali, il frastuono del coro stonato e il rumore assordante di tante  motoseghe svegliarono il barbagianni con qualche anticipo sull’apparire delle  stelle: non fece gran caso a quel che aveva sognato, ma lo mise di pessimo umore. 

Attribuì l’incubo al non aver bene digerito la vecchia pantegana predata la  notte precedente. Gli venne tuttavia spontaneo domandarsi: “Le nuove generazioni sarebbero state davvero gratificate dai taglialegna?”. Così avevano solenne mente affermato al convegno, ma il barbagianni non ne era per niente convinto. 

A suo parere, era più probabile che nel prossimo futuro i giovani maledices sero i loro vecchi per quel che avevano combinato, foreste mal gestite comprese: boschi ancor più poveri, meno produttivi e meno protettivi. 

“Le generazioni future si rassegneranno e cercheranno”, pensò, “come sem pre hanno fatto, di riparare alle malefatte delle generazioni passate – guerre, in quinamento ambientale, effetto serra, debiti astronomici, eccetera. E, si spera,  anche alla mala gestione del territorio forestale”. 

Dopo queste sagge considerazioni, il barbagianni, finalmente del tutto sveglio, si mise in volo alla ricerca di qualche topolino più facile da digerire. 

*** 

Vetusto Selvatici era amico del barbagianni. Si può dire fin da quando era  nato: lo aveva trovato a terra malconcio dopo il primo tentativo di volo, lo aveva  raccolto, portato a casa e curato. Il pulcino era guarito e gli svolazzava per stanze  e corridoio, quasi si fosse addomesticato. Poi, incoraggiato da Vetusto, se ne  andò in foresta, ma i due rimasero sempre in contatto. 

“Non devi prendertela con tanta filosofia”, disse Vetusto al barbagianni, “non  era un incubo, ma una premonizione: è anche affar tuo. Di pantegane ne hai  mangiate tante, ma che io sappia, di incubi così inquietanti non ne hai mai avuti.  Guarda che il Governo se la sta prendendo davvero con i boschi, considerati  vecchi già a cinquanta anni. Il castagno ‘bugio’ che ti ospita, di anni chissà quanti  ne ha. Probabilmente sarà uno dei primi alberi a dover essere abbattuto. E tu  dove andrai ad abitare? Con i tempi che corrono sai bene quanto sia difficile  trovare un altro alloggio”. 

“Tu mi vuoi spaventare” disse il barbagianni. Ma la notte successiva, mentre  andava a caccia, si mise a guardare in giro per trovare soluzioni alternative alla  sua bella casa. 

Dopo molte inutili ricerche sentì parlare di certi GUFI, un’Associazione ambientalista che cerca di opporsi a quella sciagurata nuova selvicoltura di Stato.  Trattandosi di uomini e non di gufi veri non si fidava tanto, ma lo considerava  pur sempre un lodevole tentativo. “Se non ci riescono”, pensò infine, “le mie ali  in qualche notte di viaggio mi porteranno in un Paese più civile dove si trovino  ancora boschi veri e case sicure, dove non sia nemmeno immaginabile avere incubi  tanto inquietanti”. 

 

Le associazioni scrivono ai ministri: tuteliamo i boschi

Le associazioni scrivono ai ministri: tuteliamo i boschi

comunicato stampa di Mariarita Signorini

a nome di settantacinque Associazioni

Settantacinque associazioni hanno inviato una lettera ai Ministri dei Beni Culturali, dell’Ambiente e dell’Agricoltura chiedendo di intervenire a difesa delle foreste italiane

Roma, 14 novembre 2020 – Settantacinque associazioni nazionali e locali hanno inviato una lettera-appello indirizzata ai Ministri dei Beni Culturali, dell’Ambiente e dell’Agricoltura chiedendo una maggiore tutela dei boschi italiani, attualmente minacciati da un eccessivo sfruttamento: le numerosissime sottoscrizioni mostrano quanto il problema sia reale e sentito dai cittadini. Una prova in più che quella interazione tra uomo e sistema naturale – riportata dalla Convenzione di Firenze del 2006 (Ratifica della Convenzione Europea sul paesaggio) e dal Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici – altro non è che un rapporto virtuoso uomo-natura caratterizzato da equilibrio e rispetto nello sfruttamento delle risorse naturali, equa distribuzione della ricchezza e un utilizzo lungimirante delle risorse ambientali. Una visione che vede quindi il paesaggio come la rappresentazione della simbiosi tra l’uomo e il suo territorio.   

Questo appello è in risposta alle lettere, di ben altro tenore, indirizzate agli stessi Ministeri da parte di categorie professionali e forestali strettamente connesse al mondo produttivo e da certi ambienti accademici, nelle quali si invita a non tenere in conto del parere delle Sovrintendenze a tutela dei boschi in zona di vincolo. Le argomentazioni portate avanti dal mondo produttivo sono inaccettabili per chiunque abbia a cuore la tutela dell’ambiente e del patrimonio boschivo italiano: viene espressa una concezione del paesaggio incentrata su una visione antropocentrica di mero sfruttamento delle risorse che risponde a logiche oramai sorpassate, in particolare in tempi in cui i cambiamenti climatici imporrebbero ben altro atteggiamento nei confronti del nostro patrimonio boschivo.  

Il confronto su questi temi cruciali è appena iniziato: le numerose associazioni e comitati (un numero che continua a crescere) che hanno sottoscritto questo appello al rispetto delle leggi dello Stato non si sottrarranno al dibattito e altri approfondimenti non si faranno attendere. Le foreste italiane non possono essere lasciate in balia di chi le vede solo dal punto di vista produttivo-economico.

CONTATTI

Valentina Venturi

GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane

340 3386920 | press@gufitalia.it

Mariarita Signorini

Italia Nostra 

335 5410190 | margi.signorini@gmail.com 

di seguito la lettera inviata ai Ministri:

  Lettera-appello ai Ministri dei Beni Culturali, dell’Ambiente e dell’Agricoltura per la tutela dei boschi 

Roma, 11 novembre 2020

Egregi Ministri, da alcuni anni nella società civile sta crescendo la sensibilità per il paesaggio forestale, spesso deturpato da un tipo di selvicoltura non rispettosa degli aspetti ambientali e paesaggistici espressi dalle foreste. Ormai è consolidato e metabolizzato dal nostro ordinamento giuridico l’orientamento della Corte Costituzionale, che ha sottolineato proprio come ambiente e paesaggio siano beni comuni immateriali di preminente interesse pubblico, la cui salvaguardia deve costituire un limite all’utilizzo del legno prodotto dalle foreste.

Questo concetto giuridico non è tuttavia ancora pienamente recepito dalla legislazione vigente, che è tendenzialmente orientata a coordinare le numerose e discordanti legislazioni regionali nella comune visione del bene foresta inteso come risorsa economica da sfruttare, seppur nella dovuta regolamentazione.

La recente approvazione del TUFF (Dlgs 34 del 2018) ha bene espresso il contrasto ormai acuto tra gli interessi e le economie che hanno nei servizi eco sistemici  culturali e di regolazione la loro primaria risorsa e le economie che utilizzano il bosco come fonte di materiale legnoso.  Se è legittima la convivenza di queste economie, nel rispetto dei principi costituzionali, non possiamo tuttavia ignorare come l’approvazione del TUFF sia avvenuta con molte polemiche, non solo da parte della società civile organizzata in associazioni e comitati, ma anche dal mondo accademico delle scienze biologiche e naturali, mentre l’attuale impostazione filo-produttivistica del TUFF è stata voluta, scritta e difesa solo da una parte del settore accademico e della ricerca applicata del mondo forestale, forte dell’appoggio e del monopolio culturale del Ministero dell’Agricoltura.

Nella lettura del TUFF è inoltre evidente il contrasto che vi è stato tra il Ministero dei Beni Culturali e quello dell’Agricoltura, per ciò che concerne il delicato aspetto del coordinamento con il Codice dei Beni culturali  e la questione del “taglio colturale” nelle aree tutelate o meno da provvedimento, espressa dal combinato disposto degli artt. 136, 142 e 149 del Codice. In tutto il testo legislativo il vincolo paesaggistico è trattato come un orpello all’utilizzo economico diretto del territorio forestale, tanto da aver creato un pericoloso e confuso regime di deroghe che rischia concretamente di rendere inapplicabile il regime di tutela.

Anche nelle aree tutelate da provvedimento amministrativo, dove ormai sembrava pacifica la supremazia del MiBACT sulle competenze regionali, la recente applicazione di questa norma, ribadita non solo dal precedente orientamento di questo Ministero, ma anche dal recentissimo “parere” relativo a un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, presentato da Italia Nostra nazionale, WWF Grosseto e Lac, sul piano antincendio della Pineta litoranea del Tombolo in Toscana, ha ingenerato forti conflitti. La Soprintendenza di Siena e Grosseto, in seguito a questo pronunciamento del Consiglio di Stato, ha applicato la richiesta di  autorizzazione paesaggistica, per gli usi forestali in aree tutelate dal Codice dei Beni Culturali, anche sul Monte Amiata, da qui si è scatenata, da parte delle associazioni di categoria del comparto forestale e dall’Ordine degli Agronomi la pretesa di derogare alla legge, violata, o mal interpretata, forti della volontà di mettere a confronto, ovvero in contrasto, tutela paesaggistica versus libertà di impresa e quindi posti di lavoro a essa collegati.  

La Soprintendenza, ha invece richiesto che sull’Amiata, nel rispetto della zona di vincolo, venisse lasciato un numero quadruplo di matricine rispetto al ‘governo’ a ceduo semplice, cosa che non inficerebbe le locali attività produttive, ma tutelerebbe invece il paesaggio, garantendo contemporaneamente l’assetto idrogeologico di quei pregevoli territori (già duramente provati dalle catastrofiche alluvioni dello scorso anno). 

Si tratta dunque di una sleale e scorretta levata di scudi, del mondo delle imprese economiche e forestali, (dopo che le rispettive competenze erano già state ampiamente discusse, negoziate e chiaramente sancite nel TUFF) in nome di un giudizio di presunta “incompetenza” del personale delle Soprintendenze per giudicare gli aspetti paesaggistici della foresta, come se tutte le foreste fossero esclusiva competenza e proprietà del mondo forestale, e non anche bene comune di eminente interesse sancito dall’articolo 9 della Costituzione. Come evidenziato dai noti e autorevoli pareri dell’Ufficio Legislativo del MiBACT,  la ratio della tutela provvedimentale, derivando dalla Legge Paesaggistica voluta da Benedetto Croce, è quella dell’aspetto estetico, nel quale le Soprintendenze hanno una storica e indiscussa competenza e supremazia.

Purtroppo la lettura del paesaggio effettuata dalle categorie professionali e forestali strettamente connesse al mondo produttivo, non tiene in considerazione che quella“interazione tra uomo e sistema naturale”, riportata dalla Convenzione di Firenze, Legge del 9 gennaio 2006 n.14  “Ratifica della Convenzione Europea sul paesaggio, Firenze 20 ottobre 2000” e dal vigente Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici, non può che essere quel rapporto virtuoso che denota equilibrio e rispetto nello sfruttamento delle risorse naturali, equa distribuzione della ricchezza e rispetto dell’utilizzo ragionevole delle risorse ambientali.  Altrimenti tutto, indistintamente, sarebbe paesaggio, anche il rapporto predatorio dell’uomo sul territorio e in nome del quale si rischierebbe di compiere ogni scempio. 

In particolare, la diffusione del ceduo rappresenta invece, da sempre, quel rapporto predatorio, consolidatosi con l’affermazione del moderno sistema economico. Il fatto che esista da molto tempo non ne giustifica il ruolo paesaggistico, così come non lo giustifica il solo concetto di casa che, pur esistendo da millenni,  a causa della speculazione edilizia recente, ha devastato i più pregiati paesaggi del nostro paese.  Ricordiamo che il primo bene paesaggistico tutelato nell’Italia Unita è stata proprio una foresta: la Pineta di Ravenna.

 Attualmente, anche in base a recenti ricerche, risulta che il ceduo sia la forma di governo meno compatibile con la fornitura di servizi ecosistemici di regolazione e culturali e non lo si può, proprio per questo, definire una forma di gestione forestale sostenibile.   Adesso quella “percezione delle popolazioni” che, secondo la Convenzione di Firenze, dovrebbe caratterizzare il paesaggio, si sta manifestando fortemente attraverso le associazioni ambientaliste riconosciute e i comitati dei cittadini, sui social e sulle piazze, in difesa delle foreste e del verde urbano, dando luogo alla più vasta manifestazione del pensiero libero, che chiede “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Proprio in considerazione della complementarità del bosco e della natura allo sforzo lavorativo e produttivo, che non può ridursi al rapporto lavoro-salario, ma necessita di tempi e spazi di recupero spirituale e psicologico, che solo le foreste ben gestite sanno garantire.

Il ceduo estremamente diffuso e il taglio raso, privando il cittadino-lavoratore del bosco per un tempo troppo lungo rispetto al tempo della vita umana, provocano un vero e proprio “spaesamento”, una perdita di “paese” inteso come paesaggio e conseguente perdita di riferimenti culturali e psicologici, per questo sono da mettere al bando, almeno nelle aree tutelate ex art. 136 del Codice, e possibilmente da tutti i boschi, atteso che altri metodi di gestione garantiscono lo stesso, se non un maggiore reddito. 

Le scriventi Associazioni esprimono innanzitutto solidarietà al personale delle Soprintendenze, che adesso deve sostenere il peso di queste ingiuste affermazioni di incompetenza. A tutti coloro che tutelano il paesaggio vanno il nostro appoggio e la nostra stima.

Auspichiamo che Lei, signor Ministro dei Beni Culturali, non arretri di un millimetro di fronte alle richieste di smantellamento della tutela paesaggistica che le sono pervenute e le perverranno, anche tramite il Ministero dell’Agricoltura.

Auspichiamo inoltre che Lei, Signor Ministro dell’Ambiente, si faccia parte attiva per una maggior tutela degli ecosistemi forestali, in particolar modo nella Rete Natura 2000 e nelle aree protette, dove il TUFF ha inteso indebolire le Sue competenze a favore di quelle delle Regioni e del Ministero dell’Agricoltura.

Auspichiamo che Lei Gentile Ministro dell’Agricoltura, a cui inviamo il presente appello per Sua conoscenza,  intenda prendere opportuni provvedimenti al riguardo. 

 Cordiali saluti 

  1. Mariarita  Signorini                             già Presidente nazionale, ora Consigliere di Italia Nostra
  2. Daniele Zavalloni                                 – Presidente  Ecoistituto – Cesena 
  3. Stefano Deliperi                                  – Presidente  Grig  (Gruppo d’intervento Giuridico)  
  4. Giovanni Damiani                               – Presidente  GUFI (Gruppo unitario foreste italiane) 
  5. Roberto Romizi                                    – Presidente  Associazione medici per l’Ambiente  ISDE  Italia 
  6. Vittorio Emiliani                                   – Presidente  Comitato per la Bellezza 
  7. Rita Paris                                               – Associazione  Bianchi  Bandinelli 
  8. Stefano Allavena                                  – Presidente di Altura 
  9. Emilio Delmastro                                 – Federazione  nazionale  Pro Natura 
  10. Laura Cadeddu                                     – CATS  Consulta Ambiente e Territorio della Sardegna 
  11. Francesco  Saccomanno                     – Forum Ambientalista – Calabria 
  12. Leonardo Rombai                                – già Professore ordinario di geografia storica Università di Firenze 
  13. Ferdinando Laghi                                 – Associazione  ‘Solidarietà e Partecipazione’ – Castrovillari
  14. Benito Fiori                                           – ABC-Alleanza Bene Comune-La Rete
  15. Mariella Buono                                    – Associazione  Pensieri Liberi  Pollino Castrovillari – Lungro 
  16. Mariella Ieno                                        – Associazione  ‘Il Riccio’ – Castrovillari 
  17. Antonietta Lauria                                – Forum ‘Stefano Gioia’  Associazioni e Comitati calabresi  e Lucani  per la tutela della legalità delTerritorio
  18. Cecilia Pacini                                         – Presidente Italia Nostra  TOSCANA
  19. Graziano Bullegas                                – Presidente Italia Nostra  SARDEGNA
  20. Maurizio Sebastiani                             – Presidente Italia Nostra  MARCHE 
  21. Renato   Bosa                                       – Presidente Italia Nostra  FRIULI VENEZIA GIULIA 
  22. Adriana MY                                           – Presidente Italia Nostra  PIEMONTE  
  23. Domenico Valente                               – Presidente Italia Nostra  ABRUZZO 
  24. Roberto Cuneo                                     – Presidente Italia Nostra  LIGURIA
  25. Cosimo Manca                                     – Presidente Italia Nostra   PUGLIA
  26. Domenico Totaro                                 – Presidente sez. Senisese  Italia Nostra  BASILICATA  
  27. Mario Pellegrini                                   – CISDAM  Centro italiano studi e documentazione degli abeti mediterranei 
  28. Giancarlo  Odoardi                              – Ecoistituto Abruzzo 
  29. Laura  Asti                                             – Pro Natura L’ Aquila
  30. Raimondo Chiricozzi                           – Commissione nazionale  AICS ambiente 
  31. Marco Tiberti                                       – Presidente   European  Consumers  
  32. Alberto Conti                                        – Presidente WWF Forlì-Cesena
  33. Massimo Blonda                                  – Fondazione di Partecipazione  delle Buone Pratiche- Bari 
  34. Marco Caldiroli                                     – Medicina Democratica  Onlus
  35. Roberto Monfredini                             – AIF  Ambiente informa 
  36. Johannes Fragner-Unterpertinger     – Portavoce  “ Via di Malles “  
  37. Andres Lasso                                         -Associazione Ideale Ambiente Firenze
  38. Michele Boato                                      – Presidente Ecoistituto del Veneto
  39. Alda La Rosa  Associazione                 – FUTURO SOSTENIBILE IN LOMELLINA
  40. Francesco Saverio Bellofatto              – Associazione  La Piccola Cometa  
  41. Francesco Montecchio                        – Associazione “Progetto GAIA” – OdV    
  42. Stefano Orlandini                           – Salviamo l’Orso – Ass.per la conservazione dell’orso bruno marsicano Onlus
  43. Nicholas Bawtree                                 – Terra Nuova
  44. Rosalba Luzzi                                         – Associazione  Biodistretto  Montalbano
  45. Sara Coppini                                          – Mille Rivoli-  Cittadini Mugellani per la difesa dell’Acqua e del Territorio” 
  46. Corradino Guacci                                  – Presidente Società italiana per la storia della fauna “Giuseppe Altobello”
  47. Michele Renna                                      – Fototrappolaggio  Naturalistico  Partenio 
  48. Flavio  Angelini                                      – Lupus in Fabula 
  49. Pietro Comeri                                        – Simbiosi Magazine 
  50. Antonella Lodi                                       – Un Bosco per la Città- Bologna
  51. Gabriele Buratti                                     – Artists 4 Rhino
  52. Carlo Papalini                                         – Liberi pensatori a difesa della natura 
  53. Anna Zonari                                            – Parents for future Italia 
  54. Marina Conti                                          – Parents  for future Bologna 
  55. Nadine Finke                                          – Parents for future  Forlì
  56. Serena Bianca De Matteis                    – Parents for future Melegnano –  Laboratorio Per un Albero in più-  
  57. Luciano Poggiani                                    – Argonauta Fano
  58. Nadia D’arco                                         – Comitato Ambiente e salute Emilia Romagna
  59. Adriano Fiorenza                                   – Presidente  Associazione Fate gli Gnomi 
  60. Michele Renna                                       – Cervinara Trekking 
  61. Giovanni Bosio                                       – Associazione “Canale Ecologia
  62. Fabio Sani                                                – Uni Verso AMIATA 
  63. Alvaro Gori                                              – Comitato Salvaguardia e Ambiente del Monte Amiata 
  64. Cinzia Mammolotti                                – AmiataEco
  65. Eduardo Quarta                                     – SOS Natura     
  66. Anna Catalani                                         – Salviamo la Riserva di Procoio,  Salviamo le Riserve                 
  67. Stefano  Orlandini                                  – Salviamo l’Orso  Onlus                                                         
  68. Anna Petrucci                                         – Comitato tutela alberi Bologna                                 
  69. Marco Menghini                                    – STAI  Stop Taglio Alberi  Italia  Comitato. coord. nazionale 
  70. Anna  Salvatici                                        – Movimento tutela alberi Firenze
  71. Aldo Loris Cucchiarini                            – Società Bosco per Sempre Regina
  72. Stefano Marzani                                     – Cooperativa La Macina Terre Alte
  73. Ruggero Ridolfi                                       – Coordinatore medici per l’ambiente  I.S.D.E Forlì-Cesena
  74. Andrea Nalin                                           – Silva Nova Bologna
  75. Claudio Pizzuto                                   – Comitato per la tutela degli alberi di Sesto Fiorentino
  76. Domenico Scanu                                   – I.S.D.E. Sardegna 

seguono altre  sottoscrizioni di   Associazioni che stanno  pervenendo

  1. Franco Tassi                                      – Presidente Centro Parchi Internazionale
  2. Ornella  Dezordo                              – perUnaltracittà, laboratorio politico Firenze
  3. Antonio Fiorentino                            – AlterPiana
  4. Simona Bertin                                   – Comitato Alberi EMPOLI
  5. Judith Scholz                                     – Coord. cittadino tutela alberi e movimento tutela alberi firenze
  6. Loretta Pizzetti                                  – Comitato Val di Farma,
  7. Maurizio Martigli                                – Comitato Vivi Firenze Verde
  8. Rossella Caci                                    – Aspis club
  9. Paola Favero                                     – INSILVA 
  10. Alessandro Torlai                              – Ass. Irriducibili Liberazione Animale
  11. Claudia  Petro                                   – Donne in nero di Bologna
  12. Glauco Venturi                                  – San Lazzaroin transizione
  13. Thomas Jonathan Morselli               – Coordinamento G.A.R.D.A
  14. Claudio d’Esposito                            – WWF Terre del Tirreno
  15. Roberto Ciccarelli                             – AVSA (associazione volontaria salvaguardia ambientale)
  16. Alessio Gai                                       – Ass.Alleanza beni comuni Pistoia  ODV
  17. Rosanna Crocini                               – Ass.  AcquaBene Comune Pistoia e Valdinievole 
  18. Samuela Breschi                              – Comitato  Obiettivo Periferia 
  19. Tiziana Vigni,                                    -Presidente Atto Primo  
  20. Annamaria Mori,                                -Presidente Gruppo Società e Ambiente (GSA) di Senigallia
  21. Livio Marrocco,                            – Comitato civico cittadino” Feudo Bosco Vandra”
  22.  Mariantonietta Di Nardo                   -Mamme per la Salute e l’Ambiente di Venafro
  23. Lucio Riccetti Pres.                              – Italia Nostra Umbria
  24. Franco Medici    Pres                           – Italia Nostra Lazio
  25. Vitantonio Iacoviello                           –  sezione Italia Nostra Vulture-alto Bradano (Basilicata), 
  26. Enrico del Vescovo                             –  Sezione Italia Nostra Castelli Romani
  27. Luca Raiteri                                           – Comitato PIU’ DEMOCRAZIA ITALIA. 
  28. Ugo  Mattei                                           – Presidente Comitato Popolare difesa beni pubblici e comuni Stefano Rodota’
  29. Raffaella Giubellini                                Basta Veleni Brescia